NEURONI SPECCHIO: L’EMPATIA SPIEGATA DALLE NEUROSCIENZE

NEURONI SPECCHIO: L’EMPATIA SPIEGATA DALLE NEUROSCIENZE

I neuroni specchio sono il motivo per cui riusciamo ad interpretare i gesti e le emozioni degli altri. Scoperti a Parma da Giacomo Rizzolatti, permettono di risolvere alcuni dei misteri del nostro cervello.

Cosa sono i neuroni specchio? Fermiamoci un attimo a riflettere, cosa facciamo noi umani tutto il giorno? Interpretiamo il mondo che ci circonda, soprattutto le persone che vediamo quotidianamente.  Tutto ciò che siamo è il perfetto riassunto della perfetta funzionalità del nostro cervello, composto da milioni di neuroni, le cellule del sistema nervoso, ognuno collegato con quasi 10 000 altri. I neuroni parlano fra loro costantemente attraverso interazioni elettriche e chimiche, riuscendo a sentirsi e a coordinare tutte le nostre azioni, i pensieri, i sentimenti e tante altre funzioni cognitive di cui siamo consci e non.

I neuroni specchio sono alla base dei processi di imitazione dei bambini e, pertanto, sono fondamentali.

Quando siamo in una stanza rumorosa, ad esempio, ogni neurone sa benissimo cosa fare: alcuni, chiamati neuroni sensitivi, si occupano di percepire le informazioni provenienti dall’esterno e dall’interno del nostro corpo (per esempio i colori dell’arcobaleno dopo la pioggia o il suono della musica che ascoltiamo in discoteca); altri, i motoneuroni, ci permettono di eseguire azioni o far secernere una ghiandola, (come quando facciamo una corsa o piangiamo vedendo il finale di un film strappalacrime) e per ultimo, gli interneuroni, che si occupano di elaborare una risposta ad un certo stimolo sensoriale. Inoltre esistono dei neuroni che hanno qualcosa in più rispetto ai motoneuroni, sono i neuroni specchio.

Scoperta dei neuroni specchio

I neuroni specchio sono stati una scoperta tutta italiana fatta quasi per caso da Giacomo Rizzolatti e la sua equipe di neuroscienziati a Parma, durante uno studio sulle azioni complesse del macaco. Furono inseriti  degli elettrodi nella regione F5 della corteccia premotoria frontale (un’area deputata alla pianificazione degli atti motori) e si registrarono le scariche dei neuroni motori. Ciò che non ci aspettava (ma che accadde) era che i neuroni motori di quest’area iniziassero a scaricare anche quando i macachi vedevano gli scienziati compiere determinate azioni (come mangiare delle noccioline). Così, dopo circa 20 anni di sperimentazione, Giacomo Rizzolatti e la sua equipe sono riusciti a dimostrare l’esistenza dei “neuroni dell’empatia” ovvero, i neuroni specchio. In poche parole, ad un primo impatto, questi neuroni sono quelli che causano uno sbadiglio riflesso nel momento in cui si vede sbadigliare qualcuno o che inducono il neonato a sorridere (lui che non ha ancora sviluppato il concetto di felicità e di espressione della stessa e che, dunque, imita semplicemente i movimenti che vede).

La risposta dei macachi inoltre, variava di intensità sulla base del significato soggettivo che le scimmie davano all’oggetto in questione. In altre parole, le aree contenenti i neuroni specchio si attivavano tanto più quanto l’oggetto (noccioline o gelato) veniva interpretato come ricompensa. Così, utilizzando la risonanza magnetica funzionale (fMRI), la stimolazione magnetica transcranica (TMS) e l’elettroencefalografia (EEG), è stato trovato anche nell’area F5 e nel lobo parietale inferiore degli uomini un sistema simile di sincronizzazione azione-osservazione. La carrellata di studi successivi a quelli svolti da Rizzolatti hanno infatti dimostrato che, oltre alla programmazione (propria di tutti i neuroni motori) e all’imitazione, i neuroni specchio hanno almeno almeno altre due prerogative: la previsione e l’empatia.

Il sistema specchio: tra previsione ed empatia

Prima della scoperta dei neuroni specchio, la capacità che ha un individuo di prevedere e comprendere le azioni e le intenzioni di chi gli sta di fronte, si basava sull’inferenza:  un sofisticato apparato cognitivo nel cervello del primo individuo elabora ciò che vede (come prendere una tazzina piena di caffè, l’informazione sensoriale) e, paragonandola con le sue esperienze passate, gli permette di capire che cosa sta facendo il secondo individuo e perché. Per quanto, tale modo cognitivo di procedere sia fondamentale per interpretare situazioni strane e complesse, Rizzolatti con la scoperta del sistema specchio ha dimostrato che esiste un meccanismo molto più semplice ed immediato per comprendere le azioni dei nostri simili. In poche parole, siccome il primo individuo conosce le conseguenze del suo atto motorio (per esempio di quello dell’afferrare), quando i suoi neuroni specchio che codificano l’afferrare si attivano guardando il secondo individuo che afferra un oggetto, il primo immediatamente comprende che l’altro sta afferrando qualche cosa. Il passaggio all’empatia è dunque ora abbastanza immediato.

