UN NUOVO MONDO

UN NUOVO MONDO

Il femminile è stato per secoli sacrificato, abusato, calpestato e privato di dignità e rispetto; dal canto suo il maschile ha condotto e dominato il mondo dimenticando che l’incontro con il femminile è evoluzione, è forza generativa, è portare a compimento.

Il femminile è stato relegato.
Hanno cercato di spegnere la nostra luce, quella luce che illumina ogni cosa, che sa accogliere e abbracciare anche le più feroci atrocità, quella vitalità che nessuna prigionia o costrizione può spegnere o silenziare, quella sensibilità che sente e vede ciò che ancora non si è svelato; la capacità creativa di donare all’esterno e nutrire l’interno, di saper ricevere e rispondere… generatrice di vita.

Ciascuna di noi nel proprio piccolo spazio ha vissuto piccoli o grandi abusi, sia a livello psichico, mentale, emotivo, famigliare, lavorativo ed economico: ci siamo scontrate con la “sapienza razionale” maschile, con il suo potere che ha cercato in tutti i modi di zittire e offuscare quella natura imprevedibile che ci appartiene, che smuove montagne e crea tempeste, che fa tremare un mondo eccessivamente razionale, sempre attivo, controllore e manipolativo perdendo il valore dell’ESSERE, della condivisione e della fratellanza.

Vuole nascere un mondo nuovo dove maschile e femminile, uomo e donna si incontrano in un amorevole abbraccio – senza differenze, senza divisioni – per concepire e partorire una nuova vita, un nuovo modo di comunicare e di collaborare.
Una fusione creativa dove attivo e ricettivo interagiscono, dove volontà e intuizione si integrano, dove razionalità e sensibilità danzano insieme per far crescere un nuovo ESSERE. Un’ unione che radica una nuova vita.

Siamo noi a decidere che non ci sono più debiti da pagare, che siamo libere di andare incontro alla vita non certo per un esito finale ma per ricominciare… ricominciare a fiorire dai nostri dolori e dalle nostre risate.

Siamo pronte, è tempo, dobbiamo tornare a casa.

Adrienne Rich scrive:
Giù accanto al relitto

C’è una scala.
La scala è sempre lì
innocentemente penzola
lungo la fiancata della goletta…
Scendo…
Esploro il relitto…
Riesco a vedere i danni subiti
e i tesori che trionfano…

Cristin
#energia#unione#maschilefemminile#nuovomondo#cristin

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IL SALTO EPOCALE, IL SALTO DI FREQUENZA

IL SALTO EPOCALE, IL SALTO DI FREQUENZA

L’anno 2020 è l’anno nel quale non solo l’individuo, ma l’intera umanità si è vista costretta a scendere in battaglia per affrontare la più grande paura, quella della Morte.
La paura nei confronti di un nemico diverso, microscopico, non mortale per la maggior parte di noi.
Un nemico che non vediamo, che non possiamo conoscere e controllare fino in fondo. Questo destabilizza, toglie il respiro, sicurezze e certezze che credevamo di avere raggiunto. Il Golia dell’arroganza, espresso attraverso la Scienza e la Medicina, è crollato sotto il colpo di fionda di un Davide invisibile.

Il mondo occidentale si era dimenticato di cosa volessero dire guerra e malattia. Era solo proteso verso la ricerca di un eterno godimento illudendosi di poter giungere a vivere l’immortalità. Non era più abituato a fare i conti con una probabile fine di tutto ciò. E’ bastato un semplice virus per fare crollare il colosso dai piedi di argilla.
Tutto questo certamente ha un senso. Il senso della vita dove si nasce, si vive e si muore… sì, si muore, nonostante la ricerca illusoria di eterna giovinezza nascosta dietro al bisturi, nonostante la finta gioia di vivere data dagli psicofarmaci, nonostante la ricerca affannosa di non morire dato dall’illusione del farmaco o della tecnologia miracolosa.

