MALATTIA COME SIMBOLO 3° PARTE

MALATTIA COME SIMBOLO 3° PARTE

Il dolore che si manifesta sul piano fisico è sempre il riflesso di un dolore morale che non ha trovato altro modo per esprimersi. Ed è spesso per evitare si essere sommersa che la nostra coscienza si mette al riparo da questo dolore morale, deviandolo almeno in parte nel corpo. L’emozione, a volte, è tale da poter affondare l’immagine che abbiamo di noi, per la quale proviamo a volte un tale attaccamento, che come se non esistesse altro nella vita.

L’immagine del capitano della nave che non l’abbandona nel naufragio evoca la necessità di “mollare” secondo la quale basterebbe coltivare il distacco, lasciare andare la collera, le emozioni e perdonare, e così via.

L’idea non è sbagliata, ma cos’è che bisogna mollare? Non serve a nulla al malato che soffre di sciatica sentirsi dire che dovrebbe lasciare andare la sua collera.

Le cose non sono così semplici, perché il tutto avviene a nostra insaputa, e la nostra difficoltà non sta tanto nel mollare la presa, quanto nel riconoscere. Mollare la presa deriva dalla presa di coscienza e questo in modo del tutto naturale ed indolore. La difficoltà non sta tanto nel prendere le distanze, quanto nel riconoscere ciò che sta succedendo.

Ecco perché ho parlato di punto cieco a proposito dello stress. Ci salva il fatto di avere due occhi e dunque la capacità di vedere la situazione che ci ha presi in trappola da una prospettiva diversa.

L’essere umano è causa di sofferenza e di danni intorno a sé, in quanto essere imperfetto. Ci è facile ritenerci vittime, senza essere sempre consapevoli dei guai che noi stessi causiamo; accettare l’imperfezione umana è l’inizio del perdono autentico, che si presenta come una comprensione profonda e uno slancio del cuore.

Altra forma di perdono, che desidero menzionare, non è tanto un perdono ma quanto piuttosto un riconoscimento, che avviene quando prendiamo coscienza della nostra parte di responsabilità in quanto ci accade. In situazioni conflittuali, accade raramente che il torto stia tutto da una parte sola, e se da un lato siamo innocenti, dall’altro abbiamo le nostre responsabilità. La questione vera, quando tutto questo ci fa ammalare, è capire cosa quel conflitto sottolinea dentro di noi e perché questo ci fa star male. Guardare la situazione con onestà richiede un grande distacco da se stessi, il che è anche l’inizio della guarigione.

Uno dei principali ostacoli alla nostra libertà, come anche alla nostra comprensione, è il diniego. Attraverso  la malattia cerchiamo di preservarci e talvolta questa proiezione è talmente efficace che non filtra assolutamente nulla sul piano conscio.

La libertà non consiste nel liberarsi delle persone che ci stanno intorno o dei nostri obblighi, perché non vuol dire necessariamente “cambiare vita”; si tratta invece di liberarci di certe illusioni che hanno intrappolato per troppo tempo la nostra coscienza. Non possiamo cambiare il mondo esterno solo perché così decretiamo, ma l’esterno muta quando, dentro, siamo liberi.

Proprio come lo stress, la malattia che combattiamo è una medaglia a due facce: da un lato è nemica, ma dall’altro tenta di guarirci.

La malattia cerca di guarirci dall’emozione che l’ha generata.

Gestiamo le emozioni complesse attraverso il corpo e non ce nulla di male nel farlo. La malattia è un evento naturale, di cui non bisogna colpevolizzarsi, proprio come non dobbiamo colpevolizzarci per non riuscire a guarire dopo aver letto molti libri sull’argomento.

La malattia fa parte della condizione umana e deve essere una fase da accettare come tale.

Allora l’incontro con ciò che può guarirci avviene solo per caso (e come diceva Einstein: “il caso è la maschera che  Dio assume quando non vuole farsi riconoscere”) quando siamo pronti e si prepara attraverso una serie di tappe silenziose, per mezzo delle quali la malattia cerca di liberarci dalla nostra sofferenza.

Dott. Mauro Piccini

MALATTIA COME SIMBOLO 2° PARTE

MALATTIA COME SIMBOLO 2° PARTE

 

Come è possibile immaginare che attraverso la malattia e la sofferenza stiamo preservando qualcosa?

