L’ITALIA AL PRIMO POSTO PER MORTALITÀ DA RESISTENZA AGLI ANTIBIOTICI

L’abuso e l’utilizzo inappropriato degli antibiotici hanno contribuito alla comparsa di batteri resistenti.

Gli antibiotici vengono spesso prescritti per situazioni in cui il loro uso non è giustificato (per esempio nei casi in cui le infezioni possono risolversi senza trattamento).

L’uso terapeutico degli antibiotici negli ospedali si è visto essere associato ad un aumento di multi-batteri resistenti agli antibiotici.

Il fenomeno dell’antibioticoresistenza in Italia è allarmante, il nostro Paese ha la maglia nera per lo sviluppo di resistenze, è fra i primi consumatori di antibiotici in UE e secondo un recente audit dell’ECDC (European Centre for Desease Control) se il fenomeno della resistenza agli antibiotici (Amr) non sarà limitato, nel breve futuro alcuni interventi chirurgici chiave saranno compromessi. Entro il 2050, solo in Italia, si prevedono 450.000 decessi a causa dell’Amr.

Un’emergenza ormai globale, per un costo per il nostro Servizio sanitario pari a 13 miliardi di dollari. E l’Italia è già oggi al primo posto tra i paesi Ocse per mortalità, con 10.780 decessi l’anno a causa di infezioni da uno degli 8 batteri ormai resistenti ai farmaci antibiotici.

Una minaccia crescente, che vede tra le sue cause primarie anche l’uso eccessivo di antibiotici negli allevamenti animali, in Italia più che negli altri Paesi. Fino al 75% degli antibiotici utilizzata per l’acquacoltura può disperdersi nell’ambiente circostante ed il 70% degli antibiotici è oggi impiegato proprio per gli animali.

Studi statunitensi e studi europei suggeriscono che questi batteri resistenti possano causare infezioni nell’uomo che non rispondono agli antibiotici comunemente prescritti. In risposta a queste pratiche e ai problemi che ne conseguono, diverse organizzazioni (ad esempio l’American Society for Microbiology (ASM),American Public Health Association (APHA) e l’American Medical Association (AMA)) hanno chiesto che fossero poste restrizioni sull’uso di antibiotici negli animali da produzione alimentare e che sia posto un limite a tutti gli usi non terapeutici.

Tuttavia, i ritardi nelle azioni normative e legislative per limitare l’uso di antibiotici sono comuni, e possono includere la resistenza a questi cambiamenti da parte delle industrie, così come il tempo dedicato alla ricerca per stabilire un collegamento causale tra l’uso di antibiotici e comparsa di malattie incurabili batteriche.

L’Unione europea ha vietato l’uso di antibiotici come agenti di promozione della crescita dal 2003, permettendolo solo in caso di malattia e previa prescrizione, ma il problema è dato dal mercato nero parallelo, che sfugge ai controlli pur stringenti.

Il contrasto all’Amr passa anche dai nuovi farmaci, al cui sviluppo stanno puntando le aziende del farmaco data l’attuale scarsità di nuove molecole in questo ambito: 59 sono i nuovi antibiotici in fase di sviluppo, di cui 17 per il trattamento delle infezioni più pericolose.

Considerando che al 2050 l’antibioticoresistenza causerà lo stesso numero di morti delle patologie tumorali, ovvero oltre 10 milioni, è importante anche la collaborazione del paziente, che deve protrarre la terapia sino al momento stabilito dal medico senza interromperla, come spesso succede, ai primi segni di miglioramento.

https://www.sanitainsicilia.it/litalia-al-primo-posto-per-mortalita-da-resistenza-agli-antibiotici_403187/  

 

GIACOMO RIZZOLATTI: I NEURONI SPECCHIO E L’EMPATIA

Giacomo Rizzolatti è considerato il massimo neuroscienziato italiano. Occhi neri penetranti e ironici, capelli bianchi arruffati, baffi spioventi, la somiglianza con Einstein suggerisce al primo sguardo che ci troviamo davanti a un genio. E infatti i neuroni specchio, che ha scoperto nel 1992, sono studiati in tutto il mondo, e considerati alla base dell’empatia, dell’apprendimento, della socialità. Tanto che si profetizza per lui un premio Nobel.

Insensibile alle lusinghe delle università straniere, vive e lavora all’Università di Parma, una delle più antiche al mondo, privilegiando la qualità della vita alle gratificazioni del danaro.

