ALIMENTAZIONE: MOLTI OSPEDALI IGNORANO LE LINEE GUIDA CONTRO IL CANCRO

Sebbene sia ormai provato il ruolo chiave dell’alimentazione per la nostra salute e anche in casi di tumori, la maggior parte degli ospedali propina ai pazienti una dieta sbagliata in quanto non tiene conto delle indicazioni contenute nel “Codice europeo contro il cancro” che nel documento del “Fondo mondiale per la ricerca sul cancro”.

“In generale, la classe medica non ha una preparazione adeguata sul ruolo della dieta per favorire la guarigione e prevenire l’insorgenza di recidive. In particolare, un giovane appena laureato in medicina non ha studi del genere alle spalle. Questa mancanza di cultura si riflette in una bassa attenzione alla dieta e alle linee guida alimentari all’interno degli ospedali”. Ad affermarlo è il professor Franco Berrino, epidemiologo di fama mondiale che ha incentrato negli anni i suoi studi nella prevenzione delle malattie giungendo a risultati sorprendenti. Gli studi di Berrino si sono concentrati in particolare sul comprendere come “cambiare l’alimentazione al fine di cambiare il nostro ambiente interno, in modo che le eventuali cellule tumorali non si riproducano”.

Berrino rileva che se da una parte la ricerca individua un nesso tra l’eccesso di zuccheri e la crescita dei tumori, in quanto l’aumento di insulina che ne deriva favorisce la divisione cellulare, negli ospedali vengono somministrati cibi che fanno molto aumentare la glicemia, ovvero il contenuto di glucosio nel sangue. Tra questi il professore cita il prosciutto con il purè di patate comunemente serviti nelle strutture ospedaliere.

Eppure il Codice europeo contro il cancro consiglia di evitare le carni lavorate(fondamentalmente i salumi) e limitare le carni rosse. Le carni rosse sono associate al cancro dell’intestino, soprattutto per colpa della presenza del ferro: esso è molto ossidante e aiuta la sintesi di sostanze cancerogene. Le carni conservate, invece, sono da evitare perché oltre a essere ricche di ferro, vengono trattate con nitriti e nitrati.

Il Codice europeo per la prevenzione dei tumori – redatto da una serie di commissioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS1), su incarico dell’Unione europea per dare consigli ai cittadini per non ammalarsi – raccomanda inoltre di evitare farine raffinate, bevande zuccherate e cibi ricchi di grassi e zuccheri.

Malgrado la scarsa attenzione generale di molti ospedali verso queste indicazioni, esistono degli esempi virtuosi. È il caso, ad esempio, del Policlinico San Donato di Milano, del Policlinico Sant’Orsola di Bologna o l’Ospedale di Mantova. In queste strutture vengono rispettate le linee guida alimentari in campo oncologico, i pazienti vengono visitati da un nutrizionista o ricevono indicazioni chiare in merito all’alimentazione da seguire anche una volta usciti dall’ospedale.

Una dieta appropriata può essere infatti molto utile ai malati di tumore operati per evitare recidive. Uno studio, pubblicato su Plos One, che ha preso a campione oltre 500 pazienti oncologici dimessi dopo un intervento ha evidenziato proprio come dieta e attività fisica siano un binomio vincente per evitare il rischio di una morte precoce.

http://www.informasalus.it/it/articoli/alimentazioni-ospedali-linee-guida-cancro.php?fbclid=IwAR2YXdAVFbp0yJ9bau33gEwsml8C3snfkEYQGqXY0MiLCKsTxGSK34-vdEw

Dott. Mauro Piccini Agopuntura Omeopatia

LA MEDICINA E’ UNA SOLA

“Come scienziato non mi interessa attribuire grande importanza a termini quali non convenzionale, integrata, alternativa quando sono riferiti alla medicina. Per me, nella scienza, la cosa realmente importante è mantenere un approccio alla procedura sperimentale aperto, privo di chiusure aprioristiche e dogmatiche tale per cui ciò che a prima vista potrebbe apparire come un errore, o qualcosa di insignificante, potrebbe rivelarsi una grande scoperta se solo siamo capaci di cambiare l’angolazione, la prospettiva, da cui osserviamo il fenomeno in esame.”

Quando si parla di serendipity ci si riferisce alla scoperta di qualcosa mentre si stava cercando qualcos’altro. L’esempio classico, in questi casi, è quello relativo alla penicillina.
Fleming stava studiando lo Staphylococcus influenzae quando una delle sue piastrine di coltura si contaminò e su di essa si sviluppò un’area ben delimitata priva di batteri: il resto della storia lo conosciamo tutti. Nel 2008 il «Financial Time» ha pubblicato un articolo provocatorio sul ruolo della serendipity nel futuro della medicina. In realtà la serendipity ha avuto un ruolo chiave nella scoperta di un’am-pia gamma di farmaci psicotropi, tra cui l’anilina viola, il dietilamide dell’acido lisergico, il meprobamato, la clorpromazina e l’imipramina.
Quando un ricercatore fa una scoperta mediata dalla serendipità deve prestare un alto livello di attenzione a tutto ciò che sta accadendo attorno a lui, a trecentosessanta gradi. Ma questo non basta: per scoprire qualcosa che sia veramente nuovo e fuori dagli schemi occorre mantenere una mente sufficientemente sganciata dalle tradizionali infrastrutture cognitive e culturali che normalmente rendono estremamente focalizzata su un particolare punto di arrivo – spesso predefinito – l’attività di ricerca.

Io credo che un ricercatore in medicina debba mantenere lo sguardo curioso e innocente di un bambino.