Mai come ora, dopo 30 anni di attività professionale, sto assistendo ad un crollo della gestione emozionale dell’individuo. Il ritmo frenetico, che permetteva di assopire e non ascoltare il proprio sé, è venuto meno quando siamo stati costretti a fermarci. Questo ha permesso il riaffiorare di tutto ciò che era stato incatenato per paura, non voglia di viverlo. Le settimane senza tempo hanno aperto il vaso di Pandora liberando i demoni in esso contenuto obbligandoci a vederli, riconoscerli e affrontarli in una battaglia verso la liberazione. Coloro che però ancora e nonostante tutto si rifiutano di combattere si trovano persi, senza finti equilibri, senza finti sorrisi e sono travolti da questo immenso tsunami che inevitabilmente travolgerà coloro che non saranno in grado di cavalcarlo.

Il ritorno alla “finta” normalità precedente non permetterà di cancellare ciò che è successo. Solo coloro che avranno il coraggio di riconoscere il malessere e la forza di percorrere la dolorosa via della passione potranno giungere al monte Golgota per essere crocefissi così da poter sì morire, ma anche rinascere liberi da schemi condizionanti ed incatenanti. Solo passando attraverso l’estrema sofferenza si potrà rinascere alla vita come uomini nuovi.

Dott. Mauro Piccini

 

LA SCIENZA E IL RISVEGLIO DELLA COSCIENZA

LA SCIENZA E IL RISVEGLIO DELLA COSCIENZA

La scienza della nuova Era, della collaborazione, della coscienza, del nostro futuro.

La libertà di parola è un diritto, uno dei diritti più preziosi. La libertà di parola è poter dire tutto ciò che può far bene all’uomo e alla vita.
La libertà di parola comporta il buonsenso di ascoltare chi passa la vita a studiare, a sperimentare, a verificare la conoscenza. La libertà di parola implica anche il silenzio. Silenzio per tacere, per riflettere  e per documentarsi. Al contrario ripetere quello che si sente in giro, quel che si legge qui e là in internet, pensando di dire qualcosa di importante, è solo spreco della parola e danno per chi ascolta. In questo modo si alimenta solo la pessima informazione e una pericolosa confusione.
Spacciare per scientifiche cose che la scienza sta ancora studiando, fare collegamenti impropri ed inadeguati, usare termini scientifici per darsi un tono senza conoscerne bene il loro significato, non è scienza, non è divulgazione, è mistificazione e ciarlataneria o come si vuol dire, pseudoscienza.

Tutto ciò distorce la conoscenza e fa un danno alla scienza e alla comunità.
Tuttavia va precisato che la pseudoscienza non è costituita solo dallo spacciare per scientifiche cose che non hanno basi scientifiche. La pseudoscienza è anche il rifiuto pregiudiziale e denigratorio verso ogni forma nuova di ricerca e di applicazione che possa alterare interessi consolidati di parte.
La scienza deve poter discutere liberamente l’esito dei suoi studi.
La scienza è il complesso organico delle conoscenze che si possiedono intorno a uno o a più ordini di fenomeni naturali, ma è anche l’insieme delle conoscenze che permettono di strutturare nuove teorie.
La scienza è pertanto l’insieme delle discipline basate, sull’osservazione, il calcolo, la verificabilità, che studiano l’universo, la terra e gli esseri viventi, per comprenderne il funzionamento e migliorare la loro vita.
La scienza utilizzando linguaggi formalizzati, descrive l’insieme delle conoscenze che consentono di comprendere la realtà. A partire da Galieo Galilei la scienza, intesa come aquisizione di conoscenze verificabili, è libera di discutere al suo interno gli esiti dei suoi studi, liberandoli da ogni principio di autorità, da ogni forma di autoritarismo.
La scienza opera per favorire l’evoluzione dell’uomo e perciò, per sua natura, è democratica, e per questo va tutelata. Nella scienza ci sono modelli dominanti e marginali, e ognuno di questi è più o meno soggetto a continue pressioni.

