LA BUSSOLA COSTITUZIONALE, L’ EMBRIOLOGIA EMOZIONALE, I PRINCIPI DELLA TECNICA METAMORFICA

La malattia è il messaggio estremo del nostro corpo, un’opportunità che ci viene concessa per vivere la vita che vorremmo vivere. Per poter intraprendere il cammino che porta alla trasformazione possiamo inoltrarci in noi stessi, al di là della maschera o dell’immagine che abbiamo o hanno creato di noi.

Dal momento del concepimento a quando nasciamo e durante la prima infanzia il nostro corpo cronicizza le ferite che subisce o eredita e le archivia nel DNA, così ogni cellula porta con sé la registrazione delle emozioni negative primarie che sono alla base del nostro malessere e delle nostre malattie. L’utilizzo sinergico dell’approccio tra medicina funzionale, embriologia emozionale e principi della tecnica metamorfica accompagna e sostiene l’individuo verso la scoperta e il rilascio della causa primaria del malessere supportandolo nel riconoscere e liberare gli schemi mentali , emozionali e comportamentali che si attivano. La bussola costituzionale diventa, in questo percorso di comprensione, uno strumento diagnostico e terapeutico prezioso. Rinnova le secolari teorie  sulle costituzioni e propone un metodo completo e preciso, che dal sintomo ci riporta indietro al foglietto embrionale danneggiato e, in ultimo, all’emozione che è all’origine del danno, attraverso un percorso scientifico e dettagliato.
Le emozioni sono il linguaggio visibile della mente, le malattie sono il linguaggio visibile del corpo. Mente e corpo sono un tutt’uno. Riconoscere ed integrare la ferita originaria ci permetterà di vivere gli eventi della vita non più attraverso REAZIONI INCONSCE ma con AZIONI CONSAPEVOLI, passando dalla consapevolezza di “avere” la vita a quella di “essere” la vita.

Questa comprensione genererà un nuovo messaggio positivo che verrà registrato nel nostro DNA e ogni nuova cellula darà origine a cellule sane: ecco che la trasformazione sarà reale, profonda e duratura. La bussola costituzionale e i principi della tecnica metamorfica ci svelano il legame indissolubile che esiste tra il microcosmo del corpo umano e il macrocosmo delle leggi energetiche che regolano l’universo.

L’epigenetica ha messo in evidenza l’importanza e il ruolo dei genitori, quale ambiente di vita del nascituro, nella formazione del bambino. Queste informazioni sono note da molti anni sia tra medici, psicologi che ricercatori, i quali sanno perfettamente che il periodo prenatale e perinatale fanno parte, a tutti gli effetti, del percorso della vita, l’inizio di un continuum che è la nostra esistenza fisica e psichica.

Il grande psichiatra Thomas Verny, uno dei massimi esperti mondiali della vita prenatale, lo va dicendo da molto tempo: “Un’esplorazione della biologia cellulare, suggerisce che una forma di ‘coscienza’, una consapevolezza rudimentale del mondo circostante, esista fin dai primi giorni nel grembo materno. Oggi la prova dell’esistenza di questa memoria cellulare, viene confermata dagli scienziati del MIT (Massachusets Institute of Technology) e del National Institute of Mental Health. La loro scoperta comune, per cui le cellule dell’individuo accumulano esperienze basate sulla memoria, già prima che il cervello si sia formato, sottolinea il ‘dramma’ della vita embrionale, della quale l’urto che avviene al concepimento non è che l’inizio“.

Un recente studio dimostra che i MICRO-RNA ricordano i traumi subiti per generazioni, è accertato scientificamente che alcune esperienze psicologiche ed affettive traumatiche possono essere trasferite alle generazioni successive.
Coordinati da Isabelle Mansuy, i ricercatori del Brain Research Institute di Zurigo hanno rilevato che molecole dei cosiddetti microRNA erano in grado di trasferire la memoria di situazioni traumatiche e stressanti dai genitori alla discendenza. I microRNA sono piccole molecole endogene di RNA a singolo filamento capaci di alterarsi sotto stress e in grado di trasmettere l’informazione alla progenie.

In parole povere, una violenza, un evento conflittuale patito non genera solo conseguenze nell’individuo, ma riverbera lungo il suo albero genealogico.”Siamo stati in grado di dimostrare per la prima volta – riassume Mansuy – che le esperienze traumatiche influenzano il metabolismo a lungo termine, che i cambiamenti indotti sono ereditari” e che gli effetti del trauma ereditato sul metabolismo e i comportamenti psicologici persistono fino alla terza generazione”…

A breve inizieremo una serie di seminari esperienziali  che promuoveranno l’analisi della ferita primaria di ciascun partecipante passando dalla malattia, il sintomo e l’emozione,  all’ascolto fisico ed emozionale, per inoltrarci verso un viaggio che ci condurrà all’armonia. Come ogni cellula del nostro corpo ha una specifica funzione, uno spazio e un tempo per vivere in sintonia con miliardi di altre cellule, così ognuno di noi ha un compito, uno spazio e un tempo per vivere in armonia con se stesso e con gli altri. Comprenderlo e integrarlo significa vivere in salute.

