IN ARRIVO DA AIFA LE PRIME AIC, GLI OMEOPATICI DIVENTANO FARMACI

Roma, 27 ottobre – Sono in arrivo le prime autorizzazioni dell’Aifa che attribuiscono anche ai rimedi omeopatici il rango di farmaci a tutti gli effetti, status fino ad oggi non riconosciuto.

Ad annunciarlo è Omeoimprese, la sigla delle aziende dei produttori di omeopatici, che informa che all’Agenzia italiana del farmaco sono stati richiesti oltre 3.000 codici di autorizzazione all’immissione in commercio, che verranno rilasciati entro la fine del 2018.

Una vera rivoluzione per le aziende omeopatiche, riferisce una nota Ansa, costrette a presentare al vaglio dell’Agenzia regolatoria nazionale una corposa documentazione e un elaborato dossier di registrazione, mai presentato fino ad ora.

“Le aziende hanno dovuto sostenere onerosi investimenti per adeguarsi alle richieste di Aifa” spiega il presidente di Omeoimprese Giovanni Gorga  “e da gennaio 2019 tutti i medicinali omeopatici in commercio avranno ottenuto l’Aic, proprio come avviene per i farmaci allopatici. Vi sono, però, sostanziali differenze, che rischiano di mettere in ginocchio il settore”.
A giudizio di Omeoimprese, pensare di trattare l’omeopatia alla stessa stregua della medicina tradizionale “implica un errore di valutazione. Le aziende omeopatiche, infatti, hanno dimensioni inferiori rispetto alle aziende farmaceutiche” spiega Gorga “e non possono permettersi di affrontare gli stessi costi di registrazione”.
“Il Decreto Tariffe del ministro Lorenzin dello scorso febbraio 2016 stabilisce importi tariffari assolutamente improponibili
 ”  continua il presidente delle aziende di settore. “Si tratta di cifre insostenibili per un settore che comunque non può né vuole pensare di competere con le Big Pharma“.
“Siamo felici che anche l’Aifa e il Ministero abbiamo riconosciuto a tutti gli effetti il valore dell’omeopatia rispetto alla medicina tradizionale”  prosegue Gorga, “ma occorre che ogni settore venga considerato in base alle singole peculiarità. In Italia sono oltre 8 milioni le persone che si rivolgono all’omeopatia, e se non troveranno medicine italiane in vendita, compreranno preparati stranieri. Il settore in Italia morirà, a favore delle aziende estere“.
L’obiettivo che Omeoimprese si pone per i prossimi mesi è, dunque, di lavorare con le istituzioni per rivedere il Decreto Tariffe.

http://ordinefarmacistiroma.it/gli-omeopatici-diventano-farmaci-in-arrivo-da-aifa-le-prime-aic-3000-le-richieste/?fbclid=IwAR3DmXRyuAS_pjtUgaiaobFIuGrQAYjMrVi2OSYWjF89PQ2GKxazRdC8NBM

PARKINSON: CONFERMATO LEGAME TRA BATTERI INTESTINALI E PATOLOGIE NEURODEGENERATIVE

Lo studio “Gut microbes promote motor deficits in a mouse model of Parkinson’s disease” da poco pubblicato sulla rivista Cell ha approfondito e dato corpo alle tesi che vedono la possibile esistenza di un collegamento fra il microbioma intestinale e la malattia di Parkinson.

«Per la prima volta – spiega Sarkis Mazmanian, pioniere degli studi sul microbioma, tra gli autori dello studio e professore della California Institute of Technology – abbiamo scoperto un nesso biologico fra il microbioma intestinale e la malattia di Parkinson. Più genericamente, la ricerca rivela che una malattia neurodegenerativa può avere origine nell’intestino e non solo nel cervello, come si pensava in precedenza. La scoperta in pratica rappresenta un cambio di paradigma e apre per il futuro nuove possibilità di trattamento per i pazienti.».

Lo studio

I ricercatori hanno lavorato su topi geneticamente modificati per il Parkinson, dividendoli in due gruppi: il primo cresciuto in ambiente sterile (germ free), il secondo in condizioni normali. I topi cresciuti in ambiente sterile hanno mostrato minori deficit motori e un accumulo ridotto di proteine malformate rispetto ai topi cresciuti in ambiente normale: un trattamento a base diantibiotici su questi ultimi ha dato effetti simili a quelli riscontrati nei topi cresciuti in ambiente sterile. Viceversa, i topi germ free hanno registrato peggioramenti nei sintomi, se sottoposti a un trattamento a base di acidi grassi a catena corta o se sottoposti a trapianti fecali da parte di pazienti affetti da Parkinson. Esiste inoltre un fattore genetico nel potenziale sviluppo della patologia: i ricercatori hanno infatti usato un modello animale geneticamente modificato che replica i sintomi del Parkinson, e i topi non predisposti alla malattia, una volta sottoposti allo stesso trapianto fecale, non hanno sviluppato gli stessi deficit motori.

Questi risultati suggeriscono come in primis esista un’influenza negativa diretta da parte del microbioma intestinale nell’esacerbare i sintomi, con la creazione di un ambiente favorevole all’accumulo di proteine deformi, mentre dall’altra parte confermano che le terapie probiotiche o prebiotiche possono potenzialmente alleviare i sintomi della malattia.