L’importanza dei neuroni specchio deriva dal fatto che essi spiegano scientificamente qualcosa che intuitivamente si è sempre saputo: e cioè che guardando si impara. Una banalità? Niente affatto. Proviamo a entrare dentro il cervello, che, come ormai tutti sanno, è costituito da neuroni che si attivano (sparano, in termini tecnici) per svolgere qualsivoglia funzione. Nel momento in cui vediamo qualcosa, elaboriamo un pensiero, memorizziamo un dato, compiamo un movimento, un certo circuito neuronale entra in funzione, e se potessimo vederlo (come lo vedono gli scienziati attraverso esami di imaging cerebrale i cui acronimi sono conosciuti, Pet, fMRI..) vedremmo una frenetica attività elettrica e chimica in aree specifiche del cervello, come un fuoco di artificio.

Rizzolatti ha scoperto che, nelle aree deputate ai movimenti, le aree motorie, la medesima attività neuronale si verifica sia in chi compie un gesto, per esempio afferra un bicchiere, sia in chi lo guarda. Per questo nell’osservatore si parla di neuroni specchio. Dunque, a livello cerebrale, se ti guardo bere è in qualche modo come se bevessi anch’io, e se ti guardo guidare, è come se guidassi anch’io, e dunque non solo imparo quello che tu fai, ma capisco anche le tue intenzioni.

“I neuroni specchio si trovano nelle aree motorie, e descrivono l’azione altrui nel cervello di chi guarda in termini motori “ spiega Rizzolatti. “Fino a non molti anni fa, si riteneva che il sistema motorio producesse solo movimenti. Noi, partendo da un approccio etologico, senza convinzioni a priori sulla funzione delle aree motorie, abbiamo scoperto che molti neuroni del sistema motorio rispondono a stimoli visivi. Se vedo una persona che afferra una bottiglia, colgo subito il suo gesto perché è già neurologicamente programmata in me la maniera in cui afferrarla. Si verifica una comprensione istantanea dell’altro, senza bisogno di mettere in gioco processi cognitivi superiori. In seguito abbiamo visto che la stessa cosa capita per le emozioni. Per esempio il disgusto. Somministrando a una persona uno stimolo olfattivo sgradevole, come l’odore delle uova marce, si attivano determinate parti del cervello. Una di queste è l’insula, un’area corticale che interviene negli stati emozionali. La sorpresa è stata che, se osservo qualcuno disgustato, si attiva in me esattamente la stessa zona dell’insula. Questo ci consente di uscire da un concetto mentalistico e freddo, riportando tutto al corpo. Io ti capisco perché sei simile a me. Non deduco, ma sento. C’è un legame intimo, naturale e profondo tra gli esseri umani. Il processo non è logico ma intuitivo. “

Secondo il grande neuroscienziato americano di origine indianao Ramachandran, i neuroni specchio sono i mattoni sui quali si è costruita la cultura, tanto che oggi si sta rivalutando Lamarck e la sua legge dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti, secondo cui il patrimonio culturale si trasmetterebbe anche per via epigenetica, creando cioè un imprinting nel cervello che può essere passato alle generazioni future. Si supera cioè il rigido schema dell’evoluzione darwiniana.

Ma non solo. I neuroni specchio sarebbero anche alla base dell’empatia, cioè della capacità di rapportarsi agli altri, di comprenderli, di solidarizzare con le loro sofferenze e le loro gioie.

“In ogni azione, oltre ciò che si fa, conta l’intenzione, il perché la si fa” dice Rizzolatti. Prendo il bicchiere, è l’azione. Come lo prendo è fondamentale per capire l’intenzione. Se per bere, per brindare, o per scagliarlo contro il mio interlocutore, per esempio. E sono i neuroni specchio che ci rivelano l’intenzione in tempo reale, per cui siamo pronti a coprirci la faccia se chi ci sta dinanzi ha intenzioni aggressive. Oggi si ritiene che chi soffre di autismo, ed è cioè incapace di comprendere le azioni degli altri e di rapportarsi agli altri, abbia in realtà una carenza di neuroni specchio, e questo apre la porta alla speranza di trovare qualche forma di terapia farmacologica.”

Empatia significa dunque entrare nei panni degli altri perché il nostro cervello si sintonizza con quello di chi ci sta intorno. Ma non necessariamente con quello di tutti coloro che ci stanno intorno. Si può, come Hitler, essere empatici con gli animali, e mandare gli ebrei nelle camere a gas. Essere generosi con i poveri – purché bianchi di pelle – e mettere i neri in schiavitù. Trattare con riguardo i propri concittadini, e uccidere barbaramente gli stranieri. Essere un marito e un padre esemplare, e violentare altre donne. Dunque i neuroni specchio funzionano a intermittenza?

“Bisogna distinguere tra due diversi tipi di criminalità. Quella che avviene per impulso, e in questo caso di solito non c’entrano i neuroni specchio, la causa è nei lobi frontali poco sviluppati, che non riescono a frenare gli impulsi violenti.

