L’INVASIONE DEGLI PSICOFARMACI: SI MUORE PIU’ DI ANTIDEPRESSIVI & Co CHE DI EROINA

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Psicofarmaci a tutto spiano e a tutte le età sono prescritti ogni giorno per affrontare dal più lieve disagio fino a quadri clinici importanti. Vediamo come il trend è riuscito a mettere radici e crescere negli ultimi anni, non solo oltreoceano e non senza conseguenze. A fare il punto della situazione ci hanno pensato Alberto Caputo, psichiatra e psicoterapeuta e Roberta Milanese, psicologa e psicoterapeuta con il libro “Psicopillole – Per un uso etico e strategico dei farmaci“, edito da Ponte alle Grazie (256 pp, 18 euro).

Psicofarmaci: boom di prescrizioni e incassi

Tra il 1999 e 2013 le prescrizioni di psicofarmaci sono duplicate negli Usa, la tendenza europea è analoga: si muore di più per overdose da farmaci psichiatrici che non per eroina.

L’Italia è la quarta in Europa seconda l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, per la spesa relativa all’acquisto di psicofarmaci e sempre secondo Aifa sono 12 milioni gli italiani che assumono psicofarmaci”  dichiara Roberta Milanese, ricercatore associato del Centro di Terapia Strategica di Arezzo e docente della Scuola di specializzazione in Psicologia Breve Strategica.

“La spesa complessiva è di 3 miliardi e 300 milioni di euro l’anno. Gli psicofarmaci sono la maggior fonte di entrata per case farmaceutiche.  Nel mondo, per gli psicofarmaci si spendono 900 miliardi di dollari l’anno: metà negli Usa, un quarto in Europa e un quarto nel resto del mondo”.

Altro dato che fa riflettere: mezzo milione di persone sopra i 65 anni, muore ogni anno negli Stati Uniti a causa degli psicofarmaci.

La corsa a chiedere e prescrivere psicofarmaci 

“Diciamo che possiamo individuare una tendenza a prescrivere e una tendenza a usare troppo i farmaci di questo tipo” spiega Albero Caputo. “Spesso e volentieri il farmaco rappresenta una soluzione,  una via breve che però non risolve il problema“.

Esempio: da una parte non dormi e il medico ti dà subito qualcosa per dormire oppure sei triste e chiedi un farmaco e il medico te lo prescrive. Insomma, c’è sia facilità alla richiesta dello psicofarmaco sia alla prescrizione da parte del medico. Come uscirne? Usare il farmaco in modo etico dal punto del prescrittore, e da un punto di vista strategico da parte del paziente. Un buon approccio psicoterapico aiuta a cambiare la propria vita ed affrontare i problemi. E nelle forme più lievi di depressione una buona psicoterapia  funziona meglio addirittura di un farmaco.

Nelle depressioni lieve e moderate la psicoterapia è altrettanto efficace e può facilitare la cura. E molti studi dimostrano che in questi casi funziona molto bene l’esercizio fisico. Nella reazione acuta da stress (es dopo incidente stradale che non ti fa dormire), invece, il farmaco può aiutare, ma per brevissimi periodi. In generale gli psicofarmaci è meglio prenderli per il minor tempo possibile.

Pillola della felicità e criteri di diagnosi sempre più estremi

La ricerca della pillola per la felicità, invece, è a tutti gli effetti un fenomeno sociale. Una richiesta in qualche modo supportata dalla bibbia della psichiatria, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) sempre più rapido e frettoloso, per esempio, nel favorire l’equazione sono triste = depresso = malato.

Vediamo meglio nel dettaglio. “Se l’umore è depresso, c’è mancanza di sonno, di appetito e altri sintomi, nel DSM5 (2013), l’ultima versione di questo manuale, dopo 15 giorni si è dichiarati malati” spiega Milanese. Infatti bastano due settimane per essere classificati clinicamente depressi, mentre nella versione 1980 del Manuale (DSMIII) questi sintomi dovevano esserepresenti per un anno prima di poter essere appunto dichiarati clinicamente depressi. Nel DSM IV (1994) erano sufficienti due mesi”.

Risultato:  nel 2015 oltre 350 milioni di persone nel mondo sono state diagnosticate depresse di cui 4,5 milioni in Italia. Secondo l’Oms nel 2020 la depressione sarà la malattia mentale più diffusa. Ovviamente se i criteri vengono cambiati, così come è successo, per esempio, in caso di lutto: 15 giorni sono pochi per superare l’evento ed è facile ritrovarsi tutti depressi.

“Se teniamo conto che il mondo assicurativo e medico devono basarsi su criteri condivisi e si basa su queste categorie che sono state ampliate, è facile immaginare la ricaduta di questa classificazione.” aggiunge Milanese.