Quello che diciamo attraverso la malattia è che abbiamo ragione di aver male.

Con la malattia, in qualche modo noi ci giustifichiamo, giustifichiamo la fondatezza dei sentimenti che proviamo, mostrando che non sono una visione mentale bensì una realtà oggettiva.

Con la malattia abbiamo le prove della nostra sofferenza, ma di tutto questo non siamo coscienti e il prezzo da pagare è alto.

Prendiamo a testimone il corpo, attraverso il quale anche le persone che ci stanno accanto diventano testimoni. Se dite ad una persona che soffre, che il suo è un disturbo psicologico, probabilmente vi ribatterà che a lei fa male e che quel male è reale. E anche aggiungerà anche che voi, che avete la fortuna di star bene, non potete capire che cosa sta passando.

Siamo malati e bisogna che i nostri cari vi si adattino; facendo della nostra sofferenza morale una realtà fisica, togliamo loro la possibilità di ignorarla o di prendere le distanze rispetto a questa realtà. Ma , in realtà, siamo noi i primi a soffrirne e l’impotenza delle persone care nel darci sollievo ci lascia da soli.

Solitamente si incrimina lo stress come causa iniziale della malattia.

Tuttavia la nostra vita è piena di preoccupazioni, delusioni, rabbie. Gli stress con cui ci confrontiamo sono molti e permanenti.

Ma allora ogni volta ci ammaliamo? Certo che no. Ci vuole un altro fattore perché lo stress ci faccia ammalare. E questo non dipende dall’intensità dello stress, ma da altre due cose: il luogo in cui lo stress si manifesta e la complessità dell’emozione che proviamo.

Quella che per uno è una situazione drammatica, per una altro è solo un’esperienza senza rilevanza.

Stress è un termine inglese che significa “ sottolineare” , “ mettere l’accento su qualcosa”.

Immaginate l’esempio della quercia e del giunco.

Si scatena una tempesta, il giunco si piega e si adatta, mentre la quercia è troppo rigida e finisce per spezzarsi. Ciò che il vento “ sottolinea” è la rigidità della quercia; ma il vento di per sé è neutro, e infatti per il giunco è solo un gioco. Immaginate, ora, un uccello posato sul ramo della quercia e poi sul giunco. La quercia è rigida, ma è solida e capace di sostenere chi in essa trova rifugio, si fa carico di questo peso, mentre il giunco non ne è affatto capace. Tanto per la quercia come per il giunco, lo stress ha delle conseguenze soltanto quando “ sottolinea” un difetto della struttura; difetto che come vedete è come una buona qualità che è presente in quantità eccessiva.

Per noi , dunque,  non è tanto lo stress, in sé e per sé, ad essere dannoso, ma ciò che lo stress sottolinea.

Non è l’intensità dello stress a spiegare la malattia. Vi sono persone che vivono situazioni difficilissime senza per questo ammalarsi, ma poi si ammalano in seguito ad uno stress la cui intensità ci sembra decisamente inferiore. Questo ha a che fare con la nostra struttura. Il corpo del bambino piccolo è morbido ed elastico ma, si addensa con l’età tanto per tenerci in piedi quanto per affrontare la vita. Accade qualcosa di simile anche sul piano psicologico. Ci “addensiamo” ogni tanto prendiamo dei colpi che ci induriscono e piano piano ci cristallizzeremo. Non sono le nostre zone flessibili ad essere problematiche, ma le zone cristallizzate che presumibilmente reagiranno malamente agli urti.

La vita ci induce a lavorare proprio sui punti della cristallizzazione, per ammorbidirli.

E’ raro che uno stress grave si presenti senza essere stato preceduto da qualche messaggio che abbiamo ignorato.

Ciascuno di noi ha un suo “punto cieco”, una zona di sé, del proprio atteggiamento, nel quale inciampa ogni volta, come se fosse incapace di vederla.

