IL CORAGGIO DI TRASFORMARSI

Come spesso Gaston affermava possiamo celebrare la nostra libertà abbracciando tutte le manifestazioni della vita senza le nozioni di buono/cattivo, positivo/negativo, miglioramento/distrazione, affermando così l’unità che soggiace alla polarità. Se lottiamo contro i fatti che ci disturbano, non facciamo altro che ritardare il loro rilascio di energia ed essi continueranno a manifestarsi finché ci nutriremo della loro sostanza.La conoscenza, la comprensione e i pensieri sono spesso ostacoli all’esperienza dello stato di grazia, alla comunicazione nell’unità, alla comunione.

Ricordiamo ciò che disse Einstein.”La teoria è quando uno sa tutto e nulla funziona. La pratica è quando tutto funziona senza sapere il perché”.

Vi riporto un interessante articolo in perfetta sintonia con i principi della Tecnica Metamorfica.

A. Grühn: Il coraggio di trasformarsi.
Qual’è la differenza tra cambiamento e trasformazione? Mentre il cambiamento e spesso “violento”, la trasformazione avviene molto più “dolcemente”. Mi pare una tesi molto interessante quella Grühn, che merita un approfondimento, anche al di là di questo piccolo e interessante saggio. Può accadere che ci convinciamo che dobbiamo “cambiare”: qualcosa in noi non va bene e allora dobbiamo assolutamente cambiarla. Non va bene come siamo tanto che vorremmo essere addirittura un’altra persona.

Trasformarsi invece

“implica che tutto può esistere in me, che tutto è buono e ha un significato, che le mie passioni e le mie debolezze hanno un senso, anche se a volte mi opprimono. Trasformazione vuol dire che ciò che è reale deve fare breccia in ciò che non è reale, l’autenticità nell’apparenza. Le mie passioni e le mie debolezze rimandano sempre a un bene prezioso, vogliono indicarmi che in me vuol vivere qualcosa che io non ho ancora accettato” (A. Grühn, Il coraggio di trasformarsi,Edizioni San paolo, 1995, p. 5).

Nell’era del coaching, del counseling e delle “terapie strategiche” animate da una forte tensione al cambiamento ottenuto in tempi brevi, mi pare interessante seguire queste riflessioni di Grühn, monaco benedettino tedesco e grande estimatore di Carl Gustav Jung che in questo scritto fa dialogare lo psichiatra svizzero con Teillard de Chardin e Dürckheim, facendoci riflettere sul

“mistero di Dio, che traforma l’uomo mediante tutto ciò che accade” (ibidem, p. 7).

È importante stare in guardia rispetto agli estenuanti lavori su se stessi, all’ossessione di cambiare a tutti i costi e in tempi brevi, a voler eliminare i sintomi con tecniche e strategie troppo appuntite, come se le nostre difficoltà e i nostri sintomi non avessero alcun senso ma fossero solamente delle imperfezioni da eliminare.

Chi vuole cambirare? Che cosa va cambiato? E perché? Come ci fa notare Grühn è infatti Dio ad operare e non per cambiarci in qualcosa d’altro, ma per trasformarci proprio attraverso quel disagio che stiamo vivento, il conflitto che stiamo attraversando, la malattia che stiamo portando con sofferenza e fatica nel nostro corpo.

In termini psicologici questo significa che non è certo l’Io a compiere la trasformazione, ma il mistero del Sé! E questa trasformazione non avviene mediante delle tecniche speciali, ma proprio attraverso il contatto profondo con le nostre ferite, portando quotidianamente sul corpo piaghe dolenti e facendoci carico delle nostre più profonde debolezze. Come ci ricorda anche Carotenuto la ferita è in fondo una feritoia.

“La trasformazione è divinizzazione dell’uomo. […]. Quando Dio incontra l’uomo, lo traforma e lo salva” (ibidem, p. 10).

“Dio appare in ciò che è debole e lo trasforma” (ibidem).

