I DISTURBI D’ANSIA IN ADOLESCENZA: I MEDICINALI OMEOPATICI POSSONO ESSERE D’AIUTO

Testo a cura del dott. Piercarlo Salari Pediatra, responsabile del Gruppo di Lavoro per il sostegno alla genitorialità, SIPPS, Milano.

Il mondo dell’adolescente può essere paragonato a una grande foresta, ricca di colori bellissimi ma anche piena di ostacoli da superare. Questo periodo infatti rappresenta una fase critica dell’età evolutiva ed è notoriamente caratterizzato da una vistosa crescita fisica, associata a un rilevante cambiamento dello dell’immagine di sé, e da un profondo sviluppo cognitivo.  Queste importanti modificazioni psicofisiche si ripercuotono inevitabilmente sul rapporto con i genitori e si esplicitano in una costante e imprevedibile ambivalenza, attraverso la quale l’adolescente si conosce e si “sperimenta”, tra affermazione di sé, ricerca di autonomia dal contesto famigliare e bisogno di appartenenza.

Il periodo adolescenziale è particolarmente delicato anche per quanto riguarda l’assetto umorale, e non sorprende che tra i disturbi in assoluto più frequenti si collochino quelli d’ansia. Il mancato riconoscimento e conseguente trattamento possono portare non soltanto alla loro stessa cronicizzazione ma anche a ripercussioni negative sullo studio, sull’autostima, sulle relazioni interpersonali e sullo stile di vita.

L’ansia: Impariamo a riconoscerla

L’ansia è definita come uno stato di apprensione e tensione indotta dall’anticipazione di un pericolo imminente o di un evento negativo, accompagnata da sensazione di disfonia o da sintomi fisici di tensione.[1]
È importante però saper distingue l’ansia dalla paura, che è invece una risposta emotiva a un determinato stimolo o situazione percepiti come minacciosi o allarmanti. La paura è una normale componente dello sviluppo durante l’infanzia e l’adolescenza e muta nel corso della vita.
L’ansia rientra invece fra le risposte adattive a potenziali pericoli: il corpo si mobilita ad affrontarli attraverso uno stato di accresciuta vigilanza ed eccitazione, ed è possibile distinguerne alcune tipologie.

Fobia sociale: il disturbo d’ansia più frequente nei ragazzi

La fobia sociale è il disturbo d’ansia più frequente nei ragazzi, che la descrivono per lo più come la paura di attirare l’attenzione su sé stessi o di affermare qualcosa di stupido o imbarazzante in presenza di altri, in particolare i coetanei. Questa paura può raggiungere livelli tali da impedire di porre domande durante le lezioni a scuola, di parlare di fronte agli altri, a evitare di rispondere al telefono.

Disturbo d’ansia generalizzato: un impatto importante su eventi e responsabilità quotidiane

L’ansia può riflettersi su eventi e responsabilità nella vita quotidiana, come scuola, amici, salute, futuro e denaro, ma il disagio e la preoccupazione, oltre a essere eccessivi, appaiono non realistici o inutili. I ragazzi affermano di sentirsi tesi e irritabili, lamentano riduzione del sonno, stanchezza e difficoltà di concentrazione a causa dell’intensità e della cronicità dei pensieri e delle sensazioni di timore. Gli adolescenti che ne soffrono, possono avere ansia da prestazione scolastica che interferisce con l’esecuzione di prove a causa della paura di non farcela o di un risultato insoddisfacente. In questi casi, può succedere che il ragazzo tenda a evitare una situazione temuta, oppure a cercare una rassicurazione eccessiva da parte degli altri.

L’aiuto dei medicinali omeopatici

Anche i medicinali omeopatici possono rappresentare un’opportunità terapeutica per il trattamento dei sintomi legati agli stati ansiosi. È ciò che dimostra uno studio farmacoepidemiologico realizzato in Francia con 825 medici di medicina generale. I pazienti (età ≥ 18 anni) con disturbi d’ansia e depressivi seguiti da medici che prescrivono preferibilmente medicinali omeopatici, hanno un decorso clinico della patologia simile a quello dei pazienti trattati esclusivamente con i trattamenti convenzionali, senza alcuna perdita di chance potenziale.