Bambini e adolescenti: in aumento del 40% l’uso di psicofarmaci 

L’Aifa nel 2017 ha ripetuto che farmaci per bambini adolescenti sono pericolosi e il 26 aprile 2017 il Parlamento Europeo ha aperto un’interrogazione parlamentare su questo tema. “In Europa tra 2005 e 2012 l’uso di antidepressivi per bambini e adolescenti è aumento del 40 per cento nonostante siano stati ritenuti inefficaci e pericolosi.” dichiara Milanese.

L’indagine dell’Istituto di ricerca farmacologica Mario Negri di Milano ha rilevato che sono circa 400 mila i bambini e adolescenti assistiti ogni anno per disturbi mentali  in Italia dal servizio sanitario nazionale e tra i 20 e 30mila quelli che ricevono psicofarmaci. Lo studio è del 2016 e questi dati escludono chi si rivolge a medici privati quindi c’è un sommerso notevole. E non è tutto. Gli antidrepressivi sono risultati non efficaci su bambini e adolescenti secondo una ricerca pubblica su Lancet nel 2016 e condotta dall’Università di Oxford. E ancora, nel 2016 un’analisi pubblicata sul British Medical Journal ha dimostrato che il rischio suicidio raddoppia nei bambini e adolescenti che assumono antidepressivi.

La stessa cautela è necessario per gli anziani, che possono avere carenze di tipo metaboliche, sono “politrattati”, cioè prendono tanti altri farmaci, quindi si può creare interazione. Nell’anziano e nel giovane le regole sono start low, go slow, parti basso e fai delle variazioni molto lentamente.

Ma cos’è uno psicofarmaco? 

“E’ un farmaco che ha un utilità specifica sul sistema nervoso centrale – spiega  Caputo – Di solito esiste un recettore specifico nel cervello su cui il farmaco fa effetto, molto mirato”. In pratica questi farmaci hanno il compito di influenzare l’attività psichica sia normale sia patologica. “Il problema è che oltre ad andare sui recettori interessati, sono farmaci “sporchi” che agiscono su molti altri ricettori, è per questo motivo che si hanno effetti collaterali.” continua Caputo. Inoltre il problema è che il sistema centrale è molto complesso quindi i neuroni possono avere recettori di diversi tipi e possono essere anche diffusi anche in tutto il sistema.

Per dirla con una metafora questi farmaci sono come una pioggia che bagna fiori diversi e così si possono avere tanti effetti collaterali sia centrali sia periferici. “Ad esempio, gli antidepressivi tricicli usati in passato potevano portare alla morte se presi ad alte dosi, perché ad alte dosi agiscono sul cuore: potevano dare un blocco cardiaco – spiega Caputo – Una volta erano gli unici che avevamo, oggi sono superati.”

Gli effetti collaterali 

Da una parte i farmaci devono essere prescritti con una competenza altissima, dall’altra, di solito, le persone sottovalutano gli effetti collaterali o di accumulo ( es. nel caso dello benzodiazepine, se vengo prese per troppo tempo e in modo eccessivo non si smaltiscono  facilmente). “Oppure esiste l’effetto additivo: quando gli psicofarmaci vengono mescolati, ad esempio, con alcol o droghe o senza saperlo con altri farmaci. Per esempio l’antistaminico più le benzodiazepine creano un effetto additivo, che ovviamente non fa bene né a breve né a lungo termine.” spiega Caputo.

Nuovi farmaci hanno preso il posto di altri, e nel tempo gli effetti collaterali sono cambiati, ma non scomparsi. “In passato, per esempio,  venivano usati farmaci antipsicotici che magari davano certi effetti collaterali, come i  movimenti involontari – aggiunge Caputo –  I nuovi farmaci,  invece, danno problemi metabolici e i pazienti ingrassano o si ammalano di diabete.”

Uno psicofarmaco si può prendere solo con la ricetta medica? Chi lo può prescrivere?

Gli psicofarmaci richiedono tutti la ricetta medica, qualunque medico la può prescrivere mentre lo psicologo non può prescrivere farmaci. “Un’indicazione più specifica arriva dallo specialista psichiatra e neurologo, ma anche il medico di base può intervenire in merito e dal suo punto di vista dovrebbe valutare l’entità del disturbo e decidere se trattarlo in modo autonomo o inviare allo specialista pubblico o privato.” chiarisce Caputo.

Il peso dell’informazione non corretta

Va considerato anche la presenza radicata di un’informazione sui disturbi psicologici che non è sempre corrispondente al vero. Tutti i disturbi sono impropriamente assimilati a malattie del cervello e ancora resistono teorie obsolete, come l’ipotesi di una carenza di serotonina come causa nella depressione, che sono state ormai smentite dalla ricerca medica.  “E’ chiaro che se al grande pubblico passa l’idea che ogni disturbo sia legato a uno squilibrio neourochimico dei neutrasmettitori la soluzione non potrà che essere uno psicofarmaco, ma se consideriamo che moltissimi disturbi sono di natura psichica, emotiva, relazionale la soluzione andrà cercata in interventi di tipo psicoterapeutico come nel caso dei disturbi d’ansia, alimentari o di difficoltà relazione.” spiega Milanese.