La situazione in Italia

Anche in Italia si stanno realizzando ricerche su microbioma e malattie degenerative. «Oggi c’è molto interesse su questo aspetto ed anche noi abbiamo iniziato un progetto di studio del microbiota intestinale nei pazienti con Parkinson – racconta a Microbioma.it Fabrizio Stocchi, neurologo e direttore del Centro Parkinson dell’IRCCS San Raffaele Pisana – Vi sono indicazioni che il microbiota presenta alterazioni caratteristiche nei pazienti parkinsoniani e sappiamo che la proteina responsabile della morte cellulare nel cervello dei parkinsoniani, l’alfasinucleina, si trova anche nell’intestino di questi pazienti. L’alterazione del microbiota favorirebbe l’ingresso dell’alfasinucleina nel cervello iniziando il processo patologico che porta poi allo sviluppo della malattia. Lo studio riportato in questo articolo supporta questa ipotesi e incoraggia la prosecuzione della ricerca sul microbiota».

Il futuro della ricerca in questo campo: identificare batteri buoni e batteri cattivi per capire come agire

Se antibiotici e trapianti fecali sono ancora lontani dal diventare terapie praticabili nell’immediato, la prossima sfida per gli scienziati sarà proprio identificare le specie batteriche che contribuiscono all’insorgenza del Parkinson o a un aggravamento dei suoi sintomi e quali invece svolgono un’azione protettiva per i pazienti. «Una simile scoperta – conclude il Prof. Sarkis Mazmanian –potrebbe servire da marker diagnostico per la malattia, o persino fornire nuovi obiettivi per lo sviluppo di farmaci specifici. Come ogni altro processo di sviluppo di nuovi farmaci, portare questo lavoro dagli animali agli esseri umani richiederà anni. Ma questo è un primo passo avanti importante verso l’obiettivo a lungo termine: sfruttare le conoscenze che abbiamo acquisito e aiutare ad alleggerire il peso clinico, economico e sociale della malattia di Parkinson».

Fonti: microbiota.it
https://saluteuropa.org/segnali-dal-futuro/177-parkinson-confermato-legame-tra-batteri-intestinali-e-patologie-neurodegenerative/

APPELLO PER UNO STOP ALL’INGIUSTIFICATO E ANTISCIENTIFICO ATTACCO CONTRO I MEDICI OMEOPATI

Come medici laureati e abilitati all’esercizio della professione, chiediamo un intervento istituzionale incisivo a difesa della nostra professione. Il linciaggio mediatico al quale siamo sottoposti è senza precedenti.

Negli ultimi mesi in Italia si sono intensificati gli attacchi contro l’omeopatia. Essa viene presentata come una pseudoscienza, una vera e propria truffa ai danni di ingenui cittadini che vengono convinti ad affidarsi al ciarlatano di turno – poco importa che invece si tratti di medici laureati e abilitati alla professione medica con formazione specifica in omeopatia – che li convince ad acquistare del banale zucchero e sfrutta solo l’effetto placebo per ottenere risultati.

Ogni giorno assistiamo inermi ad un linciaggio mediatico di questa pratica senza possibilità di contraddittorio, in nome della crociata del politico o dello scienziato di turno, unico detentore di verità assolute con le quali educare ingenui e sprovveduti cittadini a vivere secondo il suo incontestabile credo.

1. L’Omeopatia è la seconda medicina al mondo, seconda soltanto alla medicina convenzionale

L’omeopatia è la prima medicina complementare in Europa, è diffusa nel mondo in più di 80 paesi. In Svizzera dal maggio 2017 cinque terapie complementari inclusa l’omeopatia sono equiparate alle altre specialità mediche e sono rimborsate dal sistema assicurativo sanitario.

Il Rapporto Italia 2017 di Eurispes riferisce che la Medicina Integrata è utilizzata da circa 12 milioni di cittadini e che l’omeopatia è la più popolare fra le terapie. Nel 2013 dati dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna (ONDA), riferiti a un campione di 1000 donne di età compresa tra i 25 e i 54 anni, affermavano che oltre il 70% aveva avuto un’esperienza positiva con l’omeopatia.

L’ISTAT con i due studi “Tutela della salute e accesso alle cure” (luglio 2014) e “Cura e ricorso ai servizi sanitari” (aprile 2015) ha riportato che in Italia utilizzano regolarmente farmaci omeopatici circa 2 milioni e 452 mila di persone (circa 4,1% della popolazione), posizionando gli Italiani al terzo posto in Europa dopo Francia e Germania.

Secondo un’indagine della Federazione Medici Pediatri (Fimp 2016) condotta su 5.400 pediatri aderenti alla Federazione, quasi tutti convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale, il 30% dichiara di ricorrere all’omeopatia; di questi il 36% lo fa quotidianamente.

Si veda anche la NOTA 1 sulle strutture pubbliche europee che offrono prestazioni di medicina omeopatica.

2. La medicina si avvale della scienza

La medicina è una technè che si avvale della scienza e nella quale entrano in gioco variabili soggettive ed individuali ineliminabili perché il suo oggetto non sono entità inanimate bensí esseri viventi, con la loro individualità e unicità.