A parità di beneficio clinico, i pazienti seguiti da un medico che prescrive preferibilmente medicinali omeopatici hanno una maggiore probabilità di consumare meno medicinali convenzionali (circa tre volte meno degli psicotropi). I medicinali omeopatici sono indicati per affrontare le forme d’ansia e somatizzazione leggere, soprattutto in fase iniziale, in quanto agiscono sulle manifestazioni nervose e fisiche, senza indurre dipendenza, assuefazione, effetto rebound, sonnolenza diurna o disturbi dell’attenzione. Il tuo medico e il tuo farmacista sapranno consigliarti i medicinali omeopatici adatti per far fronte ai sintomi legati agli stati ansiosi lievi, anche durante il difficile periodo dell’adolescenza.


1 .Grimaldi-Bensouda L, Abenhaim L, Massol J et al. Homeopathic medical practice for anxiety and depression in primary care: the EPI3 cohort study for the EPI3-LA-SER group. BMC Complement Altern Med 2016; 16 (1): 125

2. American Psychiatric Association. Diagnostic and Statistic Manual of Mental disorders. 4th ed. Washington, DC: 2000. p.764

I disturbi d’ansia in adolescenza: i medicinali omeopatici possono essere d’aiuto

LE 6 FERITE SECONDO LA BUSSOLA COSTITUZIONALE: L’OPPRESSIONE

Carattere: insicuro ma insoddisfatto
Emozione primaria: frustrazione
Conflitto: di svalutazione
Diritto negato: di imporsi sugli altri
Paura: della libertà
Illusione di sé: se faccio il bravo bambino sarò amato
Comportamento: remissivo e provocatorio
Energia fisica: medio-bassa;
Energia mentale: alta (+ecto, -meso, +endo)
Colore utile: rosso, dà la forza di reagire e il coraggio di vivere

Le tre fasi della vita in un batter d’occhio: nel passato sono stato oppresso, vivo il presente in virtù del futuro per non essere frustrato, ma ho Paura del futuro perché potrei sentirmi libero.

Un’anima oppressa è la più insicura tra tutte le anime ferite; questo è lo stato emotivo che conduce la personalità a considerarsi incapace; l’oppresso accetta completamente il volere dell’altro, che è  visto come colui che sa e lo può proteggere dalle insidie del mondo. Diventa facilmente succube dell’amore egoistico e possessivo. Proverà frustrazione ogni volta che gli verrà chiesto o imposto un atteggiamento, una scelta, una decisione di vita. Spesso alla base di tale atteggiamento c’è il bisogno di sentirsi amato e protetto, oltre che il senso di incapacità.

L’oppressione arriva avvolgente come una finta certezza di un luogo sicuro in cui si percepisce come “bello” il fatto di lasciarsi opprimere. L’oppressione è esercitata nel rapporto a due, l’oppressore trasforma l’amore in un’arma e giustifica le sue azioni, il suo agire negativo dichiarando che “lo fa per il bene dell’altro”, nell’oppresso c’è la compiacente remissione ai voleri dell’oppressore. La conseguenza finale che si instaura in quest’anima è una profonda frattura interna nella persona, che non sa più riconoscersi come soggetto e non sa più entrare in contatto con la sua anima. La strada per la libertà dovrà passare attraverso il riconoscimento della propria debolezza, del non pensarsi più come “figlio di quella madre” o “marito di quella moglie”. La libertà dell’anima oppressa sta nel non esistere più in funzione di quel solo rapporto, ma spezzando le catene o il cordone ombelicale e accettando con coraggio la separazione e la conseguente solitudine affettiva.

