RESPONSABILITA’ E CORONAVIRUS

RESPONSABILITA’ E CORONAVIRUS

Atteniamoci alle regole con lucidità e responsabilità senza farci travolgere.

Sono giorni di silenzio e di ‘quiete’, una quiete che sembra più un esplosione, un silenzio confuso, una calma caotica, siamo qui in attesa che qualcosa si muova o si arresti.

Cosa possiamo fare?
Possiamo solo restare presenti a noi stessi, con fiducia, con amore, con attenzione, osservando i fatti con una mente ferma e vigile senza lasciare che il moto energetico interiore salga alla mente e che il pensiero attivi emozioni forti con reazioni ingiustificate…non è controllo ma resa, resa a ciò che è, consapevoli che osservando attraverso la ‘non mente’, possiamo avere una visione più ampia (non dall’io).

Essere eccessivamente agitati non permette allo spirito di aiutarci.

#iorestoacasa

“Battere le ali contro la tempesta avendo fede che dietro questo tumulto splenda il sole”.

Dott. Mauro Piccini
Cristiana Naldi

NUOVA EPIDEMIA, VECCHIE PAURE

NUOVA EPIDEMIA, VECCHIE PAURE

A cura del Dottor Eugenio Serravalle

I virus sono capaci da sempre di suscitare allarmi e paure. Sono responsabili di gravi emergenze sanitarie. Sono imprevedibili e pericolosi, non risentono degli antibiotici e si muovono velocemente nel mondo globalizzato.

A conquistare oggi le luci della ribalta è un nuovo coronavirus, simile al MERS-CoV e al SARS-CoV, ma capace di disegnare scenari “ai confini della realtà, sembra la fine del mondo” come si legge sui social network cinesi. Per cercare di fermare il virus le autorità cinesi hanno disposto una quarantena di proporzioni mai tentate prima nella storia. In dieci città è stato imposto il blocco dei trasporti coinvolgendo 32 milioni di cittadini; sono stati bloccati i movimenti in uscita da Wuhan, l’epicentro dell’infezione: niente voli, niente treni, posti di controllo ai caselli delle autostrade, non si possono varcare i confini delle città a meno di «avere ragioni specifiche».

Del nuovo coronavirus 2019-n-coV sappiamo ancora poco: avrebbe fatto un salto di specie dall’animale all’uomo, si trasmette ora da persona a persona per contatto ravvicinato ma non sappiamo ancora quale sia l’incubazione e la contagiosità, non disponiamo di dati certi sulla diffusione del focolaio iniziale e sulla gravità clinica.  Come gli altri coronavirus umani, causa malattie del tratto respiratorio superiore da lievi a moderate, come il comune raffreddore, con naso che cola, mal di testa, tosse, gola infiammata, febbre e una sensazione generale di malessere o può interessare il tratto respiratorio inferiore, con polmonite o bronchite, più comuni nelle persone con preesistenti patologie croniche dell’apparato cardio-vascolare e/o respiratorio, e in soggetti con un sistema immunitario indebolito, nei neonati e negli anziani.

Non è il primo allarme epidemico cui stiamo assistendo. 

E’ giusto mettere in guardia la popolazione contro una epidemia, ma bisogna cercare di non sbagliare le previsioni. Dal momento che sono davvero ancora tanti i quesiti che non hanno risposte su questo nuovo virus, occorre cautela per non incorrere negli errori commessi in precedenza. Previsioni errate furono quelle del 2009, sull’”influenza suina”: il tasso di letalità del virus risultò più basso di quello delle comuni influenze stagionali. Allo stesso modo furono errate quelle sull’epidemia di Ebola del 2014: in questo caso il virus era certamente molto letale, ma con bassa capacità di diffusione.  Gli errori, peraltro, vanno sempre nella stessa direzione, quella di accrescere/drammatizzare i possibili effetti di un’infezione, un’influenza, un contagio, di prefigurare scenari estesi, epidemici se non proprio pandemici. Gli errori insomma, non solo fanno scattare l’allarme nell’opinione pubblica su scala internazionale, ma sembrano quasi mirati a creare un clima comunque sempre bendisposto verso le misure di attenzione e profilassi di volta in volta sostenute dalle autorità sanitarie.  Questa considerazione, e quelle successive, sono tratte, per gentile concessione dell’Autore, dal libro di Roberto Volpi “Dall’Aids a Ebola Virus ed epidemie al tempo della globalizzazione. Vita e pensiero”, un volume edito nel 2015 attualissimo e prezioso per comprendere cosa stia succedendo oggi.