Ci sono invece le persone che hanno piacere a fare del male, a uccidere, e questo potrebbe avvenire proprio per mancanza di empatia, per indifferenza verso la sofferenza dell’altro, che non viene vissuto come uguale a sé, come partecipe della stessa specie umana. Il neurone specchio mi dice: tu ed io siamo la stessa cosa. Ma se per motivi vari, che possono anche essere culturali, l’altro perde i connotati di essere umano, diventa cosa, animale , allora lo puoi sterminare senza rimorso, senza nemmeno considerare che fai del male, come uccideresti una zanzara che ti importuna.”

L’empatia è la base della vita sociale. È, come sosteneva Martin Buber, quella che consente di realizzare il rapporto Io-Tu, cioè tra due soggettività diverse ma equivalenti, rispetto all’Io-Esso, dove l’altro è mero oggetto. E questo, secondo Rizzolatti, può avvenire solo grazie ai neuroni specchio, che pertengono alla sfera intuitiva, non a quella cognitiva. E che si attivano se riconosco me stesso nell’altro. “Se vediamo un cane mordere, i nostri neuroni specchio sparano, perché è un gesto che possiamo fare anche noi. Ma se vediamo un cane scondinzolare, possiamo capire attraverso il ragionamento che ci sta facendo le feste, ma non lo capiamo intuitivamente, perché noi non abbiamo la coda..”

Intuitivo e cognitivo, empatia e cultura, si influenzano a vicenda. Posso con il ragionamento capire ciò che non “sento” attraverso i neuroni specchio, e viceversa posso bloccare attraverso un percorso razionale e culturale l’azione dei neuroni specchio. Questo spiega perché l’empatia si attiva maggiormente , come a cerchi concentrici, verso coloro che ci hanno insegnato a considerare simili a noi: i familiari, i vicini di casa, i concittadini, quelli che appartengono alla stessa religione, allo stesso partito, o tifano verso la stessa squadra di calcio. E viceversa possono venire inibiti nei confronti di chi viene considerato un diverso: l’appartenente a un’altra tribù, quello che ha un altro colore di pelle, lo schiavo…. o l’ebreo.

Da duemila anni il cristianesimo ha demonizzato gli ebrei, gli assassini di Cristo. E questo ha portato ad aberrazioni come l’Inquisizione, la limpieza de sangre. Il nazismo, su questa radice culturale di diversità, ha innestato una potente campagna denigratoria che descriveva l’ebreo come un appartenente a un’altra razza, un subumano, equiparandolo a un animale repellente.

Questo potrebbe spiegare, e lo fa molto bene Simon Baron Cohen nel suo libro La scienza del male: l’empatia e le origini della crudeltà (Raffaello Cortina editore, 2012) come mai l’efferatezza nazista fosse accettata, se non coaudiuvata, da tante persone “perbene”, che ritenevano di avere un alto senso morale, madri affettuose, padri di famiglia rispettabili, cittadini esemplari –e questo vale anche per le leggi razziali in Italia. L’aver trasformato gli ebrei in diversi, in non appartenenti alla razza umana, in animali pericolosi, aveva prodotto una totale insensibilità verso la loro sofferenza, proprio come la maggior parte delle persone (salvo gli animalisti.. ) sono indifferenti alla sofferenza di un topo o di pollo al quale si torce il collo o un maiale che si macella.

I neuroni specchio, insomma, potrebbero essere attivati o disattivati da fattori culturali. È questa l’ultima frontiera della ricerca di Rizzolatti, che aiuta a comprendere anche i grandi cambiamenti sociali della nostra epoca. Pensiamo per esempio all’atteggiamento verso i soldati, che fino a metà del secolo scorso venivano considerati carne da sacrificiomacello, e di cui oggi si condividono le sofferenze individuali. O ai movimenti animalisti, che hanno cambiato la nostra percezione delle sofferenze dei mammiferi e dei pesci (ma forse non ancora di quelle dei rettili o degli insetti..). Le modalità secondo cui questo meccanismo inibitorio o attivatorio da parte della cultura agisca sui neuroni specchio ancora non è stato identificato, ma quando lo sarà potrà portare a una vera e propria rivoluzione nella vita sociale e nelle terapie delle malattie psichiatriche.

*L’articolo è stato pubblicato su Pagine Ebraiche
Analisi di Viviana Kasam​, giornalista e Presidente BrainCircleItalia

https://it.gariwo.net/editoriali/giacomo-rizzolatti-i-neuroni-specchio-e-l-empatia-18939.html

RIPULIRE L’ALBERO GENEALOGICO SE VOLETE UN RAMO TUTTO PER VOI DOVE CINGUETTARE IN PACE!

