LO STRESS UCCIDE IL SISTEMA IMMUNITARIO

LO STRESS UCCIDE IL SISTEMA IMMUNITARIO

Lo stress uccide il sistema immunitario

Lo stress influisce su molte funzioni del sistema immunitario e può ridurne l’efficacia in modo determinante. Gli effetti sono davvero pericolosi. Ce lo spiega Greta Manoni in questo articolo.

La relazione tra stress e sistema immunitario è stata considerata per decenni.

L’atteggiamento prevalente tra l’associazione di stress e la risposta del sistema immunitario è stato quello secondo cui le persone sotto stress hanno maggiori probabilità di avere un sistema immunitario compromesso e, di conseguenza, soffrono di malattie più frequentemente.

Oggi, dopo 30 anni di ricerca, è un’evidenza dimostrata che gli eventi mediati dal cervello (come lo stress psicologico e la depressione) possono alterare la funzione del sistema immunitario periferico; e che viceversa alterazioni del sistema immunitario periferico (come quelle che si verificano durante una malattia) possono influenzare il cervello determinando modificazioni dell’umore, stati d’ansia e alterazioni cognitive (Schwartz-Nemeroff).

L’immunità è un requisito della vita stessa: anche gli organismi più semplici dimostrano un’attività immune, in accordo con l’ipotesi che l’immunità sia comparsa precocemente nella scala evolutiva sulla terra. Esiste un’immunità innata aspecifica rapida che inizia dalla cute e dalle mucose del tratto gastrointestinale e respiratorio, e costituisce una barriera fisica e chimica all’invasione degli agenti patogeni esterni. Risposte immunitarie innate utilizzano cellule effettrici come i fagociti (macrofagi, neutrofili), cellule natural killer, mediatori solubili (complementi, proteine di fase acuta), citochine (tumor necrosis factor-a, interleuchina-1A e B, interleuchina-6).

La risposta immediata aspecifica mette in moto col tempo la formazione di una risposta immunitaria acquisita, che implica la formazione di una memoria per i molteplici fattori patogeni; la risposta immunitaria acquisita è più specifica ma più lenta. Essa consiste in risposte cellulari (linfociti T-helper 1, linfociti T citotossici, interleuchine-2. interleuchine-12, interferone-gamma) e in risposte umorali (linfociti T-helper 2, linfociti B, anticorpi, interleuchina 4, interleuchina 10).

Il sistema immunitario può essere condizionato dallo stress patologico

Negli anni 70, alcuni ricercatori hanno scoperto che il sistema immunitario è suscettibile al condizionamento classico pavloviano in risposta a stress psicologico (Ader e Cohen, 1975). Diversi studi hanno dimostrato che i mediatori dello stress (ormoni corticosteroidi), essendo rilasciati dalle ghiandole surrenali direttamente nel circolo sanguigno, sono in grado di agire sul sistema immunitario. I ricercatori hanno evidenziato che gli stress cronici e intensi attivano il sistema immunitario innato e indeboliscono le risposte del sistema acquisito.

Gli effetti per la salute di tali alterazioni immunitarie associate allo stress sono dimostrati in studi che rivelano:

  • una correlazione tra stress cronico e aumento della vulnerabilità al comune raffreddore
  • ridotta risposta anticorpale alle vaccinazioni
  • ritardata guarigione delle ferite e comparsa di herpes zoster

Inoltre lo stress e la depressione sono stati correlati ad un incremento di morbilità e mortalità per malattie infettive come l’HIV e malattie neoplastiche (tumore al seno e melanoma). Lo stress grave può infatti portare a malignità sopprimendo l’attività dei linfociti T citotossici e delle cellule natural killer, e condurre alla crescita di cellule maligne, instabilità genetica ed espansione del tumore.

Lo stress aumenta la noradrenalina, che uccide le nostre difese immunitarie

Altri studi hanno dimostrato che la concentrazione plasmatica di noradrenalina, che aumenta dopo lo stress indotto, ha una relazione inversa con la funzione immunitaria di fagociti e linfociti. Infine dalla letteratura è risultato che anche le catecolamine e gli oppioidi (rilasciati in seguito a stress) hanno proprietà immunosoppressive. Tuttavia, come riportato in precedenza, i glucocorticoidi prodotti per brevi periodi e a moderate dosi possono promuovere realmente certi aspetti delle funzioni immunitarie fisiologiche. Durante lo stress acuto o lieve svolgono un ruolo primario nel limitare un’attivazione infiammatoria eccessiva e prolungata. Questa proprietà si utilizza in medicina per il trattamento delle eccessive reazioni immuni in varie patologie: i glucocorticoidi sono ancora oggi i principali farmaci antinfiammatori.

Da: https://www.igorvitale.org/lo-stress-uccide-il-sistema-immunitario/?fbclid=IwAR0W_EU4BY_oYAOkTlzIKCKjvob9UMTE3TN95FrnHjl7G540q1hROqK_PUA

Dott. Mauro Piccini

ANTIBIOTICO-RESISTENZA AI CONFLITTI D’INTERESSI

ANTIBIOTICO-RESISTENZA AI CONFLITTI D’INTERESSI

Il 18 novembre è stata celebrata la Giornata Europea, che ha fatto seguito alla Settimana mondiale (18-24 settembre), sull’uso consapevole degli antibiotici. Abbiamo avuto la conferma che in Italia si registrano più di 10.000 decessi ogni anno per infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici sui 33.000 in Europa. Un triste primato, spiegabile con l’uso massivo e inappropriato di questi farmaci: in Europa siamo secondi solo alla Grecia per numero di prescrizioni di antibiotici nelle cure primarie.