Quando gli psicofarmaci sono necessari?

“Tendenzialmente andrebbero prescritti nelle malattie psichiche in cui si presume che ci sia una base biologica, per esempio, le psicosi, i disturbi come schizofrenia, disturbo delirante, il disturbo bipolare e la depressione grave con sintomi psicotici – spiega Caputo –  In questi casi c’è un’indicazione, i farmaci offrono non cura ma sollievo dai sintomi, un possibile riequilibrio ed eventualmente una protezione da eventuali ricadute, per esempio nel disturbo bipolare.”

Si tratta infatti di disturbi che richiedono frequenti interventi e ricoveri ricorrenti e la prognosi nel lungo periodo può non essere buona. In questo caso lo psicofarmaco è la parte centrale della cura, è ciò che permette altri importanti interventi di tipo psicoterapeutica, psicosociale e riabilitativo. In certi casi l’uso può essere cronico altri volte prevede la sospensione, dopo un tempo congruo di somministrazione.

E quando è meglio ricorrere alla psicoterapia

Nei disturbi da ansia, attacco panico, ossessivo compulsivo, ipocondria, fobie, disturbi alimentari, anoressia, bulimia in cui la terapia elettiva è la psicoterapia  i farmaci possono ostacolare il processo di guarigione.

“Ad esempio, nel caso  dell’ansia il paziente impara ad appoggiarsi come a una stampella allo psicofarmaco, ma non attiva le risorse per superare la paura che è alla base del disturbo, quindi abbassa ansia ma non supera paura.” spiega Milanese. Solo la psicoterapia può guarire, perché il farmaco può gestire ma non risolve e anzi più delle volte complica, e questo è comprovato da dati di ricerche scientifiche, raccolti nel libro “Psicopillole”.

E’ stato dimostrato anche dalle neuroscienze, e in particolare da Joseph Ledoux, neuroscienziato autore del libro  “Ansia”, che il farmaco può aiutare a gestire i sintomi di un disturbo ma la guarigione, cioè la totale risoluzione del disturbo, può essere ottenuta solo tramite la psicoterapia.

Questo perché i veri cambiamenti del cervello avvengono grazie a esperienze e apprendimento che nessun farmaco ci può dare. Ciò dimostra che se vogliamo veri cambiamenti, questi devono essere di natura neuroplastica e vengono favoriti dagli interventi di psicoterapia. “Per esempio, se io ho paura di andare in autostrada, se prendo un farmaco mi si abbassa la paura ma il problema non si risolve. – spiega Milanese – Se voglio guarire mi serve una psicoterapia che lavori sulla paura,  così da modificare la mia percezione della paura. E favorire i cambiamenti neuroplastici di cui parla Ledoux”.

Angela Pucchetti da Business Insider Italia
https://it.businessinsider.com/

L’invasione degli psicofarmaci: si muore più di antidrepressivi & Co che di eroina

 

MALATTIA COME SIMBOLO 3° PARTE

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Il dolore che si manifesta sul piano fisico è sempre il riflesso di un dolore morale che non ha trovato altro modo per esprimersi. Ed è spesso per evitare si essere sommersa che la nostra coscienza si mette al riparo da questo dolore morale, deviandolo almeno in parte nel corpo. L’emozione, a volte, è tale da poter affondare l’immagine che abbiamo di noi, per la quale proviamo a volte un tale attaccamento, che come se non esistesse altro nella vita.

L’immagine del capitano della nave che non l’abbandona nel naufragio evoca la necessità di “mollare” secondo la quale basterebbe coltivare il distacco, lasciare andare la collera, le emozioni e perdonare, e così via.

L’idea non è sbagliata, ma cos’è che bisogna mollare? Non serve a nulla al malato che soffre di sciatica sentirsi dire che dovrebbe lasciare andare la sua collera.

Le cose non sono così semplici, perché il tutto avviene a nostra insaputa, e la nostra difficoltà non sta tanto nel mollare la presa, quanto nel riconoscere. Mollare la presa deriva dalla presa di coscienza e questo in modo del tutto naturale ed indolore. La difficoltà non sta tanto nel prendere le distanze, quanto nel riconoscere ciò che sta succedendo.

Ecco perché ho parlato di punto cieco a proposito dello stress. Ci salva il fatto di avere due occhi e dunque la capacità di vedere la situazione che ci ha presi in trappola da una prospettiva diversa.

 L’essere umano è causa di sofferenza e di danni intorno a sé, in quanto essere imperfetto. Ci è facile ritenerci vittime, senza essere sempre consapevoli dei guai che noi stessi causiamo; accettare l’imperfezione umana è l’inizio del perdono autentico, che si presenta come una comprensione profonda e uno slancio del cuore.