Poiché i padri hanno mangiato l’uva, i denti dei figli si guasteranno e non si conteranno le sedute dal dentista. Scherzi a parte, le colpe dei padri ricadranno sui figli: è la Bibbia a informarci. E non si smaltiranno in breve tempo. Secondo il testo sacro, saranno vessate almeno 7 generazioni; l’induismo ne conta 9; gli antichi testi cinesi addirittura 11. Già solo il pensiero ci tramortisce, almeno da che l’Antico Testamento ha fissato il principio in un verso del libro di Geremia e lo ha trasmesso alla vulgata comune. Nel libro di Ezechiele, invece, si cambia drasticamente musica: ciascuno sarà giudicato in base alle proprie azioni. Ma insomma, siamo liberi o condizionati? Il prodotto di una lunga catena di eventi o delle nostre scelte individuali? Non si sta qui a tentare l’esegesi biblica, solo a dire che il dilemma tra destino e libero arbitrio, predestinazione e libertà, è antico, attanaglia da sempre il pensiero filosofico e religioso, le culture umane. Con Anne Ancelin Schützenberger, ‘inventrice’ della psicologia transgenerazionale, oggi 92 enne,  la psicologia dà ragione a Geremia (da lei citato nei suoi studi) e scarta Ezechiele: i morti condizionano i vivi, i vissuti familiari si trasmettono, li ereditiamo come e più dei tratti fisici e somatici, ci costringono alla ripetizione finché non ne prendiamo coscienza, li assimiliamo e ce ne liberiamo.

E’ stato da poco pubblicato in Italia Psicogenealogia, seguito e completamento de La sindrome degli antenati (entrambi  per opera dell’editore Di Renzo), frutto di una vita di ricerca, studio, ma soprattutto esperienza clinica diretta della Schützenberger con centinaia di migliaia di pazienti.  Da entrambi i libri affiora un concetto fondamentale: un qualche equilibrio interiore e il senso della propria vita non si raggiungono solo e soltanto, ammesso che ci si riesca, dirimendo i conflitti tra Es e Super Io, l’io in mezzo a tentare di fare da mediatore, secondo l’impostazione psicoanalitica classica. Ancelin invita a scovare altrove, negli armadi di casa, l’origine dei propri mali: naftalina (se ancora è in uso) e antitarme a parte, si potranno scoprire scheletri o fantasmi di famiglia ben custoditi o nascosti, ma attivi in noi; segreti, tabù, polveri non sottili di tante cose rimosse, non dette, mai confessate eppure mai decadute, anzi rimaste sempre in circolo, che si riattivano nel vissuto di ogni generazione in forma di coincidenze, malattie gravi, morti premature, ma anche innocui episodi analoghi che si ripetono nella scala  della discendenza. Segno che l’albero, il nostro albero genealogico, sovraccarico, intasato, inquinato, va ‘ripulito’. Agostino d’Ippona, citato da Anne, scrisse che ‘i morti non sono assenti, sono esseri invisibili’.  Ecco, nel ripostiglio di casa si agita l’inconscio familiare che ci costringe, secondo questa linea di pensiero, a prendere atto di un universo parallelo dove le dimensioni di tempo e di spazio non sono solo quelle della realtà apparente. Il funzionamento dell’inconscio e della memoria sembrano sfuggire alle convenzioni e mostrarci legami longitudinali nel tempo e nello spazio che sfuggono a qualsiasi spiegazione razionale. Conoscere la propria storia familiare e coltivarne la memoria, diventano parte fondamentale di ogni processo terapeutico o percorso esplorativo di chi è alla ricerca di sé. Del vero sé.