Il carattere è insicuro ma insoddisfatto. Il soggetto oppresso è il classico figlio di papà, il cocco di mamma che a 40 anni vive ancora a casa perché si sente protetto e accudito. Fin da piccolo è stato costretto a non fare, perché ogni sua azione, ogni sua decisione poteva essere pericolosa o non in sintonia con l’ideale di educazione perfetta della famiglia di appartenenza. Il dover sempre stare attento e aspettare che fossero gli altri a decidere per lui lo ha costretto ad assumere un comportamento di totale sfiducia in se stesso; è sempre succube delle scelte altrui, non sa decidere e se lo deve fare cade in uno stato d’ansia patologica con tremori, disturbi intestinale, sudorazione specialmente alle mani. Accetta ciò che gli viene imposto nel nome dell’amore e del suo bene, ma dentro di sé cresce una forma di ribellione rabbiosa che a volte sfocia in crisi violente verbali e/o fisiche. La frustrante sensazione di non poter crescere, lo rende nervoso e impaziente, vorrebbe ribellarsi ma ha paura di conquistarsi la libertà che sarebbe sinonimo di autonomia. Questa guerra interiore si trasforma in vittimismo, tutto il mondo sembra tramare contro di lui, non c’è niente che possa renderlo felice o gratificato.

Ogni scelta dipende dalla scelta del genitore, del partner, dell’amico. Non compie mai una scelta autonoma, dunque come può essere felice e gratificato? E allora vige la legge della lamentela, non c’è nulla che va bene perché nulla è conseguenza delle sue decisioni. Il remissivo vittimismo accompagnato a un costante atteggiamento lamentoso rappresenta l’unica arma per provocare e umiliare chi lo opprime; è una forma estrema per esasperare e condurre all’azione finale il suo oppressore: farsi lasciare.

La ferita dell’oppresso compare fin dai primi vagiti quando ogni azioni fisiologica e naturale (defecare, mingere, eruttare, piangere, urlare) diventano non la normale espressività di chi sta imparando a chiedere, ma una preoccupazione per i genitori. Spesso era la madre ad innescare questa ferita perché è lei che viveva con estrema ansia e amore possessivo la venuta del primogenito, ma oggi nelle coppie  l’ansia avvolge entrambe i genitori e spesso è il Padre a preoccuparsi eccessivamente della salute del proprio figlio, “è l’unico figlio che mi posso permettere economicamente, deve stare bene non può stare male per” … stare male Io stesso.. “Non piangere, mangia questo, cosa succede, hai mal di pancia, bevi questo, non fare questo ma fai quest’altro, cosa ti senti, e via dicendo”. Ogni azione del bambino è limitata al volere del padre-padrone o della madre-matrona: deve sottostare alle scelte di un genitore che decide per lui nel bene e nel male. Il tipo  oppresso si sviluppa in una famiglia che lo ha investito di troppo amore, un affetto soffocante e opprimente, l’attenzione ricevuta nel quotidiano ha reso il bambino insicuro e incapace di intendere e di volere, mentre dentro di sé la rabbia repressa si trasforma in provocante ribellione che, se non espressa nella ritrovata libertà, diverrà una frustrante vita di omertà. Il risultato finale sarà remissione o ribellione, non c’è una via di mezzo.

L’emozione innata in chi cerca di sanare la ferita dell’oppressione, è la frustrazione, un stato psicologico risultante dal mancato o inibito soddisfacimento di un bisogno per cause esterne o per conflitti interni al soggetto, che consegue a ripetute delusioni o umiliazioni. L’ottusità è una delle cause principali che scatenano la frustrazione. Fra le altre, potremmo aggiungere l’egoismo, l’insensibilità, l’immaturità, l’incapacità di uscire dalla visione soggettiva della realtà, in poche parole la frustrazione uccide ogni energia.

La paura Esistenziale è quella della libertà, di poter decidere, di avere impegni o doveri non desiderati, della famiglia, delle responsabilità, dei genitori, degli orari, di essere un dipendente, dell’impotenza, delle malattie, degli sport estremi, delle dipendenze affettive.

Dott. Mauro Piccini
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LE 6 FERITE SECONDO LA BUSSOLA COSTITUZIONALE: IL TRADIMENTO

Carattere: dominante ma prepotente
Emozione primaria: delusione
Conflitto: di svalutazione
Diritto negato: di essere autonomo
Paura: dei legami, di legarsi sentimentalmente
Illusione di sé:  posso ottenere tutto ciò che voglio, sono il migliore
Comportamento: manipolatore e possessivo
Energia fisica: medio-alta; energia mentale: bassa (-ecto, +meso, -endo)
Colore utile: verde, stabilità e pazienza, “lascia la libertà alla vita”

Le tre fasi della vita in un batter d’occhio: nel passato sono stato tradito, vivo il presente in virtù del futuro per non essere deluso, ma ho paura del futuro perché potrei sentirmi legato.