Una immagine di questo processo e per Grühn è contenuta nell’Antico Testamento e cioè nell’Esodo (Es 17,6). Qundo gli Israeliti, nel loro cammino attraverso il deserto, rischiano di morire di sete, Mosé colpisce la roccia con il bastone e subito sgorga acqua e tutto il popolo può bere. Acqua e asciutto vengono a contatto. Entrambi sono elementi ambivalenti, possono dare la vita o distruggere. Il tocco di Mosè unisce gli opposti e avviene una trasformazione. La nostra interiorità indurita come la roccia, il nostro corpo diventato rigido e arido, viene “toccato” e la roccia si trasforma. Quando coscienza e inconscio vengono a contatto avviene una trasformazione. Un tocco che unisce gli opposti e trasforma.

Anche Gesù, nel Nuovo Testamento, guarisce gli ammalati toccandoli, mettendo qualcosa in movimento dentro di loro. Qualcosa di più grande entra nell’esperienza psichica del malato e lo salva, cioè gli ridona la salute.

L’autore di questo tocco non può essere evidentemente il nostro Io, bensì qualcosa di più grande. Jung ha scritto cose fondamentali sulla trasformazione come motore del principio di individuazione. Il processo di autorealizzazione è infatti un continuo cammino di trasformazione che consiste nell’unificazione degli opposti e nel superamento del contrasto di fondo tra istinto e spirito. È proprio da questa tensione che scaturisce tutta la dinamica psichica e si crea l’energia necessaria per evolvere.

Il superamento di questo conflitto, come in fondo di ogni conflitto psichico, non è allora affidato all’Io che mediante qualche tecnica negoziale possa mettere daccordo gli opposti, bensì alla grazia, ad una funzione superiore all’Io che Jung definisce “funzione trascendente” e che non è altro che quella possibilità misteriosa della psiche di fare sintesi e cioè di produrre simboli. Jung chiama i simboli “trasformatori” per la loro capacità di trasformare l’energia biologica in energia spirituale:

“I simboli funzionano come trasformatori, in quanto trasferiscono la libido da una forma inferiore a una superiore” (Jung, Vol. V, p. 232).

Il processo di trasformazione viene sempre attivato da un contrasto ossia da un conflitto all’interno del quale il sintomo è segno di una incapacità della psiche di produrre un simbolo che trasformi il conflitto. Contrasto tra conscio e inconscio, intelletto e sentimento, istinto e spirito.

Non è l’Io a guidare, bensì il Sé. Non siamo noi a risolvere i nostri conflitti più profondi bensi la grazia, un “tocco” misterioso in grado di portare la guarigione. La nostra parte, il ruolo dell’Io, è quello di portare la sofferenza, stare tra gli opposti, portare il peso del conflitto senza cedere all’unilateralità. Stare tra due opposti, in fondo, è come essere crocifissi.

Jung pensa che l’uomo abbia spesso bisogno di crisi nelle quali è costretto a confrontarsi con il suo inconscio e quindi con le proprie parti istintive, con le passioni e con le proprie ferite e debolezze. E questo confronto con l’inconscio provoca quella differenza di potenziale necessaria perché possano avvenire trasformazioni. Ma non tutti sono disposti veramente a confrontarsi con se stessi.

“Chi non ricorda certi amici e compagni di scuola, che da giovani erano esemplari e promettenti, e che, dopo molti anni, si ritrovano inariditi e limitati dalla monotonia della vita quotidiana?” (Jung, Vol. VIII, p. 423).

Grühn in questo saggio ci rammenta che tutto può esistere in noi e che tutto è buono e ha un significato, le nostre passioni come le nostre debolezze anche se ci opprimono, perché sono i materiali della nostra trasformazione. E ci vuole coraggio!

da: https://www.minella.info/trasformarsi/

Tecnica Metamorfica, tecniche d’ascolto corporeo
Cristiana Naldi

LA MEDICINA E’ UNA SOLA

“Come scienziato non mi interessa attribuire grande importanza a termini quali non convenzionale, integrata, alternativa quando sono riferiti alla medicina. Per me, nella scienza, la cosa realmente importante è mantenere un approccio alla procedura sperimentale aperto, privo di chiusure aprioristiche e dogmatiche tale per cui ciò che a prima vista potrebbe apparire come un errore, o qualcosa di insignificante, potrebbe rivelarsi una grande scoperta se solo siamo capaci di cambiare l’angolazione, la prospettiva, da cui osserviamo il fenomeno in esame.”