Chi è Anne Anceline Schützenberger? Classe 1919, parigina d’origine alsaziana, è figura fondamentale della psicologia del ‘900. Di formazione freudiana, allieva di Francoise Dolto in Francia, è stata in America una delle prime allieve di Moreno, (padre dello psicodramma, dei metodi attivi, del concetto di atomo sociale e di tecniche come il sociogramma). Ha lavorato a fianco di Carl Rogers, Margaret Mead, Gregory Bateson, ha risentito della lezione del gruppo degli antropologi di Palo Alto. Teorica e clinica, psicosociologa, analista di gruppo e psicodrammista con esperienze internazionali di grande rilevanza, oggi è professore emerito di psicologia all’università di Nizza. Anne è conosciuta soprattutto  perché fondatrice della psicogenealogia o psicologia transgenerazionale: per lei scienza e arte insieme, disciplina e metodo sviluppati dagli anni ’70 che approcciano le malattie sia fisiche che mentali a partire dallo studio della storia familiare.  Per Anne guarire è mettersi in condizione di vivere la propria vita liberandosi di pesanti eredità psichiche. Attraverso la tecnica del genosociogramma da lei sviluppata (la costruzione dell’albero genealogico fatta dal  paziente con l’aiuto del terapeuta, non in base a ricerche ma in base alla memoria perché conta il modo in cui vengono percepiti i legami più che la loro trascrizione oggettiva), si può portare alla luce l’eredità psichica (traumi, problemi, disagi) che ci è stata trasmessa da antenati, nonni, genitori. In ‘Psicogenealogia’ si legge che le ricerche fatte negli anni ’60 dalla psicoanalista americana Josephine Hilgard  negli ospedali psichiatrici della California, hanno definitivamente dimostrato la reale esistenza della ‘sindrome da anniversario’: la ripetizione degli stessi  sintomi per tre e più generazioni come per ‘contagio mentale’. D’altra parte, la componente genetica talvolta da sola non basta a spiegare l’insorgere di malattie psichiche e fisiche. Come si trasmette allora questa eredità familiare?  Per via inconscia, naturalmente. E sul modo di attivarsi dell’inconscio ci sono diverse ipotesi: di madre in figlio, tramite il cordone ombelicale, di padre in figlio. Anne racconta molti casi clinici ne ‘La sindrome degli antenati’, e in ‘Psicogenealogia’ propone una metodica rigorosa per una clinica psicogenealogica. Secondo questa impostazione, il nostro grado di libertà è molto inferiore a ciò che pensiamo. A volte la nostra vita è ‘marchiata’ ancor prima della nascita; fin dalla scelta del nome, si determina il destino di un bambino. Come e perché si porta avanti una gravidanza, è un capitolo a parte.

È tra le suppellettili di casa che si dipana la questione cruciale, il perché di sofferenze che invalidano la vita psichica. Magari sotto  la panca custodiamo sogni  imposti dal sistema di valori familiari, sociali, culturali, che non ci appartengono. Viviamo decentrati. Sopra la panca,  cerchiamo il ‘romanzo’ che dipani un senso, ci indichi la via d’uscita dal labirinto della nostra vita, dal cruccio che fa da sottofondo ai nostri giorni. Anne ci strattona: dimentichiamo o ignoriamo che è la nostra vita il vero romanzo che dobbiamo imparare a leggere. Siamo noi i personaggi centrali se ci apriamo alla conoscenza.  Interpretiamo in forme inconsapevoli il ruolo che la famiglia, la miscela biologico-affettiva di cui siamo fatti, ci ha assegnato.  Scrive Musil ne ‘L’uomo senza qualità’ citato ne ‘La sindrome: ‘occorre senza dubbio che gli individui siano ciascuno un’architettura a sé, affinché l’insieme che essi compongono non sia un’assurda caricatura’. Bisognerebbe trovare chi si è, capirlo per sottrarsi alla caricatura. In fondo, secondo la psicoterapeuta, noi esseri umani siamo tutti simili nei moventi fondamentali dell’esistenza: la paura di morire, la paura di non essere riconosciuti, quasi sempre agiti da conflitti generazionali, alle prese con la difficoltà a sottrarsi ai condizionamenti familiari per nascere a sé. L’approccio teorico e clinico di Anne è integrato perché sono riconoscibili e utilizzati più modelli. C’è il Freud che per primo osservò con una metafora efficacissima che emerge di ognuno solo la punta di un iceberg, mentre quasi tutta l’attività psichica si svolge in modo sommerso e inconsapevole. Ancora il Freud che in ‘Totem e tabù’ per primo individua una trasmissione di questa eredità: “Noi procediamo comunque dall’ ipotesi di una psiche collettiva (…) facciamo sopravvivere per molti millenni il senso di colpa causato da un’azione e lo facciamo restare operante per generazioni e generazioni che di questa azione non possono avere avuto nozione alcuna. Facciamo proseguire un processo emotivo”. Quindi Anne fonda il suo metodo anche sulla nozione di inconscio collettivo di Jung, “sull’idea junghiana della trasmissione di generazione in generazione e della sincronicità o coincidenza delle date”. Da Moreno riprende l’idea del co-conscio e del co-inconscio familiare e di gruppo. Da Foulkes  l’idea di inconscio sociale e interpersonale nonché di matrice: siamo tabula rasa su cui si incidono le memorie di altri. Dallo psicoanalista di origine ungherese, Ivan Boszormeny-Nagi, riprende il concetto di ‘lealtà invisibile’, fedeltà inconscia ai nostri antenati. “C’è qualcosa in noi – scrive in Psicogenealogia – che ci spinge a ‘difendere’ la nostra famiglia e il suo modo di vivere e di pensare, a riprodurre il suo comportamento, qualunque siano i nostri consapevoli desideri di fare altrimenti. E se per prendere le distanze si agisce in modo contrario da come è stato fatto, e se i nostri genitori si sono comportati nello stesso modo, si ripete la forma di rivolta dei nostri nonni, si reagisce invece di scegliere e di agire. E il ciclo ricomincia”. Fare il contrario è anch’ esso una forma di lealtà invisibile. Diventare adulti, tagliare il cordone ombelicale è emanciparsi da queste dinamiche. Di qui anche l’integrazione nel modello teorico di Anne delle nozioni di  ‘cripta e fantasma’ introdotte nel 1978 da due psicoanalisti freudiani, anch’essi di origine ungherese, Nicholas Abraham e Maria Torok, che lavorarono su pazienti che sostenevano di aver fatto qualcosa senza comprenderne i motivi. Per i due psicoanalisti il fenomeno si spiega ipotizzando la presenza di un fantasma, alla pari di un ventriloquo, che parla per loro, uscito da una tomba mal chiusa di un antenato, dopo un’onta subita, una morte precoce, qualcosa di non accettato. “Il fantasma è il lavoro nell’inconscio del segreto inconfessabile di un altro (incesto, crimine, nascita illegittima).