Nella medicina scientifica clinica si utilizzano i dati che derivano da studi su gruppi di persone. Questi dati sono espressi con una probabilità statistica, non con una certezza. Occorre poi vedere qual è la probabilità che i dati derivanti dagli studi siano applicabili all’individuo che il medico cura. La scientificità della medicina misura nel migliore dei casi quindi solo una probabilità, che bisogna poi vedere se è applicabile all’individuo: questo è il massimo della certezza.

Fatta questa doverosa premessa, non si può non rilevare come negli articoli che attaccano l’omeopatia spariscano i riferimenti alla crescente mole di letteratura scientifica, consultabile facilmente (brevemente riportati nella NOTA 2), che evidenzia come queste diluizioni abbiano un’azione biologica misurabile. Ecco che si enfatizzano le prese di posizione ostili all’omeopatia, dimenticando invece illustri pareri a favore. David Sackett, medico canadese padre dell’EBM (la medicina basata sulle evidenze), ha espresso serie riserve sui ricercatori e i medici che considerano gli studi randomizzati-in doppio cieco come gli unici strumenti in grado di stabilire se un trattamento è efficace nella pratica clinica. In effetti, se così fosse buona parte della pratica chirurgica sarebbe “non scientifica” o “non dimostrata”, dato che difficilmente si avvale di procedure sottoposte a verifiche in doppio cieco!

L’altro padre dell’EBM, Guyatt, ha scritto che l’evidenza da sola non è mai sufficiente per prendere una decisione clinica: coloro che devono prendere una decisione devono sempre considerare rischi e benefici, svantaggi e costi associati con le differenti strategie alternative e nel farlo devono tenere in considerazioni le preferenze dei pazienti. Infatti molti interventi medici, fra cui l’omeopatia, sono complessi e devono essere studiati tenendo conto della loro complessità intrinseca. L’omeopatia non è una panacea ma un valido complemento alla medicina convenzionale per la salute dei cittadini.

3. Gli studi illustri sulla plausibilità dell’Omeopatia

La principale resistenza al riconoscimento del valore dell’omeopatia viene dalla sua asserita implausibilità: le soluzioni così diluite non possono avere un’azione biologica perché sono acqua fresca. Ma negli ultimi 10 anni proprio gruppi italiani quali quello di Paolo Bellavite all’Università di Verona e di Andrea Dei all’Università di Firenze hanno condotto ricerche scientifiche pubblicate in letteratura internazionale che dimostrano incontrovertibilmente l’azione del medicinale omeopatico sull’espressione a livello dei geni.

Più recentemente, studi provenienti da vari gruppi di ricerca, tra cui quelli del prof Bellare JR in India e Van Wassenhoven in Belgio, hanno chiaramente dimostrato la presenza di nanoparticelle di medicinale omeopatico anche nelle diluizioni oltre il numero di Avogadro. Chi ad oggi continua ad affermare che nel medicinale omeopatico non c’è nulla dentro, non conosce le evidenze scientifiche attuali. La dimostrazione di nanoparticelle della sostanza di partenza nel medicinale omeopatico apre nuovi scenari sul meccanismo d’azione alla base dell’omeopatia e la posiziona nel grande campo della nanomedicina, con azione a livello dei geni.

Questa estate si è svolta presso la prestigiosa London Royal Society of Medicine una conferenza internazionale, con la partecipazione di scienziati di fama fra cui due premi Nobel, che ha confermato l’azione terapeutica di dosi estremamente basse (nanodosi) dei medicinali omeopatici.

Per il riferimento agli studi qui citati vedi fra l’altro l’articolo: “Online la prima banca dati italiana di Omeopatia”

Come medici esperti in omeopatia, ma soprattutto come medici laureati e abilitati all’esercizio della professione, chiediamo un intervento istituzionale incisivo a difesa della nostra professione. Chiediamo quindi una presa di posizione netta e precisa rispetto agli attacchi che da troppo tempo mettono in ridicolo la nostra dignità e quella dei nostri pazienti, tentando di minare la libertà degli uni e degli altri, nell’intento di uniformare i sistemi di cura a semplici prassi standardizzate.

A conferma della legittimità delle nostre richieste facciamo riferimento all’Accordo Stato Regioni del 2013 sulla formazione e l’esercizio della professione, da cui deriva l’accreditamento delle scuole di omeopatia, declinata nelle differenti discipline che comprendono omeopatia, antroposofia e omotossicologia, in atto ormai in molte Regioni e l’iscrizione dei medici esperti in appositi Registri presso quasi tutti gli ordini provinciali dei medici.

Per non dimenticare la registrazione dei medicinali omeopatici presso AIFA, in esecuzione della direttiva comunitaria sui farmaci; la normativa UE riguarda anche il riconoscimento di maggiore qualità delle carni di allevamenti curati omeopaticamente. E la già citata “Strategia dell’OMS per la Medicina Tradizionale 2014-2023” edito da OMS nel 2013, che auspica lo sviluppo dei sistemi di cura tradizionali e complementari.

L’omeopatia è riconosciuta come atto medico dalla FNOMCeO dal 2002 insieme alla medicina antroposofica e all’omotossicologia e il suo esercizio è in Italia riservato ai medici, odontoiatri, veterinari e farmacisti per gli ambiti di loro competenza.