I reportage dalla Cina, le persone con le mascherine che fanno scorte di farmaci e alimenti, alimentano quella paura che è sempre presente in tutti noi, che si risveglia alla lettura di libri, articoli, o alla visione delle serie televisive o dei disaster film sui terrificanti effetti di un virus mutato o sconosciuto o comunque fuori controllo.

 

La paura è che diventi concreta la minaccia davvero globale e davvero capace di mettere a rischio la stessa sopravvivenza dell’umanità, o, in subordine, di falcidiare una quota paurosamente alta della stessa, come successe alla metà del Trecento in Europa con la peste nera.  Non si può leggere nella sfera di cristallo, va da sé; ed ipotizzare cosa accadrà a gioco lungo è sempre peggio che azzardato. Anche se escludere in via di principio una possibilità come questa non sarebbe neppure scientifico, si può però ragionevolmente pensare che non ci sarà un radde rationem finale di questa ferocia tra noi e i virus. Occorre ricordare un dato formidabile e formidabilmente dimenticato: la speranza di vita alla nascita; la vita media dei 7 miliardi di individui che calpestano oggi il suolo del pianeta ha raggiunto e superato una quota che fino all’altro ieri sembrava alla portata dei soli paesi sviluppati e benestanti, tanto è alta: 70 anni.  La speranza di vita alla nascita è aumentata grazie alla rapida e consistente contrazione della mortalità infantile e ad una parallela contrazione della mortalità dovuta a malattie infettive e contagiose. Gli ultimi cinquant’anni hanno registrato un’inconfutabile regressione delle malattie e ancor più delle morti dovute a cause infettive. Oggi si può ben dire che ci fanno paura le malattie infettive contagiose non già perché siamo nel momento della loro massima espansione, bensì, tutto il contrario, perché siamo in quella del loro più evidente precipitare:  la nostra paura non deriva dalla conoscenza personale che abbiamo di queste malattie terribili, ma dalla progressiva perdita di confidenza con esse, del nostro continuo allontanarci da una loro troppo incombente e ravvicinate presenza. Un allontanamento che è stato anche qui culturale e perfino antropologico, che non si è fermato affatto al piano della salute e della malattia: oggi migliori condizioni di vita per una parte sempre più grande di umanità sono capaci di contrastare virus e batteri dannosi per l’uomo. La forza di resistenza organica delle popolazioni, specialmente di quelle occidentali (ma stanno acquisendo questa resistenza pressoché tutte le popolazioni del mondo, anche se una dozzina di paesi africani e alcuni dell’Europa orientale procedono più a rilento), rappresentata da un benessere fisico mai così intenso e prolungato, è la prima barriera che l’umanità frappone fra sé e l’azione di virus e batteri capaci di farci ammalare e morire. Dimenticare o sottovalutare tale fattore, per fissare in modo pressoché esclusivo l’attenzione sull’azione di medicinali e vaccini è un segno di scarsa lungimiranza specialmente se a commettere questo errore sono organismi e autorità sanitarie responsabili di programmi e interventi di salute pubblica.

La questione dirimente ora, quando si parla di problematiche come la possibilità di nuovi morbi infettivi e contagiosi devastanti per l’umanità, o per grandi parti di essa, è proprio questa: la sottovalutazione degli stessi fattori che fanno da argine, nelle condizioni attuali, alla possibilità di malattie davvero distruttive su una scala mondiale. È proprio la globalizzazione a funzionare da deterrente, è proprio il mondo interconnesso, ipercollegato anche a motivo della sua densità di popolazione, a opporsi. A proteggerci dall’azione degli agenti di malattia sono quegli stessi caratteri globali che sono visti come elementi di debolezza. Tutti i dati dimostrano, per esempio, che i flussi migratori dai paesi più poveri a quelli più ricchi non comportano alcun abbassamento della speranza di vita gli abitanti dei paesi ricchi bensì un innalzamento di quella dei migranti.