Altra forma di perdono, che desidero menzionare, non è tanto un perdono ma quanto piuttosto un riconoscimento, che avviene quando prendiamo coscienza della nostra parte di responsabilità in quanto ci accade. In situazioni conflittuali, accade raramente che il torto stia tutto da una parte sola, e se da un lato siamo innocenti, dall’altro abbiamo le nostre responsabilità. La questione vera, quando tutto questo ci fa ammalare, è capire cosa quel conflitto sottolinea dentro di noi e perché questo ci fa star male. Guardare la situazione con onestà richiede un grande distacco da se stessi, il che è anche l’inizio della guarigione.

Uno dei principali ostacoli alla nostra libertà, come anche alla nostra comprensione, è il diniego. Attraverso  la malattia cerchiamo di preservarci e talvolta questa proiezione è talmente efficace che non filtra assolutamente nulla sul piano conscio.

La libertà non consiste nel liberarsi delle persone che ci stanno intorno o dei nostri obblighi, perché non vuol dire necessariamente “ cambiare vita”; si tratta invece di liberarci di certe illusioni che hanno intrappolato per troppo tempo la nostra coscienza. Non possiamo cambiare il mondo esterno solo perché così decretiamo, ma l’esterno muta quando, dentro, siamo liberi.

Proprio come lo stress, la malattia che combattiamo è una medaglia a due facce.: da un lato è nemica, ma dall’altro tenta di guarirci.

La malattia cerca di guarirci dall’emozione che l’ha generata.

Gestiamo le emozioni complesse attraverso il corpo e non ce nulla di male nel farlo. La malattia è un evento naturale, di cui non bisogna colpevolizzarsi, proprio come non dobbiamo colpevolizzarci per non riuscire a guarire dopo aver letto molti libri sull’argomento.

La malattia fa parte della condizione umana e deve essere una fase da accettare come tale.

Allora l’incontro con ciò che può guarirci avviene solo per caso ( e come diceva Einstein, “il caso è la maschera che  Dio assume quando non vuole farsi riconoscere”) quando siamo pronti e si prepara attraverso una serie di tappe silenziose, per mezzo delle quali la malattia cerca di liberarci dalla nostra sofferenza.

Dott. Mauro Piccini

MALATTIA COME SIMBOLO 2° PARTE

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Come è possibile immaginare che attraverso la malattia e la sofferenza stiamo preservando qualcosa?

Quello che diciamo attraverso la malattia è che abbiamo ragione di aver male.

Con la malattia, in qualche modo noi ci giustifichiamo, giustifichiamo la fondatezza dei sentimenti che proviamo, mostrando che non sono una visione mentale bensì una realtà oggettiva.

Con la malattia abbiamo le prove della nostra sofferenza, ma di tutto questo non siamo coscienti e il prezzo da pagare è alto.

Prendiamo a testimone il corpo, attraverso il quale anche le persone che ci stanno accanto diventano testimoni. Se dite ad una persona che soffre, che il suo è un disturbo psicologico, probabilmente vi ribatterà che a lei fa male e che quel male è reale. E anche aggiungerà anche che voi, che avete la fortuna di star bene, non potete capire che cosa sta passando.

Siamo malati e bisogna che i nostri cari vi si adattino; facendo della nostra sofferenza morale una realtà fisica, togliamo loro la possibilità di ignorarla o di prendere le distanze rispetto a questa realtà. Ma , in realtà, siamo noi i primi a soffrirne e l’impotenza delle persone care nel darci sollievo ci lascia da soli.

Solitamente si incrimina lo stress come causa iniziale della malattia.

Tuttavia la nostra vita è piena di preoccupazioni, delusioni, rabbie. Gli stress con cui ci confrontiamo sono molti e permanenti.

Ma allora ogni volta ci ammaliamo? Certo che no. Ci vuole un altro fattore perché lo stress ci faccia ammalare. E questo non dipende dall’intensità dello stress, ma da altre due cose: il luogo in cui lo stress si manifesta e la complessità dell’emozione che proviamo.

Quella che per uno è una situazione drammatica, per una altro è solo un’esperienza senza rilevanza.

Stress è un termine inglese che significa “ sottolineare” , “ mettere l’accento su qualcosa”.

Immaginate l’esempio della quercia e del giunco.

Si scatena una tempesta, il giunco si piega e si adatta, mentre la quercia è troppo rigida e finisce per spezzarsi. Ciò che il vento “ sottolinea” è la rigidità della quercia; ma il vento di per sé è neutro, e infatti per il giunco è solo un gioco. Immaginate, ora, un uccello posato sul ramo della quercia e poi sul giunco. La quercia è rigida, ma è solida e capace di sostenere chi in essa trova rifugio, si fa carico di questo peso, mentre il giunco non ne è affatto capace. Tanto per la quercia come per il giunco, lo stress ha delle conseguenze soltanto quando “ sottolinea” un difetto della struttura; difetto che come vedete è come una buona qualità che è presente in quantità eccessiva.