Max Planck disse che la scienza non progredisce perché gli scienziati cambiano idea, ma piuttosto perché gli scienziati attaccati a opinioni errate muoiono e vengono rimpiazzati. Otto Warburg ha usato le stesse parole per commentare il fatto che le sue idee – non mainstream sulla genesi del cancro – faticassero a essere accettate. Personalmente ritengo che le ricerche non mainstream nella scienza vadano incoraggiate e che abbiano avuto – e possano avere – un ruolo fondamentale nello sviluppo della medicina…

Stefano Fais
Medico, dirigente di ricerca presso l’ISS
https://www.scienzaeconoscenza.it/data/newsletter/serendipity-stefano-fais.htm?idn=719&idx=69511&idlink=1&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=2019-07-10-la-medicina-e-una-s

COLPO DI CALORE, CAUSE, SINTOMI E PREVENZIONE

Caldo elevato, tassi di umidità pari o superiori al 90%, comportamenti poco prudenti o a rischio: è questo il mix di fattori che può predisporre allo sviluppo del colpo di calore.

Possibile in entrambi in sessi, a qualunque età o stato di salute generale, è tuttavia più probabile in soggetti fragili – bambini e anziani – in cui la termoregolazione corporea è meno efficiente e capace di gestire l’importante sbalzo termico interno, alla base del fenomeno.

Il colpo di calore è la conseguenza più grave che può derivare dall’incremento anomalo della temperatura corporea interna oltre i 38-39° C. In questa condizione è fondamentale intervenire il prima possibile per bloccare ulteriori incrementi della temperatura che risulterebbero fatali.

Che cos’è il colpo di calore?
Il colpo di calore può colpire l’individuo di qualsiasi età, ma a correre più rischi sono gli anziani che hanno superato i 65 anni e i bambini piccoli. Intervenire per tempo è fondamentale per evitare gravi complicazioni a livello di organi come il cervello, il cuore, i reni e i muscoli.

Nei casi più gravi può portare al decesso. Una delle possibili complicazioni è, infatti, lo shock causato da un’improvvisa riduzione della pressione arteriosa.

Quali sono le cause del colpo di calore?
Il colpo di calore può essere causato da temperature elevate e climi umidi o da un’attività fisica molto intensa esercitata in ambiente caldo-umido. Nel primo caso, più frequente fra gli anziani e in chi soffre di patologie croniche, sono le condizioni ambientali a scatenare l’aumento della temperatura corporea. Nel secondo, è l’esercizio fisico, specie se condotto in giornate o ambienti caldi e umidi che non favoriscono la dispersione del calore corporeo che si produce a causa del movimento.

Quali sono i sintomi del colpo di calore?
La caratteristica principale del colpo di calore è l’innalzamento della temperatura corporea a valori pari o superiore a 40 °C. In queste condizioni, vi può essere, nausea e vomito, pelle arrossata talora con perdita della capacità di sudorazione, respirazione o battiti cardiaci accelerati, mal di testa, crampi o debolezza muscolare, stato confusionale e perdita di conoscenza.

Come prevenire il colpo di calore?
Per prevenire il colpo di calore è importante:

  • evitare di vestirsi in modo eccessivo;
  • al sole, indossare abiti chiari;
  • bere molto;
  • prestare attenzione al caldo ambientale se si assumono farmaci che alterano la capacità del corpo di mantenersi idratato, come ad esempio i diuretici;
  • non rimanere mai (né lasciare mai bambini anche per breve tempo) in un’automobile parcheggiata al sole;
    evitare l’attività fisica intensa nelle ore più calde della giornata;
  • dare tempo all’organismo di adattarsi a climi caldi cui non è abituato. La capacità di sudorazione, indispensabile per mantenere una corretta termoregolazione, è una funzione corporea “allenabile”.

E’ stato infatti riportato da autorevoli ricercatori che l’esposizione ripetuta a temperature ambientali elevate durante attività fisica comporta una diminuzione della quantità di sali escreti col sudore e un incremento della quantità di sudore prodotto che può arrivare a oltre 11 litri al giorno nel caso di militari sottoposti ad addestramento diurno nel deserto del Nevada.

Diagnosi
I sintomi del colpo di calore sono in genere sufficienti per poter formulare la diagnosi. Nei casi più lievi, il medico potrebbe ritenere opportuno prescrivere alcuni esami tra cui:

  • un esame del sangue per valutare i livelli degli elettroliti (sodio, potassio, magnesio e cloro) e della funzionalità renale e muscolare.
  • un esame delle urine (in genere più scure in caso di colpo di calore), che anche contribuisce a verificare lo stato della funzionalità renale.

Trattamenti
In caso di sospetto colpo di calore è fondamentale cercare immediatamente l’aiuto di un medico. In attesa del suo arrivo è necessario cercare di abbassare la temperatura corporea:

  • spostando all’ombra la vittima del colpo di calore e togliendo gli abiti in eccesso;
  • con impacchi freddi sulla testa, sul collo, sotto le ascelle e all’inguine;
  • vaporizzando, se possibile, dell’acqua sul corpo per facilitare l’abbassamento della temperatura cutanea attraverso i processi di evaporazione.

Il personale medico potrebbe poi procedere:

  • immergendo il paziente in acqua fredda;
  • vaporizzando sul corpo del paziente dell’acqua;
  • raffreddando il paziente con ghiaccio o coperte refrigeranti;

http://www.omeopatiasimoh.org/colpo-di-calore/

CUORE: LA PREVENZIONE PARTE DALL’INFANZIA

Le malattie cardiovascolari, responsabili del 44% di tutti i decessi, possono e devono essere prevenute già dall’infanzia perché è lì che hanno origine soprattutto a causa di  stili di vita scorretti e fattori di rischio come l’obesità, il fumo passivo, la sedentarietà, disturbi del sonno e una dieta squilibrata.

Lo sottolinea, in occasione del 75° Congresso Italiano di Pediatria, il primo “Manuale sul rischio cardiovascolare in età pediatrica e adolescenziale” realizzato dalla Società Italiana di Pediatria (Sip), con il contributo della Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica, nel quale viene messa in luce l’importanza della prevenzione precoce, attraverso alcune semplici regole per salvaguardare la salute del cuore fin da piccoli.