Nota 1: L’omeopatia nei servizi sanitari pubblici in Europa (Sintesi)

Germania
– Berlino: Anthroposophical Community Hospital Havelhoehe
– Stoccarda: Flider-Hospital– Essen: Clinic for Complementary and Integrative Medicine/ Senology Center of Essen-Central Clinic
– Duisburg-Essen: Richterswil
– Monaco: Competence Centre for Complementary Medicine – Breast Center at the Technical University Munich
– Jena: Out-patient Center for Complementary Medicine and Integrative Oncology of the University Hospital Jena

Gran Bretagna
– Londra: Royal London Hospital for Integrated Medicine
– Londra: Royal Marsden NHS Foundation Trust

Francia
– Lyon: Centre Hospitalier Lyon-Sud, Dip. Materno-infantile
– Chambéry: Centre hospitalier de Chambéry
– Troyes: Centre hospitalier de Troyes, Service d’Oncologie Radiothérapie
– Lyon: Centre Léon Bérard
– Strasburg: Centre Paul Strauss
– Le Chesnay Cedex: Hopital Mignot
– Bordeaux: Institut Bergonié, Centre Régional de Lutte Contre le Cancer
– Villejuif: Institute Gustave Roussy, Department of Supportive Care

Svizzera
– Arlesheim: Klinik Arlesheim
– Arlesheim: Ita Wegman Geburtshaus
– Richterswi: Paracelsus-Spital Richterswil
– Ascona: Casa di Cura Andrea Cristoforo
– Langna: Regionalspital Emmental AG – Abteilung Komplementärmedizin
– Scuol: Ospidal Engadina Bassa – Abteilung Komplementärmedizin
– Locarno: Clinica Santa Croce

Svezia
– Järna: Vidarkliniken

Austria
– Wien: Medical University of Vienna, Department of Medicine I, Division of Oncology Outpatients Unit Additive Homeopathy for Cancer Patients

Lituania
– Vilnius: Institute of Oncology, Vilnius University

Italia
– Centro di Medicina Integrata dell’ospedale di Pitigliano-centro di riferimento regionale per la Medicina Integrata nel percorso ospedaliero
– Centro di riferimento regionale per l’omeopatia presso l’ospedale campo di Marte a Lucca

NOTA 2: breve rassegna delle evidenze scientifiche

Molte ricerche scientifiche, soprattutto nell’ultimo decennio, hanno indagato il meccanismo d’azione del medicinale omeopatico e la sua efficacia in diverse condizioni cliniche. Su PubMed, la principale banca dati internazionale medico-scientifica, vi sono ad oggi circa 5700 articoli sull’omeopatia. Iris Bell, professore emerito di Family e Community medicine all’Università dell’Arizona, ha recentemente pubblicato sul sito dell’American Institute of Homeopathy Homeopathy Research Evidence Base, che raccoglie circa 6000 evidenze sull’omeopatia.

Fino alla fine del 2014 sono stati pubblicati 189 RCT peer reviewed in omeopatia. Di questi, 104 erano contro placebo in 61 diverse condizioni cliniche. Di questi 104 RCT, 43% hanno avuto risultati positivi, 56% non conclusivi e 5% negativi (dati presenti su https://facultyofhomeopathy.org/research/).

Una relazione su efficacia, costo-beneficio e appropriatezza dell’omeopatia dell’Ufficio federale di salute svizzero, all’interno del Programma di valutazione della medicina complementare (PEK), ha riportato risultati positivi per l’omeopatia in 29 studi riguardanti allergie e infezioni delle alte vie respiratorie.

A tutt’oggi, sulla base di un database tutto italiano, risultano pubblicati ed indicizzati:
– 95 revisioni sistematiche qualitative
– 25 revisioni sistematiche quantitative con metanalisi
– 243 RCTs (studi randomizzati controllati)
– 96 studi di Ricerca in Agro-Omeopatia
– 148 studi di Ricerca Fisico-Chimica
– 208 studi di Ricerca di Base (pre-clinica)
– 106 studi di Ricerca Veterinaria
– 123 studi osservazionali

Si tratta, quindi, di una base di evidenza scientifica ampia e significativa, i cui risultati depongono in larga parte a favore dell’Omeopatia.

Fra queste evidenze meritano di essere citate le metanalisi di Kleijnen et al. (1995), Boissel et al. (1996), Linde et al. (1997); Cucherat et al. (2000).

Nel 2013 un ricercatore del Karolinska Institute, Robert Hahn, ha pubblicato una revisione delle meta-analisi sull’omeopatia, in cui afferma: «Nel 1997 Klaus Linde e collaboratori hanno identificato 89 studi clinici che hanno dimostrato una probabilità complessiva a favore dell’omeopatia sopra il placebo di 2.45» Hahn conclude. «Gli studi clinici dei rimedi omeopatici dimostrano che sono nella maggior parte delle volte superiori al placebo. I ricercatori che sostengono la tesi opposta si basano su un sistematico annullamento di studi, sull’adottare dati virtuali, o su metodi statistici inappropriati».