Per noi , dunque,  non è tanto lo stress, in sé e per sé, ad essere dannoso, ma ciò che lo stress sottolinea.

Non è l’intensità dello stress a spiegare la malattia. Vi sono persone che vivono situazioni difficilissime senza per questo ammalarsi, ma poi si ammalano in seguito ad uno stress la cui intensità ci sembra decisamente inferiore. Questo ha a che fare con la nostra struttura. Il corpo del bambino piccolo è morbido ed elastico ma, si addensa con l’età tanto per tenerci in piedi quanto per affrontare la vita. Accade qualcosa di simile anche sul piano psicologico. Ci “addensiamo” ogni tanto prendiamo dei colpi che ci induriscono e piano piano ci cristallizzeremo. Non sono le nostre zone flessibili ad essere problematiche, ma le zone cristallizzate che presumibilmente reagiranno malamente agli urti.

La vita ci induce a lavorare proprio sui punti della cristallizzazione, per ammorbidirli.

E’ raro che uno stress grave si presenti senza essere stato preceduto da qualche messaggio che abbiamo ignorato.

Ciascuno di noi ha un suo “punto cieco”, una zona di sé, del proprio atteggiamento, nel quale inciampa ogni volta, come se fosse incapace di vederla.

La nozione di “punto cieco” si riferisce al punto cieco della nostra retina, e il paragone non è trascurabile. Infatti, quando guardiamo il mondo con un occhio solo, quella piccola parte di esso che viene proiettata sulla retina non viene percepita; per fortuna abbiamo due occhi e la vista dell’uno compensa il punto cieco dell’altro. In questa idea si nasconde una chiave per la nostra guarigione, perché ciò che l’altro occhio ci dà, è la possibilità di guardare da un punto di vista diverso la realtà in cui incespichiamo.

L’emozione che proviamo è come un groviglio di sentimenti contraddittori. Se siamo in collera con una persona che ci è indifferente, si tratta di un sentimento sgradevole ma abbastanza semplice da gestire; questa seccatura ci irriterà ma non ci toccherà nel profondo. Se però la situazione ci tocca su di un punto involontariamente ambiguo o contradditorio allora le cose cambiano.

Questa contraddizione, di solito, è nascosta.

Ecco perché attraverso la malattia cerchiamo di dirci le cose, ma senza dircele chiaro e tondo. Resta una parte di equivoco, una zona nascosta.

Scoprire che il nostro mal di gola è il risultato della collera non è tanto difficile, ma quel che è difficile è svelare quale sentimento si nasconde dietro a quella collera.

Dott. Mauro Piccini                                                                            Seguirà 3° parte

MALATTIA COME SIMBOLO 1° PARTE

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Attraverso la malattia parliamo a noi stessi e prendiamo  il nostro corpo come un testimone: la manifestazione, la lesione e il dolore sono il riflesso preciso delle emozioni che stiamo vivendo.
I sentimenti si trasformano in sensazioni e questo ci irrita, ci da fastidio; ma che cosa ci irrita e ci rode e a che cosa quel dolore è sordo?
Il medico ci ascolta e scrive “gastrite”; su nostra richiesta “classifica” ciò che proviamo e questo ci rassicura, diventa qualcosa di noto e misurabile.
Ma così facendo, quello che cercavamo di comunicarci attraverso questo sintomo ha buone possibilità di essere accantonato in cantina.
La diagnosi è un atto necessario ma è un arma a doppio taglio. Confidare la malattia al nostro medico è logico perché ha il compito di aiutarci e di curarci, ma se gli deleghiamo la responsabilità di ciò che proviamo, se la malattia diventa una faccenda solo del medico che ne sarà dell’interrogativo, che attraverso di essa rivolgiamo a noi stessi?
Quindi perdiamo il senso di quello che cerchiamo di comunicare a noi stessi. Dato che ci parliamo usando il corpo come metafora, ecco che ciò che tentiamo di comunicare diventa incomprensibile. Soffriamo senza sapere il perché, come se ci mancasse la chiave di comprendere il messaggio, ascoltare la propria malattia come un linguaggio interiore è un primo passo verso la guarigione.
La malattia è una maniera di comunicare sia con se stessi e con gli altri perchè,  consapevolmente o meno,  in tal modo esprimiamo ed esterniamo il nostro mal-essere.
La metafora è un “ procedimento del linguaggio che consiste nel modificare il senso attraverso una sostituzione analogica”.
La metafora è il modo più semplice e diretto per esprimere qualcosa che è difficile da definire. E molto spesso ci serviamo di uno dei nostri organi come metafora per comunicare con noi stessi e dirci qualcosa di figurato.