Gli esperti sottolineano che bisogna incoraggiare i bambini a seguire uno stile di vita sano, caratterizzato da una dieta equilibrata, attività fisica regolare e una quantità di ore di sonno adeguata.

Tra gli accorgimenti da seguire viene consigliato ai genitori di:

– misurare la pressione arteriosa sin dai 3 anni di età

– ridurre l’apporto di sale nella dieta dei bambini

– limitare il consumo di fruttosio contenuto in particolare nelle bevande zuccherate, come tè e succhi di frutta

– incentivare l’abitudine a una prima colazione che rappresenti almeno il 20-25% delle calorie giornaliere e favorire l’utilizzo degli alimenti integrali e delle farine poco raffinate, che sono ricchi di fibre e che producono una minor elevazione della glicemia

– assicurarsi che i bambini pratichino una regolare attività fisica (di almeno 60 minuti al giorno di tipo vigoroso o forte da 5 a 17 anni), fare spostamenti a piedi e ridurre le attività sedentarie nel tempo libero

– favorire un tempo di sonno adeguato all’età di ogni bambino.

“I processi di alterazione vascolare, che sono la premessa delle patologie cardiovascolari, iniziano nei primi 10 anni di vita – spiega avverte Gianni Bona, esperto Sip già ordinario di Pediatria, Università del Piemonte Orientale – In qualche modo il decadimento delle arterie comincia dal primo giorno di vita e interessa tutti: quello che cambia è la velocità con cui questi processi avvengono nelle diverse persone”.

Il principale fattore di rischio cardiovascolare presente in età pediatrica è senz’altro l’obesità: solo in Italia circa il 21% dei bambini tra i 6 e i 10 anni è in sovrappeso e il 9% è obeso. Inoltre l’eccesso di peso ha reso sempre più frequenti alcune alterazioni ritenute finora rare in età pediatrica, come l’ipertensione arteriosa che oggi riguarda ben il 24% dei bambini obesi.

Ecco perché “è fondamentale che la prevenzione delle malattie cardiovascolari cominci nell’infanzia attraverso stili di vita e di alimentazione corretti fin dalla più tenera età”, spiega Claudio Maffeis, esperto Sip per la nutrizione e professore di Pediatria dell’Università di Verona. “Il tipo e la modalità di allattamento e di svezzamento e le abitudini trasmesse dai familiari nell’età prescolare giocano un ruolo di rilievo sulla salute nel lungo termine”.

http://www.informasalus.it/it/articoli/cuore-prevenzione-parte-infanzia.php?idn=293&idx=3296&idlink=999&utm_campaign=

GLIFOSATO, MICOTOSSINE E ANTIBIOTICI NELLA CATENA ALIMENTARE: EFFETTI SULL’APPARATO GASTROINTESTINALE E SUL SISTEMA IMMUNITARIO. POSSONO ESSERE CONDIZIONI PREDISPONENTI PER IL DISTURBO DELLO SPETTRO AUTISTICO?

Dottor Maurizio Proietti, Presidente comitato scientifico AsSIS

I livelli di inquinamento sono fuori controllo, compreso l’inquinamento della filiera alimentare umana e animale. Le sostanze più tossiche sono il glifosato e i contaminanti biologici involontari come le micotossine, ognuna delle quali ha le sue peculiarità nell’indurre effetti sulla salute. Gli antibiotici sono dannosi per il microbiota, e insieme agli inquinanti, compresi quelli involontari, hanno un effetto negativo non solo su di esso e sulle giunzioni cellulari, ma anche sul microbioma (ossia il patrimonio genetico del microbiota). Il glifosato è un problema emergente: sembra che il danno da esso indotto sia causato dal tensioattivo TN-20. Il glifosato, anche a basse concentrazioni, mina l’integrità della barriera cellulare e blocca la crescita della normale microflora intestinale. Esiste una forte correlazione tra la disbiosi intestinale e il disturbo dello spettro autistico (ASD).

I livelli di inquinamento attuali sono fuori controllo e determinano conseguenze negative sulla salute umana. Il problema più importante sembra essere costituito dall’inquinamento della catena alimentare umana e animale. L’uso indiscriminato di pesticidi, erbicidi e molti altri prodotti chimici in agricoltura ha contribuito a creare questa situazione. Per la prima volta nella storia l’uomo è esposto in modo davvero massiccio a questo tipo di sostanze estranee e, soprattutto, non biodegradabili.
Le sostanze tossiche maggiormente responsabili di inquinamento sono quelle chimiche utilizzate in agricoltura, in particolare il glifosato, le micotossine (considerate contaminanti biologici involontari) e, infine, gli antibiotici. Gli antibiotici sono xenobiotici noti per l’azione distruttiva sulla normale flora intestinale. La presenza di micotossine rappresenta un serio e reale rischio per la salute, in particolare per i bambini sotto i 3 anni.
I fattori che incidono sullo sviluppo delle micotossine sono temperatura e umidità. I microrganismi più dannosi per gli esseri umani e gli animali appartengono per lo più ai generi Aspergillus, Penicillium e Fusarium, presenti a temperature comprese tra i 15 ei 30 gradi centigradi con un optimum di 22 gradi, molto, però, dipende dai substrati e dalla disponibilità di acqua.
Per quanto concerne il grano duro, la micotossina che risulta essere più dannosa è il deossinivalenolo (DON). Accanto ad essa abbiamo lo zearalenone (ZEN), noto anche come tossina F-2, una micotossina sintetizzata dai Fusarium che si trovano comunemente nei mangimi e negli alimenti. La contaminazione delle matrici alimentari avviene già sul campo e riguarda principalmente i tricoteceni, la fumonisina e lo zearalenone (ZEN).
Sono a rischio contaminazione tutti i prodotti alla base dell’alimentazione umana e animale, in particolare i cereali, tuttavia non sono esenti caffè, cacao, spezie e frutta.