Cos’è l’antimicrobico-resistenza?1
La resistenza agli antimicrobici è la capacità di un microrganismo di resistere all’azione di un antimicrobico. E’ diventato un problema sanitario europeo e mondiale sempre più grave sia per gli esseri umani che per gli animali, che limita o rende meno efficaci le opzioni di cura. Si tratta di un fenomeno naturale biologico di adattamento di alcuni microrganismi che acquisiscono la capacità di sopravvivere o di crescere in presenza di una concentrazione di un agente antimicrobico che è generalmente sufficiente ad inibire o uccidere microrganismi della stessa specie.
I batteri patogeni resistenti non necessariamente provocano gravi malattie rispetto a quelli più sensibili, ma la patologia, quando si manifesta, diventa più difficile da trattare, in quanto risulterà efficace solo una gamma ridotta di agenti antimicrobici. Da qui il decorso più lungo o una maggiore gravità della patologia, che in alcuni casi, può portare anche al decesso.
La progressione della resistenza antimicrobica può essere accelerata dall’uso eccessivo e/o inappropriato degli antimicrobici che, insieme a scarsa igiene e/o carenze nelle pratiche di prevenzione e controllo delle infezioni, crea condizioni favorevoli allo sviluppo, diffusione e persistenza di microrganismi resistenti sia negli esseri umani che negli animali.

Convegni, articoli, manifesti denunciano la situazione e sottolineano l’urgenza di un cambiamento di rotta: sono fornite indicazioni a cittadini, farmacisti e medici per un uso responsabile e appropriato di questi farmaci.

Ma c’è qualcosa che non convince

Le giornate o le settimane dedicate al tema appaiono solo celebrative quando non si realizzano azioni concrete per raggiungere gli obiettivi indicati: non c’è giorno del calendario che non sia rivolto alla lotta contro una o più patologie con risultati certamente non esaltanti.
Il problema dell’antibiotico resistenza è drammatico ed urgente e non va celebrato, ma va risolto.
Consigli e campagne sono rivolti ai cittadini, la cui responsabilità è modesta: va incoraggiato l’uso dei farmaci nelle dosi e nei tempi appropriati prescritti dal sanitario, ma non è certo loro responsabilità se possono acquistarli anche senza ricetta medica. Il punto centrale, senza valutare l’operato dei veterinari, è legato all’azione dei medici che sanno bene che gli antibiotici non sono necessari per:
1- infezioni delle prime vie respiratorie,
2- per batteriuria asintomatica,
3- nelle profilassi per le estrazioni dentarie e
4- nella profilassi perioperatoria prima dei 60 minuti e oltre le 24 ore dall’intervento.
Eppure, la pratica quotidiana è diversa, tanto che Slow Medicine e Altroconsumo nell’ambito del progetto “Fare di più non significa fare meglio – Choosing Wisely Italy” hanno messo a punto il Manifesto “Antibiotici, meno e meglio”, rivolto anche ai medici perché si impegnino a non prescrivere antibiotici in queste circostanze. Il Manifesto ha avuto il patrocinio del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità e di FNOMCeO, nonché il supporto di 16 società scientifiche di medici, infermieri, farmacisti e veterinari.
I medici prescrivono antibiotici inutilmente anche perché:
È ancora diffusa la convinzione che ad un’infezione virale potrebbe far seguito una sovrapposizione batterica, e che l’antibiotico terapia sia in grado di svolgere un ruolo profilattico.
Il carico di lavoro dei medici di famiglia e dei pediatri di libera scelta nei periodi epidemici è tale da non potersi permettere consigli di vigile attesa sull’andamento della patologia in atto, con il rischio di dover visitare più volte lo stesso paziente.
Nell’incertezza della diagnosi, nessuno contesterà al medico una prescrizione in eccesso, ma tutti lamenteranno una prescrizione in meno.
Non c’è più il tempo di rispettare i tempi del decorso della malattia; si richiedono terapie nella convinzione di accelerare i tempi di guarigione, e l’assenza di tempo da parte del medico per fornire informazioni corrette induce alla scorciatoia della prescrizione inutile.
La pressione prescrittiva da parte dell’industria farmaceutica è costante e pervicace. Basti osservare come l’impiego della combinazione di amoxicillina+acido clavulanico sia molto superiore a quello della sola amoxicillina nelle tonsilliti da Streptococco, nonostante le raccomandazioni di tutte le linee guida. Per questo motivo la sottoscrizione del Manifesto sopra citato da parte di alcune società che ricevono finanziamenti da parte di aziende produttrici anche di antibiotici indebolisce la credibilità dell’iniziativa. Una sana politica di assenza di conflitti d’interesse potrebbe essere un buon punto di inizio per modificare le prescrizioni inappropriate.

Note:
1 http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp?lingua=italiano&id=1448&area=veterinari&menu=antibiotici

http://www.assis.it/antibiotico-resistenza-ai-conflitti-dinteressi/?fbclid=IwAR3J3q_gZsX8y_wvL7FpaE97GOnQaF-dinJtPenHEnkuDddCjOyZxKIRp8A

 

NEURONI SPECCHIO: L’EMPATIA SPIEGATA DALLE NEUROSCIENZE

NEURONI SPECCHIO: L’EMPATIA SPIEGATA DALLE NEUROSCIENZE

I neuroni specchio sono il motivo per cui riusciamo ad interpretare i gesti e le emozioni degli altri. Scoperti a Parma da Giacomo Rizzolatti, permettono di risolvere alcuni dei misteri del nostro cervello.