Le piaghe della scienza

La purezza incontaminata della scienza, resta purtroppo inviolata solo nei testi fondamentali dei suoi fondatori.
Alla luce delle dichiarazioni e delle denunce di autorevoli scienziati, non si può negare l’ingerenza nel mondo scientifico di interessi e poteri che nulla hanno a che fare  con essa. I finanziamenti che pilotano i risultati, la manipolazione dei dati, le collusioni con i poteri forti di coloro che pensano solo al profitto e non a produrre benessere, sono le piaghe della scienza.
Ciò detto, è però molto limitativo ed erroneo confondere gli interessi di chi, dentro e fuori alla scienza, opera per il proprio tornaconto, con il lavoro accurato e rigoroso della stragrande maggioranza degli scienziati. Da molti secoli la storia ci dimostra che la migliore delle istituzioni ha sempre in sé il germe che la può danneggiare.
Oltre alla pseudoscienza e agli interessi di potere esiste un’altra piaga: lo scientismo.
Lo scientismo, o per meglio dire, il fenomeno del fondamentalismo totalitario scientista a cui assistiamo oggi, è la visione dogmatica ed innaturale della scienza che non ammette la discussione, l’intuizione creativa e la transitorietà della conoscenza.
Come ha mirabilmente spiegato T. Kuhn il cambio di paradigma implica necessariamente del tempo e delle precise fasi di reazione prima che il paradigma dominante lasci il posto al nuovo paradigma, ma un conto è la discussione scientifica serrata e rigorosa e un conto sono i furori e gli strali del dogmatismo, tipici dello scientismo fondamentalista.

Il fondamentalismo scientista occupa per fortuna un piccolo spazio nella comunità, scientifica, che, al suo contrario, è invece protesa verso quella curiosità e creatività che accompagna lo scienziato nell’applicazione del metodo scientifico.La storia e l’evoluzione della scienza dimostrano in modo ineccepibile che senza le grandi intuizioni degli scienziati, spesso scomunicati dagli scientisti, la scienza non avrebbe avuto modo di progredire e di evolvere. Chi ha il coraggio di guardare le cose che altri volutamente ignorano, o di spingersi verso ambiti di ricerca che possono minacciare il paradigma dominante, nella migliore delle ipotesi è guardato con sufficienza e deriso, nella peggiore viene tacciato di ascientificità e marginalizzato.
Il problema non è della scienza ma, come sempre, di taluni uomini che operano nella scienza.

La scienza non si lascia appiattire

La scienza è rigore e verifica continua, ma anche curiosità conoscitiva, intuizione e creatività.
La scienza implica la capacità di scoprire nuove certezza conoscendone la transitorietà.
La scienza è l’evoluzione della conoscenza a favore dello sviluppo dell’uomo e del pianeta.
Oggi più che mai abbiamo bisogno della scienza per affrontare i problemi in modo olistico, non più approssimativo e non più basato su soluzioni pilotate dagli interessi, capaci solo di produrre problemi ancora più gravi di quelli che si intendono affrontare.Dobbiamo percorrere una nuova strada.

La scienza e il risveglio della coscienza

In questi ultimi decenni i problemi strutturali dei sistemi produttivi, economici, culturali e sociali, con le relative criticità ambientali che hanno generato nel mondo, sono la dimostrazione concreta che molte scelte non hanno funzionato e che sono state male applicate. la scienza sa cosa fare e ha gli strumenti per operare a favore della Natura, del Pianeta e dell’Universo. La scienza può aiutare il sistema produttivo e l’economia a riconciliarsi con il Pianeta. La scienza può aiutare l’uomo a ritrovare se stesso. Per fare questo ha bisogno di incontrare la sua Coscienza, di calarsi in questa Coscienza e di riscoprire l’Unità della Conoscenza, per superare la frammentazione del sapere e le rigide divisioni disciplinari. Tutti i fenomeni, ogni realtà, l’umanità, gli esseri viventi appartengono a qualcosa di più vasto. Ogni processo di entità è interconnesso ed interdipendente, nulla è separato.
E’ ora di risvegliare le menti ed aprire i cuori per comprendere questa inseparabilità. Molti scienziati lo hanno già scritto a chiare lettere.

Tratto da SCIENZA E CONOSCENZA N. 71

Dott. Mauro Piccini

 

 

 

 

 

RESPONSABILITA’ E CORONAVIRUS

RESPONSABILITA’ E CORONAVIRUS

Atteniamoci alle regole con lucidità e responsabilità senza farci travolgere.