La nozione di “punto cieco” si riferisce al punto cieco della nostra retina, e il paragone non è trascurabile. Infatti, quando guardiamo il mondo con un occhio solo, quella piccola parte di esso che viene proiettata sulla retina non viene percepita; per fortuna abbiamo due occhi e la vista dell’uno compensa il punto cieco dell’altro. In questa idea si nasconde una chiave per la nostra guarigione, perché ciò che l’altro occhio ci dà, è la possibilità di guardare da un punto di vista diverso la realtà in cui incespichiamo.

L’emozione che proviamo è come un groviglio di sentimenti contraddittori. Se siamo in collera con una persona che ci è indifferente, si tratta di un sentimento sgradevole ma abbastanza semplice da gestire; questa seccatura ci irriterà ma non ci toccherà nel profondo. Se però la situazione ci tocca su di un punto involontariamente ambiguo o contradditorio allora le cose cambiano.

Questa contraddizione, di solito, è nascosta.

Ecco perché attraverso la malattia cerchiamo di dirci le cose, ma senza dircele chiaro e tondo. Resta una parte di equivoco, una zona nascosta.

Scoprire che il nostro mal di gola è il risultato della collera non è tanto difficile, ma quel che è difficile è svelare quale sentimento si nasconde dietro a quella collera.

Dott. Mauro Piccini  

MALATTIA COME SIMBOLO 1° PARTE

MALATTIA COME SIMBOLO 1° PARTE

Attraverso la malattia parliamo a noi stessi e prendiamo  il nostro corpo come un testimone: la manifestazione, la lesione e il dolore sono il riflesso preciso delle emozioni che stiamo vivendo.
I sentimenti si trasformano in sensazioni e questo ci irrita, ci da fastidio; ma che cosa ci irrita e ci rode e a che cosa quel dolore è sordo?
Il medico ci ascolta e scrive “gastrite”; su nostra richiesta “classifica” ciò che proviamo e questo ci rassicura, diventa qualcosa di noto e misurabile.
Ma così facendo, quello che cercavamo di comunicarci attraverso questo sintomo ha buone possibilità di essere accantonato in cantina.

La diagnosi è un atto necessario ma è un arma a doppio taglio. Confidare la malattia al nostro medico è logico perché ha il compito di aiutarci e di curarci, ma se gli deleghiamo la responsabilità di ciò che proviamo, se la malattia diventa una faccenda solo del medico che ne sarà dell’interrogativo, che attraverso di essa rivolgiamo a noi stessi?
Quindi perdiamo il senso di quello che cerchiamo di comunicare a noi stessi. Dato che ci parliamo usando il corpo come metafora, ecco che ciò che tentiamo di comunicare diventa incomprensibile. Soffriamo senza sapere il perché, come se ci mancasse la chiave di comprendere il messaggio, ascoltare la propria malattia come un linguaggio interiore è un primo passo verso la guarigione
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La malattia è un modo di comunicare sia con se stessi che con gli altri perché, consapevolmente o meno,  in tal modo esprimiamo ed esterniamo il nostro mal-essere.
La metafora è un “procedimento del linguaggio che consiste nel modificare il senso attraverso una sostituzione analogica”.
La metafora è il modo più semplice e diretto per esprimere qualcosa che è difficile da definire. E molto spesso ci serviamo di uno dei nostri organi come metafora per comunicare con noi stessi e dirci qualcosa di figurato.

Le impressioni fisiche che proviamo sono un modo di descrivere ciò che sentiamo. Anche il punto del corpo in cui si manifesta il nostro malessere non è casuale. In qualche modo, inconsciamente, scegliamo l’organo che la malattia colpisce. La scelta è tutt’altro che casuale, perché corrisponde alla nostra percezione inconscia di quell’organo o della sua funzione. Ciò a cui serve l’organo, viene usato come metafora per esprimere il disagio.

La malattia è un modo curioso di dirci le cose, perché è come se ci parlassimo a mezzi termini. Quando parliamo del “capo” di un azienda è una metafora perché l’azienda non ha un “capo” più di quanto abbia “i piedi”; ma ognuno di noi sa che la testa, “IL CAPO” è la parte che dirige, quindi tutti capiscono cosa vuol dire.

Tutt’altro può essere che un mal di capo rifletta il nostro dolore nel non potere dirigere a nostro piacimento certe situazioni. In questo modo, attraverso la malattia, ci capiamo. Contemporaneamente, però non capiamo che cosa ci sta succedendo, perché mai ci siamo ammalati, né a cosa serva questa sofferenza dalla quale aspiriamo solo a liberarci velocemente.