Cosa sono i neuroni specchio? Fermiamoci un attimo a riflettere, cosa facciamo noi umani tutto il giorno? Interpretiamo il mondo che ci circonda, soprattutto le persone che vediamo quotidianamente.  Tutto ciò che siamo è il perfetto riassunto della perfetta funzionalità del nostro cervello, composto da milioni di neuroni, le cellule del sistema nervoso, ognuno collegato con quasi 10 000 altri. I neuroni parlano fra loro costantemente attraverso interazioni elettriche e chimiche, riuscendo a sentirsi e a coordinare tutte le nostre azioni, i pensieri, i sentimenti e tante altre funzioni cognitive di cui siamo consci e non.

I neuroni specchio sono alla base dei processi di imitazione dei bambini e, pertanto, sono fondamentali.

Quando siamo in una stanza rumorosa, ad esempio, ogni neurone sa benissimo cosa fare: alcuni, chiamati neuroni sensitivi, si occupano di percepire le informazioni provenienti dall’esterno e dall’interno del nostro corpo (per esempio i colori dell’arcobaleno dopo la pioggia o il suono della musica che ascoltiamo in discoteca); altri, i motoneuroni, ci permettono di eseguire azioni o far secernere una ghiandola, (come quando facciamo una corsa o piangiamo vedendo il finale di un film strappalacrime) e per ultimo, gli interneuroni, che si occupano di elaborare una risposta ad un certo stimolo sensoriale. Inoltre esistono dei neuroni che hanno qualcosa in più rispetto ai motoneuroni, sono i neuroni specchio.

Scoperta dei neuroni specchio

I neuroni specchio sono stati una scoperta tutta italiana fatta quasi per caso da Giacomo Rizzolatti e la sua equipe di neuroscienziati a Parma, durante uno studio sulle azioni complesse del macaco. Furono inseriti  degli elettrodi nella regione F5 della corteccia premotoria frontale (un’area deputata alla pianificazione degli atti motori) e si registrarono le scariche dei neuroni motori. Ciò che non ci aspettava (ma che accadde) era che i neuroni motori di quest’area iniziassero a scaricare anche quando i macachi vedevano gli scienziati compiere determinate azioni (come mangiare delle noccioline). Così, dopo circa 20 anni di sperimentazione, Giacomo Rizzolatti e la sua equipe sono riusciti a dimostrare l’esistenza dei “neuroni dell’empatia” ovvero, i neuroni specchio. In poche parole, ad un primo impatto, questi neuroni sono quelli che causano uno sbadiglio riflesso nel momento in cui si vede sbadigliare qualcuno o che inducono il neonato a sorridere (lui che non ha ancora sviluppato il concetto di felicità e di espressione della stessa e che, dunque, imita semplicemente i movimenti che vede).

La risposta dei macachi inoltre, variava di intensità sulla base del significato soggettivo che le scimmie davano all’oggetto in questione. In altre parole, le aree contenenti i neuroni specchio si attivavano tanto più quanto l’oggetto (noccioline o gelato) veniva interpretato come ricompensa. Così, utilizzando la risonanza magnetica funzionale (fMRI), la stimolazione magnetica transcranica (TMS) e l’elettroencefalografia (EEG), è stato trovato anche nell’area F5 e nel lobo parietale inferiore degli uomini un sistema simile di sincronizzazione azione-osservazione. La carrellata di studi successivi a quelli svolti da Rizzolatti hanno infatti dimostrato che, oltre alla programmazione (propria di tutti i neuroni motori) e all’imitazione, i neuroni specchio hanno almeno almeno altre due prerogative: la previsione e l’empatia.

Il sistema specchio: tra previsione ed empatia

Prima della scoperta dei neuroni specchio, la capacità che ha un individuo di prevedere e comprendere le azioni e le intenzioni di chi gli sta di fronte, si basava sull’inferenza:  un sofisticato apparato cognitivo nel cervello del primo individuo elabora ciò che vede (come prendere una tazzina piena di caffè, l’informazione sensoriale) e, paragonandola con le sue esperienze passate, gli permette di capire che cosa sta facendo il secondo individuo e perché. Per quanto, tale modo cognitivo di procedere sia fondamentale per interpretare situazioni strane e complesse, Rizzolatti con la scoperta del sistema specchio ha dimostrato che esiste un meccanismo molto più semplice ed immediato per comprendere le azioni dei nostri simili. In poche parole, siccome il primo individuo conosce le conseguenze del suo atto motorio (per esempio di quello dell’afferrare), quando i suoi neuroni specchio che codificano l’afferrare si attivano guardando il secondo individuo che afferra un oggetto, il primo immediatamente comprende che l’altro sta afferrando qualche cosa. Il passaggio all’empatia è dunque ora abbastanza immediato.

I neuroni specchio del sistema neuronale del macaco si attivano sia quando la scimmia vede compiere l’azione che quando essa stessa la compie.

Infatti, i neuroni specchio si attivano, anche quando si riconoscono le emozioni altrui, perché simulano gli stessi movimenti fatti dalla persona osservata (i movimenti mimici facciali) e inviano tali informazioni all’insula, una regione cerebrale interna che serve a vivere alcune sensazioni (come il disgusto), e all’amigdala, centro della paura e della libido ma soprattutto struttura del sistema limbico che permette di codificare le emozioni, aiutandoci ad interpretare lo stato d’animo di chi ci sta di fronte. Pertanto, ci basta guardare la persona che abbiamo difronte, per sapere se è felice o triste, per entrare in empatia con essa.