Un’anima tradita si sente fallita perché non è stata scelta come priorità irrinunciabile, non si sente rispettata. Tende a negare i propri sentimenti, è come se l’io diventasse ostile al corpo e alle sue sensazioni, in quanto investe tutta la sua energia vitale sulla propria immagine, sull’esteriorità materiale. Il soggetto abbandonato prova delusione perché già da piccolo papà o mamma hanno preferito un altro a lui, e adesso rivedersi secondo non è accettabile. L’anima tradita si immola come il Cristo. Il tradito si sente perfetto e leale e non merita un tale affronto, l’essere stato rinnegato distrugge il suo ego. Proverà delusione ogni volta che le sue aspettative non verranno soddisfatte, ma in realtà è lui che si crea aspettative senza che nessuno gli abbia mai garantito fedeltà e vicinanza a vita. Un amico, un partner, un figlio o un collega hanno il dovere di rispettare i suoi desideri e le sue pretese, e quando ciò non avviene il soggetto grida al tradimento. Questa ferita spesso nasce dal complesso di Edipo: “la mamma che mi diceva ti voglio bene, sei il mio ometto preferito all’improvviso ha preferito papà o il fratellino”, oppure “papà è mio e mi diceva che ero la sua principessa, e allora perché gioca con la sorellina e va a letto con la mamma, invece di tenere me tra le sue braccia?”

Il carattere sarà dominante e prepotente. La ferita ha reso il soggetto tradito altamente scettico e prepotente, non ha nessuna voglia di passare in secondo piano e di essere deluso nuovamente, pertanto tende a controllare tutto e tutti attraverso il dominio fisico o mentale; deve sapere ciò che fanno gli altri affinché nulla possa sfuggire al suo controllo, neanche le sue emozioni possono essere espresse, riesce a controllare anche i suoi sentimenti per non deludere se stesso. Dominerà gli altri attraverso la forza fisica. La palestra e i muscoli, il comando, un tono di voce alto gli permetteranno di tenere testa alla materia umana. La conoscenza e il sapere gli permetteranno di  tenere testa alla mente umana. Non accetta sconfitte e per questo eviterà di scontrarsi con chi ritiene superiore, sceglierà i suoi compagni di viaggio quando sarà certo che non comportano una perdita materiale o, soprattutto, sentimentale. Tiene a sé le persone che ama con il controllo, li domina a volte con le minacce affinché non vadano via preferendo altri; sarà sempre disponibile e presente a soddisfare il compagno, ma solo per mostrare che lui è il migliore e non certo per il bene altrui.  Educherà i figli con la convinzione che ordine e disciplina servano a rafforzarne il carattere: non esiste il “vuoi” ma solo il “devi”. I sentimenti, le emozioni in tutte le loro manifestazioni lo terrorizzano. Manifestare i propri sentimenti significa aprirsi agli altri, ma questi sentimenti potrebbero, un giorno, essere usati contro di lui.

La ferita del tradimento conduce l’essere umano a diventare e a sentirsi superiore a tutti: in ogni occasione di vita deve essere il migliore per evitare di essere rinnegato; diventa leader perché solo un capo ha rispetto ed è temuto, e guai a tradire chi ha il comando. L’essenza di ogni sua azione è la negazione dei sentimenti, delle emozioni e delle sensazioni, anche a livello intimo e sessuale, per non mostrare debolezze. L’immagine che il tradito crea di se stesso deve essere rispettata e onorata da tutti. Ogni piacere di vita è basato sulla conquista, sulla quantità e non sulla qualità dei rapporti umani; meglio mille conoscenze che pochi amici sinceri. Il soggetto che ha la ferita del tradimento è un narcisista, seducente e accattivante che si vanta delle sue vittorie e del suo aspetto esteriore, nascondendo la sua vera natura, l’ipersensibilità.