Quando si parla di serendipity ci si riferisce alla scoperta di qualcosa mentre si stava cercando qualcos’altro. L’esempio classico, in questi casi, è quello relativo alla penicillina.
Fleming stava studiando lo Staphylococcus influenzae quando una delle sue piastrine di coltura si contaminò e su di essa si sviluppò un’area ben delimitata priva di batteri: il resto della storia lo conosciamo tutti. Nel 2008 il «Financial Time» ha pubblicato un articolo provocatorio sul ruolo della serendipity nel futuro della medicina. In realtà la serendipity ha avuto un ruolo chiave nella scoperta di un’am-pia gamma di farmaci psicotropi, tra cui l’anilina viola, il dietilamide dell’acido lisergico, il meprobamato, la clorpromazina e l’imipramina.
Quando un ricercatore fa una scoperta mediata dalla serendipità deve prestare un alto livello di attenzione a tutto ciò che sta accadendo attorno a lui, a trecentosessanta gradi. Ma questo non basta: per scoprire qualcosa che sia veramente nuovo e fuori dagli schemi occorre mantenere una mente sufficientemente sganciata dalle tradizionali infrastrutture cognitive e culturali che normalmente rendono estremamente focalizzata su un particolare punto di arrivo – spesso predefinito – l’attività di ricerca.

Io credo che un ricercatore in medicina debba mantenere lo sguardo curioso e innocente di un bambino.

Max Planck disse che la scienza non progredisce perché gli scienziati cambiano idea, ma piuttosto perché gli scienziati attaccati a opinioni errate muoiono e vengono rimpiazzati. Otto Warburg ha usato le stesse parole per commentare il fatto che le sue idee – non mainstream sulla genesi del cancro – faticassero a essere accettate. Personalmente ritengo che le ricerche non mainstream nella scienza vadano incoraggiate e che abbiano avuto – e possano avere – un ruolo fondamentale nello sviluppo della medicina…

Stefano Fais
Medico, dirigente di ricerca presso l’ISS
https://www.scienzaeconoscenza.it/data/newsletter/serendipity-stefano-fais.htm?idn=719&idx=69511&idlink=1&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=2019-07-10-la-medicina-e-una-s

L’OMBRA SI MOSTRA NEI MOMENTI IN CUI NON CI SIAMO

L’ombra si mostra nei momenti in cui non ci siamo.

Ho visto persone gentili e pacifiche diventare improvvisamente spietate e crudeli. Ho visto persone che si ritenevano umili diventare presuntuose e arroganti tutte le volte che veniva loro dato un pò di potere. Ho ascoltato persone che dicevano di amarsi per poi vederle farsi del male nei modi più impensabili. Ho visto ex-amici diventare nemici spietati quando ho fatto degli errori che non potevano tollerare. Ho visto maestri illuminati parlar male di altri maestri meno illuminati (secondo loro!) per togliergli studenti, e competere per il territorio, incazzandosi se uno studente decideva di lasciare la loro setta per andarsene da un’altra parte.. continuo a vedere spiritualisti tutta pace-e-amore diventare intolleranti contro questa umanità di non risvegliati, e manifestare con violenza il loro sprezzante anelito di pace, luce e amore. E tutti coloro a cui accade questo sono convinti di essere delle brave persone. Quindi lasciate che ve lo ricordi ancora una volta:

TUTTI NOI ABBIAMO UN LATO IN OMBRA NELLA PERSONALITA’.