La popolazione mondiale gode di condizioni di vita che non sono mai state migliori e le prospettive – specialmente per quanto riguarda l’alimentazione – sono favorevoli a ulteriori passi in avanti. Virus e batteri patogeni si scontrano con questa realtà. Il primo grande fattore che ne ostacola la diffusione, e perfino l’insorgenza è proprio questo. Non si deve mai dimenticare che ridurre la fame nel mondo, migliorare le condizioni di vita di popolazioni che sono ancora troppo indietro rispetto alle altre, è anche la più formidabile azione di sanità pubblica su scala mondiale che si possa immaginare, è la miglior difesa contro le stesse possibilità di insorgenza di virus e microbi pericolosi!

Si ritiene che la globalizzazione, con la facilità e l’aumento del trasporto globale, favorisca la diffusione di epidemie che diventano in breve tempo pandemie. In realtà, avviene il contrario.  È senz’altro vero che i virus viaggiano con noi, che siamo noi i loro vettori ultimi grazie ai quali infettano altre persone, essendo i virus parassiti totali, che mostrano cioè la loro vitalità unicamente quando, una volta penetrati in una cellula, il loro materiale genetico induce l’ospite a sintetizzare altri virus, scatenando così la malattia. Ma si tratta di una parte della verità perché l’altra parte, ancora più importante, è che mentre noi arriviamo a destinazione così come siamo partiti, anche dopo aver viaggiato nel breve arco di 24 ore da un capo all’altro del pianeta, per i virus questa semplicità di movimento non è per niente scontata. Un virus che nel giro di una manciata di ore fa un balzo di migliaia e migliaia di chilometri, da un ambiente a un altro, da un clima da un altro, non sbarca dall’aereo come succede a noi, integri e nelle consuete condizioni di forma, semmai solo un poco stanchi. Non è così che avviene la diffusione di un virus al tempo del mondo globale e delle reti di comunicazione ad alta e altissima velocità. Al più, per noi, c’è da smaltire un po’ di jet lag, ma i virus da questo balzo escono fatalmente più deboli, depotenziati. Il virus A/H1N1, quello della suina, partì dal Messico con un elevato livello di mortalità, che si ridusse negli Stati Uniti, pure confinanti, e ben di più nell’altra parte dell’oceano, in Europa. Il virus della SARS fu riscontrato dalle autorità canadesi, dopo essere partito dal Vietnam, ma in Canada non ebbe conseguenze. Infiltrati nei nostri organismi, nelle nostre cellule, i virus stanno protetti nella misura in cui diamo loro il tempo di abituarsi ai nuovi luoghi di approdo, alle tappe che di volta in volta raggiungiamo e superiamo. Il salto praticamente atemporale – fuori dal tempo, che non impiega tempo – da un luogo all’altro, a maggior ragione se lontano da quello di origine, ne stempera quantomeno le caratteristiche più aggressive, o la grande diffusività o l’alto livello di letalità, o tutte e due, ammesso e non concesso che un virus possa davvero possedere in quantità entrambe queste caratteristiche – e, al momento, di nessun virus si può davvero dire che le possieda al massimo grado entrambe. Nessun virus che si trasmette per via aerea ha un alto grado di letalità, così come nessun virus con un alto grado di letalità si diffonde per via aerea o ha facilità a diffondersi. 

La globalizzazione non aiuta i virus, dunque, ne ostacola, al contrario, in più modi la diffusione. Seppure sembri aumentare le possibilità di infezione facilitando l’approdo dei virus dai luoghi di insorgenza ad altri anche molto lontani, in pratica ne depotenzia l’azione, la pericolosità, la stessa diffusività grazie proprio alla velocità degli sbalzi da un ecosistema all’altro. L’acclimatazione di virus che nascono e si propagano in particolari condizioni ecologico-ambientali ha tempi che la globalizzazione di norma non concede loro, privandoli di percorsi graduali e tappe di passaggio. Il loro essere parassiti totali non è più un vantaggio nel mondo globale di oggi. Noi siamo già adattati, i virus no. Costretti ai nostri stessi tempi negli ambienti più dissimili, i virus non ce la fanno a tenere il nostro passo.

Almeno, sino ad oggi.

http://www.assis.it/nuova-epidemia-vecchie-paure/?fbclid=IwAR1g8Vo1sfu00TRuFEGFFQ_wAWF2uI_eZcJ0MqLQHDE4-zpqoSQtmJz3fB0

Dott. Mauro Piccini

LA COMUNICAZIONE NELLE FAMIGLIE

LA COMUNICAZIONE NELLE FAMIGLIE

Un piccolo spunto di riflessione sulla “vera” comunicazione, sull’importanza della parola per entrare in contatto con gli altri e con se stessi mettendo in gioco “tutte le emozioni di cui siamo capaci”.
Comunicare è condividere la nostra intimità con quella degli altri e come scrive l’autore del libro “Le parole che ci salvano” solo in questo modo la comunicazione non resterà un gesto tra tanti, ma  diventerà un gesto che cura. Un gesto che mai come oggi è tanto necessario e urgente fare.