È importante sottolineare che ci sono altri neuroni che inibiscono le azioni stimolate dai neuroni specchio, altrimenti ci ritroveremmo tutti a piangere quando vediamo una persona piangere o tutti a ridere quando la vediamo ridere. Tale regolazione è alla base dell’empatia poiché permette una simulazione incarnata dell’altro riuscendo nello stesso momento a mantenere una distanza, dandoci la possibilità di rispondere a tale situazione in maniera diversa in base alla persona con cui siamo, alle nostre conoscenze e al coinvolgimento emotivo: se vediamo un amico soffrire faremo di tutto pur di aiutarlo, ma se a soffrire è una persona sconosciuta l’empatia sarà verosimilmente più attenuata.

Dall’empatia alla socialità e le nuove prospettive per il futuro

Tutto ciò non fa altro che avvalorare la tesi secondo cui l’uomo è un animale sociale che per vivere in società ha bisogno di empatia e che il sistema specchio ne è probabilmente la base imprescindibile. Il nostro cervello è un organo estremamente sociale, che ci permette di immedesimarci negli altri e sentire ciò che provano, dandoci la possibilità di affrontare insieme le difficoltà e di condividere  le gioie. Difatti, quando il sistema specchio non funziona in maniera adeguata si incorre nell’autismo, patologia caratterizzata soprattutto da difficoltà più o meno importanti nel relazionarsi con gli altri e dalla mancanza di empatia.

https://www.thedifferentgroup.com/2019/05/05/neuroni-specchio/
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CURARSI CON GLI ANTIBIOTICI AMMALARSI DI ANTIBIOTICI

CURARSI CON GLI ANTIBIOTICI AMMALARSI DI ANTIBIOTICI

Usati troppo e male negli uomini e negli animali possono diventare un problema. Cosa sono e a cosa servono, chi li prescrive, quali sono le controindicazioni.

Sta diventando un problema rilevante, quello dell’abuso e del cattivo uso degli antibiotici: anzitutto perché sono sempre più inefficaci nella loro guerra ai batteri (e non ai virus!). Si stanno diffondendo malattie resistenti ai medicinali ora utilizzati e il futuro non promette di essere migliore. Si aggiunga il massiccio uso degli stessi negli allevamenti intensivi, con il rischio che carni e pesci siano ulteriori vettori di antibiotici indesiderati, che rischiano anche di disperdersi in terreni e acque. Occorre dunque un’educazione sanitaria rinforzata e un corretto uso negli allevamenti affinché, da preziosi alleati, non si trasformino in nemici.