I neuroni specchio del sistema neuronale del macaco si attivano sia quando la scimmia vede compiere l’azione che quando essa stessa la compie.

Infatti, i neuroni specchio si attivano, anche quando si riconoscono le emozioni altrui, perché simulano gli stessi movimenti fatti dalla persona osservata (i movimenti mimici facciali) e inviano tali informazioni all’insula, una regione cerebrale interna che serve a vivere alcune sensazioni (come il disgusto), e all’amigdala, centro della paura e della libido ma soprattutto struttura del sistema limbico che permette di codificare le emozioni, aiutandoci ad interpretare lo stato d’animo di chi ci sta di fronte. Pertanto, ci basta guardare la persona che abbiamo difronte, per sapere se è felice o triste, per entrare in empatia con essa.

È importante sottolineare che ci sono altri neuroni che inibiscono le azioni stimolate dai neuroni specchio, altrimenti ci ritroveremmo tutti a piangere quando vediamo una persona piangere o tutti a ridere quando la vediamo ridere. Tale regolazione è alla base dell’empatia poiché permette una simulazione incarnata dell’altro riuscendo nello stesso momento a mantenere una distanza, dandoci la possibilità di rispondere a tale situazione in maniera diversa in base alla persona con cui siamo, alle nostre conoscenze e al coinvolgimento emotivo: se vediamo un amico soffrire faremo di tutto pur di aiutarlo, ma se a soffrire è una persona sconosciuta l’empatia sarà verosimilmente più attenuata.

Dall’empatia alla socialità e le nuove prospettive per il futuro

Tutto ciò non fa altro che avvalorare la tesi secondo cui l’uomo è un animale sociale che per vivere in società ha bisogno di empatia e che il sistema specchio ne è probabilmente la base imprescindibile. Il nostro cervello è un organo estremamente sociale, che ci permette di immedesimarci negli altri e sentire ciò che provano, dandoci la possibilità di affrontare insieme le difficoltà e di condividere  le gioie. Difatti, quando il sistema specchio non funziona in maniera adeguata si incorre nell’autismo, patologia caratterizzata soprattutto da difficoltà più o meno importanti nel relazionarsi con gli altri e dalla mancanza di empatia.

https://www.thedifferentgroup.com/2019/05/05/neuroni-specchio/
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L’IPOCRISIA NELLE RELAZIONI

L’IPOCRISIA NELLE RELAZIONI

L’ipocrita, come riconoscerlo e smascherarlo per non cadere nella trappola della falsità.

L’ipocrisia viene spesso identificata come l’altra faccia della medaglia della sincerità e trasparenza, ovvero un insieme di atteggiamenti e comportamenti legati a falsità, scarsa chiarezza e atteggiamento mascherato.

È proprio dal mondo delle maschere, o meglio il teatro, che il termine ipocrisia ha origine. “Ipòcrisis” dal greco significa “simulazione” ed è il nome utilizzato nell’antichità per definire il gesto dell’attore, l’ipocrita appunto, sul palco scenico in cui aveva lo scopo di mostrare altro rispetto alla propria essenza, appunto “simulare” o interpretare una parte e qualcosa.

Oggi, purtroppo, l’ipocrisia non si limita alla messa in scena di uno spettacolo, ma pervade ogni ambito della vita dalle relazioni famigliari, a quelle amicali, dal rapporto di coppia a quello tra colleghi.

Ipocrisia: cos’è?

L’ipocrisia racchiude in sé una serie di comportamenti e atteggiamenti in cui l’ipocrita ha lo scopo di mascherare e celare la propria essenza, il proprio modo di pensare, i vissuti, i sentimenti e i bisogni. La maschera ha come scopo quello di celare all’altro eventuali personali debolezze, difficoltà o incapacità, mostrandosi al meglio possibile, cercando di soddisfare ciò che il proprio interlocutore vuole o si aspetta.

L’ipocrita quindi agisce e manifesta altro rispetto a ciò che pensa e prova, con l’unico intento di attirare l’attenzione altrui ed entrare in relazione, ricevendo riconoscimento, accettazione e anche posizioni più favorevoli per raggiungere i propri scopi.

La persona ipocrita assume le sembianze di un amico di cui fidarsi, di un collega o superiore con cui parlare e confrontarsi, di un partner fedele e a tratti super accondiscendente e disponibile, ma dietro al proprio comportamento nasconde un forte desiderio di conquista, falsità e mancanza di reale coinvolgimento nella relazione.

Ipocrisia: perché mentire?

Alla base dell’ipocrisia possono esserci differenti elementi. Uno fra tutti la scarsa fiducia in sé e nelle proprie capacità che porta a mostrare altro, rispetto al reale modo di essere, esaltando alcune caratteristiche spesso non vere e mentendo sui propri interessi, capacità, possibilità e conoscenze.