Sono giorni di silenzio e di ‘quiete’, una quiete che sembra più un esplosione, un silenzio confuso, una calma caotica, siamo qui in attesa che qualcosa si muova o si arresti.

Cosa possiamo fare?
Possiamo solo restare presenti a noi stessi, con fiducia, con amore, con attenzione, osservando i fatti con una mente ferma e vigile senza lasciare che il moto energetico interiore salga alla mente e che il pensiero attivi emozioni forti con reazioni ingiustificate…non è controllo ma resa, resa a ciò che è, consapevoli che osservando attraverso la ‘non mente’, possiamo avere una visione più ampia (non dall’io).

Essere eccessivamente agitati non permette allo spirito di aiutarci.

#iorestoacasa

“Battere le ali contro la tempesta avendo fede che dietro questo tumulto splenda il sole”.

Dott. Mauro Piccini
Cristiana Naldi

NUOVA EPIDEMIA, VECCHIE PAURE

NUOVA EPIDEMIA, VECCHIE PAURE

A cura del Dottor Eugenio Serravalle

I virus sono capaci da sempre di suscitare allarmi e paure. Sono responsabili di gravi emergenze sanitarie. Sono imprevedibili e pericolosi, non risentono degli antibiotici e si muovono velocemente nel mondo globalizzato.

A conquistare oggi le luci della ribalta è un nuovo coronavirus, simile al MERS-CoV e al SARS-CoV, ma capace di disegnare scenari “ai confini della realtà, sembra la fine del mondo” come si legge sui social network cinesi. Per cercare di fermare il virus le autorità cinesi hanno disposto una quarantena di proporzioni mai tentate prima nella storia. In dieci città è stato imposto il blocco dei trasporti coinvolgendo 32 milioni di cittadini; sono stati bloccati i movimenti in uscita da Wuhan, l’epicentro dell’infezione: niente voli, niente treni, posti di controllo ai caselli delle autostrade, non si possono varcare i confini delle città a meno di «avere ragioni specifiche».

Del nuovo coronavirus 2019-n-coV sappiamo ancora poco: avrebbe fatto un salto di specie dall’animale all’uomo, si trasmette ora da persona a persona per contatto ravvicinato ma non sappiamo ancora quale sia l’incubazione e la contagiosità, non disponiamo di dati certi sulla diffusione del focolaio iniziale e sulla gravità clinica.  Come gli altri coronavirus umani, causa malattie del tratto respiratorio superiore da lievi a moderate, come il comune raffreddore, con naso che cola, mal di testa, tosse, gola infiammata, febbre e una sensazione generale di malessere o può interessare il tratto respiratorio inferiore, con polmonite o bronchite, più comuni nelle persone con preesistenti patologie croniche dell’apparato cardio-vascolare e/o respiratorio, e in soggetti con un sistema immunitario indebolito, nei neonati e negli anziani.

Non è il primo allarme epidemico cui stiamo assistendo. 

E’ giusto mettere in guardia la popolazione contro una epidemia, ma bisogna cercare di non sbagliare le previsioni. Dal momento che sono davvero ancora tanti i quesiti che non hanno risposte su questo nuovo virus, occorre cautela per non incorrere negli errori commessi in precedenza. Previsioni errate furono quelle del 2009, sull’”influenza suina”: il tasso di letalità del virus risultò più basso di quello delle comuni influenze stagionali. Allo stesso modo furono errate quelle sull’epidemia di Ebola del 2014: in questo caso il virus era certamente molto letale, ma con bassa capacità di diffusione.  Gli errori, peraltro, vanno sempre nella stessa direzione, quella di accrescere/drammatizzare i possibili effetti di un’infezione, un’influenza, un contagio, di prefigurare scenari estesi, epidemici se non proprio pandemici. Gli errori insomma, non solo fanno scattare l’allarme nell’opinione pubblica su scala internazionale, ma sembrano quasi mirati a creare un clima comunque sempre bendisposto verso le misure di attenzione e profilassi di volta in volta sostenute dalle autorità sanitarie.  Questa considerazione, e quelle successive, sono tratte, per gentile concessione dell’Autore, dal libro di Roberto Volpi “Dall’Aids a Ebola Virus ed epidemie al tempo della globalizzazione. Vita e pensiero”, un volume edito nel 2015 attualissimo e prezioso per comprendere cosa stia succedendo oggi.