La cosa meno intelligente che potete fare è credervi al sicuro, credere di non avere un’ombra perché vi dipingete come persone brave, tolleranti, giuste. L’ombra può uscire fuori nelle situazioni in cui meno ve lo aspettate, quando la vita vi mette in crisi, o davanti a decisioni cruciali, quando vi solleticherà sul possesso, sul potere personale, sul riconoscimento, sul sentirvi degni, sul sentirvi amati. Sono infiniti i casi in cui può manifestarsi. La cosa ancor meno intelligente che potete fare è non fare attenzione a una critica che vi arriva più di una volta da persone differenti, poiché quello è il probabile segno di un’ombra che non vedete. E non la potrete vedere se non proiettata fuori, almeno fino a un certo punto del vostro sviluppo, fin quando cioè la quantità di presenza coltivata non sarà sufficiente. Prima di quel momento crederete sempre di avere ragione voi, che sono gli altri a sbagliarsi. Crederete che ciò che vi fa arrabbiare che vi fa male sia la fuori, che ciò che vi genera così tanto disprezzo, così tanto giudizio sia effettivamente un errore presente nell’altro. Poi un bel giorno a forza di lavorare su voi stessi forse vi sveglierete e vedrete che eravate quasi sempre voi a proiettare quel lato oscuro della vostra personalità che non volevate vedere, su qualcuno o qualcosa. Fino a quel momento tutte le volte che non ci siete, che non siete realmente presenti 24 ore su 24, tutte le volte che pensate che basti un lavoro di meditazione di una o due ore al giorno per trasformarvi in qualcos’altro, tutte le volte che tenderete a giustificare un giudizio impietoso verso qualcuno (usando come giustificazione la vostra amata tradizione spirituale per esempio), ogni volta che vi darete licenza di compiere un’azione crudele, egoistica, o anche soltanto stupida, tutte le volte che vi farete prendere da rabbia, invidia, gelosie, manie di potere e di controllo e soprattutto, ogni qual volta vi convincerete di essere migliori di qualcun altro ricordatevi che è quasi sicuramente la vostra ombra che vi agisce. E che voi, lì non ci siete.

Andrea Panatta
http://maghierranti.blogspot.com/

UMBERTO GALIMBERTI: LA NOSTRA SOCIETA’ AD ALTO TASSO DI PSICOPATIA NON E’ ADATTA A FARE FIGLI

Riflettiamo…
Il lavoro con la Bussola Costituzione (embriologia emozionale) e la Tecnica Metamorfica riguarda proprio le ferite formatesi non solo nei primi tre anni di vita ma già dal concepimento, questo lavoro ci aiuta non a risolvere le ferite ma a prenderne coscienza e trasformare le reazioni inconsapevoli in azioni consapevoli.

Se nei primi tre anni di vita i bambini non sono accuditi e ascoltati nel modo giusto rischiano di diventare degli analfabeti emotivi, privi di orientamento. A lanciare l’allarme è il professore di Filosofia della Storia all’Università Ca’Foscari di Venezia. Che aggiunge: per arrivare alla testa dei ragazzi bisogna prima conquistare il loro cuore

Umberto Galimberti, lombardo classe 1942, è uno dei più noti filosofi italiani. Professore ordinario all’università Ca’ Foscari di Venezia, dove è titolare della cattedra di Filosofia della Storia, è un profondo e acuto osservatore della nostra società: mette al centro della sua indagine il rapporto tra l’uomo occidentale e la tecnica, luogo della razionalità assoluta che non lascia spazio alle pulsioni e passioni. Sull’educazione dei giovani in particolare, sull’empatia e le emozioni che li attraversano è diretto e schietto. I giovani soffrono di una sorta di analfabetismo emotivo.  I sentimenti, infatti,  non sono una dote naturale e non si trasmettono geneticamente. I sentimenti si apprendono: e soltanto attraverso la costruzione di mappe emotive si possono costruire relazioni e legami. Le mappe emotive si formano attraverso la cura che i bambini ricevono nei primi tre anni di vita e servono a sentire il mondo e a reagire agli eventi in modo proporzionato.

Cosa intende per “mappe emotive”?