Dott. Mauro Piccini
Cristiana Naldi

Per informazioni e prenotazioni contattare
Cristiana 0321/829687   340/2870987
[email protected]

I 4 MODI PER AFFRONTARE LA PRIMAVERA SENZA EFFETTI COLLATERALI

I 4 modi per affrontare la Primavera senza effetti collaterali.
Allergie respiratorie e cutanee in Medicina Integrata

Novara, 21 Marzo 2019

Programma

Sindrome da disadattamento psico-neuro-endocrino-immunitario

Conoscenza dell’allergia secondo la Medicina tradizionale cinese

Relazione tra allergie, ambiente ed emozioni.

Diagnosi differenziale tra allergia, intolleranza alimentare e
Campo di Disturbo alimentare o ambientale

Relatore
Dottor Mauro Piccini
Medico chirurgo – esperto di Medicina Complementare

Ideazione e organizzazione
Michela Tubiello
Informatore Medico Scientifico
Tel: +39 339 6106542
Email: [email protected]

Segreteria organizzativa
Loredana Quofici
Tel: 06 79312185
Email: [email protected]

INFORMAZIONI
Hotel Cavour ****
Via San Francesco D’Assisi, 6
28100 Novara (NO)
tel. +39 0321 659889
fax +39 0321 659230
e-mail [email protected]
web www.hotelcavournovara.com

Programma
Apericena ore 19.30
Inizio lavori ore 20.30
Fine lavori ore 22.30

Ingresso gratuito, prenotazione obbligatoria.
Il seminario è riservato ai Professionisti del Settore Salute

LA MEDICINA OMEOPATICA E’ EFFICACE NELLE MALATTIE CRONICHE E DIMEZZA IL CONSUMO DEI FARMACI

Il lavoro è stato pubblicato nel 2005 u BMC Public Health da un’equipe di epidemiologi dell’Università di Berlino ( Institute for Social Medicine, Epidemiology and Health Economics, Charité University Medical Center ), dove per la prima volta sono stati studiati gli effetti a lungo termine dell’omeopatia nella pratica clinica corrente.

Lo studio è stato compiuto da 103 medici specialisti anche in omeopatia, di cui il 10% erano internisti, il 9% pediatri, il 7% con altre specializzazioni e il 74% erano medici generici.

La ricerca ha coinvolto 3981 pazienti (di cui 1139 bambini) in Germania e in Svizzera, affetti nella quasi totalità da malattie croniche (le più comuni erano rinite allergica negli uomini, cefalea nelle donne, dermatite atopica nei bambini). Dopo 24 mesi è stato effettuato il controllo del risultato della terapia omeopatica, utilizzando un sistema che permetteva di controllare non solo l’evoluzione della malattia principale ma anche della totalità dei sintomi (e quindi lo stato di salute complessivo).

Questi i risultati:
– adulti: la gravità della malattia è diminuita di oltre il 50% (da 6.2 a 3.0)
– bambini: la gravità della malattia è diminuita di oltre il 70% (da 6.1 a 2.2)

Contemporaneamente si è osservato un miglioramento dello stato di salute generale sia negli adulti che nei bambini. Lo stato di salute è stato valutato con un questionario validato internazionalmente (SF-36).

Inoltre, il consumo di medicinali convenzionali passò dal 45% all’inizio dello studio al 26.8% dopo 24 mesi.

Lo studio è molto importante in quanto:

1. dimostra su di un ampio gruppo di pazienti, seguiti per lungo tempo, che la medicina omeopatica è altamente efficace, cioè modifica in modo sostanziale il decorso della malattia del paziente (diminuzione di gravità della malattia di oltre il 50%);

2. conferma che l’efficacia sulla singola malattia si ha in quanto il medicinale omeopatico, a differenza di quello convenzionale, ha un’azione d’insieme su tutto l’organismo (cura la malattia e l’individuo, infatti lo stato di salute complessivo migliora);

3. dimostra che questi risultati sono stati ottenuti con l’omeopatia hahnemanniana: questa metodica quindi, non solo ha solide basi scientifiche (è basata su dati sperimentali, le sperimentazioni sull’uomo sano con sostanze altamente diluite e dinamizzate), ma dà anche importanti risultati clinici;

4. sottolinea l’importanza della competenza dei medici omeopati per ottenere risultati così favorevoli: dopo un training in omeopatia, i medici dovevano avere almeno 3 anni di pratica clinica per partecipare allo studio;

5. dimostra che in un periodo di tempo medio (2 anni) il consumo di farmaci convenzionali diminuisce quasi del 50%. Lo studio non è stato progettato per valutare il risparmio economico prodotto dalla medicina omeopatica hahnemanniana, ma è evidente che l’omeopatia, usata su larga scala, produce un enorme risparmio come costo, in farmaci convenzionali.