La scarsa fiducia si estende anche alle proprie abilità relazionali per cui l’ipocrita pensa di dover assumere false sembianze per essere accolto, accettato e trarre i vantaggi necessari. Dichiarare il falso o fare ciò che in realtà non pensa realmente utile, sostenere principi morali elevati in cui spesso non si crede, sono quindi solo alcuni degli aspetti del conflitto e paradosso che caratterizzano l’ipocrita che cerca in tutti i modi di acquisire “voti” all’interno del contesto in cui si muove.

I segnali nascosti dell’ipocrisia

Seppur l’ipocrita sia estremamente abile nel mascherare la sua vera essenza e riesca ad ammaliare il pubblico con cui si relaziona, ci sono alcuni elementi che possono permettere di smascherare queste persone e togliersi da queste relazioni disfunzionali e alla lunga dolorose.

In primo luogo, solitamente l’ipocrita si comporta diversamente da quello che pensa, o comunque fa cose differenti da ciò che dice, per cui ad esempio afferma che è giusto far sedere gli anziani sul pullman e fa un discorso morale animato e concitato su questo, ma poi è il primo a girare la testa sull’autobus quando sale un anziano. Si fa spesso porta voce di principi morali, valori e senso di giustizia senza crederci realmente e contraddicendosi nei gesti, negli atteggiamenti e nelle discussioni in cui tante persone la pensano diversamente tra loro.

Altro elemento è la continua ricerca di una scusa e giustificazione per le proprie azioni, spesso accusando altri, cerca di autoconvincersi di alcune realtà quando non è in grado di raggiungere ciò che desidera attivando una vera e propria dissonanza cognitiva e falsa credenza.

Infine, è una persona che nel fare un complimento dice celatamente una cattiveria, facendo trapelare in modo sottile ciò che pensa. Ad esempio, fa apprezzamenti sulla nuova auto dell’amico seppur sottolineandone l’economicità della marca.

L’ipocrisia è una realtà molto diffusa nella realtà di oggi dove l’apparenza acquisisce un’importanza rilevante e superiore rispetto alla vera essenza e capacità di una persona. Si ha una lotta continua al potere e al riconoscimento a discapito di sincerità e lealtà che sono invece spesso vittime di incomprensione e scarso riconoscimento e successo. Imparare a smascherare i falsi e gli ipocriti permette di ridurre la sofferenza nelle relazioni, la delusione e incrementare la lealtà e gli atteggiamenti sinceri.

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Dott. Mauro Piccini

IL CORAGGIO DI TRASFORMARSI

IL CORAGGIO DI TRASFORMARSI

Come spesso Gaston affermava possiamo celebrare la nostra libertà abbracciando tutte le manifestazioni della vita senza le nozioni di buono/cattivo, positivo/negativo, miglioramento/distrazione, affermando così l’unità che soggiace alla polarità. Se lottiamo contro i fatti che ci disturbano, non facciamo altro che ritardare il loro rilascio di energia ed essi continueranno a manifestarsi finché ci nutriremo della loro sostanza.La conoscenza, la comprensione e i pensieri sono spesso ostacoli all’esperienza dello stato di grazia, alla comunicazione nell’unità, alla comunione.

Ricordiamo ciò che disse Einstein.”La teoria è quando uno sa tutto e nulla funziona. La pratica è quando tutto funziona senza sapere il perché”.

Vi riporto un interessante articolo in perfetta sintonia con i principi della Tecnica Metamorfica.

A. Grühn: Il coraggio di trasformarsi.
Qual’è la differenza tra cambiamento e trasformazione? Mentre il cambiamento e spesso “violento”, la trasformazione avviene molto più “dolcemente”. Mi pare una tesi molto interessante quella Grühn, che merita un approfondimento, anche al di là di questo piccolo e interessante saggio. Può accadere che ci convinciamo che dobbiamo “cambiare”: qualcosa in noi non va bene e allora dobbiamo assolutamente cambiarla. Non va bene come siamo tanto che vorremmo essere addirittura un’altra persona.

Trasformarsi invece

“implica che tutto può esistere in me, che tutto è buono e ha un significato, che le mie passioni e le mie debolezze hanno un senso, anche se a volte mi opprimono. Trasformazione vuol dire che ciò che è reale deve fare breccia in ciò che non è reale, l’autenticità nell’apparenza. Le mie passioni e le mie debolezze rimandano sempre a un bene prezioso, vogliono indicarmi che in me vuol vivere qualcosa che io non ho ancora accettato” (A. Grühn, Il coraggio di trasformarsi,Edizioni San paolo, 1995, p. 5).

Nell’era del coaching, del counseling e delle “terapie strategiche” animate da una forte tensione al cambiamento ottenuto in tempi brevi, mi pare interessante seguire queste riflessioni di Grühn, monaco benedettino tedesco e grande estimatore di Carl Gustav Jung che in questo scritto fa dialogare lo psichiatra svizzero con Teillard de Chardin e Dürckheim, facendoci riflettere sul

“mistero di Dio, che traforma l’uomo mediante tutto ciò che accade” (ibidem, p. 7).