Micotossine e danno alla salute
Le spore fungine sono presenti ovunque nell’ambiente, l’esposizione a tali tossici involontari, nell’uomo, può causare allergie e “toxic mold syndrome” oltre a diversi altri stati patologici più o meno gravi:

  • Aspergillus flavus e parasiticus producono aflatossine che infestano principalmente arachidi, legumi, mais e altri cereali, semi oleosi, noci, mandorle, fichi secchi, latte e derivati. Sono correlate al rischio di insorgenza di carcinoma epatocellulare.
  • Aspergillus ochraceus, Penicillium viridicatum, altri Aspergillus spp. e Penicillium spp. producono ocratossine che infestano arachidi, riso, caffè, mais, orzo, pane e pasta. Sono correlate a patologie a carico di rene, intestino, fegato, inoltre sono teratogene e mutagene.
  • Fusarium graminearum, roseum, tricinctum, moniliforme e altri Fusarium spp. infestano mais e altri cereali. I derivati dello zearalenone da essi prodotto sono in grado di provocare aborto, sterilità e disregolazione a livello endocrino. Un esempio di prodotto di largo consumo che può contenere lo zearalenone è la birra.
  • Fusarium moniliforme, produce fumonisina che infesta mais e sorgo; è nefrotossica, citotossica, cancerogena e teratogena. L’effetto tossicologico principale della Fumosina B (1) è l’accumulo di basi sfingoidi che si associa all’esaurimento di sfingolipidi complessi. I problemi correlati alla biosintesi di sfingolipidi, ne spiegano gli effetti tossicologici come l’alterazione della vitalità e della proliferazione degli enterociti e gli squilibri nella produzione di citochine. Da notare che molto frequentemente nei bambini con ASD si riscontra un’alterazione degli acidi grassi della membrana, in particolare c’è una diminuzione dell’acido Dihomo-γ-linolenico (DGLA) e un acido grasso ω-6.
  • Poae Fusarium, Fusarium tricinctum, Fusarium nivale, Trichoderma lignorum, altri Fusarium spp. infestano mais, orzo, riso, altri cereali e i loro derivati, come ad esempio i fiocchi d’avena. Sono responsabili di patologie della pelle e delle mucose, leucopenia, vomito, diarrea. Sono citotossici.
  • Penicillium citrium, purpurogenum, rubrum e altri Penicillium spp. che infestano mais e altri cereali, riso, noci e pomodori possono causare emorragia, danni epatici e renali di varia gravità; sono neurotossici e teratogeni.
  • Expansus Penicillium, Penicillium clavatus, Byssoclamys Egret, Penicillium verrucosum e Penicillium patuluminfestano frutta e verdura, peperoni, pomodori, cetrioli, carote, mele, pere e succhi; producono la patulina, sostanza in grado di indurre tossicità in diversi organi come cute e sistema nervoso; è inoltre citotossica.
  • Nidulans, Aspergillus versicolor, Chaetomium thielavoideum e altri ascomiceti producono sterigmatocistina (IARC classe 2B) che troviamo nei cereali, nelle noci e nel formaggio. Provoca danni a seconda della via di assunzione. La somministrazione orale provoca tumori polmonari nei topi e tumori del fegato nei ratti. Nei ratti, l’applicazione cutanea produce tumori epatici. L’iniezione locale sottocutanea induce sarcomi.

Micotossine e sistema immunitario

Le prime difese poste dal sistema immunitario sono barriere fisiche quali cute e mucose. Tali barriere sono esposte agli xenobiotici e ai contaminanti involontari come le micotossine, la maggiore esposizione avviene attraverso la contaminazione della catena alimentare. L’accesso di tali sostanze all’organismo può avvenire grazie alla permeabilità intestinale, tale breccia diviene quindi il punto di partenza di diverse malattie che coinvolgono il sistema immunitario il quale va incontro a “disregolazione”.

Le giunzioni strette sono importanti componenti strutturali che influenzano la polarizzazione epiteliale e le funzioni di barriera intestinale, possono controllare l’equilibrio tra tolleranza e immunità nei confronti degli antigeni non-self; ma se si è in presenza di una disregolazione (anche su base genetica individuale) è possibile lo sviluppo di una malattia autoimmune. L’equilibrio della funzione di barriera intestinale, risultante da una corretta interazione tra geni e trigger ambientali, può impedire il processo autoimmune. Da alcuni anni, vi è un notevole interesse nel comprendere il ruolo di un aumento della permeabilità intestinale nella patogenesi delle malattie gastrointestinali e l’instaurarsi di autoimmunità.
Le micotossine e il glifosato sono in grado di ledere le giunzioni cellulari con conseguente disbiosi e aumento della permeabilità intestinale.

I tricoteceni e la patulina, in particolare, colpiscono le giunzioni strette con conseguente perdita dell’integrità della barriera. Le claudine sono le più importanti proteine integrali di membrana per le giunzioni strette. Nella malattia infiammatoria intestinale (IBD) si osserva un aumento della claudina-2, oltre che un’alterazione della funzione della barriera epiteliale. Inoltre, la claudina-1 e la claudina-2 sono coinvolte, già dalle prime fasi, nelle neoplasie associate all’IBD.