Antibiotici: da grandi amici a problema collaterale
Usati male, troppo, ora incapaci di difenderci da certi batteri
Chi vincerà? La silenziosa battaglia tra batteri e antibiotici è in atto da tempo. E potrebbe avere risvolti drammatici, se non si corre in fretta ai ripari con azioni mirate che siano condivise non solamente dalla comunità scientifica, ma dai cittadini. La verità è che consumiamo troppi antibiotici e spesso lo facciamo in maniera ingiustificata o scorretta. Abitudine che si unisce alla somministrazione di questi farmaci sugli animali, le cui carni a loro volta finiscono sulle tavole.
Quei super-germi silenti e agguerriti
Fantascienza, verrebbe da pensare, immaginando questi super-germi che intralciano (riuscendoci) l’azione dei medicinali. Si tratta di invisibili killer che si annidano ovunque: dagli indumenti alle superfici degli smartphone, dalle corsie degli ospedali alle lungodegenze fino ai più comuni luoghi pubblici. Sono killer silenti, impercettibili e spietati che annualmente in Italia uccidono oltre 10mila persone, mietono cioè circa 30 vittime al giorno.
Mettendo sotto la lente del microscopio l’area economica europea, un morto su tre per infezioni è italiano. A ciò si collega un altro, non certo lodevole, primato: il nostro Paese segue, sul terzo gradino del podio, Grecia e Turchia per l’antimicrobico-resistenza: quanto a impatto epidemiologico ed economico, una minaccia per la salute pubblica a sentire l’Organizzazione mondiale della sanità. La trasformazione dei ceppi batterici in organismi resistenti è un meccanismo evolutivo naturale: a determinarlo sono le mutazioni del corredo genetico, in grado di proteggere il batterio dall’azione del farmaco. Aver introdotto gli antibiotici in ambito clinico umano e veterinario ha dato origine a un’ulteriore pressione selettiva, favorendo la selezione di microrganismi resistenti. Con conseguente contaminazione della catena alimentare.
Uso e abuso: tutti colpevoli
Quando si parla di uso e abuso di antibiotici, dunque, nessuno è assolto.
Tira in ballo le responsabilità di medici, veterinari e pazienti il prof. Ercole Concia, già direttore dell’Unità operativa di malattie infettive dell’Università di Verona, affrontando la tematica dell’epidemiologia delle resistenze in un recente incontro che si è svolto all’Accademia di agricoltura, scienze e lettere. Da una parte i germi sono più agguerriti, fa notare. Dall’altra parte le aziende farmaceutiche investono dove si guadagna di più (con farmaci oncologici e vaccinazioni), non certo negli antibiotici che infatti, nel tempo, si sono rinnovati poco nelle formulazioni. «A fronte invece dei grandi nemici, i batteri, che sono diventati migliaia. Alcuni dei quali pure molto ostinati», precisa.
Per guardare la situazione da una prospettiva ampia, richiama un rapporto che il Governo britannico del primo ministro David Cameron commissionò nel 2015: gli effetti delle infezioni provocate dai “batteri resistenti agli antibiotici” (Antimicrobial resistance infection, indicati a livello internazionale con la sigla Amr) causano circa 50mila decessi ogni anno tra Europa e Stati Uniti, con centinaia di migliaia di morti in altre aree del mondo. Nella stessa analisi è­ stato stimato che, in assenza di interventi efficaci, il numero di infezioni complicate da Amr potrebbe aumentare notevolmente arrivando, nel 2050, a provocare la morte di 10 milioni di persone l’anno oltre a una perdita economica cumulativa compresa tra i 20 e i 35 miliardi di dollari. Ci troveremo davanti a nuova “grande peste” come quella del Seicento, nella quale sulle azioni della scienza avrebbero la meglio insidiosi batteri quali la Escherichia Coli, la Klebsiella Pneumoniae, lo Staphylococcus Aureus.
Sarà una battaglia dura da vincere
«Se non agiremo in modo adeguato, l’antibiotico-resistenza porterà a una previsione drammatica. Questa strage sarà soprattutto in Africa. Come siamo messi in Italia? Molto male», risponde Concia. L’Italia, secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), veste la maglia nera per tasso di resistenza: «Dati che sono considerati ineluttabili perché manca un coordinamento tra i vari livelli e nel breve futuro alcuni interventi chirurgici saranno compromessi», prosegue. «Ce lo meritiamo? Direi di sì. Perché siamo arrivati a questo punto? Abbiamo sbagliato noi medici, hanno sbagliato i veterinari, hanno sbagliato i pazienti: le colpe sono diffuse», incalza il professore, snocciolando ulteriori dati che esortano alla riflessione.
L’Italia usa circa 28 dosi giornaliere, rispetto alle 10 dell’Olanda; negli anziani il dosaggio quotidiano arriva a 120, rispetto a 21 della Germania. A Verona il 51% dei pazienti ricoverati in ospedale si avvale di antibiotici, mentre un consumo virtuoso sarebbe del 30%. Dalle corsie ospedaliere si passa agli ambulatori di medicina generale, dove la metà dei camici bianchi somministra pastiglie in caso di influenza, raffreddore e laringo-tracheite che sono malattie virali. Come se non bastasse, fa notare, «il malato ci mette del suo: nel 30% dei casi non rispetta la prescrizione medica, non assumendo nulla o non attenendosi alla durata della terapia. Noi italiani poi siamo tra i primi quanto ad auto-medicazione perché ricorriamo a una terapia precedente e se andiamo in farmacia ci danno di tutto…».
Non è finita. La proliferazione di batteri è correlata ai comportamenti. L’igiene delle mani è fondamentale, specialmente negli ambienti di cura. Le stanze singole aiutano il contenimento delle epidemie. Allargando lo sguardo alla popolazione, la mobilità internazionale ha agevolato gli scambi di virus. È arrivato per esempio dall’India il batterio Ndm (New Delhi metallo beta-lactamase) alla base di un’epidemia che Concia etichetta come «non banale»: in Toscana ha colonizzato 700 pazienti, dei quali il 90% ha avuto gravi infezioni di polmoniti e sepsi, con una mortalità del 40%.
Sorveglianza, prevenzione e controllo diventano allora parole chiave. Tra gli obiettivi del Ministero della salute c’è la riduzione entro il 2020 dell’uso di antibiotici del 10% in ambito territoriale e ospedaliero; del 30% nel settore veterinario. «Come andrà a finire? Credo che non vinceremo la battaglia – conclude –. Però potremo fare una guerra di trincea nella consapevolezza che tutti, sia medici che veterinari e pazienti, dobbiamo fare qualcosa».
Marta Bicego

Cosa sono e a cosa servono?
Curare o prevenire le infezioni provocate da batteri: a questo servono gli antibiotici. Sono medicinali in grado di uccidere i batteri stessi o di evitarne la moltiplicazione e diffusione nell’organismo oltre alla trasmissione nei confronti di altre persone. In merito alla loro efficacia, c’è una grande bufala da sfatare. Non sono efficaci contro le infezioni virali quali raffreddore, influenza e alcuni tipi di tosse e mal di gola: senza ingoiare pastiglie, il sistema immunitario è nella maggior parte di questi casi capace di “curarsi” in autonomia.
Chi li prescrive?
Il medico. Oltre alla ricetta, fornisce indicazioni su dosi, modalità, durata della terapia che dev’essere rispettata per ottenere i massimi benefici e soprattutto per prevenire lo sviluppo dell’antibiotico-resistenza. L’assunzione deve seguire intervalli regolari. Ed è sbagliato interrompere la cura oppure ridurre la dose perché ci si sente meglio. Se ci si dimentica di assumere una compressa al tempo indicato, bisogna (salvo diverse indicazioni) rimediare prima possibile; tuttavia, se ci si accorge della dimenticanza quasi all’orario in cui è prevista la dose successiva, non si deve prendere dosaggio doppio.
Hanno controindicazioni?
Circa una persona su 15, secondo l’Istituto superiore di Sanità, può avere una reazione allergica agli antibiotici, in particolare a penicilline e cefalosporine; in rari casi si può verificare una reazione grave (anafilassi) che necessita di un intervento medico urgente. Come medicinali non sono adatti a soggetti con determinate patologie, donne in gravidanza o in allattamento. In alcuni casi possono interagire con altre terapie o con l’alcol. Il “fai da te”, insomma, non è consigliato.
M. Bic.