Sul fatto che certe malattie siano psicosomatiche tutti sono d’accordo.

Ma le altre malattie che siano infettive o di origine meccanica (ernia del disco) o tumorali sono anch’esse un modo di parlare a noi stessi? La causa della malattia ha due facce. Non ha senso dire quale sia quella giusta, perché lo sono entrambe: nessuno nega la responsabilità di un microrganismo o di un’ernia.

E’ difficile vedere in contemporanea il lato testa e croce della stessa medaglia; i nostri occhi ce lo impediscono e la mente,  come gli occhi,  ha bisogno di prendere in considerazione i due aspetti separatamente.
Non scordate l’immagine delle due facce della medaglia. Queste due facce sono giuste entrambe e quando si parlerà della dimensione psicologica di una sciatica, non sarà per negare l’esistenza di un’ernia discale e viceversa.

Ciò che vale per la malattia può valere anche per gli incidenti, i traumi, le fratture. La cosa può sembrare sorprendente, ma spesso tutto accade come se il mondo esterno e i nostri pensieri entrassero in risonanza.
Gli incidenti segnano momenti di rottura nella nostra vita e talvolta sono dei veri e propri punti di non ritorno; ma sono anche occasioni di apertura ad una vita diversa o ad un’altra dimensione dell’esistenza.
Prendiamo a testimone  anche il mondo esterno e accade che siamo noi a suscitare questi eventi, come se attraverso di essi cercassimo di dirci qualcosa. Attraverso i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti risvegliamo certe reazioni intorno a noi, prepariamo situazioni destinate a maturare e a trovare compimento in eventi che si produrranno anche più tardi. Un evento, che si tratti di un incidente o di una stress di altra natura, può essere il messaggero segreto di un nostro desiderio segreto: ciò che pare l’esito del caso spesso è suscitato dal desiderio di cambiare qualcosa nella nostra vita.

Recenti studi americani hanno dimostrato che il profilo psicologico delle persone che hanno incidenti gravi è simile a quello dei suicidi.

Dott. Mauro Piccini

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ANSIA DA COVID

ANSIA DA COVID

Dopo una pausa estiva vissuta in quasi apparente normalità il virus è ritornato. E’ ritornato colpendo non solo gli individui più deboli e a rischio, ma anche coloro che pur essendo sani o senza sintomi vivono quotidianamente con un’atteggiamento di allerta estrema, di paura avvolgente che toglie il fiato.
Il virus sta colpendo non solo sotto l’aspetto fisico ma, anche e soprattutto, su quello psico-emozionale.
Un esercito in crescita esponenziale di persone sta portando avanti un corteo di sintomi psichici scatenati dalla perdita dell’aspetto razionale del problema.

Tutti sappiamo che il virus è concausa di grave sintomatologia e morte in quella parte di individui che presentano, oltre ad un’età avanzata, una serie di sintomi legati alla presenza di malattie croniche concomitanti, e al contrario in una percentuale bassa in individui considerati sani.

La determinazione della positività con tampone al virus fa emergere un serie di quadri molto diversi uno dall’altro. Si passa da individui completamente asintomatici, quindi solo positivi al test a quelli paucisintomatici che presentano lieve tosse, febbricola sotto i 37,5 C, stanchezza, mal di gola, a quelli con quadro più strutturato con forte astenia, febbre alta e difficoltà respiratoria che non necessitano di assistenza diretta, a quelli che arrivano alla necessità di respirazione assistita fino ai più gravi dove necessita il ricovero in unità intensiva.

La parola ” positività” ha perso in questo periodo la sua valenza originale.
Ora, positività significa malattia, rischio e per molti possibile morte.
Positività, invece significa che ce la faremo come abbiamo sempre fatto.
Positività significa affrontare il problema.
Positività significa non farsi avvolgere e sconfiggere dalle emozioni incontrollate.
Positività significa fermarsi ed analizzare il quadro sotto tutti gli aspetti.