In un’altra recente revisione (Fixen 2018) su 9 RCT e 8 studi osservazionali sul trattamento omeopatico delle infezioni delle alte vie respiratorie, l’omeopatia è risultata equivalente al trattamento convenzionale ma con minori effetti avversi, con una potenziale riduzione del fenomeno delle antibioticoresistenza, definita dall’OMS una grave minaccia alla salute globale dei cittadini.

Alcuni studi hanno evidenziato che le medicine complementari, compresa l’omeopatia, consentono di realizzare risparmi significativi della spesa sanitaria (Van Wassenhoven 2004, Smallwood 2005, Kooreman 2012, Viksveen 2013, Colas A 2015).

Il programma francese di ricerca EPI3 (825 ambulatori di medicina generale, 8.559 pazienti) ha valutato i risultati dei trattamenti omeopatici o allopatici su tre tipologie di disturbi: infezioni del tratto respiratorio superiore, dolori muscolo-scheletrici e disturbi del sonno, ansia e depressione. Confrontando i risultati ottenuti, l’omeopatia ha dimostrato efficacia clinica paragonabile alla medicina convenzionale, ma con riduzione nell’uso dei farmaci e degli eventi avversi da farmaci e con potenziale diminuzione dei costi per il sistema sanitario. In particolare, nel gruppo di pazienti con infezioni delle vie respiratorie (N: 518), il miglioramento è del tutto simile, ma i pazienti trattati con omeopatia hanno ridotto del 57% il consumo di antibiotici. Per i dolori muscoloscheletrici (N: 1.153), a parità di risultati terapeutici, i pazienti trattati con omeopatia hanno dimezzato il consumo di antinfiammatori (-46%) e ridotto di due terzi quello di analgesici (-67%). Risultati analoghi per il gruppo di pazienti con disturbi del sonno, ansia e depressione (N: 710), dove a fronte di un miglioramento clinico analogo, con il trattamento omeopatico il consumo di benzodiazepine è calato del 71%.

Spesso viene affermato che non vi sono studi replicativi in omeopatia. Occorre notare che i finanziamenti sono enormemente inferiori che per la medicina convenzionale; ma nonostante ciò, con l’aumentare degli studi, si stanno moltiplicando gli studi con risultati positivi ripetuti, ad esempio:
– depressione (Adler UC 2011; del Carmen Macías-Cortés 2013; del Carmen Macías-Cortés 2015; Viksveen P 2014; Viksveen P 2017; Viksveen P 2018)
– diarrea infantile (Jacobs J 1994; 2000; 2003)
– fibromialgia (Fisher P, 1989; Bell IR, 2004; Relton C, 2009)
– infezioni delle vie aeree superiori (Bellavite P, 2006; Bornhöft G, 2006)
– insonnia (Bell IR 2010; Brooks AJ 2010; Carlini EA,1987; Naudé DF 2010)
– radiodermite (Balzarini A 2000; Schlappack O 2004)
– raffreddore comune (Maiwald VL, 1988; Michalsen A 2015; Jacobs J 2016)
– rinite allergica stagionale (Reilly DT, 1986; Wiesenauer M, 1985; Wiesenauer M, 1990 ; Wiesenauer M, 1997; Weiser M, 1999; Aabel 2000; Kim LS, 2005 ; Taylor MA, 2006)
– sequele e problemi post-operatori (inclusa Arnica) (Brinkhaus B 2006; Robertson A 2007; Totonchi A 2007; Karow J-H 2008; Sorrentino et al 2017)
– vertigini (Weiser M 1998; Schneider B 2005; Issing W 2005)

AMIOT – Associazione Medica Italiana di Omotossicologia
FIAMO – Federazione Italiana Associazioni e Medici Omeopati
LUIMO – Associazione per la Libera Università Internazionale di Medicina Omeopatica
SIMA – Società Italiana di Medicina Antroposofica
SIMO – Società Italiana Medicina Omeopatica
SIOMI – Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata

Da:

https://www.libriomeopatia.it/articoli/appello_stop_attacco_medicinali_omeopatici.php?idn=60&idx=1857&idlink=3&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=nl_60

SEMPRE PIU’ ALLERGICI E MALATI. MA A RAFFORZARE I NOSTRI BIMBI SARANNO I MICROBI AFRICANI

Succede anche con il clima: i batteri subsahariani arricchiscono l’ecosistema.

È in atto una migrazione sotterranea, impercettibile, ma tumultuosa e inarrestabile. Valica le frontiere, si muove a cavallo delle persone o degli eventi atmosferici. Sta scaricando sull’Europa – e sull’Italia che ne è l’avamposto – milioni di microbi, funghi, batteri provenienti dall’Africa. Non sembrano destinati a distruggerci. Anzi, rischiano di aiutarci a combattere uno dei nostri peggiori – e trascurati – mali: la perdita di biodiversità, nell’ambiente ma soprattutto nel nostro organismo.

Ci stiamo impoverendo. Sempre meno batteri, sempre meno vari. A Firenze, un team di ricercatori studia da anni i microrganismi del nostro corpo basandosi sui big data ricavati da sequenze di Dna. «L’industria alimentare e i suoi processi, la sanificazione, l’utilizzo massiccio di antibiotici negli allevamenti hanno contribuito a debellare molti agenti nocivi, ma hanno finito per estirparne anche di essenziali», rivela Duccio Cavalieri, professore al dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze. «Un esempio sono i probiotici, che acquistiamo per reintrodurre nel nostro corpo elementi un tempo naturalmente presenti».