Mi riferisco alla dimensione emotivo, sentimentale di un individuo. Se nei primi tre anni di vita i bambini non sono seguiti, accuditi, ascoltati allora ci si trova di fronte ad un misconoscimento che crea in loro la sensazione di non essere interessanti, di non valere niente.  Crescono così senza una formazione delle mappe cognitive, rimanendo a un livello d’impulso. Gli impulsi sono fisiologici, biologici, naturali. Il passo successivo dovrebbe essere di passare dagli impulsi alle emozioni ovvero a una forma più emancipata rispetto all’impulso. L’impulso conosce il gesto, l’emozione conosce la risonanza emotiva di quello che si compie e di quello che si vede. Poi si arriva al sentimento che è una forma evoluta, perché non solo è una faccenda emotiva, ma anche cognitiva. Il sentimento si apprende. Le mamme comprendono i bambini che non parlano perché li amano. Gli amanti, proprio perché si amano, si capiscano tra loro molto più di quanto i loro discorsi non dicano e siano comprensibili agli altri. Il sentimento è cognitivo e consente di percepire il mondo esterno e gli altri in maniera adeguata, con capacità di accoglienza e di risposta adeguate alle circostanze.

Dove e quando si apprendono i sentimenti?

Dobbiamo convincerci che il sentimento non è una dote naturale, è una dote che si acquisisce culturalmente. Gli antichi imparavano i sentimenti attraverso le storie mitologiche. Se guardiamo alla storia greca ci ritroviamo tutta la gamma dei sentimenti possibili, Zeus il potere, Afrodite l’amore, Atena l’intelligenza, Apollo la bellezza, etc. C’era tutta la fenomenologia dei sentimenti umani. Noi invece li impariamo attraverso la letteratura, che è il luogo dove si apprende che cosa sono il dolore, la noia, l’amore, la disperazione, il suicidio, la passione, il romanticismo. Ma se la letteratura non viene “frequentata” e i libri non vengono letti, se la scuola disamora allora il sentimento non si forma. E se la cultura non interviene, i ragazzi rimangono a livello d’impulso o al massimo di emozione. Per questo sono convinto che non tutte le società sono idonee a far figli.

La nostra non è idonea perché i genitori, per sopravvivere, devono lavorare in due e quindi il tempo per la cura dei figli non c’è. I figli sono affidati a un esercito di baby sitter, o peggio alla baby sitter di tutte le baby sitter  che è la televisione. I genitori non hanno tempo di stare con i bambini e si difendono cercando di dare loro un tempo-“qualità”, ma i bambini hanno bisogno di tempo-quantitàHanno bisogno di essere riconosciuti passo dopo passo, disegno dopo disegno, domanda dopo domanda. Non basta fare quattro week end giocosi per avere una relazione con i figli.  E se non si ha questo tempo, dobbiamo rassegnarci  a avere dei figli  in cui  le mappe emotive e cognitive non si formano. Queste mappe però sono fondamentali perché diventano la modalità con cui si fa esperienza, se le mappe non sono formate questa esperienza avviene a caso e non viene mai del tutto elaborata.

La scuola potrebbe rimediare a questa mancanza?

Per quanto riguarda la scuola, bisognerebbe che i professori, oltre a sapere la loro materia, fossero anche in grado di comunicarla e di affascinare.  Perché l’apprendimento, lo dice Platone, avviene per via erotica. Noi stessi abbiamo studiato volentieri le materie dei professori di cui eravamo innamorati e abbiamo tralasciato quelli di cui non avevamo alcun interesse. A scuola è importante saper appassionare perché gli adolescenti vivono l’età per cui l’unica cosa che conta è l’amore,  e se gli adolescenti si occupano dell’amore bisogna andare là a cercarli. Attirarli a livello emotivo significa trovare la breccia per passare poi al livello intellettuale. Se invece si scarta la dimensione emotiva, sentimentale, affettiva allora non si arriva neppure alle loro teste.

Se le mappe non sono si sono costituite, cosa può succedere?