È importante stare in guardia rispetto agli estenuanti lavori su se stessi, all’ossessione di cambiare a tutti i costi e in tempi brevi, a voler eliminare i sintomi con tecniche e strategie troppo appuntite, come se le nostre difficoltà e i nostri sintomi non avessero alcun senso ma fossero solamente delle imperfezioni da eliminare.

Chi vuole cambirare? Che cosa va cambiato? E perché? Come ci fa notare Grühn è infatti Dio ad operare e non per cambiarci in qualcosa d’altro, ma per trasformarci proprio attraverso quel disagio che stiamo vivento, il conflitto che stiamo attraversando, la malattia che stiamo portando con sofferenza e fatica nel nostro corpo.

In termini psicologici questo significa che non è certo l’Io a compiere la trasformazione, ma il mistero del Sé! E questa trasformazione non avviene mediante delle tecniche speciali, ma proprio attraverso il contatto profondo con le nostre ferite, portando quotidianamente sul corpo piaghe dolenti e facendoci carico delle nostre più profonde debolezze. Come ci ricorda anche Carotenuto la ferita è in fondo una feritoia.

“La trasformazione è divinizzazione dell’uomo. […]. Quando Dio incontra l’uomo, lo traforma e lo salva” (ibidem, p. 10).

“Dio appare in ciò che è debole e lo trasforma” (ibidem).

Una immagine di questo processo e per Grühn è contenuta nell’Antico Testamento e cioè nell’Esodo (Es 17,6). Qundo gli Israeliti, nel loro cammino attraverso il deserto, rischiano di morire di sete, Mosé colpisce la roccia con il bastone e subito sgorga acqua e tutto il popolo può bere. Acqua e asciutto vengono a contatto. Entrambi sono elementi ambivalenti, possono dare la vita o distruggere. Il tocco di Mosè unisce gli opposti e avviene una trasformazione. La nostra interiorità indurita come la roccia, il nostro corpo diventato rigido e arido, viene “toccato” e la roccia si trasforma. Quando coscienza e inconscio vengono a contatto avviene una trasformazione. Un tocco che unisce gli opposti e trasforma.

Anche Gesù, nel Nuovo Testamento, guarisce gli ammalati toccandoli, mettendo qualcosa in movimento dentro di loro. Qualcosa di più grande entra nell’esperienza psichica del malato e lo salva, cioè gli ridona la salute.

L’autore di questo tocco non può essere evidentemente il nostro Io, bensì qualcosa di più grande. Jung ha scritto cose fondamentali sulla trasformazione come motore del principio di individuazione. Il processo di autorealizzazione è infatti un continuo cammino di trasformazione che consiste nell’unificazione degli opposti e nel superamento del contrasto di fondo tra istinto e spirito. È proprio da questa tensione che scaturisce tutta la dinamica psichica e si crea l’energia necessaria per evolvere.

Il superamento di questo conflitto, come in fondo di ogni conflitto psichico, non è allora affidato all’Io che mediante qualche tecnica negoziale possa mettere daccordo gli opposti, bensì alla grazia, ad una funzione superiore all’Io che Jung definisce “funzione trascendente” e che non è altro che quella possibilità misteriosa della psiche di fare sintesi e cioè di produrre simboli. Jung chiama i simboli “trasformatori” per la loro capacità di trasformare l’energia biologica in energia spirituale:

“I simboli funzionano come trasformatori, in quanto trasferiscono la libido da una forma inferiore a una superiore” (Jung, Vol. V, p. 232).

Il processo di trasformazione viene sempre attivato da un contrasto ossia da un conflitto all’interno del quale il sintomo è segno di una incapacità della psiche di produrre un simbolo che trasformi il conflitto. Contrasto tra conscio e inconscio, intelletto e sentimento, istinto e spirito.

Non è l’Io a guidare, bensì il Sé. Non siamo noi a risolvere i nostri conflitti più profondi bensi la grazia, un “tocco” misterioso in grado di portare la guarigione. La nostra parte, il ruolo dell’Io, è quello di portare la sofferenza, stare tra gli opposti, portare il peso del conflitto senza cedere all’unilateralità. Stare tra due opposti, in fondo, è come essere crocifissi.

Jung pensa che l’uomo abbia spesso bisogno di crisi nelle quali è costretto a confrontarsi con il suo inconscio e quindi con le proprie parti istintive, con le passioni e con le proprie ferite e debolezze. E questo confronto con l’inconscio provoca quella differenza di potenziale necessaria perché possano avvenire trasformazioni. Ma non tutti sono disposti veramente a confrontarsi con se stessi.

“Chi non ricorda certi amici e compagni di scuola, che da giovani erano esemplari e promettenti, e che, dopo molti anni, si ritrovano inariditi e limitati dalla monotonia della vita quotidiana?” (Jung, Vol. VIII, p. 423).