50.000 tanti sono i decessi ogni anno, in Europa e negli Stati Uniti, causati dalla resistenza agli antibiotici secondo un’esaustiva analisi effettuata dal Governo britannico.
671.689 nel 2015 ammontavano a questa cifra per l’Ecdc (European Centre for Disease Prevention and Control), nei Paesi dell’Unione Europea e dello spazio economico europeo, i casi di infezioni antibiotico-resistenti a cui sono attribuibili 33.110 decessi, un terzo dei quali si è verificato in Italia.
3° posto medaglia di bronzo, per l’Italia, nella classifica dei Paesi con più alto indice di resistenza agli antibiotici. Sul podio ci sono rispettivamente Grecia e Turchia. Quanto a consumo, gli italiani sono al sesto posto.
2,4 milioni è il numero di morti che, entro il 2050, l’antibiotico-resistenza provocherà secondo le proiezioni dell’Oms, con danni pari a 3,5 miliardi di dollari l’anno. L’impatto sarà superiore a quello della crisi finanziaria del 2008-2009.

Da: https://www.veronafedele.it/Attualita/Curarsi-con-gli-antibiotici-ammalarsi-di-antibiotici

L’IPOCRISIA NELLE RELAZIONI

L’IPOCRISIA NELLE RELAZIONI

L’ipocrita, come riconoscerlo e smascherarlo per non cadere nella trappola della falsità.

L’ipocrisia viene spesso identificata come l’altra faccia della medaglia della sincerità e trasparenza, ovvero un insieme di atteggiamenti e comportamenti legati a falsità, scarsa chiarezza e atteggiamento mascherato.

È proprio dal mondo delle maschere, o meglio il teatro, che il termine ipocrisia ha origine. “Ipòcrisis” dal greco significa “simulazione” ed è il nome utilizzato nell’antichità per definire il gesto dell’attore, l’ipocrita appunto, sul palco scenico in cui aveva lo scopo di mostrare altro rispetto alla propria essenza, appunto “simulare” o interpretare una parte e qualcosa.

Oggi, purtroppo, l’ipocrisia non si limita alla messa in scena di uno spettacolo, ma pervade ogni ambito della vita dalle relazioni famigliari, a quelle amicali, dal rapporto di coppia a quello tra colleghi.

Ipocrisia: cos’è?

L’ipocrisia racchiude in sé una serie di comportamenti e atteggiamenti in cui l’ipocrita ha lo scopo di mascherare e celare la propria essenza, il proprio modo di pensare, i vissuti, i sentimenti e i bisogni. La maschera ha come scopo quello di celare all’altro eventuali personali debolezze, difficoltà o incapacità, mostrandosi al meglio possibile, cercando di soddisfare ciò che il proprio interlocutore vuole o si aspetta.

L’ipocrita quindi agisce e manifesta altro rispetto a ciò che pensa e prova, con l’unico intento di attirare l’attenzione altrui ed entrare in relazione, ricevendo riconoscimento, accettazione e anche posizioni più favorevoli per raggiungere i propri scopi.

La persona ipocrita assume le sembianze di un amico di cui fidarsi, di un collega o superiore con cui parlare e confrontarsi, di un partner fedele e a tratti super accondiscendente e disponibile, ma dietro al proprio comportamento nasconde un forte desiderio di conquista, falsità e mancanza di reale coinvolgimento nella relazione.

Ipocrisia: perché mentire?

Alla base dell’ipocrisia possono esserci differenti elementi. Uno fra tutti la scarsa fiducia in sé e nelle proprie capacità che porta a mostrare altro, rispetto al reale modo di essere, esaltando alcune caratteristiche spesso non vere e mentendo sui propri interessi, capacità, possibilità e conoscenze.

La scarsa fiducia si estende anche alle proprie abilità relazionali per cui l’ipocrita pensa di dover assumere false sembianze per essere accolto, accettato e trarre i vantaggi necessari. Dichiarare il falso o fare ciò che in realtà non pensa realmente utile, sostenere principi morali elevati in cui spesso non si crede, sono quindi solo alcuni degli aspetti del conflitto e paradosso che caratterizzano l’ipocrita che cerca in tutti i modi di acquisire “voti” all’interno del contesto in cui si muove.

I segnali nascosti dell’ipocrisia

Seppur l’ipocrita sia estremamente abile nel mascherare la sua vera essenza e riesca ad ammaliare il pubblico con cui si relaziona, ci sono alcuni elementi che possono permettere di smascherare queste persone e togliersi da queste relazioni disfunzionali e alla lunga dolorose.

In primo luogo, solitamente l’ipocrita si comporta diversamente da quello che pensa, o comunque fa cose differenti da ciò che dice, per cui ad esempio afferma che è giusto far sedere gli anziani sul pullman e fa un discorso morale animato e concitato su questo, ma poi è il primo a girare la testa sull’autobus quando sale un anziano. Si fa spesso porta voce di principi morali, valori e senso di giustizia senza crederci realmente e contraddicendosi nei gesti, negli atteggiamenti e nelle discussioni in cui tante persone la pensano diversamente tra loro.

Altro elemento è la continua ricerca di una scusa e giustificazione per le proprie azioni, spesso accusando altri, cerca di autoconvincersi di alcune realtà quando non è in grado di raggiungere ciò che desidera attivando una vera e propria dissonanza cognitiva e falsa credenza.

Infine, è una persona che nel fare un complimento dice celatamente una cattiveria, facendo trapelare in modo sottile ciò che pensa. Ad esempio, fa apprezzamenti sulla nuova auto dell’amico seppur sottolineandone l’economicità della marca.