Le impressioni fisiche che proviamo sono un modo di descrivere ciò che sentiamo. Anche il punto del corpo in cui si manifesta il nostro malessere non è casuale. In qualche modo, inconsciamente, scegliamo l’organo che la malattia colpisce. La scelta è tutt’altro che casuale, perché corrisponde alla nostra percezione inconscia di quell’organo o della sua funzione. Ciò a cui serve l’organo, viene usato come metafora per esprimere il disagio.

La malattia è un modo curioso di dirci le cose, perché è come se ci parlassimo a mezzi termini. Qundo parliamo del “ capo” di un azienda è una metafora perché l’azienda non ha un “capo” più di quanto abbia “i piedi” ; ma ognuno di noi sa che la testa, “IL CAPO” è la parte che dirige, quindi tutti capiscono cosa vuol dire.

Tutt’altro può essere che un mal di capo rifletta il nostro dolore nel non potere dirigere a nostro piacimento certe situazioni. In questo modo, attraverso la malattia, ci capiamo. Contemporaneamente, però non capiamo che cosa ci sta succedendo, perché mai ci siamo ammalati, né a cosa serva questa sofferenza dalla quale aspiriamo solo a liberarci velocemente.

Sul fatto che certe malattie siano psicosomatiche tutti sono d’accordo.

Ma le altre malattie che siano infettive o di origine meccanica (ernia del disco ) o tumorali sono anch’esse un modo di parlare a noi stessi?La causa della malattia ha due facce. Non ha senso dire quale sia quella giusta, perché lo sono entrambe: nessuno nega la responsabilità di un microrganismo o di un’ernia.

E’ difficile vedere in contemporanea il lato testa e croce della stessa medaglia; i nostri occhi ce lo impediscono e la mente,  come gli occhi,  ha bisogno di prendere in considerazione i due aspetti separatamente.
Non scordate l’immagine delle due facce della medaglia. Queste due facce sono giuste entrambe e quando si parlerà della dimensione psicologica di una sciatica, non sarà per negare l’esistenza di un’ernia discale e viceversa.

Ciò che vale per la malattia può valere anche per gli incidenti, i traumi, le fratture. La cosa può sembrare sorprendente, ma spesso tutto accade come se il mondo esterno e i nostri pensieri entrassero in risonanza.
Gli incidenti segnano momenti di rottura nella nostra vita e talvolta sono dei veri e propri punti di non ritorno; ma sono anche occasioni di apertura ad una vita diversa o ad un’altra dimensione dell’esistenza.
Prendiamo a testimone  anche il mondo esterno e accade che siamo noi a suscitare questi eventi come se attraverso di essi cercassimo di dirci qualcosa. Attraverso i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti risvegliamo certe reazioni intorno a noi, prepariamo situazioni destinate a maturare e a trovare compimento in eventi che si produrranno anche più tardi. Un evento, che si tratti di un incidente o di una stress di altra natura, può essere il messaggero segreto di un nostro desiderio segreto: ciò che pare l’esito del caso spesso è suscitato dal desiderio di cambiare qualcosa nella nostra vita.

Recenti studi americani hanno dimostrato che il profilo psicologico delle persone che hanno incidenti gravi è simile a quello dei suicidi.

Dott. Mauro Piccini

 

DISTRESS E SOMATIZZAZIONE

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Cosa significa somatizzazione? Parliamo di somatizzazione quando i nostri organi assorbono l’emozione negativa non elaborata. Quindi non è altro che lo spostamento dei sintomi psichici sul corpo. L’energia emozionale, invece di essere percepita e vissuta, viene deviata su di un organo o apparato. L’organo risente con modalità diverse a queste sollecitazioni arrivando a variazioni della sua funzione come avviene nelle reazioni psicosomatiche fino ad una vera e propria alterazione della sua struttura e quindi alla malattia, come nelle vere e proprie malattie psicosomatiche.

Le difese contro il distress ( stress negativo ) si manifestano a vari livelli. Il primo stato è l’emozione ed il pensiero; il secondo sono le reazioni corporee scatenate dal sistema neurovegetativo ed il terzo ed ultimo stato le alterazioni del sistema endocrino ed immunitario.

Quindi, se una persona vive una situazione di distress giornaliero, innesca per primo il suo filtro emotivo e cognitivo che si manifesta con disperazione, pianto, richiesta d’aiuto ecc. Contemporaneamente ragiona sulla possibile via di d’uscita che non viene trovata, per paura, insicurezza ecc.. A questo punto si innesca il filtro neurovegetativo. L’individuo comincia a manifestare disturbi psicosomatici come aritmie cardiache, pressione alta, disturbi addominali ecc. Tutto questo dovrebbe portare a prendere una decisione.
Ma nulla viene modificato. Se il tempo di sovraccarico perdura troppo il sistema neurovegetativo arriva al suo esaurimento  e quindi subentra il terzo stadio che è quello immunitario dove la persona arriva a manifestare vere e proprie malattie psicosomatiche coma la psoriasi, le malattie autoimmunitarie (tiroiditi,diabete,artite reumatoide ecc.).