Se le mappe emotive non si formano abbiamo un rapporto squilibrato, una risonanza emotiva inadeguata  rispetto agli eventi da affrontare. Prendiamo un esempio tra i casi patologici degli ultimi anni. Il giorno in cui Erika e Omar uccisero la madre e il fratellino, si recarono, come ogni giorno, a bere la birra al bar del quartiere. Questa reazione è la conseguenza della mancata presenza di mappe emotive e di risonanza di quanto accaduto. Mancanza che non ha consentito loro di riconoscere la differenza tra bene e male. Il filosofo Immanuel Kant diceva che la definizione di bene e male possiamo anche non definirla perché ognuno la comprende e la sente da sé. Usa proprio la parola sentire, e se la differenza tra bene e male non si sente e non si percepiscerischiamo che un ragazzo non capisca la differenza che c’è tra corteggiare una ragazza o stuprarla, o tra discutere con il professore e prenderlo a calci. Non sentire più la differenza tra bene e male, tra il giusto e l’ingiusto, tra ciò che grave e ciò che non lo è, denota una mappa emotiva non costituita.

Che soluzione bisognerebbe adottare?

Non penso che tutto sia riparabile. Se i figli non sono stati curati e seguiti nel modo giusto diventaranno degli handicappati psichici, soffriranno di psicopatia, la psiche non registra, non ha una risonanza emotiva rispetto alle azioni che si compiono agli eventi a cui assiste. Quante volte di fronte ad una persona per terra si è indifferenti? Questa è una psicopatia ovvero  un’apatia della psiche che non  registra il caso, la situazione.  Si possono picchiare i neri, i  Rom perché tanto non c’è la percezione che l’altro è simile, è una persona come te, anche questa è una forma di psicopatia. Viviamo in una società ricca e non più povera e semplice come una volta, dove il confine tra bene e male, il permesso e il proibito era ben segnalato. Oggi tutto è permesso, la società è opulenta e abbondante, i bambini ricevono una quantità di regali, anche quelli che non desiderano. Si estingue addirittura il desiderio perché i bambini vengono gratificati prima ancora di desiderare. E questi, purtroppo, sono processi che allenano l’apatia della psiche.

https://wisesociety.it/incontri/umberto-galimberti-la-nostra-societa-ad-alto-tasso-di-psicopatia-non-e-adatta-a-fare-figli/