Il deossinivalenolo (DON), ha un ruolo importante nell’eziologia di molte malattie infiammatorie croniche intestinali e allergie alimentari (soprattutto nei bambini). Negli animali, i mangimi contaminati causano uno squilibrio delle citochine pro-infiammatorie intestinali, con conseguenze negative sulla funzione di barriera, tuttavia il meccanismo immunologico alla base di questo “stress nutrizionale” non è ancora del tutto chiarito. Ad ogni buon conto, sappiamo che le micotossine sono un importante fattore di stress; in particolare il deossinivalenolo induce, nel suino, entro due giorni dall’assunzione, una diminuzione dell’espressione di Zonulina-1 (ZO-1), occludina e claudina nelle giunzioni strette degli enterociti. La somministrazione del Bacillus subtilis, regola l’espressione di ZO-1 negli enterociti dei suini e li protegge dal danno indotto da DON, pertanto il suddetto probiotico è importante nella prevenzione della disfunzione di barriera indotta dal DON stesso. Il deossinivalenolo induce un aumento della produzione di citochine proinfiammatorie, come TNF-a, IL-6 e IL-1β nel digiuno e nell’ileo di questi animali. Negli animali alimentati con mangimi contenenti aflatossina e DON insieme, entro un mese circa, vi è un aumento di monociti e dei livelli di TNF-α; se però, nel cibo degli animali è presente solo uno dei suddetti tossici involontari, non si rilevano modifiche dei livelli del TNF-α. Inoltre, negli animali alimentati con mangime contenente DON e zearalenone (ZEN) è stato rilevato un elevato livello di 8-idrossi-deossiguanosina: questo indica che c’è un aumento dello stress ossidativo a carico del DNA, che va incontro a danni strutturali. Con soli 42 giorni di alimentazione con ZEN (0,1 mg / kg), negli animali vengono rilevati livelli anomali di citochine (IL-12 / IL-23p40 e IL-1β, Vasoactive intestinal polypeptide – VIP); oltre a riduzione dei linfociti B CD21+ ed elevati livelli di interferone-γ (IFN-γ) nei linfonodi ileocecali.
Il consumo animale di mangimi contaminati da zearalenone causa gravi difetti di crescita e problemi della riproduzione. I suini sono molto sensibili a questa micotossina.
Lo zearalenone, metabolizzato a livello epatico in α- e β-zearalenolo dalla 3α- e 3β-hydroxysteroid deidrogenases, è implicato nei disturbi riproduttivi degli animali da allevamento, ma anche nelle sindromi iperestrogeniche degli esseri umani; i suoi effetti lesivi sono stati osservati anche durante la gravidanza. È una micotossina che può modificare l’ambiente intrauterino nella fase precoce della gestazione, perché si instaura uno squilibrio del meccanismo secretorio dell’endometrio, con conseguente ritardo dello sviluppo fetale. Il feto è ovviamente più sensibile alle micotossine.
Anche l’ocratossina A (OTA) è una micotossina molto diffusa; è considerata un possibile cancerogeno, presenta un’elevata nefrotossicità, e, come molte altre, resiste a temperature elevate.
Anche le aflatossine (AF) attraversano la barriera placentare; le concentrazioni nel cordone ombelicale sono più elevate rispetto a quelle del plasma materno, e sono teratogene. Le aflatossine sembrano avere un effetto immunosoppressivo alterando i livelli degli interferoni.

È noto che l’apparato gastrointestinale è, anche, sotto il controllo del sistema immunitario e del sistema neuroendocrino; infatti, negli animali è stato riscontrato che una riduzione dei fattori di stress migliora l’equilibrio omeostatico dell’intestino. Attualmente viene posta molta attenzione agli effetti nocivi delle micotossine sull’intestino e sul sistema immunitario associato ad esso (GALT).
Le aflatossine, le ocratossine, la patulina, le fumonisine, lo zearalenone, i tricoteceni e gli alcaloidi della segale cornuta ledono gli enterociti, con effetti negativi sulla barriera intestinale, sul microbioma intestinale, sul GALT e sulle proteine ​​costituenti le giunzioni strette. Il tutto esisterà in un aumento della permeabilità intestinale e in uno squilibrio del microbiota, che può essere aggravato dall’uso indiscriminato di antibiotici, il ché potrà portare, come evidenziato, ad una ampia serie di conseguenze patologiche.

Antibiotici

Oggi, sono disponibili antibiotici ad ampio spettro, di cui non si conoscono tutti gli effetti sui batteri. Chambers afferma che gli antibiotici rappresentano “la più forte, non la sola, ma di gran lunga la più selettiva pressione mai riscontrata sul microbioma umano”. Casadevall ha osservato che “gli antimicrobici ad ampio spettro hanno creato una cultura dell’empirismo in medicina, in cui le scelte di trattamento sono determinate da congetture piuttosto che da diagnosi”.

Il microbiota assume importanza nel nascituro, perché è un importante determinante della salute e della malattia, tuttavia i fattori che determinano lo sviluppo iniziale del microbiota umano non sono del tutto noti. La maggior parte del microbiota del neonato (65,35%) proviene dalla madre, mentre il 3,09% proviene dalla placenta e il restante 31,56% non è noto. Il profilo del microbiota neonatale dipende anche dall’esposizione materna agli antibiotici assunti durante gravidanza e parto. Infatti, dopo l’esposizione agli antibiotici materni c’è una prevalenza di Proteobacteria, mentre Streptococcaceae, Gemellaceae e Lactobacillales sono prevalenti nei neonati non esposti. Circa un quarto dei neonati esposti esprime il gene Vim-1 (resistenza agli antibiotici), gene predominante tra le specie resistenti agli antibiotici. Il microbiota intestinale è un importante regolatore dell’equilibrio Th1/Th2. Una disbiosi da antibiotico, può portare ad una crescita anormale di specie patogene come ad esempio il Clostridium difficile.
Alla luce di quanto esposto, il trattamento antibiotico materno è un fattore determinante per la regolazione del microbioma orale neonatale.
L’antibiotico è necessario nella terapia delle infezioni, tuttavia perturba le comunità microbiche commensali. Negli ultimi anni sono stati effettuati molti studi riguardanti gli effetti dell’antibiotico sul microbiota intestinale e sull’immunità; ne è un esempio, la somministrazione di ceftriaxone a lungo termine che induce disbiosi e lesioni a carico della mucosa intestinale e disregolazione immunitaria: le IgG sieriche e le IgA del muco diminuiscono in maniera significativa. Nelle settimane successive alla somministrazione di ceftriaxone si rileva un aumento del rapporto IFN-γ / IL-4 e CD4 / CD8, oltre a una riduzione delle linfociti CD4 + CD25 +.
Sappiamo che i batteri esposti agli antibiotici producono più specie reattive dell’ossigeno (ROS) che, a loro volta, causano mutazioni nel batterio interessato. Le specie reattive dell’ossigeno inducono la cosiddetta “risposta SOS” mediata dalla DNA polimerasi, che essendo più soggetta ad errori, crea ulteriori mutazioni.
Sono però necessari ancora molti studi per capire come l’antibiotico possa influenzare il microbiota intestinale e l’immunità.