In questo quadro assai complesso, si inserisce la ‘sindrome da anniversario’, gia evidenziata dalla Hilgard: l’individuo è un’entità biologica, psicologica, ma anche psicosociale che risente delle regole codificate dal suo sistema familiare che diventano carne della propria carne. L’identificazione inconscia con un membro della famiglia fa sì che si arrivi a un processo di ‘incorporazione’: con una straordinaria coincidenza di date si replicano malattie, incidenti, morti, destini. “Ho avuto modo – racconta Anne ne ‘La sindrome’ – di notare numerosi casi di ripetizione , di incidenti, matrimoni, aborti, decessi, malattie e gravidanze, alla stessa età, lavorando su due-tre-cinque-otto generazioni (ossia esaminando 200 anni di storia familiare)”. Perché avviene tutto questo? La psicogenealogista ammette candidamente che non lo sa né può fornire una risposta: sono dinamiche che dall’ambito psicologico ci conducono all’ontologia e alla metafisica. L’investigazione dell’umano contempla l’imbarazzo del mistero e dell’ignoto. Certo è che esiste un gran libro dei computi familiari (debiti e meriti) ma persino razziali e culturali che spiegherebbe storie individuali e collettive. Resterebbero in circolo debiti,  ‘ingiustizie’ di cui se non si pone riparazione  ripulendo l’albero genealogico restano nelle generazioni tracce fisiche e psichiche: bizzarrie comportamentali, atti mancati, incubi.  “É  evidente che certi tra noi portano in sé delle cripte, come delle tombe dove avrebbero nascosto dei morti mal sepolti, mal morti, sotterrati con dei segreti indicibili per i loro discendenti, o delle morti ingiuste (morti premature, assassini, genocidi)”.  Tra gli innumerevoli esempi citati, suggestivo il cosiddetto trauma da vento di proiettili: durante la terribile ritirata di Russia del 1812, i chirurghi di Napoleone constatarono l’esistenza di uno shock traumatico nei soldati che avevano sfiorato la morte e sentito passare il vento dei proiettili. Le conseguenze di questo shock si sarebbero trasmesse durante i periodi di anniversario nei discendenti in forma di malesseri, costrizioni alla gola, incubi “per effetto di una sorta di zoom, di collisione delle generazioni e del tempo, un time collapse”. Incubi particolarmente vividi dotati di una memoria quasi fotografica sono confermati nei discendenti di sopravvissuti di guerre che ripropongono traumi terribili e inenarrabili. La psicogenealogia ha funzione investigativa, curativa e ripartiva. Sostiene Anne: quando si lascia a una persona la possibilità di esprimersi, parlare, disegnare, rappresentare in forma di psicodramma, i sintomi scompaiano, si riesce a chiudere un trauma e un lutto attraverso un atto simbolico ultimando compiti che erano rimasti sospesi.  Un caso familiare celebre è quello del poeta Arthur Rimbaud: nel suo abbandonare la poesia per l’Africa, per poi tornare in Francia a morire per un cancro al ginocchio, era ossessionato dal fantasma del padre. Arthur era stato abbandonato dal padre all’età di 6 anni; suo nonno aveva abbandonato il figlio alla stessa età.  Confondeva la sua città natale con quella di suo nonno (Dole). Credeva di essere disertore del 47 esimo reggimento di fanteria, che invece era quello di suo padre, il cui fantasma lo perseguitò in silenzio nella sua opera e nella vita. In ‘Psicogenealogia’ si cita il caso di Vincent Van Gogh: ha sofferto di un segreto di famiglia: è stato il ‘bambino di sostituzione’ di un fratello morto del quale portava il nome. “Oltre ad essere nato lo stesso giorno di quest’ultimo, l’ha scoperto per caso passando per il cimitero dove ha visto la ‘sua’ tomba, un enorme shock, finché non comprese che non si trattava di lui per il fatto che la data di suo fratello differiva di un anno dalla sua. Van Gogh non ha mai trovato il suo posto al sole, non ha mai venduto un quadro mentre era in vita e ha finito col suicidarsi”.