Grühn in questo saggio ci rammenta che tutto può esistere in noi e che tutto è buono e ha un significato, le nostre passioni come le nostre debolezze anche se ci opprimono, perché sono i materiali della nostra trasformazione. E ci vuole coraggio!

da: https://www.minella.info/trasformarsi/

Tecnica Metamorfica, tecniche d’ascolto corporeo
Cristiana Naldi

UMBERTO GALIMBERTI: LA NOSTRA SOCIETA’ AD ALTO TASSO DI PSICOPATIA NON E’ ADATTA A FARE FIGLI

UMBERTO GALIMBERTI: LA NOSTRA SOCIETA’ AD ALTO TASSO DI PSICOPATIA NON E’ ADATTA A FARE FIGLI

Riflettiamo…
Il lavoro con la Bussola Costituzione (embriologia emozionale) e la Tecnica Metamorfica riguarda proprio le ferite formatesi non solo nei primi tre anni di vita ma già dal concepimento, questo lavoro ci aiuta non a risolvere le ferite ma a prenderne coscienza e trasformare le reazioni inconsapevoli in azioni consapevoli.

Se nei primi tre anni di vita i bambini non sono accuditi e ascoltati nel modo giusto rischiano di diventare degli analfabeti emotivi, privi di orientamento. A lanciare l’allarme è il professore di Filosofia della Storia all’Università Ca’Foscari di Venezia. Che aggiunge: per arrivare alla testa dei ragazzi bisogna prima conquistare il loro cuore

Umberto Galimberti, lombardo classe 1942, è uno dei più noti filosofi italiani. Professore ordinario all’università Ca’ Foscari di Venezia, dove è titolare della cattedra di Filosofia della Storia, è un profondo e acuto osservatore della nostra società: mette al centro della sua indagine il rapporto tra l’uomo occidentale e la tecnica, luogo della razionalità assoluta che non lascia spazio alle pulsioni e passioni. Sull’educazione dei giovani in particolare, sull’empatia e le emozioni che li attraversano è diretto e schietto. I giovani soffrono di una sorta di analfabetismo emotivo.  I sentimenti, infatti,  non sono una dote naturale e non si trasmettono geneticamente. I sentimenti si apprendono: e soltanto attraverso la costruzione di mappe emotive si possono costruire relazioni e legami. Le mappe emotive si formano attraverso la cura che i bambini ricevono nei primi tre anni di vita e servono a sentire il mondo e a reagire agli eventi in modo proporzionato.

Cosa intende per “mappe emotive”?

Mi riferisco alla dimensione emotivo, sentimentale di un individuo. Se nei primi tre anni di vita i bambini non sono seguiti, accuditi, ascoltati allora ci si trova di fronte ad un misconoscimento che crea in loro la sensazione di non essere interessanti, di non valere niente.  Crescono così senza una formazione delle mappe cognitive, rimanendo a un livello d’impulso. Gli impulsi sono fisiologici, biologici, naturali. Il passo successivo dovrebbe essere di passare dagli impulsi alle emozioni ovvero a una forma più emancipata rispetto all’impulso. L’impulso conosce il gesto, l’emozione conosce la risonanza emotiva di quello che si compie e di quello che si vede. Poi si arriva al sentimento che è una forma evoluta, perché non solo è una faccenda emotiva, ma anche cognitiva. Il sentimento si apprende. Le mamme comprendono i bambini che non parlano perché li amano. Gli amanti, proprio perché si amano, si capiscano tra loro molto più di quanto i loro discorsi non dicano e siano comprensibili agli altri. Il sentimento è cognitivo e consente di percepire il mondo esterno e gli altri in maniera adeguata, con capacità di accoglienza e di risposta adeguate alle circostanze.

Dove e quando si apprendono i sentimenti?

Dobbiamo convincerci che il sentimento non è una dote naturale, è una dote che si acquisisce culturalmente. Gli antichi imparavano i sentimenti attraverso le storie mitologiche. Se guardiamo alla storia greca ci ritroviamo tutta la gamma dei sentimenti possibili, Zeus il potere, Afrodite l’amore, Atena l’intelligenza, Apollo la bellezza, etc. C’era tutta la fenomenologia dei sentimenti umani. Noi invece li impariamo attraverso la letteratura, che è il luogo dove si apprende che cosa sono il dolore, la noia, l’amore, la disperazione, il suicidio, la passione, il romanticismo. Ma se la letteratura non viene “frequentata” e i libri non vengono letti, se la scuola disamora allora il sentimento non si forma. E se la cultura non interviene, i ragazzi rimangono a livello d’impulso o al massimo di emozione. Per questo sono convinto che non tutte le società sono idonee a far figli.

La nostra non è idonea perché i genitori, per sopravvivere, devono lavorare in due e quindi il tempo per la cura dei figli non c’è. I figli sono affidati a un esercito di baby sitter, o peggio alla baby sitter di tutte le baby sitter  che è la televisione. I genitori non hanno tempo di stare con i bambini e si difendono cercando di dare loro un tempo-“qualità”, ma i bambini hanno bisogno di tempo-quantitàHanno bisogno di essere riconosciuti passo dopo passo, disegno dopo disegno, domanda dopo domanda. Non basta fare quattro week end giocosi per avere una relazione con i figli.  E se non si ha questo tempo, dobbiamo rassegnarci  a avere dei figli  in cui  le mappe emotive e cognitive non si formano. Queste mappe però sono fondamentali perché diventano la modalità con cui si fa esperienza, se le mappe non sono formate questa esperienza avviene a caso e non viene mai del tutto elaborata.