Biopesticidi e glifosato

In tutto il mondo, oltre 130 prodotti sono commercializzati come agenti di protezione delle colture o agenti di biocontrollo, sono conosciuti come biopesticidi. Ciò che preoccupa maggiormente è l’aumento, dalla seconda metà del secolo scorso, della produzione di colture e il conseguente aumento dell’uso intensivo e crescente di tali prodotti chimici sintetici. L’uso eccessivo di pesticidi può portare allo sviluppo di resistenza infatti, oltre 500 specie di artropodi parassitari, hanno sviluppato capacità di sopravvivere a uno o più insetticidi; tale resistenza è ereditabile.
Per quanto riguarda gli erbicidi, ci sono circa 200 varietà di erbe infestanti e molte di esse sono in grado di resistere agli erbicidi chimici per questo sono state prodotte piante geneticamente modificate, in cui sono presenti RNA e DNA batterici; purtroppo i loro effetti biologici non sono ancora del tutto noti.
Particolare attenzione oggi è posta al glifosato (ne abbiamo parlato qui) che è l’ingrediente attivo di un noto erbicida commerciale, ad ampio spettro inizialmente considerato non tossico, o quasi, per l’uomo. Originariamente (1985) l’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti (US EPA) classificò il glifosato come possibile cancerogeno per l’uomo (Gruppo C). Oggi si sa che il glifosato causa danni al DNA e di conseguenza ai cromosomi nelle cellule umane. Nelle piante trattate con glifosato si rileva un eccesso di ammoniaca, che aumenta l’attività della fenilalanina ammonio liasi (PAL), enzima che catalizza la reazione che converte la fenilalanina in trans-cinnamato, rilasciando ammoniaca.
L’inibizione della crescita delle piante infestanti potrebbe essere dovuta sia alla tossicità dei composti fenolici, sia alla tossicità dell’ammoniaca. Il glifosato è in grado di inibire l’enzima 5-enolpyruvylshikimic acid-3-fosfato sintasi (EPSP sintasi), coinvolto nella sintesi di amminoacidi aromatici nella via dello shikimato nelle piante. La via dello shikimato collega il metabolismo dei carboidrati alla biosintesi dei composti aromatici.
Nell’uomo e negli animali l’aumentata attività della fenilalanina ammonio liasi, da esso indotta, crea un ambiente sfavorevole nell’intestino che può portare ad un aumento della permeabilità enterica e innescare così diverse malattie.

Sappiamo che l’autismo è associato a disbiosi, aumento dei livelli di ammoniaca e degli acidi grassi a catena corta, tutto ciò potrebbe essere indotto dal glifosato, e si avrà come conseguenza l’eccessiva crescita di batteri Clostridia spp.
Il Clostridium difficile innesca la produzione di p-cresolo tramite la rottura della tirosina, con conseguente esaurimento del solfato. Da sottolineare che all’ASD sono associati anche bassi livelli di solfati. La carenza di solfati sia nella madre che nel bambino, derivante dall’esposizione eccessiva alle tossine ambientali, causa l’ipo-metilazione nelle aree cerebrali del feto con conseguenze devastanti.

È inoltre stato osservato che nei bambini autistici esiste una crescita eccessiva di ceppi batterici intestinali inusuali, in grado di aumentare la produzione di p-cresolo mediante la fermentazione della tirosina. Il p-cresolo urinario e il p-cresilsulfato potrebbero essere considerati biomarker di ASD nei bambini piccoli, in particolare nelle femmine.
Ci sono altri metaboliti batterici urinari della fenilalanina rilevati nelle urine, come l’acido benzoico e fenilacetico o i metaboliti della tirosina (acido p-idrossibenzoico e acido p-idrossifenilacetico). I livelli urinari di questi metaboliti sono elevati in diverse malattie, riflettono un’alterazione dell’assorbimento intestinale, come ad esempio la malattia celiaca, la fibrosi cistica e diverse forme di diarrea non classificabili.
Elevati livelli di metaboliti urinari della fenilalanina, circa 300 volte superiori ai gruppi di controllo, sono stati trovati anche in pazienti autistici e schizofrenici, ad indicare la disbiosi sottostante dovuta a più specie di batteri anaerobici delle Clostridium spp.

È possibile, dopo l’ingestione di glifosato, osservare una riduzione dei batteri benefici nel tratto gastrointestinale; questo erbicida ha dimostrato tossicità anche per le Enterococcus spp. Invece i batteri patogeni come Salmonella Entritidis, Salmonella Gallinarum, Salmonella Typhimurium, Clostridium perfringens e Clostridium botulinum mostrano resistenza al glifosato.