I risultati dello studio dimostrano che i pazienti che richiedono il trattamento omeopatico sono principalmente coloro che soffrono di malattie croniche di lunga data. Sia secondo le valutazioni dei medici che dei pazienti, la gravità dei sintomi è diminuita notevolmente nel periodo di osservazione dei 24 mesi. I pazienti più giovani e quelli con malattia più severa sembrano trarre un vantaggio maggiore dalla terapia omeopatica. Tra gli adulti e i bambini è stato osservato un aumento della qualità della vita.

Fonte:
Claudia Witt, Rainer Lüdtke, Roland Baur1, Stefan N Willich1. Pratica medica omeopatica: I risultati a lungo termine di uno studio di coorte su 3981 pazienti. BMC Public Health. 2005 Nov 3;5:115

RIPOSO E BENEFICI SULL’EQUILIBRIO PSICO-FISICO

Perché il riposo è così importante? Durante il sonno il nostro corpo elimina le tossine e rigenera le cellule e i tessuti. Durante la fase REM il sonno diventa più leggero e … si sogna

Chi dorme troppo. Chi dorme troppo poco. Chi si sente stanco anche dopo una lunga notte di sonno e chi invece dopo poche ore si trova nel letto con gli occhi sbarrati. Chi ha un cedimento a metà giornata, chi è più reattivo la mattina e chi, al contrario, è più lento a carburare e si attiva quasi al crepuscolo… Il rapporto che ognuno di noi ha col sonno e col concetto di riposo è assolutamente unico e personale.

Questo non significa che non ci siano delle “regole di buona condotta”. Perché, per quanto soggettivo possa essere, il sonno è un bene prezioso e fondamentale per il benessere di tutti. Nessuno escluso. E i disturbi del sonno possono creare problemi a chiunque. Ma perché è così importante? Cosa succede quando dormiamo?

PERCHÉ IL RIPOSO È COSÌ IMPORTANTE

Nel momento in cui il nostro corpo è nella fase di sonno, il suo assetto biochimico cambia e si attivano una serie di funzioni vitali fondamentali per il mantenimento del benessere psicofisico. In questo gioca un ruolo fondamentale il nostro cervello che, nonostante la sensazione di perdita di coscienza che associamo al sonno, resta in realtà in parte vigile. Diciamo, per semplificare, che è come se, non dovendo prestare attenzione a tutto ciò che abbiamo intorno, alle reazioni che dovremmo mettere in atto, alle risposte che dovremmo dare all’ambiente, il nostro cervello riuscisse, nella quiete della notte, a concentrarsi su tutte quelle piccole e grandi azioni che richiedono calma, pazienza e silenzio.

Volendo riassumere in due macro aree, il sonno permette al nostro corpo di compiere principalmente 2 azioni:

1. L’ELIMINAZIONE DELLE TOSSINE

Durante il sonno, l’attività metabolica rallenta e il sistema glinfatico (una sorta di sistema linfatico che agisce in sinergia con le cellule gliali, strettamente collegate al funzionamento dei neuroni nel sistema nervoso) si attiva per drenare ed espellere le proteine tossiche prodotte dal cervello nella fase di veglia. Questi scarti vengono drenati attraverso gli spazi intercellulari che aumentano durante il sonno proprio per permettere il drenaggio1. Verranno poi indirizzati al fegato che provvederà al loro smaltimento2.

2. LA RIGENERAZIONE CELLULARE E DEI TESSUTI

Con le attività metaboliche rallentate e l’attività cerebrale più “libera” dalle incombenze della veglia, anche l’attività cellulare si concentra maggiormente su se stessa e sulla sua propria rigenerazione e riparazione. Questo accade ad esempio ai muscoli che, mentre dormiamo, si rilassano e hanno modo di rigenerarsi riparando le microlesioni che le attività della giornata hanno comportato; o anche alla pelle: durante il giorno, infatti, il nostro corpo rilascia ad essa proteine ed enzimi in quantità minore rispetto alla notte, perché durante la fase di veglia servono per altri scopi. Mentre riposiamo, invece, le attività metaboliche si riducono e c’è una maggior disponibilità di questi elementi da dedicare al rinnovamento cellulare epidermico.