Oggi dichiarandosi ” positivo” si rischia di essere escluso, allontanato ed additato come portatore di sciagure.
Una psicosi sempre più diffusa sta avanzando tra noi. La paura dell’altro si percepisce negli sguardi di molte persone. I contatti sempre più distanti ci stanno portando a chiuderci in noi stessi vivendo in bolle di isolamento che portano solamente ad aumentare la solitudine e la paura del domani.
La paura di uscire da questa bolla sta innescando in moltissimi individui una sorta di forte malessere composto da nuove  ansie che autoalimentano il problema in un vortice incontrollato.
L’uso di farmaci antidepressivi ed ansiolitici è arrivato a numeri mai raggiunti.
Quello che si deve capire è che il controllo del sintomo non risolve il problema ma nascondendolo lo amplifica sempre di più.
Non ci si ammala e si muore solamente di malattie, ma si può morire anche lentamente, spegnendo la nostra reattività fisica ed emozionale.
Possiamo fisicamente vivere anche cento anni, ma senza la nostra anima, senza la nostra gioia, senza lo stare insieme e condividere, la nostra esistenza sarà quella di una vita da zombie.

Dott. Mauro Piccini

 

REFLUSSO GASTROESOFAGEO E L’IMPATTO DI UNO STILE DI VITA “ACIDIFICANTE”

REFLUSSO GASTROESOFAGEO E L’IMPATTO DI UNO STILE DI VITA “ACIDIFICANTE”

Il reflusso gastroesofageo è una condizione patologica cronica che colpisce il 44% della popolazione americana almeno 1 volta al mese, con episodi quotidiani che affliggono circa il 7% dello stesso campione.  Anche in Italia la situazione non è da meno.

Fortunatamente il reflusso gastroesofageo è curabile. Il trattamento di questo disturbo si distingue per un approccio graduale, che include tanto interventi a livello alimentare e di stile di vita, quanto l’uso di farmaci calibrati sulla severità dei sintomi riferiti.

Nella review che proponiamo vengono analizzati tutti i fattori alimentari e di stile di vita che contribuiscono all’insorgenza o all’aggravamento della malattia.

Dieta e reflusso gastroesofageo sono connessi e l’approfondimento si sofferma su come l’alimentazione e le abitudini quotidiane possano essere migliorate per trarne beneficio terapeutico.

Oltre alla terapia farmacologica e all’intervento chirurgico, infatti, modificare lo stile alimentare e di vita rappresenta la terza imprescindibile componente per curare la malattia da reflusso gastroesofageo.

Il professionista della salute può intervenire proprio su questi aspettiindicando al paziente ad esempio, prima di passare alla terapia farmacologica (step-up approach), cosa mangiare e quali atteggiamenti quotidiani adottare per trattare il reflusso gastroesofageo, i sintomi iniziali e la loro evoluzione: un approccio terapeutico molto efficace, ma ancora poco diffuso.

Uno studio dimostra, infatti, che solo il 12% dei pazienti riceve consigli dietetici e comportamentali, nel momento in cui viene diagnosticato il reflusso gastroesofageo. Eppure le evidenze presentate nella review sono molto chiare, tra gli elementi che hanno un forte impatto sulla patologia incontriamo sicuramente:

  • Fumo – Aumenta l’incidenza dei sintomi del reflusso, promuovendo una diminuzione del tono dello sfintere esofageo inferiore e una minore salivazione, con conseguente riduzione della clearance esofagea.
  • Alcol – La letteratura scientifica attesta che il consumo di superalcolici, ma anche moderate quantità di birra e vino, impediscono il corretto movimento peristaltico esofageo, con conseguente prolungamento dell’esposizione all’acido, un incremento della secrezione acida a livello gastrico e una riduzione del tono dello sfintere esofageo inferiore.
  • Stress – L’ipotesi avanzata nello studio è quella secondo cui, per un meccanismo fisiologico, i fattori di stress causano l’attivazione dei mastociti della mucosa che, attraverso la produzione di citochine, generano un incremento della permeabilità epiteliale e la dilatazione degli spazi intercellulari. L’aumentata esposizione epiteliale ad acidi e pepsina determina l’attivazione dei nocicettori, causando i segnali di dolore e i sintomi di pirosi caratteristici del disturbo.
  • Attività fisica – È stato scientificamente provato come 30 minuti di attività fisica svolta almeno 5 volte alla settimana possano ridurre la sintomatologia, accelerando la velocità di svuotamento gastrico.
  • Posizione supina – Tenere la testa leggermente rialzata durante la notte si è dimostrato metodo efficace per attenuare il reflusso gastroesofageo notturno.
  • Obesità – Soprattutto il grasso addominale è responsabile del rilassamento dello sfintere esofageo inferiore e dell’aumento della pressione intraddominale, che contribuisce alla risalita del chimo dallo stomaco all’esofago.