Sebbene i meccanismi non siano ancora del tutto chiariti, è sempre più evidente che il microbioma intestinale influenzi la funzione cognitiva attraverso il cosiddetto gut-brain axis; la dieta nei paesi occidentalizzati è un fattore importante perché altera i batteri commensali nel tratto gastrointestinale e sappiamo che il microbioma intestinale ha un impatto primario sulla funzione cerebrale. È stata dimostrata la correlazione tra elevati livelli di grassi e zuccheri aggiunti, tipici di queste diete, e le disfunzioni cognitive in particolare a carico dell’ippocampo (deputato al controllo dei processi di apprendimento e memoria). Le alterazioni del microbiota intestinale hanno dunque potenti effetti sulla permeabilità intestinale e sull’integrità della barriera emato-encefalica (BBB) con conseguente contributo allo sviluppo della disfunzione cognitiva. Alcuni studi effettuati sugli animali hanno consentito di rilevare che la dieta dei paesi occidentali induce un abbassamento dei livelli di proteina Zonulina-1 (ZO-1) nelle giunzioni strette, oltre a una diminuzione della resistenza transepiteliale dei colociti. La ZO-1 potrebbe essere un marker di maggiore permeabilità intestinale.
In questo contesto c’è una maggiore vulnerabilità nei confronti dei lipopolisaccaridi (LPS) derivati ​​dai batteri gram-negativi, LPS che promuovono endotossemia e infiammazione sistemica.
Anche il danno a carico della barriera ematoencefalica è associato alla dieta sopra menzionata, ed è possibile una correlazione causale con la disfunzione cognitiva. La neuroinfiammazione è sostenuta dalle endotossine batteriche, ma anche dalla disbiosi che determina una riduzione dei microrganismi saprofiti, che hanno azione antinfiammatoria, e porta ad una compromissione della funzione cognitiva. Anche l’inquinamento della catena alimentare contribuisce in maniera importante a creare squilibri al microbiota.
Da evidenziare, inoltre, che alcuni batteri intestinali stimolano il sistema immunitario innato ad esprimere citochine infiammatorie a livello cerebrale. I meccanismi, che causano infiammazione, sono dunque alla base di molte malattie come disturbi gastrointestinali, diabete, malattie cardiache, autismo, cancro e morbo di Alzheimer. Il ruolo degli inquinanti ambientali, compreso il glifosato, potrebbe essere importante nella patogenesi di tali patologie.

Discussione

Abbiamo visto che gli inquinanti, compresi quelli involontari e gli antibiotici, hanno un effetto negativo sulle giunzioni cellulari, sul microbiota e sul microbioma; si avranno disbiosi e “leaky gut”. Questo potrebbe essere il punto di partenza per varie malattie ma, sicuramente, è fonte di squilibrio del sistema immunitario e conseguente disregolazione immunitaria. Infatti, il microbiota intestinale ha un ruolo importante per lo sviluppo e la differenziazione del sistema immunitario stesso.
Studi effettuati su gemelli indicano per l’autismo una forte componente genetica, mentre l’aumento esponenziale dell’incidenza di tale sindrome nell’ultimo periodo suggerisce il coinvolgimento di fattori ambientali e un effetto epigenetico ereditabile come fattore primario. In particolare sono importanti gli effetti epigenetici che avvengono durante la gestazione ed i primi mesi di vita e che possono influenzare l’espressione fenotipica.
E’ possibile che una disfunzione immunitaria conseguente all’ingestione di micotossine e l’uso di antibiotici possa essere uno dei trigger che causano ASD. I pesticidi e gli erbicidi che inquinano la catena alimentare rappresentano un ulteriore fattore di rischio, come risulta dal numero crescente di studi. L’uso, ma soprattutto, l’abuso di antibiotici causa la distruzione del microbiota. A ciò va aggiunto il glifosato che, per gli effetti distruttivi sul microbiota, non può che peggiorare il danno a carico dell’apparato gastrointestinale con particolare riferimento all’aumento della permeabilità. Non dobbiamo dimenticare il danno causato dalle micotossine. Non è un caso che nell’intestino dei bambini affetti da ASD di osservino elevati livelli di acidi grassi a catena corta e ammoniaca: sono sottoprodotti della fermentazione anaerobica; questo suggerisce una crescita eccessiva di batteri anaerobi come i Clostridi. Nell’intestino dei bambini autistici non è infrequente il riscontro di Clostridi, Bacteriodetes e Desulfovibrio; questi ultimi, per il tipo di metabolismo, causano una diminuzione dei livelli di solfato. Se c’è una proliferazione di Archaea è possibile che ci sia una inibizione dei Desulfomicrobium e Desulfovibrio.
Gli Archaea metanogeni colonizzano l’intestino umano dopo il secondo anno di vita, hanno un picco tra il terzo e il quinto anno; negli anni successivi, la loro presenza dipende dalla nazionalità o dalla razza dei soggetti. Nei paesi industrializzati la loro presenza tende a diminuire; nella popolazione più povera può arrivare fino all’80%. Dopo il decimo anno, assistiamo ad una stabilizzazione indipendentemente dalla dieta e dagli antibiotici somministrati.Alcune delle sostanze che costituiscono la parete cellulare dell’Archeon Sulfolobus sono tossiche, hanno una tossicità simile a quella dei lipopolisaccaridi. Il Methanococcus jannaschii e l’Archaeglobus fulgidus hanno geni che codificano molecole tossiche per l’organismo umano.
È sempre più evidente che esiste una forte correlazione tra la disbiosi dell’intestino e il disturbo dello spettro autistico (ASD), in particolare è stata rilevata una forte relazione tra espressione genica intestinale e struttura batterica.