Questo approccio contestuale e integrato permette “una nuova ricognizione della psicoterapia, psicoanalisi, della medicina olistica e della medicina tout court, nonché della psicosomatica” e obbliga a un’integrazione dei saperi. “La sola psicoanalisi, o la psicoterapia individuale che non si colleghi al passato simbolico dell’individuo e ai suoi traumi, non è sufficiente”. Anne collega la disciplina anche alla teoria del caos e dei frattali  e alla ricerca di un senso in ciò che sembrerebbe non averne, perché potrebbero “aiutarci a comprendere come un piccolo avvenimento sia in grado di far cambiare tutto”.  In ‘Psicogenealogia’ si dice che è troppo presto per tirare le somme ma che i paradigmi scientifici stanno cambiando rapidamente: molte certezze dei secoli passati sono superate; viceversa, idee ritenute infondate trovano nuovi riscontri. Così le ricerche sui neuroni a specchio spiegano ciò che si chiama intuizione, empatia, “ovvero una quasi divinazione miracolosa del pensiero, delle intenzioni, dei desideri e dell’azione sperata da parte dell’altro”. Il futuro della ricerca non può che essere di questo tipo, transdisciplinare, per riuscire a spiegare le modalità di trasmissione di questa eredità e allargare la comprensione di come funzionino la memoria e l’inconscio. Comprensione che finora è emersa più  in ambito letterario (Proust, Virginia Woolf, Musil ad esempio) che scientifico. La disciplina psicogenealogica con la sua tecnica investigativa è suggestiva ma bisogna essere prudenti e  guardarsi dai ciarlatani: poiché è diventata una moda, è praticata anche da chi non ha ricevuto una formazione seria e “può portare ad abusi”, avverte la sua fondatrice.

Solo accettando consapevolmente il proprio guazzabuglio familiare, si può trovare un ramo confortevole per sé dove cinguettare. Oppure dove stonare, ma a modo proprio, rimanendo uguali a se stessi. Come diceva il filosofo Paul Ricoeur, bisogna acconsentire a ‘l’involontario della vita’. “Non ci si sceglie la propria famiglia, ma si può acconsentire a esservi nati e riappropriarsene”, conclude Anne. Forse tutto sta a rinsaldare i legami tra vita conscia e inconscia scissi da questa civiltà dei minimi termini, a dare ascolto agli avi quando hanno qualcosa da dirci, a coltivare la memoria e raccontare ai figli il proprio romanzo familiare invece di occultarlo. A riconoscere le eredità per poi fare storia a sé. Recita un famoso sonetto del poeta francese del XVI secolo, Joachim du Bellay: Felice chi, come Ulisse, ha fatto un lungo viaggio nello spazio e nel tempo, finisce per ritrovare il suo cuore e la sua ragione, e realizza finalmente la sua vera vita per sé stesso”.

Titolo: La sindrome degli antenati. Psicoterapia trans-generazionale e i legami nascosti nell’albero genealogico
Autore: Anne Ancelin Schützenberger
https://tesorisommersi.wordpress.com/2011/07/10/la-sindrome-degli-antenati-psicogenealogia-anne-anceline-schutzenberger/

 

CONFERMATO LEGAME TRA BENZODIAZEPINE ED ALZHEIMER

Uno studio francese pubblicato nell’ultimo numero del British Medical Journal lo conferma: l’uso regolare di benzodiazepine per un periodo superiore a tre mesi aumenta notevolmente il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer.

Cosa sono le benzodiazepine?

Le benzodiazepine sono una classe di farmaci psicotropi , vale a dire, che agiscono sul sistema nervoso centrale (cervello e midollo spinale) modificando alcuni processi chimici naturali (fisiologici). Porta a cambiamenti di coscienza, umore, percezione e comportamento.

Provoca un effetto ansiolitico (contro l’ansia), miorilassante (rilassante muscolare), ipnotico (induce il sonno), antiepilettico (contro l’epilessia) e amnesico (causando problemi di memoria).Tra i principi attivi e i nomi commerciali citiamo AlprazolamBromazepam , BromidenDiazepamValium e Xanax

Questi farmaci sono comunemente utilizzati per il trattamento di disturbi come ansia, spasmi, insonnia, convulsioni, o agitazione durante l’astinenza da alcol.