La scuola potrebbe rimediare a questa mancanza?

Per quanto riguarda la scuola, bisognerebbe che i professori, oltre a sapere la loro materia, fossero anche in grado di comunicarla e di affascinare.  Perché l’apprendimento, lo dice Platone, avviene per via erotica. Noi stessi abbiamo studiato volentieri le materie dei professori di cui eravamo innamorati e abbiamo tralasciato quelli di cui non avevamo alcun interesse. A scuola è importante saper appassionare perché gli adolescenti vivono l’età per cui l’unica cosa che conta è l’amore,  e se gli adolescenti si occupano dell’amore bisogna andare là a cercarli. Attirarli a livello emotivo significa trovare la breccia per passare poi al livello intellettuale. Se invece si scarta la dimensione emotiva, sentimentale, affettiva allora non si arriva neppure alle loro teste.

Se le mappe non sono si sono costituite, cosa può succedere?

Se le mappe emotive non si formano abbiamo un rapporto squilibrato, una risonanza emotiva inadeguata  rispetto agli eventi da affrontare. Prendiamo un esempio tra i casi patologici degli ultimi anni. Il giorno in cui Erika e Omar uccisero la madre e il fratellino, si recarono, come ogni giorno, a bere la birra al bar del quartiere. Questa reazione è la conseguenza della mancata presenza di mappe emotive e di risonanza di quanto accaduto. Mancanza che non ha consentito loro di riconoscere la differenza tra bene e male. Il filosofo Immanuel Kant diceva che la definizione di bene e male possiamo anche non definirla perché ognuno la comprende e la sente da sé. Usa proprio la parola sentire, e se la differenza tra bene e male non si sente e non si percepiscerischiamo che un ragazzo non capisca la differenza che c’è tra corteggiare una ragazza o stuprarla, o tra discutere con il professore e prenderlo a calci. Non sentire più la differenza tra bene e male, tra il giusto e l’ingiusto, tra ciò che grave e ciò che non lo è, denota una mappa emotiva non costituita.

Che soluzione bisognerebbe adottare?

Non penso che tutto sia riparabile. Se i figli non sono stati curati e seguiti nel modo giusto diventaranno degli handicappati psichici, soffriranno di psicopatia, la psiche non registra, non ha una risonanza emotiva rispetto alle azioni che si compiono agli eventi a cui assiste. Quante volte di fronte ad una persona per terra si è indifferenti? Questa è una psicopatia ovvero  un’apatia della psiche che non  registra il caso, la situazione.  Si possono picchiare i neri, i  Rom perché tanto non c’è la percezione che l’altro è simile, è una persona come te, anche questa è una forma di psicopatia. Viviamo in una società ricca e non più povera e semplice come una volta, dove il confine tra bene e male, il permesso e il proibito era ben segnalato. Oggi tutto è permesso, la società è opulenta e abbondante, i bambini ricevono una quantità di regali, anche quelli che non desiderano. Si estingue addirittura il desiderio perché i bambini vengono gratificati prima ancora di desiderare. E questi, purtroppo, sono processi che allenano l’apatia della psiche.

https://wisesociety.it/incontri/umberto-galimberti-la-nostra-societa-ad-alto-tasso-di-psicopatia-non-e-adatta-a-fare-figli/

I TRAUMI INFANTILI POSSONO INFLUENZARE NEGATIVAMENTE LA FLORA BATTERICA INTESTINALE

I TRAUMI INFANTILI POSSONO INFLUENZARE NEGATIVAMENTE LA FLORA BATTERICA INTESTINALE

Traduco nel seguito un articolo ripubblicato dalla fonte citata a fine articolo, proveniente  da materiale edito dalla  Columbia University, su un tema che diventa sempre piu’ di attualità: la relazione stretta tra cervello e intestino. Si vedano su questo sito anche: Disturbi mentali e…flora batterica; L’intestino è anche un organo emozionale

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Uno studio della Columbia University ha trovato nei bambini una relazione tra avversità vissute nella prima fase della vita e aumento di sintomi gastrointestinali, che a loro volta possono avere delle conseguenze sul cervello e sul comportamento durante l’età adulta.

Lo studio è stato pubblicato online il 28 marzo (2019) nella rivista Development and Psychopathology.

“Una ragione frequente per cui I bambini finiscono dal dottore, è quella di disturbi intestinali”, ha detto Nim Tottenham, un professore di psicologia alla Columbia e primo autore dello studio: “Le nostre scoperte indicano che i sintomi gastrointestinali  nei bambini potrebbero essere un semaforo rosso  per futuri problemi emozionali collegati alla salute”.

Gli scienziati hanno da tempo notato il forte collegamento esistente tra le viscere e il cervello.

Una precedente ricerca ha dimostrato che  nel 50% degli adulti con la sindrome del colon irritabile, veniva riscontrata una storia di trauma o abuso, con il doppio della prevalenza rispetto a quelli senza.