Inoltre, un recente studio condotto da Michele Bellesi, Giulio Tononi e Chiara Cirelli, dell’Università del Wisconsin, e pubblicato su The Journal of Neuroscience3, dimostra che, durante il sonno, aumenta la produzione delle cellule che vanno a formare la mielina, una sorta di guaina protettiva isolante che consente la corretta veicolazione degli impulsi nervosi: questo spiegherebbe perché un sonno ristoratore e la giusta quantità di riposo ci permettono di essere più lucidi, reattivi e durante il giorno e di come, invece, i disturbi del sonno possono metterci in difficoltà.

Non solo. Il sonno serve per riorganizzare e consolidare la memoria. Il cervello infatti approfitta della “pausa” notturna per rielaborare ciò che ci è successo durante la giornata. Attraverso il monitoraggio dell’attività cerebrale durante il sonno, infatti, si è scoperto che il tipo di onde prodotte dal cervello e le aree cerebrali che si attivano sono le stesse di quando ricordiamo eventi passati che ci sono capitati. In più, rielaborando l’accaduto e memorizzandolo, il cervello apprende.

Insomma, anche se durante il sonno viviamo una situazione di non-coscienza, non si può dire lo stesso del cervello.

Ma se mentre riposiamo accade tutto questo, cosa accade se non dormiamo abbastanza?

EFFETTI DELLA MANCANZA DI RIPOSO SULL’ORGANISMO

Abbiamo visto cosa accade al nostro corpo quando siamo “impegnati” a dormire. Ma se non dormiamo gli effetti non si limitano al fatto che non accade tutto ciò. Le implicazioni, le conseguenze e gli effetti dei disturbi del sonno sulla nostra quotidianità infatti possono essere molto pesanti.

Basti pensare a cosa ci accade, nel piccolo, quando attraversiamo un periodo nel quale siamo costretti a rinunciare a qualche ora di sonno: ci sentiamo più affaticati, lo sforzo fisico ci pesa di più, abbiamo difficoltà a concentrarci, siamo più irascibili… e il pensiero vola al tanto agognato momento in cui andremo finalmente a dormire! Se la situazione diventa reiterata e, peggio ancora, cronica, gli effetti del cattivo riposo possono condizionare la nostra vita sociale con episodi di perdita della memoriamal di testa, stress, sbalzi d’umore, ansia, diminuzione dell’attenzione, della capacità di vigilanza e, nei casi più estremi, persino allucinazioni e psicosi. Non per niente la deprivazione del sonno è una delle torture utilizzate per indurre i prigionieri a rivelare i loro segreti. Quando non dormiamo siamo più fragili, meno reattivi, meno lucidi e in un certo senso più indifesi.

DORMIRE E RIPOSARE

Capita che anche dopo una notte di sonno ci svegliamo con la sensazione di essere ancora molto stanchi. Questo succede quando, anche se effettivamente abbiamo dormito, non abbiamo, di fatto, riposato. Stress, tensioni, comportamenti scorretti che ostacolano i cicli del sonno possono essere alcune delle cause. Ma prima di capire come evitare questa spiacevole sensazione, vediamo brevemente come funziona il sonno.

COME FUNZIONA IL SONNO NOTTURNO

Il sonno si sviluppa in fasi:

  • Fase NON REM 1: addormentamento. La muscolatura si rilassa, la temperatura corporea inizia a calare e l’attività cerebrale rallenta. Si può essere svegliati facilmente. È in questa fase che a qualcuno capita di avvertire quella strana sensazione di cadere nel vuoto e che causa un’improvvisa contrazione muscolare.
  • Fase NON REM 2: fase di sonno leggero. La temperatura continua a scendere, le attività metaboliche rallentano, il cervello continua a lavorare come in fase di veglia (le onde cerebrali prodotte sono infatti molto simili) e i muscoli alternano fasi di tonicità a fasi di rilassamento.
  • Fase NON REM 3 e 4: fase di sonno profondo. Rallenta il battito cardiaco, la temperatura scende ancora, le attività metaboliche sono ridotte al minimo, l’organismo inizia a rigenerarsi.
  • Fase REM: avviene dopo circa 90 minuti dall’addormentamento. Il sonno si fa più leggero, le attività cerebrali si fanno più intense (talvolta simili a quelle di veglia) ed è caratterizzata da movimenti degli occhi molto rapidi e in diverse direzioni. È in questa fase che sogniamo.

Queste fasi si ripetono ciclicamente nell’arco della notte con questa struttura, anche se tendenzialmente le fasi NREM 3 e 4 si verificano nei primi due cicli, mentre la fase REM diventa più lunga avanzando nel corso del sonno, andando da 10 minuti iniziali fino a raggiungere i 90 minuti.