“Non ci si parla molto, oggi, in famiglia e in società: non si ha tempo, non si ha molto tempo, per parlare e per ascoltare le cose che ci stanno magari a cuore, e si sbriciola il tempo del parlare nel tempo della chiacchiera che nulla fa riemergere delle aspirazioni e delle nostalgie, delle solitudini e dei silenzi dell’anima. Ma le chiacchiere, le conversazioni mondane, non danno un senso alle giornate e alle stagioni della vita; scorrono veloci e inafferrabili, inconsistenti e intermittenti, liquide e acquatiche, mai in profondità e sempre in superficie; non lasciano tracce nella memoria vissuta che non ha nemmeno il tempo di trattenerle e di rielaborarle, di farle proprie e di archiviarle.

Nelle famiglie e negli incontri sociali il parlarsi è intralciato dalla presenza ancora oggi dilagante della televisione, e dalla sua influenza egemonica sui modi di comunicare, e sui modi di dare un senso alla vita. Non è in gioco solo la modalità opaca e ghiacciata, unilaterale e uniforme, con cui le informazioni sono offerte a chi guarda la televisione, ma anche la selezione e la qualità delle informazioni che non tengono conto delle risonanze psicologiche ed emozionali alle quali esse danno luogo. Non mi interessa analizzare i contenuti politici delle informazioni televisive, ma i loro contenuti emozionali: non di rado inquietanti, e slabbrati.

La libertà di espressione è un bene giustamente intoccabile, ma nel comunicare qualcosa di doloroso, o di ambiguo, si dovrebbero tenere presenti le risonanze psicologiche ed emozionali che ne conseguono, e che possono trascinare con sé angoscia e disperazione, aggressività e distruttività. La febbrile insistenza nel rappresentare e nell’illustrare modelli di vita dolorosi,  come  sono quelli ancorati alle forme dolorose del suicidio, della morte volontaria, o crudeli, come sono quelli ancorati alle forme distruttive della vita, non può non essere considerata possibile sorgente di angoscia, ma anche di contagio, e di dipendenza psichica.
( Non potrei non ricordare in un contesto infinitamente più umano ed elitario la cascata di suicidi conseguenti alla pubblicazione, nel 1774, del capolavoro di Johann Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther. Sì, tempi lontanissimi, e nondimeno emblematica testimonianza di una comune inclinazione dell’anima umana a essere sollecitata alla imitazione di azioni virtualmente presenti in ciascuno di noi).

Cose, che si ascoltano e si vedono nella vita delle famiglie, con le loro inquietanti risonanze emozionali, e che sottraggono tempo alla parola, al parlarsi, al dialogo,  al colloquio, allo scambio di pensieri e di emozioni, di timori e di attese, di illusioni e di speranze, che hanno bisogno di essere portate alla luce della comunicazione, e della reciprocità della comunicazione. Come sempre più difficili, cose talora addirittura impossibili, in molte famiglie nelle quali la televisione e social network, isolamento e distrazione, si associano in cocktail impenetrabili all’ascolto e al dialogo: alle emozioni.

Si finisce così nei deserti di una comunicazione che non crea né ascolto né condivisione”.

da: Le parole che ci salvano – Eugenio Borgna

Dott. Mauro Piccini

LO STRESS UCCIDE IL SISTEMA IMMUNITARIO

LO STRESS UCCIDE IL SISTEMA IMMUNITARIO

Lo stress uccide il sistema immunitario

Lo stress influisce su molte funzioni del sistema immunitario e può ridurne l’efficacia in modo determinante. Gli effetti sono davvero pericolosi. Ce lo spiega Greta Manoni in questo articolo.

La relazione tra stress e sistema immunitario è stata considerata per decenni.

L’atteggiamento prevalente tra l’associazione di stress e la risposta del sistema immunitario è stato quello secondo cui le persone sotto stress hanno maggiori probabilità di avere un sistema immunitario compromesso e, di conseguenza, soffrono di malattie più frequentemente.