I reportage dalla Cina, le persone con le mascherine che fanno scorte di farmaci e alimenti, alimentano quella paura che è sempre presente in tutti noi, che si risveglia alla lettura di libri, articoli, o alla visione delle serie televisive o dei disaster film sui terrificanti effetti di un virus mutato o sconosciuto o comunque fuori controllo.

 

La paura è che diventi concreta la minaccia davvero globale e davvero capace di mettere a rischio la stessa sopravvivenza dell’umanità, o, in subordine, di falcidiare una quota paurosamente alta della stessa, come successe alla metà del Trecento in Europa con la peste nera.  Non si può leggere nella sfera di cristallo, va da sé; ed ipotizzare cosa accadrà a gioco lungo è sempre peggio che azzardato. Anche se escludere in via di principio una possibilità come questa non sarebbe neppure scientifico, si può però ragionevolmente pensare che non ci sarà un radde rationem finale di questa ferocia tra noi e i virus. Occorre ricordare un dato formidabile e formidabilmente dimenticato: la speranza di vita alla nascita; la vita media dei 7 miliardi di individui che calpestano oggi il suolo del pianeta ha raggiunto e superato una quota che fino all’altro ieri sembrava alla portata dei soli paesi sviluppati e benestanti, tanto è alta: 70 anni.  La speranza di vita alla nascita è aumentata grazie alla rapida e consistente contrazione della mortalità infantile e ad una parallela contrazione della mortalità dovuta a malattie infettive e contagiose. Gli ultimi cinquant’anni hanno registrato un’inconfutabile regressione delle malattie e ancor più delle morti dovute a cause infettive. Oggi si può ben dire che ci fanno paura le malattie infettive contagiose non già perché siamo nel momento della loro massima espansione, bensì, tutto il contrario, perché siamo in quella del loro più evidente precipitare:  la nostra paura non deriva dalla conoscenza personale che abbiamo di queste malattie terribili, ma dalla progressiva perdita di confidenza con esse, del nostro continuo allontanarci da una loro troppo incombente e ravvicinate presenza. Un allontanamento che è stato anche qui culturale e perfino antropologico, che non si è fermato affatto al piano della salute e della malattia: oggi migliori condizioni di vita per una parte sempre più grande di umanità sono capaci di contrastare virus e batteri dannosi per l’uomo. La forza di resistenza organica delle popolazioni, specialmente di quelle occidentali (ma stanno acquisendo questa resistenza pressoché tutte le popolazioni del mondo, anche se una dozzina di paesi africani e alcuni dell’Europa orientale procedono più a rilento), rappresentata da un benessere fisico mai così intenso e prolungato, è la prima barriera che l’umanità frappone fra sé e l’azione di virus e batteri capaci di farci ammalare e morire. Dimenticare o sottovalutare tale fattore, per fissare in modo pressoché esclusivo l’attenzione sull’azione di medicinali e vaccini è un segno di scarsa lungimiranza specialmente se a commettere questo errore sono organismi e autorità sanitarie responsabili di programmi e interventi di salute pubblica.

La questione dirimente ora, quando si parla di problematiche come la possibilità di nuovi morbi infettivi e contagiosi devastanti per l’umanità, o per grandi parti di essa, è proprio questa: la sottovalutazione degli stessi fattori che fanno da argine, nelle condizioni attuali, alla possibilità di malattie davvero distruttive su una scala mondiale. È proprio la globalizzazione a funzionare da deterrente, è proprio il mondo interconnesso, ipercollegato anche a motivo della sua densità di popolazione, a opporsi. A proteggerci dall’azione degli agenti di malattia sono quegli stessi caratteri globali che sono visti come elementi di debolezza. Tutti i dati dimostrano, per esempio, che i flussi migratori dai paesi più poveri a quelli più ricchi non comportano alcun abbassamento della speranza di vita gli abitanti dei paesi ricchi bensì un innalzamento di quella dei migranti.