Tra i fattori alimentari che hanno un influsso maggiore sull’insorgenza del reflusso gastroesofageo o sui suoi sintomi annoveriamo:

  • Spezie – Secondo la review americana, circa l’88% dei pazienti sostiene che le spezie aumentino la pirosi da reflusso.
  • Bevande gassate – Dati statistici multivariati, presentati nello studio, mostrano che queste bevande promuovono il rilassamento dello sfintere esofageo inferiore. Lo stesso fenomeno si verifica con l’assunzione di menta e cioccolato.
  • Caffeina – Rappresenta sicuramente un elemento che contribuisce a precipitare gli episodi di reflusso gastroesofageo, ma non sembra essere un fattore predisponente.
  • Fibra alimentare – Alcuni studi analizzati nella review dimostrano che il consumo di cereali integrali diminuirebbe del 50% i sintomi del reflusso gastroesofageo. Le fibre alimentari aiutano, infatti, ad abbassare la concentrazione di nitriti coinvolti nel manifestarsi o aggravarsi del disturbo.
  • Pasti abbondanti e/o ricchi di grassi – Questa abitudine alimentare può portare a un marcato rallentamento della velocità di svuotamento gastrico, che si traduce in una maggiore incidenza di reflusso e/o peggioramento dei sintomi correlati.
  • Rimedi naturali – Alcuni estratti vegetali hanno mostrato un’azione benefica nei confronti della pirosi da reflusso. Tra questi, ad esempio:
    • la Camomilla;
    • l’Olmaria;
    • l’Olmo rosso;
    • la Sutherlandia frutescens;
    • il Finocchio;
    • la Nepeta cataria;
    • l’Angelica;
    • la Genziana;
    • lo Zenzero;
    • l’Aloe.
  • Orario del pasto – Evitare di mangiare la sera subito prima di coricarsi riduce fortemente i sintomi notturni. La cena, inoltre, è sicuramente il pasto in cui far maggiore attenzione a non eccedere con i grassi e i quantitativi.

L’approfondimento presenta ulteriori spunti interessanti e possibili rimedi al reflusso gastroesofageo.
Sottolinea, fondamentalmente, che è essenziale impostare una terapia medica che parta innanzitutto da un intervento profondo sullo stile di vita e sulle abitudini alimentari scorrette, per poi passare alla relativa cura, che dovrebbe essere integrata gradualmente – se necessaria –  per il controllo dei sintomi, piuttosto che rappresentare la soluzione primaria per il trattamento della patologia.

Dott. Mauro Piccini

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da:https://www.acidosimetabolica.it/

EMERGENZA SARS COV-2   RIFLESSIONI

EMERGENZA SARS COV-2 RIFLESSIONI

Il termine “emergenza” deriva dal latino e-mergere, ove mergere sta per affondare; quindi emergenza come “proveniente da ciò che è affondato”.

Nell’interazione organismo vivente-mondo si svolgono continui fenomeni di risposta/attenuazione/eliminazione che consentono il gioco adattivo della vita.
Le perturbazioni legate sia ai a patogeni come virus, batteri e funghi, sia ad inquinanti molecolari di ogni sorta, entrano in contatto con i Sistemi difensivi dell’uomo.
L’infiammazione, la fiamma interna, vale o dovrebbe valere come un sacro fuoco, ove la perturbazione si incenerisce.
Questo risultato positivo è tanto più probabile quanto maggiormente efficienti sono i processi che entrano in azione e questi ultimi lo sono, se hanno già avuto esperienza, ossia hanno già conosciuto e sono in grado di ri-conoscere la perturbazione.
Questo virus sembra invece abbia incontrato l’essere umano per la prima volta.
La reattività emergente è quindi nuova, clamorosamente violenta ed in parte causale.
L’uomo è pertanto impreparato; ciò che sta accadendo non dipende solo dalla novità situazionale del suo Sistema Immunitario ma, ciò che è ancora più decisivo, dalle condizioni in cui si trova tale Sistema, dalla sua usura.