“Quale ruolo il trauma abbia avuto nella crescente vulnerabilità sia a sintomi gastrointestinali che di salute mentale, si nota bene negli adulti, ma questo è raramente studiato nei bambini “, ha detto l’autrice capo dello studio Bridget Callaghan, che ha un ruolo di ricerca post dottorato nel dipartimento di psicologia della Columbia

In aggiunta, ha detto la dottoressa, degli studi sugli animali hanno dimostrato che i cambiamenti indotti da avversità, nel microbiota dell’intestino – ovvero la comunità dei batteri nel corpo che regola tutto dalla digestione alla funzione del sistema immunitario – influenzano lo sviluppo neurologico, ma su questo non si sono fatti degli studi sugli umani.

“Il nostro studio è tra i primi  che collegano la perturbazione del microbiota gastrointestinale del bambino, all’attività cerebrale in regioni associate alla salute mentale, questo quando il trauma sia stato attivato da una avversità vissuta nei primissimi tempi di vita“, ha detto Callaghan.

I ricercatori si sono concentrati sullo sviluppo in bambini che hanno vissuto estrema privazione psicosociale, causata da assistenza istituzionale prima della adozione internazionale. La separazione di un bambino da un genitore è noto che negli umani sia un potente fattore che predice problematiche sulla salute mentale.

Quella esperienza, quando viene rimodellata su roditori, induce paura e ansia, blocca lo sviluppo neuronale ed altera le comunità microbiche per tutta la vita.

I ricercatori hanno attinto dai dati di 115 bambini adottati da orfanotrofi o case accoglienza all’età di ca due anni e da quelli di 229 bambini cresciuti da genitori biologici

I bambini con disagi in precedenti accudimenti, hanno mostrato maggiori livelli di sintomi che riguardano: mal di stomaco, costipazione, vomito e nausea.

Dal campione degli adottati, i ricercatori hanno quindi selezionato 8 partecipanti dai 7 ai 13 anni, dal gruppo relativo a coloro con avversità ed altri 8  dal gruppo relativo a genitori biologici.

Tottenham e Callaghan hanno poi raccolto informazioni sul comportamento, campioni di feci ed immagini del cervello di tutti i bambini. Hanno usato la sequenza genetica per identificare i microbi presenti nei campioni di feci ed esaminato l’abbondanza e diversità di batteri in ogni sostanza fecale del partecipante.

I bambini con una storia di disfunzioni di accudimento nei primi anni di vita, avevano molto distintamente microbioti intestinali diversi rispetto a quelli cresciuti dalla nascita da genitori biologici. Scansioni del cervello dei bambini, hanno anche mostrato che gli schemi dell’attività cerebrale erano correlati a certi batteri. Per esempio, i bambini cresciuti dai genitori avevano una crescente diversità del microbiota  intestinale e questo è collegato alla corteccia prefrontale , una regione del cervello che aiuta a regolare le emozioni.

“E’ troppo presto per dire qualcosa di conclusivo, ma il nostro studio indica che i cambiamenti nel microbiota intestinale, associati ad avversità, sono in relazione alla funzione cerebrale, incluse differenze nelle regioni del cervello associate con il processo emotivo”, ha detto Tottenham, che è un esperto sullo sviluppo emozionale

E’ necessaria piu’ ricerca, ma Tottenham e Callaghan credono che il loro studio aiuti a colmare una lacuna importante nella letteratura.

“Studi sugli animali ci dicono che gli interventi dietetici e i probiotici, possono manipolare il microbiota intestinale e migliorare gli effetti sul sistema nervoso centrale, effetti causati dalle avversità, specialmente durante i primi anni di vita quando il cervello in sviluppo e il microbiota sono piu’ plastici. “ ha detto Callaghan.

“E’ possibile che questo tipo di ricerca ci aiuti a conoscere come e se intervenire al meglio negli esseri umani e quando”

Callaghan e Tottenham attualmente stanno lavorando su uno studio a scala maggiore di 60 bambini a New York City, per vedere se le loro scoperte possono essere replicate

Fonte: https://www.technologynetworks.com/neuroscience/news/childhood-trauma-can-impact-our-gut-bacteria-317561?fbclid=IwAR100VkzvRgTjqgXPoxV6IbM-9DixkGJCS472J54TyiMTDr_0e_UzXSZcLs

https://www.thelivingspirits.net/i-traumi-infantili-possono-influenzare-negativamente-la-flora-batterica-intestinale/

traduzione: M.Cristina Bassi per www.thelivingspirits.net

Reference: Callaghan, B. L., Fields, A., Gee, D. G., Gabard-Durnam, L., Caldera, C., Humphreys, K. L., … Tottenham, N. (undefined/ed). Mind and gut: Associations between mood and gastrointestinal distress in children exposed to adversity. Development and Psychopathology, 1–20. https://doi.org/10.1017/S0954579419000087

LA BUSSOLA COSTITUZIONALE, L’ EMBRIOLOGIA EMOZIONALE, I PRINCIPI DELLA TECNICA METAMORFICA

LA BUSSOLA COSTITUZIONALE, L’ EMBRIOLOGIA EMOZIONALE, I PRINCIPI DELLA TECNICA METAMORFICA

La malattia è il messaggio estremo del nostro corpo, un’opportunità che ci viene concessa per vivere la vita che vorremmo vivere. Per poter intraprendere il cammino che porta alla trasformazione possiamo inoltrarci in noi stessi, al di là della maschera o dell’immagine che abbiamo o hanno creato di noi.