La popolazione mondiale gode di condizioni di vita che non sono mai state migliori e le prospettive – specialmente per quanto riguarda l’alimentazione – sono favorevoli a ulteriori passi in avanti. Virus e batteri patogeni si scontrano con questa realtà. Il primo grande fattore che ne ostacola la diffusione, e perfino l’insorgenza è proprio questo. Non si deve mai dimenticare che ridurre la fame nel mondo, migliorare le condizioni di vita di popolazioni che sono ancora troppo indietro rispetto alle altre, è anche la più formidabile azione di sanità pubblica su scala mondiale che si possa immaginare, è la miglior difesa contro le stesse possibilità di insorgenza di virus e microbi pericolosi!

Si ritiene che la globalizzazione, con la facilità e l’aumento del trasporto globale, favorisca la diffusione di epidemie che diventano in breve tempo pandemie. In realtà, avviene il contrario.  È senz’altro vero che i virus viaggiano con noi, che siamo noi i loro vettori ultimi grazie ai quali infettano altre persone, essendo i virus parassiti totali, che mostrano cioè la loro vitalità unicamente quando, una volta penetrati in una cellula, il loro materiale genetico induce l’ospite a sintetizzare altri virus, scatenando così la malattia. Ma si tratta di una parte della verità perché l’altra parte, ancora più importante, è che mentre noi arriviamo a destinazione così come siamo partiti, anche dopo aver viaggiato nel breve arco di 24 ore da un capo all’altro del pianeta, per i virus questa semplicità di movimento non è per niente scontata. Un virus che nel giro di una manciata di ore fa un balzo di migliaia e migliaia di chilometri, da un ambiente a un altro, da un clima da un altro, non sbarca dall’aereo come succede a noi, integri e nelle consuete condizioni di forma, semmai solo un poco stanchi. Non è così che avviene la diffusione di un virus al tempo del mondo globale e delle reti di comunicazione ad alta e altissima velocità. Al più, per noi, c’è da smaltire un po’ di jet lag, ma i virus da questo balzo escono fatalmente più deboli, depotenziati. Il virus A/H1N1, quello della suina, partì dal Messico con un elevato livello di mortalità, che si ridusse negli Stati Uniti, pure confinanti, e ben di più nell’altra parte dell’oceano, in Europa. Il virus della SARS fu riscontrato dalle autorità canadesi, dopo essere partito dal Vietnam, ma in Canada non ebbe conseguenze. Infiltrati nei nostri organismi, nelle nostre cellule, i virus stanno protetti nella misura in cui diamo loro il tempo di abituarsi ai nuovi luoghi di approdo, alle tappe che di volta in volta raggiungiamo e superiamo. Il salto praticamente atemporale – fuori dal tempo, che non impiega tempo – da un luogo all’altro, a maggior ragione se lontano da quello di origine, ne stempera quantomeno le caratteristiche più aggressive, o la grande diffusività o l’alto livello di letalità, o tutte e due, ammesso e non concesso che un virus possa davvero possedere in quantità entrambe queste caratteristiche – e, al momento, di nessun virus si può davvero dire che le possieda al massimo grado entrambe. Nessun virus che si trasmette per via aerea ha un alto grado di letalità, così come nessun virus con un alto grado di letalità si diffonde per via aerea o ha facilità a diffondersi. 

La globalizzazione non aiuta i virus, dunque, ne ostacola, al contrario, in più modi la diffusione. Seppure sembri aumentare le possibilità di infezione facilitando l’approdo dei virus dai luoghi di insorgenza ad altri anche molto lontani, in pratica ne depotenzia l’azione, la pericolosità, la stessa diffusività grazie proprio alla velocità degli sbalzi da un ecosistema all’altro. L’acclimatazione di virus che nascono e si propagano in particolari condizioni ecologico-ambientali ha tempi che la globalizzazione di norma non concede loro, privandoli di percorsi graduali e tappe di passaggio. Il loro essere parassiti totali non è più un vantaggio nel mondo globale di oggi. Noi siamo già adattati, i virus no. Costretti ai nostri stessi tempi negli ambienti più dissimili, i virus non ce la fanno a tenere il nostro passo.