Aver eliminato funghi, batteri, microbi sta contribuendo all’esplosione di malattie auto immuni, infiammazioni, allergie. «Il sistema immunitario fin dalla nascita si abitua a riconoscere i microrganismi buoni da quelli che non lo sono», spiega Carlotta De Filippo, microbiologa all’Istituto di Biologia e biotecnologie agrarie del Cnr di Pisa. «Tuttavia, poiché la varietà microbica con cui entra in contatto è sempre minore, reagisce a ogni novità come se fosse patogena. E sviluppa infiammazioni».

Si spiega così il boom dei malanni del nuovo millennio. E perché molti – che fino a vent’anni fa insorgevano in persone adulte – attacchino sempre prima. Il numero di bambini soggetti ad allergie alimentari è schizzato del 20% in dieci anni: in Italia uno su venti – secondo l’Organizzazione mondiale dell’allergia – ne soffre. Tra 6 e 12 anni, il 7% ha dermatite atopica, il 15% di rinite allergica e il 9% di asma. Stesso discorso per le malattie auto immuni, come il morbo di Chron: il 25% dei nuovi casi ha meno di vent’anni. La diffusione delle infiammazioni croniche intestinali è raddoppiata nell’ultimo decennio, con 8 bimbi su 100 mila colpiti e un’età di insorgenza scesa a 10 anni. E ancora: artriti reumatoidi, coliti ulcerose, sclerosi multipla, diabete di tipo 1. «La correlazione tra la diffusione e precocità di questi mali e la riduzione della varietà microbica è assodata», assicura De Filippo.
Siamo diventati fragili. Meno ricchi. Una ricchezza di cui l’Africa, da cui moltitudini cercano di fuggire, abbonda. La grande migrazione, tra i tanti effetti, potrebbe celarne uno finora poco indagato: milioni di batteri stanno invadendo l’Italia. Nelle popolazioni africane si annida una grande quantità (e varietà) di microrganismi che il nostro mondo ha perso. I ricercatori fiorentini l’hanno scoperto mettendo a confronto alcuni bambini toscani con coetanei del villaggio Boulpon, nel Burkina Faso. «Hanno il triplo di acidi grassi a catena corta, antinfiammatori naturali», racconta Cavalieri. E soprattutto hanno concentrazioni di patogeni inferiori: l’Escherichia (responsabile di cistiti, infiammazioni alle vie urinarie) è presente in misura quattro volte superiore nei bambini italiani, la Salmonella otto volte tanto, la Shigella (dannosa per l’intestino) sette volte, la Klebsiella (agente delle infiammazioni alla vie aeree, come la polmonite) quasi quindici. La differenza sta nei nutrimenti: fibre, amido non raffinato e altre fonti vegetali, pochi grassi animali, ma soprattutto niente industria alimentare. «I bambini africani vivono in un ambiente fortemente contaminato», ragiona il professor Cavalieri. «Eppure i principali patogeni umani si ritrovano in quantità decisamente minori, perché hanno una ricchezza microbica che li difende. Noi non ce l’abbiamo più».

Le popolazioni africane potrebbero aiutarci a recuperarne una parte. Nell’ecosistema sta già accadendo qualcosa di simile. Nel 2014 una nevicata ha riversato sulle Dolomiti grandi quantità di sabbia del Sahara. Non era la prima volta ma quell’anno il gelo ha cristallizzato per mesi l’ambiente. La sabbia conteneva milioni di funghi e batteri: intere famiglie si sono trasferite, oltrepassando il deserto e il Mediterraneo, per colonizzare le Alpi. Il disgelo le ha riversate nell’arco di poche ore. Poteva essere una catastrofe. Invece no. Un gruppo di ricercatori (Cnr, Fondazione Edmund Mach, atenei di Firenze, Innsbruck e Venezia) ha prelevato campioni dal suolo dolomitico e li ha analizzati per tre anni. Per scoprirne l’origine, hanno ricostruito le traiettorie atmosferiche e il Dna dei microrganismi ritrovati, confrontandoli con dati campionati in tutto il mondo.Il risultato è sorprendente: i microrganismi sub-sahariani si sono adattati all’ambiente alpino e, anziché stravolgerlo, lo stanno arricchendo. «Questi eventi sono la diretta conseguenza dei cambiamenti climatici, saranno sempre più frequenti», spiegano i coordinatori del team, Cavalieri, Tobias Weil e Franco Miglietta. «Andranno monitorati nel tempo ma per ora possiamo dire che gli effetti positivi sono prevalenti rispetto a quelli problematici».

Lo stesso – fatte le dovute proporzioni – potrebbe accadere agli esseri umani. In fondo anche noi siamo un ecosistema: in una persona di 70 chili, i microrganismi ne valgono almeno 2. I nostri sono sempre più standard.