COME SMETTERE DI FARSI INGANNARE

“Essere felici, essere buoni, essere positivi, essere ottimisti, essere di successo, essere svegli, essere spiritualmente illuminati.
Consumare la dieta perfetta. Attirare un milione di follower su Instagram. Vivere la tua vita migliore!
Scalare la tua carriera professionale. Devi essere in forma e in salute. Essere il tuo io più perfetto. Manifesta il tuo scopo di vita. Muoviti! Ottimizza le funzioni del tuo corpo. Libera il tuo dolore, la tua paura, la rabbia, e la tristezza. Liberati dal dubbio. Innamorati dell’uomo o della donna dei tuoi sogni e vivi felicemente per sempre, e non ti sentirai mai più solo/a di nuovo.
Questo sogno è bellissimo, ma ci sta letteralmente uccidendo.
L’anima eterna non ha interesse a vivere sotto nessun ideale di felicità, anche se è bellissimo.
La tua rabbia, terribile e sacra, bolle al di sotto di tutto il progetto di auto aiuto. Grida per essere autentica, per la verità a qualsiasi costo.
Fanculo con la bugia della “vita perfetta”.
Questo ci rende solo depressi, ansiosi, drogati, e in verità nutre la nostra colpa e sentimenti di auto disprezzo e di fallimento.
La lotta costante alla fine ci esaurisce, ci fa cadere in ginocchio.
E’ troppo lavoro per il nostro povero organismo essere “positivi” per tutto il tempo.
L’ inconscio è furioso per la bugia.
E vuole il suo cazzo di riposo.
Ma nel nostro stato esausto, anche con paura di contattare il nostro esaurimento, ci cappottiamo con bevande energetiche, le droghe, i mantra, la palestra, e più positività.
O semplicemente ci perdiamo nel pensiero.
O creiamo una nuova identità: quella del “depresso” o “il fallito”.
O semplicemente “andiamo oltre” l’esaurimento e ci teniamo occupati con inutilità.
Siamo ancora in movimento a qualsiasi costo. Senza sosta.
La felicità, letteralmente ci rende infelici.
Fanculo con questa forma di falsa felicità.
E’ di vitale importanza fare spazio anche per l’oscurità.
Creare spazio nella tua vita per la pena, la rabbia, la vergogna, la paura, e la solitudine.
Tirar fuori queste povere e fraintese creature dai loro nascondigli e portarle verso la luce.
E se non lo fai, ti prosciugheranno la tua vita come vampiri, fino a che non le ascolti.
Abbi la volontà di esporre anche la tua infelicità.
Dai una voce alla pena, alla rabbia, alla paura, alla solitudine che c’è nel profondo.
Rompi alcuni tabù.
Dì la parola “errata”.
Distruggi la falsa immagine.
Forse perderai i seguaci.
Forse perdere gli amici.
Forse perdi il tuo lavoro.
Sicuramente perderai la tua maschera.
Il cambiamento deve farti tremare di paura. Bene!
E’ cosi’ che dovrebbe essere.
Forse perdere tutto e devi iniziare una nuova vita.
Ma l’anima esulterà.
È già passato per una miriade di morti e rinascite.
Non gli importerebbe un cazzo proteggere se stessa dal cambiamento.
Invece trova il cambiamento come eccitante, ispiratore, anche erotico.
Esiste una felicità molto più grande che veramente abbraccia anche la nostra profonda infelicità senza metterla in imbarazzo.
Questa è la felicità che hai sempre desiderato.
La felicità che fa in frantumi la maschera, distrugge le nostre difese, vede le nostre debolezze, la nostra vulnerabilità, il nostro dolore più profondo.. e lo accetta e ci ama così come siamo.
Allora bene; ecco il tuo nuovo mantra spirituale..
Fanculo (il concetto mentale di) felicità.
Fanculo “Namasté”.
Fanculo a cercare di essere buono.
Fanculo con la spiritualità.
Fanculo con la perfezione.
Fanculo a cercare di inserirsi.
Fanculo tutti gli dei, guru e guide che alimentano la schifosa bugia della felicità come una destinazione e un obiettivo.
Fanculo con la cultura narcisista, e basata sulla colpa che sopprime la nostra donna interiore preziosa e vulnerabile.
Accettalo tutto e manda a fanculo tutto.
Benedici tutto e manda a fanculo tutto e ama tutto.
Apri il cuore a tutto.
Benedici questa sciocca mente umana con le sue idee condizionate e i suoi standard impossibili,
E i suoi tentativi infiniti di dirci come “dobbiamo” essere,
O quali sono i pensieri e i sentimenti “corretti”.
Fanculo la bugia della felicità che manda tutti a una tomba precoce.
Proteggi il bambino interno, a colui che a volte si sente infelice, solo, triste, disconnesso.
Smettila di dirgli oggi che sia felice, che sia collegato, in pace, che sia spirituale e sia pieno di tutto.
A questo bambino non importa un cazzo. Vuole solo il tuo amore.
Inonda quel triste e solitario essere interiore con curiosità, comprensione. Respira su di lui.
Fanculo con tutte le forze del mondo che cercano di danneggiarlo o zittirlo.
E quando questo chiede: “Mamma, papà, devo essere felice ed essere perfetto per farmi amare?”
Puoi rispondergli:
“Certo che no!
Ti amo esattamente come sei.
Amo le tue debolezze e le tue imperfezioni, e il tuo cuore vulnerabile. Loro sono così belli per me, e va bene non sentirsi in pace. Non devi essere felice in questo momento. Siamo infelici insieme”.
Ora si, questa è la fottuta felicità.”
– Jeff Foster-

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