Oggi, dopo 30 anni di ricerca, è un’evidenza dimostrata che gli eventi mediati dal cervello (come lo stress psicologico e la depressione) possono alterare la funzione del sistema immunitario periferico; e che viceversa alterazioni del sistema immunitario periferico (come quelle che si verificano durante una malattia) possono influenzare il cervello determinando modificazioni dell’umore, stati d’ansia e alterazioni cognitive (Schwartz-Nemeroff).

L’immunità è un requisito della vita stessa: anche gli organismi più semplici dimostrano un’attività immune, in accordo con l’ipotesi che l’immunità sia comparsa precocemente nella scala evolutiva sulla terra. Esiste un’immunità innata aspecifica rapida che inizia dalla cute e dalle mucose del tratto gastrointestinale e respiratorio, e costituisce una barriera fisica e chimica all’invasione degli agenti patogeni esterni. Risposte immunitarie innate utilizzano cellule effettrici come i fagociti (macrofagi, neutrofili), cellule natural killer, mediatori solubili (complementi, proteine di fase acuta), citochine (tumor necrosis factor-a, interleuchina-1A e B, interleuchina-6).

La risposta immediata aspecifica mette in moto col tempo la formazione di una risposta immunitaria acquisita, che implica la formazione di una memoria per i molteplici fattori patogeni; la risposta immunitaria acquisita è più specifica ma più lenta. Essa consiste in risposte cellulari (linfociti T-helper 1, linfociti T citotossici, interleuchine-2. interleuchine-12, interferone-gamma) e in risposte umorali (linfociti T-helper 2, linfociti B, anticorpi, interleuchina 4, interleuchina 10).

Il sistema immunitario può essere condizionato dallo stress patologico

Negli anni 70, alcuni ricercatori hanno scoperto che il sistema immunitario è suscettibile al condizionamento classico pavloviano in risposta a stress psicologico (Ader e Cohen, 1975). Diversi studi hanno dimostrato che i mediatori dello stress (ormoni corticosteroidi), essendo rilasciati dalle ghiandole surrenali direttamente nel circolo sanguigno, sono in grado di agire sul sistema immunitario. I ricercatori hanno evidenziato che gli stress cronici e intensi attivano il sistema immunitario innato e indeboliscono le risposte del sistema acquisito.

Gli effetti per la salute di tali alterazioni immunitarie associate allo stress sono dimostrati in studi che rivelano:

  • una correlazione tra stress cronico e aumento della vulnerabilità al comune raffreddore
  • ridotta risposta anticorpale alle vaccinazioni
  • ritardata guarigione delle ferite e comparsa di herpes zoster

Inoltre lo stress e la depressione sono stati correlati ad un incremento di morbilità e mortalità per malattie infettive come l’HIV e malattie neoplastiche (tumore al seno e melanoma). Lo stress grave può infatti portare a malignità sopprimendo l’attività dei linfociti T citotossici e delle cellule natural killer, e condurre alla crescita di cellule maligne, instabilità genetica ed espansione del tumore.

Lo stress aumenta la noradrenalina, che uccide le nostre difese immunitarie

Altri studi hanno dimostrato che la concentrazione plasmatica di noradrenalina, che aumenta dopo lo stress indotto, ha una relazione inversa con la funzione immunitaria di fagociti e linfociti. Infine dalla letteratura è risultato che anche le catecolamine e gli oppioidi (rilasciati in seguito a stress) hanno proprietà immunosoppressive. Tuttavia, come riportato in precedenza, i glucocorticoidi prodotti per brevi periodi e a moderate dosi possono promuovere realmente certi aspetti delle funzioni immunitarie fisiologiche. Durante lo stress acuto o lieve svolgono un ruolo primario nel limitare un’attivazione infiammatoria eccessiva e prolungata. Questa proprietà si utilizza in medicina per il trattamento delle eccessive reazioni immuni in varie patologie: i glucocorticoidi sono ancora oggi i principali farmaci antinfiammatori.