Esiste un ambito della cultura medica che predilige l’essere umano piuttosto che la malattia, l’insieme che costituisce l’essere umano, la sua storia, il suo ambiente e che considera la patologia non come un incidente di percorso, ma come un prodotto di tali relazioni e di tale storia, sia individuale sia sociale.
Tale cultura è in grado di elaborare interpretazioni di questa pandemia: ipotesi e proposte che non si limitano a combattere il virus, ma che cercano di fornire una lettura utilizzabile in senso predittivo/preventivo, tutelante la salute.
Ormai da tempo tele modello di Medicina Regolatoria Sistemica non considera la malattia come un evento casuale cui opporsi in maniera esclusivamente sintomatica, per sopprimerla, e si interroga sulle circostanze che la rendono possibile e che rendono possibile la sua cura.

L’aspetto più importante di tale approccio è la ricerca delle complesse componenti delle relazione uomo-ambiente che risultano fondamentali per promuovere e mantenere la salute, cioè un approccio saluto-genetico e non circoscritto alla pato-genesi.
Considerando la malattia sia acuta che cronica come uno sbilanciamento reattivo a perturbazioni minacciose, pur tendente ad un nuovo equilibrio, ma dagli esiti imprevedibili, poniamoci qualche domanda circa la situazione in cui SARS COV 2 ha incontrato l’essere umano, con effetti drammatici.

Che cosa di  “affondato” è emerso?
Lo scatenamento di uno stato infiammatorio severo, spesso coinvolgente non solo l’Apparato respiratorio nel suo tratto profondo, ma anche gli apparati cardio-circolatorio, gastrointestinale, il sistema nervoso, la pelle, evoca un’ “accensione” sistemica che rimanda alla riattivazione di una o più braci silenti.

Questo è l’aspetto simbolico che corrisponde all’espressione “tempesta citochinica incontrollata” della biopatologia molecolare.

Quando la fiamma è divampata, la principale risorsa, sotto forma di diverse forme terapeutiche, non può essere un estintore che domi l’incendio.
Tuttavia il fatto che gli organismi umani diventino così facilmente preda di inneschi, tanto rapidamente distruttivi, richiama lo stesso rapporto che esiste tra un fiammifero e un covone di fieno.
In altri termini lo svelamento di una drammatica semplicità degli eventi che possono rivelare la fragilità dell’essere umano, pur così complesso. E’ noto, infatti, che tanto maggiore è la complessità/specializzazione di un organismo vivente, tanto minore è la quantità di energia necessaria per ucciderlo.
Un’ altra domanda da mettere sul tavolo è se questa situazione si offre ad una possibile comprensione e possibile cambiamento, oppure permane oscura ed ineluttabile.

Dati Istat del 2017 segnalavano che il 45% degli italiani over 65 e il 18% degli over18 fosse affetto da una malattia cronica grave. Dati che parlavano da soli, senza necessità di commento, rendendo esplicita una situazione per cui lo stress di difesa che determina un’infiammazione persistente è funzione del tempo, ma non di un tempo astratto, solo orologio-dipendente, bensì di un tempo vissuto, di una qualità del tempo, di abitudini, stili di vita nel proprio ambiente esterno e dimensione interiore.
Va così intesa l’inflammaging, ossia l’età infiammata, simbolo di un prezzo da pagare troppo alto: il prezzo di un progressivo consumo, esaurimento ed errori del Sistema adattivo di difesa.
In tale direzione sono determinanti stili di vita anche diversi, ma simili nell’effetto che producono.
Lifestyle dell’abbondanza, con eccessi alimentari qualitativi/quantitativi, obeso-genico, dismetabolico.
Lifestyle della deprivazione, con carenza di principi nutrizionali, droghe/abitudini indotte.
Lifestyle del contrasto prolungato socio-familiare, con modalità conflittuali produttive e relazionali.

abstract da La Medicina Biologica n. 165
Mauro Piccini

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