Almeno, sino ad oggi.

http://www.assis.it/nuova-epidemia-vecchie-paure/?fbclid=IwAR1g8Vo1sfu00TRuFEGFFQ_wAWF2uI_eZcJ0MqLQHDE4-zpqoSQtmJz3fB0

Dott. Mauro Piccini

LA COMUNICAZIONE NELLE FAMIGLIE

LA COMUNICAZIONE NELLE FAMIGLIE

Un piccolo spunto di riflessione sulla “vera” comunicazione, sull’importanza della parola per entrare in contatto con gli altri e con se stessi mettendo in gioco “tutte le emozioni di cui siamo capaci”.
Comunicare è condividere la nostra intimità con quella degli altri e come scrive l’autore del libro “Le parole che ci salvano” solo in questo modo la comunicazione non resterà un gesto tra tanti, ma  diventerà un gesto che cura. Un gesto che mai come oggi è tanto necessario e urgente fare.

“Non ci si parla molto, oggi, in famiglia e in società: non si ha tempo, non si ha molto tempo, per parlare e per ascoltare le cose che ci stanno magari a cuore, e si sbriciola il tempo del parlare nel tempo della chiacchiera che nulla fa riemergere delle aspirazioni e delle nostalgie, delle solitudini e dei silenzi dell’anima. Ma le chiacchiere, le conversazioni mondane, non danno un senso alle giornate e alle stagioni della vita; scorrono veloci e inafferrabili, inconsistenti e intermittenti, liquide e acquatiche, mai in profondità e sempre in superficie; non lasciano tracce nella memoria vissuta che non ha nemmeno il tempo di trattenerle e di rielaborarle, di farle proprie e di archiviarle.

Nelle famiglie e negli incontri sociali il parlarsi è intralciato dalla presenza ancora oggi dilagante della televisione, e dalla sua influenza egemonica sui modi di comunicare, e sui modi di dare un senso alla vita. Non è in gioco solo la modalità opaca e ghiacciata, unilaterale e uniforme, con cui le informazioni sono offerte a chi guarda la televisione, ma anche la selezione e la qualità delle informazioni che non tengono conto delle risonanze psicologiche ed emozionali alle quali esse danno luogo. Non mi interessa analizzare i contenuti politici delle informazioni televisive, ma i loro contenuti emozionali: non di rado inquietanti, e slabbrati.

La libertà di espressione è un bene giustamente intoccabile, ma nel comunicare qualcosa di doloroso, o di ambiguo, si dovrebbero tenere presenti le risonanze psicologiche ed emozionali che ne conseguono, e che possono trascinare con sé angoscia e disperazione, aggressività e distruttività. La febbrile insistenza nel rappresentare e nell’illustrare modelli di vita dolorosi,  come  sono quelli ancorati alle forme dolorose del suicidio, della morte volontaria, o crudeli, come sono quelli ancorati alle forme distruttive della vita, non può non essere considerata possibile sorgente di angoscia, ma anche di contagio, e di dipendenza psichica.
( Non potrei non ricordare in un contesto infinitamente più umano ed elitario la cascata di suicidi conseguenti alla pubblicazione, nel 1774, del capolavoro di Johann Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther. Sì, tempi lontanissimi, e nondimeno emblematica testimonianza di una comune inclinazione dell’anima umana a essere sollecitata alla imitazione di azioni virtualmente presenti in ciascuno di noi).

Cose, che si ascoltano e si vedono nella vita delle famiglie, con le loro inquietanti risonanze emozionali, e che sottraggono tempo alla parola, al parlarsi, al dialogo,  al colloquio, allo scambio di pensieri e di emozioni, di timori e di attese, di illusioni e di speranze, che hanno bisogno di essere portate alla luce della comunicazione, e della reciprocità della comunicazione. Come sempre più difficili, cose talora addirittura impossibili, in molte famiglie nelle quali la televisione e social network, isolamento e distrazione, si associano in cocktail impenetrabili all’ascolto e al dialogo: alle emozioni.

Si finisce così nei deserti di una comunicazione che non crea né ascolto né condivisione”.

da: Le parole che ci salvano – Eugenio Borgna

Dott. Mauro Piccini

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