Da: https://www.igorvitale.org/lo-stress-uccide-il-sistema-immunitario/?fbclid=IwAR0W_EU4BY_oYAOkTlzIKCKjvob9UMTE3TN95FrnHjl7G540q1hROqK_PUA

Dott. Mauro Piccini

ANTIBIOTICO-RESISTENZA AI CONFLITTI D’INTERESSI

ANTIBIOTICO-RESISTENZA AI CONFLITTI D’INTERESSI

Il 18 novembre è stata celebrata la Giornata Europea, che ha fatto seguito alla Settimana mondiale (18-24 settembre), sull’uso consapevole degli antibiotici. Abbiamo avuto la conferma che in Italia si registrano più di 10.000 decessi ogni anno per infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici sui 33.000 in Europa. Un triste primato, spiegabile con l’uso massivo e inappropriato di questi farmaci: in Europa siamo secondi solo alla Grecia per numero di prescrizioni di antibiotici nelle cure primarie.

Cos’è l’antimicrobico-resistenza?1
La resistenza agli antimicrobici è la capacità di un microrganismo di resistere all’azione di un antimicrobico. E’ diventato un problema sanitario europeo e mondiale sempre più grave sia per gli esseri umani che per gli animali, che limita o rende meno efficaci le opzioni di cura. Si tratta di un fenomeno naturale biologico di adattamento di alcuni microrganismi che acquisiscono la capacità di sopravvivere o di crescere in presenza di una concentrazione di un agente antimicrobico che è generalmente sufficiente ad inibire o uccidere microrganismi della stessa specie.
I batteri patogeni resistenti non necessariamente provocano gravi malattie rispetto a quelli più sensibili, ma la patologia, quando si manifesta, diventa più difficile da trattare, in quanto risulterà efficace solo una gamma ridotta di agenti antimicrobici. Da qui il decorso più lungo o una maggiore gravità della patologia, che in alcuni casi, può portare anche al decesso.
La progressione della resistenza antimicrobica può essere accelerata dall’uso eccessivo e/o inappropriato degli antimicrobici che, insieme a scarsa igiene e/o carenze nelle pratiche di prevenzione e controllo delle infezioni, crea condizioni favorevoli allo sviluppo, diffusione e persistenza di microrganismi resistenti sia negli esseri umani che negli animali.

Convegni, articoli, manifesti denunciano la situazione e sottolineano l’urgenza di un cambiamento di rotta: sono fornite indicazioni a cittadini, farmacisti e medici per un uso responsabile e appropriato di questi farmaci.

Ma c’è qualcosa che non convince

Le giornate o le settimane dedicate al tema appaiono solo celebrative quando non si realizzano azioni concrete per raggiungere gli obiettivi indicati: non c’è giorno del calendario che non sia rivolto alla lotta contro una o più patologie con risultati certamente non esaltanti.
Il problema dell’antibiotico resistenza è drammatico ed urgente e non va celebrato, ma va risolto.
Consigli e campagne sono rivolti ai cittadini, la cui responsabilità è modesta: va incoraggiato l’uso dei farmaci nelle dosi e nei tempi appropriati prescritti dal sanitario, ma non è certo loro responsabilità se possono acquistarli anche senza ricetta medica. Il punto centrale, senza valutare l’operato dei veterinari, è legato all’azione dei medici che sanno bene che gli antibiotici non sono necessari per:
1- infezioni delle prime vie respiratorie,
2- per batteriuria asintomatica,
3- nelle profilassi per le estrazioni dentarie e
4- nella profilassi perioperatoria prima dei 60 minuti e oltre le 24 ore dall’intervento.
Eppure, la pratica quotidiana è diversa, tanto che Slow Medicine e Altroconsumo nell’ambito del progetto “Fare di più non significa fare meglio – Choosing Wisely Italy” hanno messo a punto il Manifesto “Antibiotici, meno e meglio”, rivolto anche ai medici perché si impegnino a non prescrivere antibiotici in queste circostanze. Il Manifesto ha avuto il patrocinio del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità e di FNOMCeO, nonché il supporto di 16 società scientifiche di medici, infermieri, farmacisti e veterinari.
I medici prescrivono antibiotici inutilmente anche perché:
È ancora diffusa la convinzione che ad un’infezione virale potrebbe far seguito una sovrapposizione batterica, e che l’antibiotico terapia sia in grado di svolgere un ruolo profilattico.
Il carico di lavoro dei medici di famiglia e dei pediatri di libera scelta nei periodi epidemici è tale da non potersi permettere consigli di vigile attesa sull’andamento della patologia in atto, con il rischio di dover visitare più volte lo stesso paziente.
Nell’incertezza della diagnosi, nessuno contesterà al medico una prescrizione in eccesso, ma tutti lamenteranno una prescrizione in meno.
Non c’è più il tempo di rispettare i tempi del decorso della malattia; si richiedono terapie nella convinzione di accelerare i tempi di guarigione, e l’assenza di tempo da parte del medico per fornire informazioni corrette induce alla scorciatoia della prescrizione inutile.
La pressione prescrittiva da parte dell’industria farmaceutica è costante e pervicace. Basti osservare come l’impiego della combinazione di amoxicillina+acido clavulanico sia molto superiore a quello della sola amoxicillina nelle tonsilliti da Streptococco, nonostante le raccomandazioni di tutte le linee guida. Per questo motivo la sottoscrizione del Manifesto sopra citato da parte di alcune società che ricevono finanziamenti da parte di aziende produttrici anche di antibiotici indebolisce la credibilità dell’iniziativa. Una sana politica di assenza di conflitti d’interesse potrebbe essere un buon punto di inizio per modificare le prescrizioni inappropriate.