Malessere significa “cattiva vita”. L’individuio vorrebbe andare in una direzione ed invece ne segue un’altra; vorrebbe stare fermo ed invece corre; vorrebbe urlare e ribellarsi invece tace ed abbassa la testa. Questa “mala vita” diventa lacerante ed innesca un conflitto che blocca. L’enorme carico non risolto trova attraverso l’espressione del corpo un modo per manifestare il disagio. Esprime attraverso i sintomi il malessere che altrimenti resterebbbe muto.

Può fare questo scegliendo un organo detto “organo bersaglio”: la pelle, l’intestino, il cuore, il fegato, i polmoni ecc. L’organo bersaglio viene selezionato in base a due fattori: la debolezza ed il simbolo. Spesso viene scelto l’organo più sensibile che è geneticamente predisposto o che ha già subito attacchi nel corso della vita, ma viene anche scelto l’organo che rappresenta simbolicamente la funzione della persona dove alberga il trauma stressogeno.

L’organo come simbolo può essere descritto come una finestra aperta sulla dimensione profonda della vita psichica. Si possono dividere gli organi in tre categorie.

Organi Recettivi: ne fanno parte l’apparato digerente e respiratorio che prendono cibo ed aria dall’esterno e poi restituiscono le scorie. Ogni volta che ci troviamo a valutare segnali su questi organi si può pensare ad un problema legato a ciò che l’individuo ha mangiato o respirato, ossia ha dovuto accettare dai componenti della sua vita familiare o sociale. Qui ci orientiamo su problematiche legate alle relazioni

Organi Discriminativi: ne fanno parte l’apparato nervoso, cutaneo ed immunitario, che discriminano le cose buone da quelle cattive, selezionano , riconoscono ciò che è proprio. Un disturbo su questi apparati può far pensare ad una problematica legata alla valutazione di cosa tenere e cosa lasciare , rispetto a quello che giunge da fuori, dal mondo delle relazioni sociali. Qui ci orientiamo su problemi legati all’identità.

Organi Operativi: ne fanno parte l’apparato osseo e tendineo e l’apparato muscolare. Tali apparati servono a muoversi e a raggiungere obiettivi. Ogni volta che ci troviamo di fronte a disturbi di questi sistemi possiamo considerare un conflitto verso la dimensione di operare in modo concreto. Ci orientiamo su problemi legati alle realizzazioni.

I disturbi fisici necessitano cure e controlli periodici dato che sono cronici. In contemporanea si deve prendere cura dell’aspetto depressivo che scatena la somatizzazione. Nella somatizzazione è contenuto un conflitto che lacera: è importante trovarlo, andando a ritroso nella situazione che ha scatenato i sintomi.

Perché si possa parlare di vero e proprio disturbo di somatizzazione, secondo la definizione del DSM, i sintomi devono comprendere almeno 4 che riguardano il dolore, due gastrointestinali, uno sessuale e un sintomo pseudoneurologico (es. vertigine). Per tutti questi sintomi fisici  e no si può trovare una spiegazione medica, un’origine fisiologica del problema. Tutto è da inquadrare nell’ambito della sfera psichica del paziente. A volte la somatizzazione è accompagnata da sintomi di ansia e depressione, sia endogena che reattiva.

Attraverso la metodica Vega test expert plus è possibile determinare ed affrontare i sintomi che si presentano sia sul piano fisico, determinando organo od apparato in sovraccarico, sia a livello emozionale per valutare causa più profonda che affonda le radici nel vissuto del paziente.

Dott. Mauro Piccini

L’ATTACCO DI PANICO. DAL SINTOMO ALLA COMPRENSIONE

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Parlare di “attacco di panico” vuol dire affrontare lo spettro della dissoluzione, della frantumazione della propria identità, delle certezze e delle difese che fino a quel momento hanno sorretto l’individuo e gli hanno permesso di mantenersi in un delicato equilibrio tra angosce e sicurezze. L’attacco di panico è una esperienza acuta e improvvisa di forte angoscia che, nonostante la natura transitoria, produce sensazioni intense, incombenti e dolorose. Il panico evidenzia lo stretto rapporto tra mente e corpo. È quest’ultimo a reagire, ad urlare con forza le proprie tragiche paure. Lo fa attraverso una sintomatologia fisica caratterizzata da senso di soffocamento, tachicardia, intensa sudorazione spesso associata a sensazioni di freddo, vertigini, tremore, dolore o fastidio al petto, nausea.