Ma perché l’alternanza sonno/veglia viene generalmente a coincidere con l’alternanza notte/giorno? Non è un caso né una convenzione. Questo rapporto ha invece una stretta correlazione di causa/effetto legata ai cosiddetti ritmi circadiani, ovvero le sequenze che il bioritmo del corpo umano segue per assicurarsi la sopravvivenza. I ritmi circadiani sono governati principalmente dal bilanciamento fra cortisolo, l’ormone che tiene svegli, e la melatonina, che invece induce, e che sono particolarmente recettivi e reattivi alla presenza o assenza di luce. Insomma, il nostro corpo riconosce quando si fa buio e si auto indirizza verso una fase di riposo.

TECNICHE DI RILASSAMENTO PER RIPOSARE MEGLIO

Proprio per riposare al meglio e trarre i massimi benefìci dalle ore di sonno è bene assecondare questa predisposizione naturale. Per farlo basta adottare qualche piccolo accorgimento. Ad esempio:

  • evitare di usare computer o cellulare prima di andare a dormire, perché la luminosità degli schermi di questi dispositivi, infatti, viene percepita dagli occhi (e quindi dal cervello) come la luce diurna, cosa che inibisce la produzione di melatonina e l’attivazione del suo effetto soporifero, allontanando quindi il momento del sonno;
  • fare un bagno caldo un’ora prima di andare a dormire favorisce il rilassamento muscolare e, l’abbassamento della temperatura corporea uscendo dall’acqua calda, mima al nostro corpo l’abbassamento di temperatura che si verifica mentre dormiamo, preparandolo così al sonno;
  • cercare di dormire in una stanza quanto più possibile buia e con una temperatura di 15°-20°C;
  • evitare la presenza di campi elettromagnetici nella stanza nella quale si dorme, poiché interferiscono con la produzione di melatonina e serotonina e vanno allontanati quanto più possibile dal corpo;
  • ridurre lo sport e l’attività fisica intensa a ridosso delle ore da dedicare al sonno: lo sforzo fisico e la tensione emotiva legati all’attività sportiva infatti producono adrenalina, fondamentale per la reattività, ma controproducente, per ovvi motivi, se si vuole prendere sonno;
  • mangiare cibi sani a qualche ora di distanza prima del sonno, in modo da non sovraccaricare il metabolismo e permettere una corretta e completa digestione prima di coricarsi. Col sonno infatti anche la digestione rallenterebbe gravando sulla qualità del nostro riposo.

CIBO E SONNO: DUE BISOGNI PRIMARI LEGATI FRA LORO.

Come abbiamo visto è meglio non mangiare troppo a ridosso del momento in cui andremo a dormire: di notte le attività metaboliche rallentano e tutto ciò che introdurremo non verrà trasformato in energia e bruciato, ma al contrario verrà assimilato e non smaltito.

Al di là di quando mangiamo, poi, ci sono cibi che favoriscono il buon riposo e altri che lo ostacolano. Ad esempio, nella prima categoria troviamo i legumi, la frutta secca, il latte, gli spinaci, le banane, le ciliegie, le uova, il pesce, la carne.

Alimenti e bevande che, al contrario, ostacolano il naturale avviamento al sonno e che possono creare disturbi al suo corso naturale, sono i cibi speziati, gli insaccati, i formaggi stagionati, la soia, il tofu e il miso (contengono alte quantità di tiamina, da evitare prima di dormire) e ovviamente gli energy drink e la caffeina. Un discorso a parte va fatto per l’alcol che, se da un lato favorisce il rilassamento, dall’altro induce frequenti risvegli diventando quindi foriero di sonno disturbato.

Ma se è vero che il cibo influenza il riposo, è anche vero il contrario: dormire troppo o troppo poco ha dei riflessi sulla sensazione di fame e sulla nostra tendenza a mettere su peso. Restando svegli troppo a lungo, infatti, e interferendo col naturale andamento del ritmo circadiano, portiamo il nostro corpo a pensare di dover far fronte al periodo di veglia: viene indotto quindi a farci sentire lo stimolo della fame per poter far fronte alla richiesta di energia che lo stato di veglia richiede. Anche se è notte fonda.

Al contrario, dormendo troppo, il metabolismo rallenta per un periodo prolungato aumentando il rischio di incorrere, a lungo andare, in disfunzioni metaboliche.

E come la mettiamo con il “mitico” sonnellino pomeridiano?

IL RIPOSO POMERIDIANO

Sembrerebbe che una pausa riposante a metà giornata aiuti ad essere più reattivipiù di buon umore e addirittura a diminuire il rischio di malattie cardiovascolari. Ma per essere davvero funzionale, il riposo pomeridiano non deve sconfinare nel vero e proprio sonno, innanzitutto per non alterare il normale e benefico ritmo sonno/veglia e i ritmi circadiani, e, in secondo luogo, per non compromettere la qualità del sonno notturno.