Andrea Rossi
pubblicato su LASTAMPA

https://www.lastampa.it/2017/05/10/italia/allergie-e-malattie-autoimmuni-cos-i-microbi-degli-africani-rafforzano-il-nostro-organismo-sEKMmqzAkx1Mvc3zuUTpzM/pagina.html

L’INTESTINO E’ COLLEGATO DIRETTAMENTE AL CERVELLO DA UN CIRCUITO NEURONALE APPENA SCOPERTO

L’ intestino umano è rivestito da oltre 100 milioni di cellule nervose: è praticamente un cervello a sé stante. E in effetti, l’intestino parla al cervello, rilasciando ormoni nel flusso sanguigno che, nel corso di circa 10 minuti, ci dicono “quanto sia affamato o che non avremmo dovuto mangiare un’intera pizza”. Ma un nuovo studio rivela che l’intestino ha una connessione molto più diretta con il cervello attraverso un circuito neurale che gli consente di trasmettere segnali in pochi secondi.

Queste scoperte potrebbero portare a nuovi trattamenti per l’obesità, i disturbi alimentari e persino la depressione e l’autismo, tutti fattori collegati a un intestino malfunzionante.

Lo studio rivela “una nuova serie di percorsi che utilizzano le cellule intestinali per comunicare rapidamente con … il tronco cerebrale”, afferma Daniel Drucker, uno scienziato clinico che studia i disordini intestinali presso il Lunenfeld-Tanenbaum Research Institute di Toronto, in Canada, che non era coinvolto nel lavoro. Sebbene restino molte domande prima che le implicazioni cliniche diventino chiare, dice il ricercatore: “Questo è un nuovo fantastico pezzo del puzzle”.

Nel 2010, il neuroscienziato Diego Bohórquez della Duke University di Durham, nella Carolina del Nord, ha fatto una scoperta sorprendente guardando attraverso il suo microscopio elettronico. Le cellule enteroendocrine, che fissano il rivestimento dell’intestino e producono ormoni che stimolano la digestione e sopprimono la fame, hanno protrusioni che assomigliano alle sinapsi utilizzate dai neuroni per comunicare tra loro. Bohórquez sapeva che le cellule enteroendocrine potevano inviare messaggi ormonali al sistema nervoso centrale, ma si chiedeva anche se potevano “parlare” al cervello usando segnali elettrici, come fanno i neuroni. Se è così, le cellule endocrine dovrebbero inviare i segnali attraverso il nervo vago, che viaggia dall’intestino al tronco cerebrale.

I ricercatori hanno iniettato un virus della rabbia fluorescente, che è stato trasmesso attraverso sinapsi neuronali, nei topi e hanno aspettato che le cellule enteroendocrine e i loro partner si accendessero. ” Questi partner si sono rivelati essere neuroni vagali“, riferiscono i ricercatori su Science.

In una capsula di Petri, le cellule enteroendocrine raggiungevano i neuroni vagali e formavano connessioni sinaptiche l’una con l’altra. Le cellule emettevano persino glutammato, un neurotrasmettitore coinvolto nell’odore e nel gusto, che i neuroni vagali raccoglievano nell’arco di 100 millisecondi, più velocemente di un battito di ciglia.

“La velocità delle connessioni sinaptiche delle cellule enteroendocrine è molto più veloce di quanto gli ormoni possano viaggiare dall’intestino al cervello attraverso il flusso sanguigno”, dice Bohórquez.  “La lentezza degli ormoni può essere responsabile dei fallimenti di molti soppressori dell’appetito. Il passo successivo è studiare se questa segnalazione gut-brain fornisce al cervello informazioni importanti sui nutrienti e sul valore calorico del cibo che mangiamo”.

Un altro studio, pubblicato sulla rivista Cell, rivela come le cellule sensoriali dell’intestino ci possano beneficiare ulteriormente. I ricercatori hanno utilizzato i laser per stimolare i neuroni sensoriali che innervano l’intestino nei topi, producendo sensazioni gratificanti che i roditori hanno lavorato duramente per ripetere. La stimolazione laser ha anche aumentato i livelli di un neurotrasmettitore stimolante l’umore chiamato dopamina nel cervello dei roditori.

“Combinate, le due ricerche aiutano a spiegare perché stimolare il nervo vago con la corrente elettrica può trattare una grave depressione nelle persone”, dice Ivan de Araujo, un neuroscienziato della Icahn School of Medicine del Monte Sinai a New York, che ha guidato lo studio. I risultati possono anche spiegare perché, a livello base, mangiare ci fa sentire bene. “Anche se questi neuroni sono al di fuori del cervello, si adattano perfettamente alla definizione di neuroni di ricompensa “che guidano la motivazione e aumentano il piacere”, dice il ricercatore.

Dott. Mauro Piccini
https://www.medimagazine.it/l-intestino-e-collegato-direttamente-al-cervello-da-un-circuito-neuronale-appena-scoperto/
Fonte: Science

 

LE 6 FERITE SECONDO LA BUSSOLA COSTITUZIONALE: IL RIFIUTO

Carattere: indipendente ma riservato
Emozione primaria: disprezzo, avversione
Conflitto: di relazione
Diritto negato: di esistere
Paura: della compagnia, di vivere con gli altri
Illusione di Sé: “penso dunque esisto e sono speciale e unico”
Comportamento: superbo e asociale
Energia fisica: alta; energia mentale: bassa (-ecto, +meso,+endo)
Colore utile: giallo, “trova la gioia di vivere, sorridi al tuo cuore”