Note:
1 http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp?lingua=italiano&id=1448&area=veterinari&menu=antibiotici

http://www.assis.it/antibiotico-resistenza-ai-conflitti-dinteressi/?fbclid=IwAR3J3q_gZsX8y_wvL7FpaE97GOnQaF-dinJtPenHEnkuDddCjOyZxKIRp8A

 

NEURONI SPECCHIO: L’EMPATIA SPIEGATA DALLE NEUROSCIENZE

NEURONI SPECCHIO: L’EMPATIA SPIEGATA DALLE NEUROSCIENZE

I neuroni specchio sono il motivo per cui riusciamo ad interpretare i gesti e le emozioni degli altri. Scoperti a Parma da Giacomo Rizzolatti, permettono di risolvere alcuni dei misteri del nostro cervello.

Cosa sono i neuroni specchio? Fermiamoci un attimo a riflettere, cosa facciamo noi umani tutto il giorno? Interpretiamo il mondo che ci circonda, soprattutto le persone che vediamo quotidianamente.  Tutto ciò che siamo è il perfetto riassunto della perfetta funzionalità del nostro cervello, composto da milioni di neuroni, le cellule del sistema nervoso, ognuno collegato con quasi 10 000 altri. I neuroni parlano fra loro costantemente attraverso interazioni elettriche e chimiche, riuscendo a sentirsi e a coordinare tutte le nostre azioni, i pensieri, i sentimenti e tante altre funzioni cognitive di cui siamo consci e non.

I neuroni specchio sono alla base dei processi di imitazione dei bambini e, pertanto, sono fondamentali.

Quando siamo in una stanza rumorosa, ad esempio, ogni neurone sa benissimo cosa fare: alcuni, chiamati neuroni sensitivi, si occupano di percepire le informazioni provenienti dall’esterno e dall’interno del nostro corpo (per esempio i colori dell’arcobaleno dopo la pioggia o il suono della musica che ascoltiamo in discoteca); altri, i motoneuroni, ci permettono di eseguire azioni o far secernere una ghiandola, (come quando facciamo una corsa o piangiamo vedendo il finale di un film strappalacrime) e per ultimo, gli interneuroni, che si occupano di elaborare una risposta ad un certo stimolo sensoriale. Inoltre esistono dei neuroni che hanno qualcosa in più rispetto ai motoneuroni, sono i neuroni specchio.

Scoperta dei neuroni specchio

I neuroni specchio sono stati una scoperta tutta italiana fatta quasi per caso da Giacomo Rizzolatti e la sua equipe di neuroscienziati a Parma, durante uno studio sulle azioni complesse del macaco. Furono inseriti  degli elettrodi nella regione F5 della corteccia premotoria frontale (un’area deputata alla pianificazione degli atti motori) e si registrarono le scariche dei neuroni motori. Ciò che non ci aspettava (ma che accadde) era che i neuroni motori di quest’area iniziassero a scaricare anche quando i macachi vedevano gli scienziati compiere determinate azioni (come mangiare delle noccioline). Così, dopo circa 20 anni di sperimentazione, Giacomo Rizzolatti e la sua equipe sono riusciti a dimostrare l’esistenza dei “neuroni dell’empatia” ovvero, i neuroni specchio. In poche parole, ad un primo impatto, questi neuroni sono quelli che causano uno sbadiglio riflesso nel momento in cui si vede sbadigliare qualcuno o che inducono il neonato a sorridere (lui che non ha ancora sviluppato il concetto di felicità e di espressione della stessa e che, dunque, imita semplicemente i movimenti che vede).