L’ipocrisia è una realtà molto diffusa nella realtà di oggi dove l’apparenza acquisisce un’importanza rilevante e superiore rispetto alla vera essenza e capacità di una persona. Si ha una lotta continua al potere e al riconoscimento a discapito di sincerità e lealtà che sono invece spesso vittime di incomprensione e scarso riconoscimento e successo. Imparare a smascherare i falsi e gli ipocriti permette di ridurre la sofferenza nelle relazioni, la delusione e incrementare la lealtà e gli atteggiamenti sinceri.

http://www.crescita-personale.it/vita-di-gruppo/2293/ipocrisia-nelle-relazioni-cos-e-come-smascherarla/10646/a?utm_source=CRESCITA_Newsletter&utm_campaign=63867a9c1b-EMAIL_CAMPAIGN_2019_10_30_02_38&utm_medium=email&utm_term=0_53cf1b3f4f-63867a9c1b-298160985

Dott. Mauro Piccini

IL SISTEMA ACIDO-BASE: ELEGANTE DANZA DELLA SALUTE

IL SISTEMA ACIDO-BASE: ELEGANTE DANZA DELLA SALUTE

a cura della dott.ssa Sabine Eck

Oggi voglio parlarvi di acidosi. Se ne sente sempre più parlare, ma senza approfondire mai troppo la questione. Partiamo quindi insieme dal capire bene di cosa di tratta.
Facendo un giro su internet, o tra i testi della letteratura cosiddetta “alternativa”, si trovano informazioni che descrivono l’acidosi tissutale latente come la principale causa di tante malattie: dal raffreddore all’artrite reumatoide.
Ricercando però informazioni su fonti più “ufficiali” si legge che non vi è nulla di cui preoccuparsi: ogni eccesso di acidi viene eliminato dai reni. Ma queste due visioni, come spesso accade, sono diametralmente opposte. Qual è dunque la realtà?

In medicina sappiamo che ogni evento può esprimersi in maniera acuta, cronica o con fasi intermedie a volte dette borderline. La divisione però tra acuto e cronico è meramente didattica, in quanto la vita reale gioca quasi sempre tutte le note intermedie ed è per questo motivo che la medicina è un’arte che usa le scienze: non può infatti essere una scienza dura come la fisica o la matematica… e questo vale – a ragion di logica – anche per il concetto di acidosi.

È un dato accertato che le malattie croniche sono in continuo aumento e soprattutto quelle che coinvolgono il “sistema connettivale” (come le malattie reumatiche o le malattie autoimmuni).
Come abbiamo visto in un articolo precedente, la Matrix è parte del sistema connettivale e per molti aspetti sembra il suo cardine assoluto occupandosi appunto della salute di ogni singola (!) cellula parenchimale. Quindi qualche domanda ne deriva con urgenza.
Possiamo ancora permetterci di collezionare e aggiungere nomi di malattie sempre nuove e cercare il “colpevole” di turno per ogni singolo morbo?
O dobbiamo cercare la comune matrice dei tanti mal-esseri che colpiscono ormai tutte le età?
Ad oggi una delle principali condizioni attraverso la quale si giunge alla morte (da un punto di vista metabolico) è l’acidosi, anche se all’ interno dei referti siamo abituati a leggere come causa del decesso l’ultima o la maggiore, in ordine di gravità, tra le patologie diagnosticate durante la vita.

Quando si ragiona sul sistema acido base nelle situazioni acute è fondamentale soffermarsi sull’omeostasi del sangue, dove avvengono alcune delle valutazioni diagnostiche più importanti.
Il nostro sangue è considerato un organo a tutti gli effetti, anche se non ha una propria residenza fissa come per esempio il nostro fegato, il cuore o la milza: si comporta invece come un nomade, girando senza sosta da un distretto all’altro; ed è l’unico organo (oltre la pelle) che si espone ritmicamente alla luce, cioè quando transita per la retina dei nostri occhi: considerato e studiato ancora poco, anche se sappiamo che quando siamo più tempo all’aperto, specie in piena natura la nostra salute si rigenera velocemente.
Se il sangue è quindi elastico in questo suo movimento continuo, è invece piuttosto rigido per molti dei suoi parametri biochimici, soprattutto per quanto riguarda il suo pH che, come sappiamo, deve muoversi entro un range ben definito (pH 7.35-7.45). Nella sua fisiologia, quindi, il pH tende al basico (pH 7 = pH neutro): è per questo motivo che il nostro corpo dispone di potenti sistemi anti-acidi, detti sistemi tampone che possono essere veloci o lenti, a secondo della situazione corporea da gestire.

Il metabolismo acido base è quindi di tipo dinamico e discontinuo a secondo delle necessità: esso risulta un sofisticatissimo meccanismo di autoregolazione e di compensazione. Per mantenere il sangue efficiente sono coinvolti molti sistemi, in primo luogo polmoni-reni-cute-stomaco-matrice connettivale.
Risulta tra questi ultimi molto interessante il contributo del nostro stomaco: la produzione di acido cloridrico (succo gastrico, piuttosto acido, pH 1,5 – 2) va di pari passo con la produzione di bicarbonato (cosidetta “marea alcalina” ; pH basico) nel versante venoso dello stomaco, quindi a veloce e continua disposizione per il nostro metabolismo. In questo senso la produzione eccessiva di acido cloridrico può essere anche compresa come un tentativo di auto-alcalinizzazione: infatti il vomito eccessivo (perdita di idrogenioni) porta al pericoloso scenario di alcalosi metabolica. Questa a tutt’oggi innovativa focalizzazione sulle funzioni dello stomaco è stata sviluppata dal dr. Friedrich Franz Emil Sander, il quale ci fa conoscere lo stomaco non solo come luogo digestivo, ma come un “apparato di auto-generazione” di bicarbonato, quindi come protagonista di regolazione dei mecanismi del sistema acido-basico. Studiando Sander (medico e biochimico) scopriamo un meccanismo fisio-logico geniale che promuove lo stomaco come co-protagonista del bilancio acido-base del nostro metabolismo.
Sander scopre, tra gli altri aspetti, anche la ciclicità dell’eliminazione di acidi e basi attraverso le urine nelle 24 ore (chiamata curva a W): del resto nel nostro corpo tutto avviene con alternanze cicliche.
Se le nostre urine sono sempre acide (curva piatta, anziché a W) dobbiamo considerare una probabile acidosi tissutale latente, interamente a carico del sistema della matrice connettivale, spesso espresso sotto forma di dolori cronici.