L’uso a lungo termine di benzodiazepine è pericoloso?

E’ noto da molti anni che l’uso di benzodiazepine per oltre un mese porta ad assuefazione (necessità di dosi maggiori per ottenere lo stesso effetto), dipendenza (difficoltà o impossibilità di interromperne l’assunzione), e la sospensione può causare sintomi di astinenza (recidiva dei sintomi, più tipicamente la potenziale caduta della pressione arteriosa, allucinazioni, psicosi, allucinazioni, convulsioni, malessere).

Lo studio di Sophie Billioti Gagee, colleghi dell’istituto INSERM, dimostra come le benzodiazepine aumentino significativamente il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer – la più nota malattia neurodegenerativa, che in Italia colpisce centinaia di migliaia di persone ogni anno.

Lo studio Inserm

Lo studio ha preso in considerazione quasi 9.000 persone di età superiore a 66 anni, seguiti per 6-10 anni, dimostrando come l’assunzione giornaliera di psicofarmaci per diversi mesi aumenti il rischio di sviluppare una malattia neurodegenerativa :

  • una volta al giorno per 3 – 6 mesi aumenta il rischio di malattia di Alzheimer del 30%
  • una volta al giorno per più di sei mesi aumenta il rischio di Alzheimer del 60-80%.

Preoccupazione in Francia

La Francia detiene il triste record di campione del mondo nel consumo di sostanze psicotrope (nel 2012, quasi 12 milioni di transalpini ne avrebbero fatto uso almeno una volta). In particolare, le
benzodiazepine sono spesso prescritte per trattare stress, ansia e disturbi del sonno: tutti sintomi che possono essere curati con metodi alternativi (fitoterapia, omeopatia, agopuntura).

Inoltre, l’approccio farmacologico “cancella” i sintomi ma non risolve il problema, sicché questi sintomi tendono a ripresentarsi dopo l’interruzione del trattamento. Questo porta spesso a prolungare la cura oltre le raccomandazioni delle autorità sanitarie (non più di 12 settimane): molti pazienti continuano ad assumerne per anni.

I pazienti, nel frattempo, devono essere consapevoli dei rischi connessi con tali trattamenti prolungati e cercare metodi di cura alternativi.

http://www.sante-nutrition.org/lien-benzodiadepines-maladie-dalzeimer-confirme/

NOVITA’ DA SETTEMBRE

A PARTIRE DA SETTEMBRE NUOVI INCONTRI SERALI, PARLEREMO DI MEDICINA FUNZIONALE E DELL’EQUILIBRIO TRA MENTE, CORPO, EMOZIONI

La Medicina Funzionale si differenzia da quella tradizionale per il suo concetto di salute: non solo come stato di benessere fisico e psichico dell’organismo umano derivante dal buon funzionamento di tutti gli organi ed apparati, ma anche salute come stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, dovuto all’assenza di malattie e alla presenza di una vitalità positiva unica per ogni individuo, determinata dall’avverarsi di tutta una serie di circostanze strettamente personali in cui il paziente si sente veramente bene ed in salute.
Lo sviluppo di una malattia o la manifestazione di sintomi clinici sono diversi in ogni individuo e dipendono da diversi fattori: possono esserci caratteristiche personali di predisposizione genetica, ma per condurre ad una patologia è necessario che esse si associno a vari cofattori quali cattive abitudini alimentari e di vita, tossicità ambientale, di stress, traumi fisici, droghe, ricordi di momenti stressanti, rapporti sociali negativi.

Diventiamo coscienti della nostra fisicità, dei nostri movimenti, della nostra respirazione e della nostra carica emotiva o corpo di dolore.
Solo nell’armonia tra corpo, mente ed emozioni possiamo raggiungere un senso di integrità, pace e completezza.
Nessuno ci insegna a farlo. Abbiamo riposto tutta la nostra fiducia nella capacità della mente e del pensiero, perdendo la capacità di sentire il proprio corpo. Il nostro corpo sa fare cose meravigliose, a partire dal respiro. Abbiamo permesso al pensiero/mente di sviluppare e dominare la nostra vita in modo sproporzionato rispetto al sapere istintivo e a quell’intelligenza innata presente in ciascuno di noi. Siamo in conflitto con noi stessi, la mente vuole cose che il corpo non desidera e il corpo desidera cose che la mente non permette, la mente impone istruzioni che il corpo non vorrebbe seguire e il corpo invia segnali che la mente non vuol sentire.
Ecco perché “sentire il corpo e ciò che è giusto per noi nell’ ADESSO, non a livello mentale” è difficile e faticoso.
VIVERE è vivere nel presente ed essere nel corpo.

Per informazioni ed adesioni contattare il  340/2870987

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