L’emozione innata in chi cerca di sanare la ferita del tradimento è la delusione. Si tratta di uno stato emotivo-affettivo che insorge quando interviene un evento inaspettato o contrario all’aspettativa. Tale emozione causa un improvviso cambiamento della direzione dell’attività che si sta portando avanti nella vita come obiettivo primario. Chi si sente tradito non accetta il rifiuto perché solo lui può avere il potere di rifiutare chi l’ha tradito, è un esaltato e non ammette i propri errori, se li commette si sentirà deluso di se stesso, avrà perso una fetta di autostima e andrà su tutte le furie o in un isolamento autopunitivo. Non è ammissibile che uno come lui possa essere scoperto e messo in ridicolo se commette errori, vive in continua tensione ed è facilmente irritabile.  Ogni volta che nella vita ci si sentirà rinnegati o traditi si proverà un profondo senso di rabbia e vendetta.

La paura esistenziale è quella dei legami, di innamorarsi, di mostrare i propri sentimenti, di ammalarsi, di perdere l’immagine, di impazzire, di perdere il controllo, perdere il lavoro, della vecchiaia, di perdere la fiducia degli amici, dei colleghi, della famiglia, di scoprire il passato.

Dott. Mauro Piccini
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LE 6 FERITE SECONDO LA BUSSOLA COSTITUZIONALE: IL RIFIUTO

Carattere: indipendente ma riservato
Emozione primaria: disprezzo, avversione
Conflitto: di relazione
Diritto negato: di esistere
Paura: della compagnia, di vivere con gli altri
Illusione di Sé: “penso dunque esisto e sono speciale e unico”
Comportamento: superbo e asociale
Energia fisica: alta; energia mentale: bassa (-ecto, +meso,+endo)
Colore utile: giallo, “trova la gioia di vivere, sorridi al tuo cuore”

Le tre fasi della vita in un batter d’occhio: nel passato sono stato rifiutato, vivo il presente in virtù del futuro per non essere disprezzato, ma ho Paura del futuro perché potrei sentirmi accolto

Un’anima rifiutata si sentirà inutile in tutto il suo essere, sia fisico che mentale. Sente di non essere degna di esistere e di non meritare niente dalla vita. Proverà disprezzo ogni volta che incapperà in situazioni in cui verrà o riceverà un rifiuto, e per questo motivo avrà paura di stare con gli altri, di avere una compagnia o un partner. Queste situazioni comportano il rischio di essere rifiutati. Per evitare un possibile rifiuto e quindi una ferita più profonda eviterà di stare con gli altri, diventando un asociale, misantropo; per lui il detto “meglio solo che mal accompagnato” è un istinto vitale. Quest’anima avrà uno scarso senso di sé, un io molto debole e un contatto con il corpo e le sue sensazioni molto limitato. Tende a dissociare il pensiero dal sentire: ciò che pensa non sempre è collegato ai suoi sentimenti. Tende a ritirarsi in se stesso perdendo il contatto con la realtà che è all’esterno perché non si fida di nessuno.

Il carattere sarà indipendente ma riservato. Apparentemente è il classico bambino o adulto che non si vede e non si sente, cercherà sempre di non apparire, di non farsi notare, siederà in fondo alla sala, all’ultimo banco in fondo a destra, non alzerà mai la mano per dire la sua e se non è d’accordo con l’interlocutore, abbasserà gli occhi e ingoierà le parole, le braccia e le gambe incrociate saranno il chiaro segnale che non vuole avere contatti con nessuno. Parla poco e lascia intendere, non affronta le problematiche ma le fugge, non crede di essere capace di stare con gli altri. Cerca di non attaccarsi alle cose materiali perché non le merita, e poi a cosa servono, pensa, se è infelice dentro al cuore. Si crede uno zero assoluto, una nullità, è convinto che nessuno possa amarlo o accettarlo, si auto denigra, si disprezza ma rivolge questa negatività al mondo intero; odia tutti, diffida di chi gli fa del bene e se viene accettato sarà il primo a scappare perché teme che possa entrare a far parte di un gruppo, e questo per lui è impossibile, ci deve essere sicuramente un inganno o una convenienza se lo hanno accettato. Ha pochissimi amici e conoscenze, se non è cercato non cercherà nessuno, piangerà in silenzio e al buio ma non avrà la forza di chiedere aiuto, il suo grido di disperazione si materializza in gesti inconsulti e tragici, come il suicidio o l’omicidio. Prima di giungere a questo gesto estremo, passerà attraverso le fasi del rancore, dell’odio e del disprezzo per se stesso e per chi l’ha rifiutato. Umiliare e tradire chi lo ama e lo desidera è quello che gli riesce meglio, solo così potrà essere rifiutato nuovamente per sentirsi ancora più vittima.