Per aiutarvi nella comprensione, elenco alcune delle situazioni che favoriscono l’acidosi tissutale:

  • stress cronico,
  • dis-stress (catabolismo),
  • cibi raffinati e processati,
  • abuso di proteine animali, di cui carne e formaggi,
  • abuso di dolci,
  • bibite gassate,
  • alcool e fumo,
  • respirazione piatta e superficiale,
  • soggiornare in ambienti malsani,
  • mancanza di movimento,
  • andare tardi a letto.

Qui sotto invece vi riporto anche delle situazioni che favoriscono l’alcalinizzazione:

  • condurre una vita serena e creativa (essere “crea-attivo”),
    riposo adeguato,
  • sonno regolare (andare a letto 2-3 ore prima di mezzanotte),
  • fare quotidianamente movimento all’aperto,
  • respirazione profonda (diaframmatica),
  • assumere cibi ricchi di sali minerali: verdure, frutta matura, mandorle,
  • seguire una dieta equilibrata con viveri stagionali, a km01, biologico,
    in caso di sete bere solo acqua (di buona qualità vitale),
  • evitare al massimo cibi processati-industriali, a lunga conservazione

Non si tratta comunque di parlare male sempre e a priori degli acidi e solo benissimo delle basi: non facciao il gioco del bianco e nero, del buono e del cattivo. Consideriamo comunque che il nostro corpo tende fisiologicamente verso l’alcalinità e regoliamoci in tal senso.
La stessa matrice connettivale oscilla secondo certi autori ritmicamente tra un pH di 7,36 e 7,44 (variazione fisiologica), parallelamente alle fasi di Ortosimpatico e Parasimpatico. Un dato certo è comunque che la maggior parte delle nostre “cattive” abitudini favoriscono il compartimento acido.

Il bicarbonato usato dai nostri nonni dopo i pasti domenicali, dunque, fa quindi risonanza logica con le pratiche di terapia intensiva (infusione di bicarbonato e di altre basi) e al nostro stomaco, il quale, in modalità fisiologica e riflessa, su richiesta produce questo prezioso ed umile alcalino. Di fatto è soprattutto il nostro stomaco che si attiva dopo che abbiamo ingerito troppo cibo spazzatura, o per compensare lo stress a seguito di una litigata o frustrazione vissuta.

La cosa più intelligente dunque è conoscere bene la natura dei due gruppi (acido-base) per poter bilanciare e compensare nel momento del bisogno: un pranzo ricco ed abbondante con amici, ad esempio, può essere compensato con una cena a base di passato di verdure o con un digiuno accompagnato da una bella tisana alcalinizzante. Un week-end di stravizi può essere compensato con qualche giorno di alimentazione vegetale, preferendo cibi ricchi di minerali (p.es. rape rosse, sedano-rapa, patate, carote), oppure di centrifugati freschi, che sono una piacevolissima e geniale fonte di sostanze alcalinizzanti. A tal proposito vi consiglio di leggere qualcosa sul metodo Boutenko.
Per chi, però, beve abitualmente bibite gassate al posto dell’acqua, snobba le verdure, si abbuffa di carboidrati processati e di derivati animali industriali, si stressa per nulla, passa il tempo libero sui social, guarda la tv e va a dormire sempre tardi, riuscendo ad arrabbiarsi anche in vacanza… temo proprio non possa compensare a sufficienza solo con qualche verdura qua e là o qualche integratore alcalinizzante o meditazioni speedy di 5 minuti.

L’uomo moderno sembra un “Fago insaziabile”, ovvero tende a fagocitare tutto e di tutto come modus vivendi: immagini 24 ore al giorno in televisione, like sui social, dolci dolcissimi e salatini salatissimi, vestiti sempre nuovi, viaggi, emozioni, macchine, corsi e ricorsi di illuminazione. Consumare di tutto, senza sosta e senza respiro… trainati da un’ansia generica indotta abilmente dalla fabbrica dei consumi.
Stacchiamoci da questa giostra della ricerca di gioia commerciale continua: chiamiamo i nostri amici per un pic nic in casa o sul prato condividendo qualche buon piatto fatto in casa con viveri stagionali della propria regione.
Appoggiamo i nostri piedi nudi sulla terra nuda… prendiamo lo zaino e andiamo a piedi….
I nostri umili saggi la chiamano la “giusta misura”, la “legge dell’armonia” dicono in oriente.
Proviamo ad essere meno acidi, iniziando anche dal guardarci per la strada, anziché squadrarci!

Note:
1 Una curiosità: in Germania ad Amburgo alcuni giornalisti hanno calcolato il viaggio che hanno svolto alcuni dei prodotti in commercio, dalla loro produzione sino ad arrivare nel carrello della spesa, e li hanno percorsi. Sono stati presi in considerazione prodotti misti: alcuni erano prodotti locali (sino a 4 km di distanza) e altri arrivavano da molto lontano (banane)… i giornalisti hanno percorso 45.461 kilometri! Sappiamo, infatti, che ad oggi la maggior parte dei guadagni su vasta scala provengono dai trasporti. Pensiamoci quando mettiamo certi prodotti nel nostro carrello!

Dott. Mauro Piccini

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