È dimostrato che basta un riposo di 30 minuti per permettere al corpo e soprattutto al cervello di rigenerarsi per far fronte alle attività quotidiane che ancora ci aspettano. Non solo, ha un effetto ristoratore che può (per brevi periodi, si intende!) alleviare le conseguenze dannose di un cattivo sonno notturno.

L’orario migliore per farlo sarebbe fra le 14 e le 16 e per non più di 45 minuti: quello dopo il pranzo è infatti il momento nel quale l’organismo presenta una naturale flessione dell’energia fisica e mentale e non è affatto controproducente assecondare questa tendenza fisiologica.

L’aspetto più difficile è conciliare questa tanto agognata pratica con i ritmi e gli impegni quotidiani, e soprattutto con i doveri lavorativi.

QUANTE ORE DI RIPOSO AL GIORNO

Ecco la domanda che tutti si pongono almeno una volta nella vita: quante ore bisogna dormire per stare bene? Non c’è un numero preciso di ore: come abbiamo visto, molto dipende dal tipo di vita che si conduce, dai ritmi ai quali si deve fare fronte, dalla qualità del sonno delle notti precedenti…

Diciamo che fra le 6 e le 8 ore a notte siamo “al sicuro”. Non di meno e non di più. Ma a una condizione: che sia un sonno di qualità. Al di sotto e al di sopra di tale soglia, infatti, si riscontra nel lungo periodo una maggiore tendenza a sviluppare diabete, ipertensione, patologie cardiovascolari e depressione.

Quindi, monitorare gli aspetti che riguardano la qualità del nostro sonno vuol dire impegnarsi in prima persona a proteggere il proprio benessere e poter dire buonanotte alle preoccupazioni!

QUANDO IL RIPOSO NON BASTA

A volte capita che, nonostante tutti i consigli e le accortezze, proprio non si riesca a riposare bene. Allora, per contrastare i disturbi del sonno, si può scegliere di affidarsi a prodotti specifici che possono rivelarsi gli aiuti ideali in due diversi momenti della giornata: prima di andare a dormire, per prepararsi al meglio al riposo, e dopo il risveglio, per affrontare la giornata con la carica e la lucidità giusta…


1 NIH/National Institute of Neurological Disorders and Stroke – October 17, 2013
2 Gli studi della dottoressa Maiken Nedergard, neuroscienziata della University of Rochester Medical Center, sul sistema di eliminazione delle tossine e la scoperta del sistema glinfatico (a lei si deve questo nome frutto dell’unione fra gliale e linfatico) sono un fondamentale riferimento per l’approfondimento di questa tematica.
3Effects of Sleep and Wake on Oligodendrocytes and Their Precursors – doi: 10 1523 / JNEUROSCI 5102-12 2013 – Settembre

https://guna.com/it/guna-lifestyle/riposo-e-benefici-sullequilibrio-psico-fisico/

IL SISTEMA GLINFATICO

La scoperta di una possibilità di drenaggio all’interno del tessuto cerebrale apre nuovi orizzonti di diagnosi e terapia di una notevole quantità di patologie che direttamente o indirettamente interessano l’encefalo.

Per molto tempo si è ritenuto che i liquidi del cervello fossero il sangue, venoso e arterioso, ed il liquido cefalo-rachidiano con le sue specifiche localizzazioni.
Prodotto dai Plessi corioidei, quest’ultimo migra costantemente per diffusione, probabilmente per vis a tergo rappresentata dalla pressione della circolazione arteriosa.
In questo modo si riteneva che le tossine prodotte dal metabolismo cellulare ed altre intervenute, entrano all’interno del Sistema nervoso attraverso i vasi arteriosi, potessero diffondersi liberamente negli interstizi cerebrali; tuttavia non si conosceva la possibilità di drenaggio degli stessi.

Numerosi studi hanno successivamente approfondito il ruolo della Barriera emato-encefalica come elemento protettivo dell’ambiente cerebrale. Il processo infiammatorio silente e l’invasione di tossine, sia prodotte in loco sia provenienti dall’ambiente, agisce danneggiando questa membrana e permette una maggiore vulnerabilità ed un maggiore inquinamento locale.

Queste potrebbero essere le cause del progressivo invecchiamento cerebrale che clinicamente si manifesta con i noti deficit di attenzione, memoria, ecc., fino a strutturarsi in patologie definite, tra cui Alzheimer e Parkinson.

Giova ricordare che il primo è definito Diabete tipo 3 a sottolineare il ruolo probabilmente fondamentale dell’insulinoresistenza come causa o concausa del costante e diffuso stimolo pro-infiammatorio, mentre per il secondo è stato chiamato in causa il progressivo inquinamento da metalli pesanti.

Nel 2012 una serie iniziale di esperimenti ha portato ad individuare un Sistema che apparentemente somiglia a quello Linfatico, diffuso nel resto del corpo, che sembra contribuire in maniera importante al drenaggio cerebrale.