La ferita del rifiuto ha avuto nel primo periodo di vita un vissuto molto difficile o di mancata accettazione da parte di un genitore o di chi ne ha fatto le veci, spesso i nonni. Per poter sopravvivere e non sentire troppo il dolore, il bambino ha organizzato la sua personalità separando la mente dal copro, si è staccato dalle sensazioni corporee e si è rifugiato nel mentale, ma in forma conflittuale e negativa. Da adulto cerca di essere riconosciuto come essere vivente, blocca le emozioni; la sua estrema sensibilità e vulnerabilità lo conducono, per non soccombere a un eventuale rifiuto, ad attuare un atteggiamento difensivo di asocialità e distacco dalle emozioni; vivere in solitudine è la difesa per non avere relazioni che potrebbero concludersi con un ennesimo rifiuto. Questa totale chiusura lo espone a improvvise crisi di panico se è costretto a stare tra la gente o in un ambiente che non lo vuole.

L’emozione innata in chi cerca di sanare la ferita del rifiuto è il disprezzo. Si tratta di uno stato emotivo-affettivo provocato da una totale mancanza di stima verso qualcuno o qualcosa (più spesso associato a esseri viventi). Il rifiutato disprezza tutto e tutti, “il mondo non mi vuole e io non voglio il mondo”. Il suo rifiuto è totale, coinvolge l’amore, gli affetti e in generale i sentimenti positivi, che vengono interpretati come impossibili, perché “nessuno mi può amare”. L’amore non esiste, Dio non esiste. Anche il disprezzo ha una valenza adattiva. In una prospettiva evoluzionistica lo si può considerare come una modalità espressiva che serve per preparare l’individuo o il gruppo a fronteggiare un avversario pericoloso, un nemico (D’Urso e Trentin, 1992). L’emozione del disprezzo viene espressa prevalentemente nelle situazioni di interazione sociale. Ogni volta che nella vita ci sentiremo rifiutati proveremo disprezzo.

La paura esistenziale è quella di stare in compagnia, delle persone, dei posti affollati. Il panico prevale, il soggetto rifiutato ha paura di tutti, di viaggiare, delle festività, il giorno, delle richieste, di provare affetto, delle separazioni, della scuola, della comunità, di avere figli, di poter uccidere.

Dott. Mauro Piccini
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LE 6 FERITE SECONDO LA BUSSOLA COSTITUZIONALE: ABBANDONO

Carattere: dipendente ma invadente
Emozione primariatristezza
Conflitto: di relazione
Diritto negato: di avere bisogno
Paura: della solitudine, sia fisica che psicologica
Illusione di sé: “non ho bisogno di nessuno, sono gli altri che hanno bisogno di me”
Comportamento: incostante e servile
Energia fisica: bassa; energia mentale: alta (+ecto, -meso, -endo)
Colore utileviola, “trova l’equilibrio tra te e gli altri”

Le tre fasi della vita in un batter d’occhio: nel passato sono stato abbandonato, vivo il presente in virtù del futuro per non essere triste, ma ho paura del futuro perché potrei sentirmi solo.