Sembra che oggi, nella nostra società ‘liquida’, il corpo abbia subito un’altra – l’ennesima – rimozione, sia stato nuovamente ‘inscatolato’ e reso ostaggio di logiche di consumo dove si afferma sempre più l’equivalenza corpo = merce.  Non è un caso allora se oggi assistiamo a problematiche in cui il corpo ed il corporeo si fanno contenitore ed ultimo ricettacolo di quelle istanze esistentive negate, respinte e forcluse a livello psichico. (Fernando Maddalena)

La nostra esistenza si delinea all’interno di una matrice culturale di riferimento, con le sue pressioni e le sue aspettative. L’essere umano è da subito immerso in un sistema di relazioni, attraverso le quali struttura il proprio senso di sé e la sua sicurezza di base. Le figure di riferimento genitoriali, in questo contesto, sono le primissime forme di interazione e confronto con le quali l’individuo si relaziona. Dall’incontro e dallo scontro con le aspettative dell’esterno vengono ridefinite, e spesso stravolte, le caratteristiche intrinseche dell’individuo, in una continua negoziazione tra bisogni di sicurezza ed accudimento e necessità di autorealizzazione, libertà, autenticità ed indipendenza.

L’individuo sofferente, è infine costretto da più fronti a ricorrere alla fantasia per sentirsi intero, per sperimentare un sé solo in apparenza coeso, abile a fronteggiare le difficoltà ambientali, costruisce una sua immagine idealizzata. Questa costruzione fittizia è qualcosa di molto lontano dalla dimensione reale, ma comunque utile all’individuo per sopravvivere all’angoscia di base che minaccia il senso profondo dell’esistere. La caratteristica peculiare della immagine idealizzata è quella della staticità, per cui è quasi impossibile per il soggetto tendere al cambiamento e men che meno alla messa in discussione delle proprie aree grigie. Essa è una immagine fissa da idolatrare e non un ideale da perseguire con innumerevoli sforzi.

“Gli ideali genuini conducono all’umiltà, l’immagine idealizzata all’arroganza” scrive Karen Horney.

La funzione fondamentale dell’immagine idealizzata è dunque quella di sostituire alla fiducia di sé una fiducia fittizia che porta il soggetto alla dipendenza dalle richieste esterne, piuttosto che dalla sana attitudine all’autorealizzazione spontanea e creativa, che si esplicita nella tendenza a cercare di governare la propria vita. In questo contesto il mondo è visto come minaccioso e ostile e l’immagine ideale trae da questa visione maggiore linfa vitale per attecchire e svilupparsi. Quando il mondo esterno viene percepito come eccessivamente ostile, foriero di esperienze di abbandono e rifiuto, è necessario adattarvisi in maniera coatta, rigida ed inautentica. È questo il preludio per la formazione di strutture nevrotiche cristallizzate, schemi di relazione disfunzionali ed impoveriti, immagini di sé in relazione all’altro poco negoziabili e ridefinibili. Winnicott, Karen Horney ed altri autori parlano di “Falso Sé” ad indicare una costruzione rigida che imbriglia la personalità all’interno di schemi predefiniti, limita la sperimentazione e la scoperta, uccide i desideri reali e le aspirazioni, esaspera una forma di adattamento all’ambiente per nulla creativo, nel quale l’universo emotivo è impoverito, ingabbiato e lontano dalla sua reale possibilità di espressione vitale.

La più importante delle radici degli attacchi di panico è costituita dall’incapacità di percepire e riconoscere le emozioni, come conseguenza di una specie di “analfabetismo emozionale”, che si è strutturato progressivamente nel corso della vita, di pari passo con la strutturazione del Sé. Il paziente, non riuscendo a riconoscere l’emozione come un accadimento mentale unitario, percepisce slegate fra loro le singole espressioni fisiche di essa. È come se percepisse slegate tra loro le tessere di un mosaico. Non possono che apparirgli del tutto prive di senso. Ma il “mosaico”, che lui non riesce a integrare, e di cui non ha consapevolezza perché neppure lo percepisce, non è esterno a lui. Lo riguarda direttamente. È dentro di lui. Sensazioni, quindi, fortissime e insensate. (Paolo Roccato)

La psicoanalisi contemporanea  vede l’attacco di panico come una espressione vitale di ciò che ancora rimane di autentico nell’individuo. Una espressione del “Vero Sé”, intrappolato e ferito, ma non ancora sconfitto. Può sembrare paradossale, ma è assolutamente importante leggere l’esperienza del terror panico come un tentativo disperato e certamente destabilizzante per urlare con forza il proprio disagio, per riconnettersi con le parti vitali presenti in dentro di sé.  La crisi di panico mette l’individuo di fronte al fallimento della struttura difensiva, evidenzia cioè una fondamentale fragilità del Sé in termini di non acquisizione di uno stabile senso di identità soggettiva…

Di Fabio Masciullo

 

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