La risposta dei macachi inoltre, variava di intensità sulla base del significato soggettivo che le scimmie davano all’oggetto in questione. In altre parole, le aree contenenti i neuroni specchio si attivavano tanto più quanto l’oggetto (noccioline o gelato) veniva interpretato come ricompensa. Così, utilizzando la risonanza magnetica funzionale (fMRI), la stimolazione magnetica transcranica (TMS) e l’elettroencefalografia (EEG), è stato trovato anche nell’area F5 e nel lobo parietale inferiore degli uomini un sistema simile di sincronizzazione azione-osservazione. La carrellata di studi successivi a quelli svolti da Rizzolatti hanno infatti dimostrato che, oltre alla programmazione (propria di tutti i neuroni motori) e all’imitazione, i neuroni specchio hanno almeno almeno altre due prerogative: la previsione e l’empatia.

Il sistema specchio: tra previsione ed empatia

Prima della scoperta dei neuroni specchio, la capacità che ha un individuo di prevedere e comprendere le azioni e le intenzioni di chi gli sta di fronte, si basava sull’inferenza:  un sofisticato apparato cognitivo nel cervello del primo individuo elabora ciò che vede (come prendere una tazzina piena di caffè, l’informazione sensoriale) e, paragonandola con le sue esperienze passate, gli permette di capire che cosa sta facendo il secondo individuo e perché. Per quanto, tale modo cognitivo di procedere sia fondamentale per interpretare situazioni strane e complesse, Rizzolatti con la scoperta del sistema specchio ha dimostrato che esiste un meccanismo molto più semplice ed immediato per comprendere le azioni dei nostri simili. In poche parole, siccome il primo individuo conosce le conseguenze del suo atto motorio (per esempio di quello dell’afferrare), quando i suoi neuroni specchio che codificano l’afferrare si attivano guardando il secondo individuo che afferra un oggetto, il primo immediatamente comprende che l’altro sta afferrando qualche cosa. Il passaggio all’empatia è dunque ora abbastanza immediato.

I neuroni specchio del sistema neuronale del macaco si attivano sia quando la scimmia vede compiere l’azione che quando essa stessa la compie.

Infatti, i neuroni specchio si attivano, anche quando si riconoscono le emozioni altrui, perché simulano gli stessi movimenti fatti dalla persona osservata (i movimenti mimici facciali) e inviano tali informazioni all’insula, una regione cerebrale interna che serve a vivere alcune sensazioni (come il disgusto), e all’amigdala, centro della paura e della libido ma soprattutto struttura del sistema limbico che permette di codificare le emozioni, aiutandoci ad interpretare lo stato d’animo di chi ci sta di fronte. Pertanto, ci basta guardare la persona che abbiamo difronte, per sapere se è felice o triste, per entrare in empatia con essa.

È importante sottolineare che ci sono altri neuroni che inibiscono le azioni stimolate dai neuroni specchio, altrimenti ci ritroveremmo tutti a piangere quando vediamo una persona piangere o tutti a ridere quando la vediamo ridere. Tale regolazione è alla base dell’empatia poiché permette una simulazione incarnata dell’altro riuscendo nello stesso momento a mantenere una distanza, dandoci la possibilità di rispondere a tale situazione in maniera diversa in base alla persona con cui siamo, alle nostre conoscenze e al coinvolgimento emotivo: se vediamo un amico soffrire faremo di tutto pur di aiutarlo, ma se a soffrire è una persona sconosciuta l’empatia sarà verosimilmente più attenuata.

Dall’empatia alla socialità e le nuove prospettive per il futuro

Tutto ciò non fa altro che avvalorare la tesi secondo cui l’uomo è un animale sociale che per vivere in società ha bisogno di empatia e che il sistema specchio ne è probabilmente la base imprescindibile. Il nostro cervello è un organo estremamente sociale, che ci permette di immedesimarci negli altri e sentire ciò che provano, dandoci la possibilità di affrontare insieme le difficoltà e di condividere  le gioie. Difatti, quando il sistema specchio non funziona in maniera adeguata si incorre nell’autismo, patologia caratterizzata soprattutto da difficoltà più o meno importanti nel relazionarsi con gli altri e dalla mancanza di empatia.

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