Un’anima abbandonata si sentirà vuota, cercherà di relazionarsi e di farsi accettare da tutti perché non riesce a stare, né tantomeno a restare da sola, anche se ciò comporterà una totale dipendenza dagli altri.  Proverà tristezza ogni volta che incapperà in situazioni si sentirà abbandonata o sola, sia materialmente che psicologicamente. Si prostituisce pur di tenere vicino a se la persona amata, si schiavizza per sentirsi utile, cerca di accontentare tutti per farsi desiderare e per sentirsi indispensabile, in poche parole vive con la paura della solitudine, senza considerare i propri bisogni. Il problema principale di chi si sente abbandonato é che non si sente mai amato abbastanza, anche se è in compagnia o se è apprezzato questo non è sufficiente, vuole di più, vuole continuamente la conferma che di essere il centro del mondo, è egocentrico.

Il carattere del soggetto che si sente abbandonato sarà dipendente ma invadente. Ha uno scarso senso di indipendenza, di autostima, tende ad appoggiarsi agli altri, difficilmente diventa aggressivo e ha un forte bisogno di essere accudito e curato (malato immaginario). È sempre insoddisfatto, ha continui sbalzi d’umore tra la tristezza e l’allegria, tra l’entusiasmo e il disinteresse. Socialmente è loquace e intelligente, infatti cerca costantemente di intrattenere rapporti con chiunque per farsi accettare. Le sue energie sono costantemente sfruttate per mantenere vive le relazioni, chiama, parla, esce, si rende pronto nell’accudire tutti, anche se stanco e pieno di impegni, non sa dire di “no” perché teme di non essere capito e quindi di essere abbandonato. Ogni sua scelta è demandata alla domanda: tu cosa preferisci? Anche se spesso alla fine decide lui, e questo è solo un subdolo stratagemma per far sentire partecipe chi gli è vicino. Piange quando deve raccontare le sue disavventure e i suoi abbandoni, ma poi sorride e ride improvvisamente quando torna nel presente, ha un carattere mutevole e incostante con tutti. Non si può fare affidamento su di lui perché ha troppi impegni e spesso non può concluderli tutti, ma si assume le responsabilità del fallimento perché così tutti gli vorranno sempre bene, tranne in un caso: quando viene abbandonato le sue responsabilità sono nulle e la colpa è tutta dell’altro, che non l’ha capito e amato. È un bravo bambino, capriccioso ma obbediente, e a scuola sa conquistare le maestre con la sua faccina dolce e il carattere docile.

La ferita dell’abbandono porta un senso di vuoto interiore, il soggetto non si sente mai colmo d’amore o d’affetto, il senso di privazione è riconducibile a una mancanza di contatto, di affetto e protezione da parte di uno o entrambi i genitori, freddi e distaccati. Questa mancanza gli ha impedito di soddisfare i propri bisogni di affetto e calore famigliare, e per questo motivo ritiene che adesso tutto gli sia dovuto.

L’emozione innata, in chi cerca di sanare la ferita dell’abbandono, sarà la tristezza. Si tratta di uno stato emotivo-affettivo provocato da una situazione di pessimismo, sfiducia, o avvilimento che può essere reale, causata da un avvenimento drammatico (lutto), anticipata dalla previsione o evocata dal ricordo. La tristezza può essere considerata o come preparazione al comportamento del pianto o come una forma cristallizzata di pianto inibito.  Una  situazione di abbandono porta sempre tristezza, ma in chi ha questa ferita l’emozione viene vissuta in maniera patologica fino a sfociare in paranoiche ossessione sul senso di abbandono. Si sentirà sempre triste per ogni cambiamento di vita, trasferimento, trasloco, nuovo lavoro, ecc. Ogni azione è protesa a tenere gli altri vicino a sé con il vittimismo, con malattie immaginarie, con il servilismo; non ha importanza, basta non restare soli. Il futuro e la vecchiaia sono vissuti con tristezza perché potrebbero comportare abbandono e solitudine. Ogni volta che nella vita ci si sentirà abbandonati si proverà una profonda tristezza dell’anima.

La paura esistenziale è quella di restare solo, di crescere, della vecchiaia, delle malattie, della separazione e del cambiamento, di stare soli fisicamente, del buio, della morte di persone care, di perdere gli amici, di non essere capito, del bosco, di perdersi, dell’acqua alta, della notte.

 da embriologiaemozionale.vpsite.it

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