Tutto questo ha stimolato la ricerca per scoprire la connessione cervello-intestino, e va evidenziato il ruolo della serotonina (5-HT) che è un noto neurotrasmettitore ed una sostanza vasoattiva; è un mediatore fisiologico centrale di molte funzioni gastrointestinali e un mediatore della connessione cervello-intestino.
Il glifosato, o meglio il tensioattivo, il TN-20, è un altro problema emergente: tensioattivo e glifosato causano danni al mitocondrio con conseguente apoptosi e necrosi cellulare. Il TN-20, anche a basse concentrazioni, lede le giunzioni cellulari e di conseguenza induce un aumento della permeabilità intestinale. Il glifosato induce un aumento dell’attività della fenilalanina ammonio-liasi, con conseguente aumento dei livelli di ammoniaca nell’intestino. C’è una stretta correlazione tra l’autismo e l’encefalite epatica, da attribuire all’eccesso di ammoniaca; quest’ultima proveniente anche dal pathway metabolico dell’urea: in questo caso potrebbero giocare un ruolo importante anche eventuali polimorfismi a singolo nucleotide (SNPs) del ciclo della metionina.
Anche i sottoprodotti della fermentazione di anaerobi, come fenoli, ammoniaca e idrogeno solforato, possono essere tossici per l’intestino crasso. Nei bambini con ASD si osservano frequentemente alte concentrazioni di metaboliti urinari di fenilalanina; i valori sono centinaia di volte più elevati rispetto ai controlli; ciò è dovuto alla proliferazione di Clostridium spp.
Anche l’infiltrazione di linfociti nella mucosa intestinale è una caratteristica dell’ASD, tale infiammazione mucosale è una diretta conseguenza dell’aumento della permeabilità intestinale.

Conclusione

Alla luce di quanto sopra esposto, alcune ipotesi di lavoro potrebbero essere le seguenti:
– approfondire le precise correlazioni tra disbiosi e uso di antibiotici e inquinamento della catena alimentare
– cercare di meglio comprendere i meccanismi che portano alla disregolazione del sistema immunitario e alla rottura della tolleranza, che potrebbe portare all’autoimmunità
– approfondire lo studio dei meccanismi sottostanti allo stress ossidativo, la perossidazione lipidica, i metaboliti e i loro intermedi, come quelli del metabolismo delle vitamine coinvolte nel ciclo della metionina, come ad esempio le vitamine del gruppo B e l’acido folico (solo per citare i più importanti).
– studiare i polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) coinvolti nel ciclo di metionina, folato, urea e tetrabetabiopterina (BH4), tenendo presente l’approccio epistatico, che è cruciale in una malattia multifattoriale come l’ASD.

Questa è la sfida futura per la ricerca.

Bibliografia disponibile nell’articolo originale: https://www.academia.edu/38887545/Glyphosate_mycotoxins_and_antibiotics_in_the_food_chain_effects_on_the_gastrointestinal_apparatus_and_immune_system

http://www.assis.it/glifosato-micotossine-e-antibiotici-nella-catena-alimentare-effetti-sullapparato-gastrointestinale-e-sul-sistema-immunitario-possono-essere-condizioni-predisponenti-per-il-disturbo-dello-s/

ORTICARIA: UN DISTURBO SEMPRE PIU’ FREQUENTE

L’orticaria è una eruzione cutanea localizzata o generalizzata, caratterizzata da ponfi di forma e grandezza varie, di colorito che può andare dal rossastro o rosso acceso al bianco e da un intenso prurito che aumenta in modo insopportabile in ambienti molto riscaldati e a contatto con indumenti pesanti.
La risoluzione della patologia si manifesta solitamente nell’arco di 24 ore ma può accadere che il paziente sia vittima di recidive che si presentano periodicamente a cadenza costante per mesi o addirittura per anni.
L’orticaria è una manifestazione che si presenta con un solo tipo di lesione, il ponfo, che può essere di alcuni centimetri o puntiforme,  accompagnato da intenso prurito, bruciore, iperemia ed edema che sono spesso causa di nervosismo ed eccitazione.

LE CAUSE
Le orticarie possono essere di tipo allergico e costituiscono il 20% del totale delle manifestazioni. Gli allergeni più importanti sono alcuni inalanti, alimenti, farmaci, veleni di insetti ed ormoni. La caratteristica essenziale che divide le orticarie allergiche dalle altre è che il ponfo dura più di 24 ore e in alcuni casi assume una colorazione particolare data dagli stravasi ematici.
Le orticarie di tipo non allergico costituiscono l’80% delle orticarie e possono essere causate da farmaci (antibiotici, anti-infiammatori, anti-dolorifici, lassativi), da alimenti ( fragole, latte, uova, pomodoro, cioccolato, certi tipi di pesce, frutta secca, additivi e conservanti contenuti nei cibi), da veleno di insetti o da contatto con sostanze chimiche o metalli.

E’ opinione comune che le orticarie su base alimentare siano frequenti, in realtà sono piuttosto rare; spesso si è in presenza non di una orticaria di tipo allergico, ma di una reazione alla liberazione di istamina da parte del cibo stesso che la contiene. A questo gruppo appartengono anche le allergie causate da luce, freddo, caldo, pressione, vibrazioni, esercizio fisico, ecc.
Le allergie possono essere anche secondarie a patologie di interesse internistico come malattie autoimmuni, malattie del sistema emopoietico, malattie reumatologiche oppure secondarie ad infezioni batteriche, parassitarie, micotiche o virali.
Ultime, ma non in ordine di importanza e frequenza, sono le reazioni che riconoscono come causa fattori psicologici ( orticaria da stress ): l’agitazione e lo stress non sono direttamente  causa dell’orticaria ma ne possono peggiorare il quadro sintomatologico.

GLI OBIETTIVI TERAPEUTICI
Prurito, bruciore, iperemia, edema nervosismo ed agitazione sono i sintomi principali che la medicina ufficiale affronta con l’impiego di antistaminici, cortisonici ed ansiolitici, allo scopo di ridurne la durata e l’intensità.
Obiettivo della medicina funzionale non è solo quello della riduzione dei sintomi e dei farmaci ma principalmente è quello di valutare e ridurre le cause disturbanti e sovraccaricanti l’organismo. L’approccio terapeutico consiste nel drenaggio del connettivo, del sistema linfatico e degli apparati in sovraccarico mediante l’utilizzo di specifici rimedi fitoterapici ed omotossicologici o omeopatici al fine di sradicare il più possibile la maggior parte dei fattori scatenanti.

Dott. Mauro Piccini

 

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