Le tre fasi della vita in un batter d’occhio: nel passato sono stato rifiutato, vivo il presente in virtù del futuro per non essere disprezzato, ma ho Paura del futuro perché potrei sentirmi accolto

Un’anima rifiutata si sentirà inutile in tutto il suo essere, sia fisico che mentale. Sente di non essere degna di esistere e di non meritare niente dalla vita. Proverà disprezzo ogni volta che incapperà in situazioni in cui verrà o riceverà un rifiuto, e per questo motivo avrà paura di stare con gli altri, di avere una compagnia o un partner. Queste situazioni comportano il rischio di essere rifiutati. Per evitare un possibile rifiuto e quindi una ferita più profonda eviterà di stare con gli altri, diventando un asociale, misantropo; per lui il detto “meglio solo che mal accompagnato” è un istinto vitale. Quest’anima avrà uno scarso senso di sé, un io molto debole e un contatto con il corpo e le sue sensazioni molto limitato. Tende a dissociare il pensiero dal sentire: ciò che pensa non sempre è collegato ai suoi sentimenti. Tende a ritirarsi in se stesso perdendo il contatto con la realtà che è all’esterno perché non si fida di nessuno.

Il carattere sarà indipendente ma riservato. Apparentemente è il classico bambino o adulto che non si vede e non si sente, cercherà sempre di non apparire, di non farsi notare, siederà in fondo alla sala, all’ultimo banco in fondo a destra, non alzerà mai la mano per dire la sua e se non è d’accordo con l’interlocutore, abbasserà gli occhi e ingoierà le parole, le braccia e le gambe incrociate saranno il chiaro segnale che non vuole avere contatti con nessuno. Parla poco e lascia intendere, non affronta le problematiche ma le fugge, non crede di essere capace di stare con gli altri. Cerca di non attaccarsi alle cose materiali perché non le merita, e poi a cosa servono, pensa, se è infelice dentro al cuore. Si crede uno zero assoluto, una nullità, è convinto che nessuno possa amarlo o accettarlo, si auto denigra, si disprezza ma rivolge questa negatività al mondo intero; odia tutti, diffida di chi gli fa del bene e se viene accettato sarà il primo a scappare perché teme che possa entrare a far parte di un gruppo, e questo per lui è impossibile, ci deve essere sicuramente un inganno o una convenienza se lo hanno accettato. Ha pochissimi amici e conoscenze, se non è cercato non cercherà nessuno, piangerà in silenzio e al buio ma non avrà la forza di chiedere aiuto, il suo grido di disperazione si materializza in gesti inconsulti e tragici, come il suicidio o l’omicidio. Prima di giungere a questo gesto estremo, passerà attraverso le fasi del rancore, dell’odio e del disprezzo per se stesso e per chi l’ha rifiutato. Umiliare e tradire chi lo ama e lo desidera è quello che gli riesce meglio, solo così potrà essere rifiutato nuovamente per sentirsi ancora più vittima.

La ferita del rifiuto ha avuto nel primo periodo di vita un vissuto molto difficile o di mancata accettazione da parte di un genitore o di chi ne ha fatto le veci, spesso i nonni. Per poter sopravvivere e non sentire troppo il dolore, il bambino ha organizzato la sua personalità separando la mente dal copro, si è staccato dalle sensazioni corporee e si è rifugiato nel mentale, ma in forma conflittuale e negativa. Da adulto cerca di essere riconosciuto come essere vivente, blocca le emozioni; la sua estrema sensibilità e vulnerabilità lo conducono, per non soccombere a un eventuale rifiuto, ad attuare un atteggiamento difensivo di asocialità e distacco dalle emozioni; vivere in solitudine è la difesa per non avere relazioni che potrebbero concludersi con un ennesimo rifiuto. Questa totale chiusura lo espone a improvvise crisi di panico se è costretto a stare tra la gente o in un ambiente che non lo vuole.

L’emozione innata in chi cerca di sanare la ferita del rifiuto è il disprezzo. Si tratta di uno stato emotivo-affettivo provocato da una totale mancanza di stima verso qualcuno o qualcosa (più spesso associato a esseri viventi). Il rifiutato disprezza tutto e tutti, “il mondo non mi vuole e io non voglio il mondo”. Il suo rifiuto è totale, coinvolge l’amore, gli affetti e in generale i sentimenti positivi, che vengono interpretati come impossibili, perché “nessuno mi può amare”. L’amore non esiste, Dio non esiste. Anche il disprezzo ha una valenza adattiva. In una prospettiva evoluzionistica lo si può considerare come una modalità espressiva che serve per preparare l’individuo o il gruppo a fronteggiare un avversario pericoloso, un nemico (D’Urso e Trentin, 1992). L’emozione del disprezzo viene espressa prevalentemente nelle situazioni di interazione sociale. Ogni volta che nella vita ci sentiremo rifiutati proveremo disprezzo.

La paura esistenziale è quella di stare in compagnia, delle persone, dei posti affollati. Il panico prevale, il soggetto rifiutato ha paura di tutti, di viaggiare, delle festività, il giorno, delle richieste, di provare affetto, delle separazioni, della scuola, della comunità, di avere figli, di poter uccidere.

Dott. Mauro Piccini
da https://embriologiaemozionale.vpsite.it/bussola-costituzionale

 

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