Attraverso sperimentazioni ripetute su modello murino è stato identificato un ulteriore Sistema Vascolare che, per l’appartenenza al gruppo di cellule della glia e la somiglianza funzionale al Sistema Linfatico, è stato definito “Sistema Glinfatico”.

Gli studi hanno approfondito la funzionalità di questo Sistema ed ora sono note in maniera molto dettagliata le sue funzioni e soprattutto la regolazione fisiologica del drenaggio encefalico.

E’ significativo lo studio del 2013 di Iliff et Al.: sono stati iniettati nel liquido cefalo-rachidiano dei marcatori fluorescenti; questi, in 30 minuti, si collocano attorno ai vasi arteriosi, già dopo 5 minuti si possono reperire negli spazi perivascolari delle arterie superficiali e nei restanti 25 si sono spostati all’interno del parenchima, sempre seguendo gli spazi perivascolari delle arterie penetranti.

Nelle successive 3 ore il tracciato fluorescente è stato identificato attorno ai capillari venosi ed in seguito nelle vene drenanti di grosso calibro.

Per ciò che riguarda la regolazione è interessante rilevare che, legando la carotide, e quindi riducendo la forza propulsiva del sangue al cervello, il Sistema Glinfatico viene ridotto, mentre, utilizzando agonisti adrenergici, il flusso del fluido glinfatico aumenta.

A proposito di quest’ultima considerazione vale la pena ricordare come il sonno naturale sia stato associato ad un aumento del flusso del tracciante ed alla conseguente migliorata pulizia del soluto interstiziale, inclusa la proteina beta-amiloide.

Come già indicato in questa Rubrica, studi approfonditi hanno portato alla correlazione tra un deficit della qualità del sonno (e del drenaggio glinfatico) e l’Alzheimer, segnalando come tale deficit sia associato ad una maggiore permanenza in senso quantitativo delle placche beta-amiloidi considerate come carico tossinico che normalmente sarebbe smaltito proprio dal circolo glinfatico.

Un ultimo riferimento riguarda la possibilità che ischemie cerebrali spontanee o traumatiche possano avere, come conseguenza, una riduzione del deflusso glinfatico; tanto maggiore è questo deficit drenante tanto maggiore è la possibilità che si creino danni permanenti o comunque un rallentamento nella guarigione.

E’ interessante notare che quando si verificano eventi embolici anche di minima entità la perfusione glinfatica recupera spontaneamente entro 14 giorni, ma si verifica un persistente intrappolamento di soluto all’interno dei nuclei di lesione, spiegando in questo modo la connessione clinica tra questi fenomeni, la formazione di placca di beta-amiloide e la neurodegenerazione a lungo termine.

Il Parkinson è patologia che si presenta frequentemente negli ex pugili, per i quali si può ipotizzare un politraumatismo cerebrale sub-clinico, che ora troverebbe spiegazione anche in questi meccanismi patogenetici.

Questo nuovo passo della scienza consente di fare alcune considerazioni prossime al mondo della Nutraceutica e dell’Omotossicologia.

La prima è che, sia in prevenzione primaria sia in terapia, diventa fondamentale agire sulla qualità del cibo, in modo tale da ridurre il più possibile l’ingresso nel cervello di tossine che rallentano il deflusso glinfatico.

La seconda è che agire sul sonno (qualità e quantità di sonno necessarie per attivare il drenaggio cerebrale) è un elemento terapeutico fondamentale in un certo numero di patologie.

Ad esempio, i malati Alzheimer presentano frequentemente alterazioni della qualità del sonno.

La terza osservazione è che intervenire con meccanismi e stimoli drenanti, fondamentali in medicina omotossicologica, può avere un effetto importante non soltanto a livello generale ma anche, e in modo determinante, a livello della circolazione cerebrale; consente l’eliminazione delle tossine fluidificando il Sistema Glinfatico e rende un servizio terapeutico fondamentale, senza trascurare l’importanza di una prevenzione primaria del progressivo invecchiamento cerebrale.

da: rivista La Medicina Biologica n.159

I DISTURBI D’ANSIA IN ADOLESCENZA: I MEDICINALI OMEOPATICI POSSONO ESSERE D’AIUTO

Testo a cura del dott. Piercarlo Salari Pediatra, responsabile del Gruppo di Lavoro per il sostegno alla genitorialità, SIPPS, Milano.