Dal momento del concepimento a quando nasciamo e durante la prima infanzia il nostro corpo cronicizza le ferite che subisce o eredita e le archivia nel DNA, così ogni cellula porta con sé la registrazione delle emozioni negative primarie che sono alla base del nostro malessere e delle nostre malattie. L’utilizzo sinergico dell’approccio tra medicina funzionale, embriologia emozionale e principi della tecnica metamorfica accompagna e sostiene l’individuo verso la scoperta e il rilascio della causa primaria del malessere supportandolo nel riconoscere e liberare gli schemi mentali , emozionali e comportamentali che si attivano. La bussola costituzionale diventa, in questo percorso di comprensione, uno strumento diagnostico e terapeutico prezioso. Rinnova le secolari teorie  sulle costituzioni e propone un metodo completo e preciso, che dal sintomo ci riporta indietro al foglietto embrionale danneggiato e, in ultimo, all’emozione che è all’origine del danno, attraverso un percorso scientifico e dettagliato.
Le emozioni sono il linguaggio visibile della mente, le malattie sono il linguaggio visibile del corpo. Mente e corpo sono un tutt’uno. Riconoscere ed integrare la ferita originaria ci permetterà di vivere gli eventi della vita non più attraverso REAZIONI INCONSCE ma con AZIONI CONSAPEVOLI, passando dalla consapevolezza di “avere” la vita a quella di “essere” la vita.

Questa comprensione genererà un nuovo messaggio positivo che verrà registrato nel nostro DNA e ogni nuova cellula darà origine a cellule sane: ecco che la trasformazione sarà reale, profonda e duratura. La bussola costituzionale e i principi della tecnica metamorfica ci svelano il legame indissolubile che esiste tra il microcosmo del corpo umano e il macrocosmo delle leggi energetiche che regolano l’universo.

L’epigenetica ha messo in evidenza l’importanza e il ruolo dei genitori, quale ambiente di vita del nascituro, nella formazione del bambino. Queste informazioni sono note da molti anni sia tra medici, psicologi che ricercatori, i quali sanno perfettamente che il periodo prenatale e perinatale fanno parte, a tutti gli effetti, del percorso della vita, l’inizio di un continuum che è la nostra esistenza fisica e psichica.

Il grande psichiatra Thomas Verny, uno dei massimi esperti mondiali della vita prenatale, lo va dicendo da molto tempo: “Un’esplorazione della biologia cellulare, suggerisce che una forma di ‘coscienza’, una consapevolezza rudimentale del mondo circostante, esista fin dai primi giorni nel grembo materno. Oggi la prova dell’esistenza di questa memoria cellulare, viene confermata dagli scienziati del MIT (Massachusets Institute of Technology) e del National Institute of Mental Health. La loro scoperta comune, per cui le cellule dell’individuo accumulano esperienze basate sulla memoria, già prima che il cervello si sia formato, sottolinea il ‘dramma’ della vita embrionale, della quale l’urto che avviene al concepimento non è che l’inizio“.

Un recente studio dimostra che i MICRO-RNA ricordano i traumi subiti per generazioni, è accertato scientificamente che alcune esperienze psicologiche ed affettive traumatiche possono essere trasferite alle generazioni successive.
Coordinati da Isabelle Mansuy, i ricercatori del Brain Research Institute di Zurigo hanno rilevato che molecole dei cosiddetti microRNA erano in grado di trasferire la memoria di situazioni traumatiche e stressanti dai genitori alla discendenza. I microRNA sono piccole molecole endogene di RNA a singolo filamento capaci di alterarsi sotto stress e in grado di trasmettere l’informazione alla progenie.

In parole povere, una violenza, un evento conflittuale patito non genera solo conseguenze nell’individuo, ma riverbera lungo il suo albero genealogico.”Siamo stati in grado di dimostrare per la prima volta – riassume Mansuy – che le esperienze traumatiche influenzano il metabolismo a lungo termine, che i cambiamenti indotti sono ereditari” e che gli effetti del trauma ereditato sul metabolismo e i comportamenti psicologici persistono fino alla terza generazione”…

A breve inizieremo una serie di seminari esperienziali  che promuoveranno l’analisi della ferita primaria di ciascun partecipante passando dalla malattia, il sintomo e l’emozione,  all’ascolto fisico ed emozionale, per inoltrarci verso un viaggio che ci condurrà all’armonia. Come ogni cellula del nostro corpo ha una specifica funzione, uno spazio e un tempo per vivere in sintonia con miliardi di altre cellule, così ognuno di noi ha un compito, uno spazio e un tempo per vivere in armonia con se stesso e con gli altri. Comprenderlo e integrarlo significa vivere in salute.

Dott. Mauro Piccini
Cristiana Naldi

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