Il mondo dell’adolescente può essere paragonato a una grande foresta, ricca di colori bellissimi ma anche piena di ostacoli da superare. Questo periodo infatti rappresenta una fase critica dell’età evolutiva ed è notoriamente caratterizzato da una vistosa crescita fisica, associata a un rilevante cambiamento dello dell’immagine di sé, e da un profondo sviluppo cognitivo.  Queste importanti modificazioni psicofisiche si ripercuotono inevitabilmente sul rapporto con i genitori e si esplicitano in una costante e imprevedibile ambivalenza, attraverso la quale l’adolescente si conosce e si “sperimenta”, tra affermazione di sé, ricerca di autonomia dal contesto famigliare e bisogno di appartenenza.

Il periodo adolescenziale è particolarmente delicato anche per quanto riguarda l’assetto umorale, e non sorprende che tra i disturbi in assoluto più frequenti si collochino quelli d’ansia. Il mancato riconoscimento e conseguente trattamento possono portare non soltanto alla loro stessa cronicizzazione ma anche a ripercussioni negative sullo studio, sull’autostima, sulle relazioni interpersonali e sullo stile di vita.

L’ansia: Impariamo a riconoscerla

L’ansia è definita come uno stato di apprensione e tensione indotta dall’anticipazione di un pericolo imminente o di un evento negativo, accompagnata da sensazione di disfonia o da sintomi fisici di tensione.[1]
È importante però saper distingue l’ansia dalla paura, che è invece una risposta emotiva a un determinato stimolo o situazione percepiti come minacciosi o allarmanti. La paura è una normale componente dello sviluppo durante l’infanzia e l’adolescenza e muta nel corso della vita.
L’ansia rientra invece fra le risposte adattive a potenziali pericoli: il corpo si mobilita ad affrontarli attraverso uno stato di accresciuta vigilanza ed eccitazione, ed è possibile distinguerne alcune tipologie.

Fobia sociale: il disturbo d’ansia più frequente nei ragazzi

La fobia sociale è il disturbo d’ansia più frequente nei ragazzi, che la descrivono per lo più come la paura di attirare l’attenzione su sé stessi o di affermare qualcosa di stupido o imbarazzante in presenza di altri, in particolare i coetanei. Questa paura può raggiungere livelli tali da impedire di porre domande durante le lezioni a scuola, di parlare di fronte agli altri, a evitare di rispondere al telefono.

Disturbo d’ansia generalizzato: un impatto importante su eventi e responsabilità quotidiane

L’ansia può riflettersi su eventi e responsabilità nella vita quotidiana, come scuola, amici, salute, futuro e denaro, ma il disagio e la preoccupazione, oltre a essere eccessivi, appaiono non realistici o inutili. I ragazzi affermano di sentirsi tesi e irritabili, lamentano riduzione del sonno, stanchezza e difficoltà di concentrazione a causa dell’intensità e della cronicità dei pensieri e delle sensazioni di timore. Gli adolescenti che ne soffrono, possono avere ansia da prestazione scolastica che interferisce con l’esecuzione di prove a causa della paura di non farcela o di un risultato insoddisfacente. In questi casi, può succedere che il ragazzo tenda a evitare una situazione temuta, oppure a cercare una rassicurazione eccessiva da parte degli altri.

L’aiuto dei medicinali omeopatici

Anche i medicinali omeopatici possono rappresentare un’opportunità terapeutica per il trattamento dei sintomi legati agli stati ansiosi. È ciò che dimostra uno studio farmacoepidemiologico realizzato in Francia con 825 medici di medicina generale. I pazienti (età ≥ 18 anni) con disturbi d’ansia e depressivi seguiti da medici che prescrivono preferibilmente medicinali omeopatici, hanno un decorso clinico della patologia simile a quello dei pazienti trattati esclusivamente con i trattamenti convenzionali, senza alcuna perdita di chance potenziale.

A parità di beneficio clinico, i pazienti seguiti da un medico che prescrive preferibilmente medicinali omeopatici hanno una maggiore probabilità di consumare meno medicinali convenzionali (circa tre volte meno degli psicotropi). I medicinali omeopatici sono indicati per affrontare le forme d’ansia e somatizzazione leggere, soprattutto in fase iniziale, in quanto agiscono sulle manifestazioni nervose e fisiche, senza indurre dipendenza, assuefazione, effetto rebound, sonnolenza diurna o disturbi dell’attenzione. Il tuo medico e il tuo farmacista sapranno consigliarti i medicinali omeopatici adatti per far fronte ai sintomi legati agli stati ansiosi lievi, anche durante il difficile periodo dell’adolescenza.


1 .Grimaldi-Bensouda L, Abenhaim L, Massol J et al. Homeopathic medical practice for anxiety and depression in primary care: the EPI3 cohort study for the EPI3-LA-SER group. BMC Complement Altern Med 2016; 16 (1): 125

2. American Psychiatric Association. Diagnostic and Statistic Manual of Mental disorders. 4th ed. Washington, DC: 2000. p.764

I disturbi d’ansia in adolescenza: i medicinali omeopatici possono essere d’aiuto

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.