SONNO E MICROBIOTA INTESTINALE

SONNO E MICROBIOTA INTESTINALE

In questa sede desidero focalizzare l’attenzione sulla composizione del microbiota intestinale in funzione del sonno e valutare dalla letteratura se i due elementi, sonno e microbiota, possono influenzarsi reciprocamente e se un eventuale disequilibrio può avere effetti sulla salute.

Le modalità di collegamento ed influenza tra microbiota e cervello sono quattro:

  • la prima via è quella della regolazione immunitaria.
    I batteri intestinali influenzano la funzione cerebrale attraverso l’interazione con le cellule immunitarie che regolano la produzione di citochine, di prostaglandine, in particolare PGE2, e di altri micro-fattori immunitari.
  • la seconda via è quella neuroendocrina.
    La mucosa intestinale contiene almeno 20 tipi di cellule entero-endocrine. tanto da far considerare l’intestino come l’organo endocrino più esteso dell’organismo.
    Il microbiota intestinale può influenzare l’Asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene ed il collegamento con il Sistema Nervoso Centrale, sia- attraverso questo- la secrezione di cortisolo, triptofano e serotonina.
  • la terza via è quella del nervo vago.
    Il microbiota intestinale può influenzare attraverso i recettori neuronali situati nel Plesso Mioenterico e da qui stimolare informazioni ascendenti mediate dal nervo vago.
  • la quarta via è quella dell’assorbimento delle sostanze tossiche.
    Direttamente o indirettamente i batteri componenti il microbioma intestinale producono sostanze che, se in eccesso o se favorite dalla rottura delle giunzioni serrate, riescono ad attraversare la barriera enterica, entrare in circolo e raggiungere il cervello o perché autorizzate al passaggio attraverso la Barriera ematoencefalica o perchè questa, a causa dell’infiammazione silente e persistente, è diventata permeabile alle tossine.

Queste quattro vie di comunicazione tra intestino e cervello assumono un’importanza fondamentale per la salute, soprattutto se correlate allo stile di vita.

I batteri che popolano l’intestino hanno evidenziato ritmi circadiani sia nella composizione della popolazione delle colonie sia sull’attività funzionale.
Alcuni lavori hanno evidenziato che Clostridi, Lattobacilli e Bacterioidi, che rappresentano circa il 60 % dell’intero microbiota intestinale, mostrano fluttuazioni diurne significative.
Bacteroides e Firmicutes, in particolare, hanno dimostrato variazioni cicliche correlate non soltanto all’assunzione ritmica del cibo e più in generale alla dieta, ma anche alle funzioni scandite dall’orologio biologico dell’ospite.

In diverse occasioni è stato dimostrato che il mancato rispetto del ritmo sonno/veglia in funzione della presenza di luce naturale e dell’espressione dei geni orologio può interferire in modo bilaterale con la composizione del microbiota intestinale. Ciò è particolarmente evidente nelle persone che per ragioni lavorative o, per stile di vita sono costrette ad attività notturne o comunque a non rispettare il ritmo sonno/veglia.

La perturbazione dell’Asse cervello-microbiota sono state associate a disturbi gastroenterici, depressione, malattia di Parkinson, ansia e riduzione delle capacità cognitive.

Poiché diverse patologie sono correlate alla circadianità del Sistema Neuroendocrino, è possibile che vi sia una correlazione tra malattia, ritmo sonno/veglia e composizione del microbiota intestinale.

Uno studio ha dimostrato che la mutazione dei geni orologio (geni che regolano i ritmi) all’interno di una popolazione di ratti provava l’alterazione del microbiota e che questa viene esacerbata da stimoli dietetici. Questo risultato evidenzia che la popolazione intestinale svolge un ruolo cruciale nel mantenimento della normale espressione dei geni dell’ ospite.
In questa rubrica ho già scritto circa l’importanza del sonno anche per ciò che riguarda il drenaggio tossinico cerebrale. In particolare, è stato evidenziato come il Sistema Glinfatico operi durante le ore notturne quando la produzione di noradrenalina diminuisce, fino quasi ad esaurirsi.
Questo neurotrasmettitore ad attività simil-ormonale prodotto dal surrene è in stretta connessione con lo stress che, tra l’altro, è in grado di provocare disturbi della qualità del sonno.

E’ possibile correlare questi due elementi con la composizione del microbiota intestinale in un unicum funzionale in cui ognuno di questi tre attori può influenzare in maniera fisiologica o patologica lo stato di salute dell’individuo. Una disbiosi intestinale può essere causa di stress e/o di alterazione della qualità del sonno.
Ciascuno di questi elementi può essere il primum movens di disturbi che riguardano gli altri due.

Tutto questo si inserisce in un contesto di valutazione dello stile di vita in generale, non solo alimentare, allo scopo di coordinare le diverse componenti dello stile di vita in funzione del recupero della salute.

I punti da prendere in considerazione sono:

  • Qualità del sonno. Occorre indicare l’importanza di un sonno ristoratore che duri almeno 6 ore (non più di 9) in un ambiente aerato, buio, privo di influenze elettromagnetiche.
  • Ritmo e qualità dei pasti. Bisogna focalizzare l’attenzione sul ritmo dei pasti che, in particolare, rispetti le pause tra un pasto e l’altro e che preveda una cena leggera in funzione proprio della qualità del sonno.
  • Gestione dello stress. Inserire pause quotidiane di relax, meditazione, lettura, preghiera ecc. in modo da ridurre al massimo l’esposizione ai momenti stressogeni.
  • Attività fisica. Si rileva uno strumento indispensabile sia per l’eliminazione delle tossine metaboliche sia per la produzione di endorfine ad azione antistress.

Da La Medicina Biologica n. 163
Dott. Mauro Piccini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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VITAMINA C: EFFICACE CONTRO VIRUS E BATTERI

VITAMINA C: EFFICACE CONTRO VIRUS E BATTERI

La vitamina C è in grado di contrastare i processi di ossidazione che avvengono nell’organismo e che sono strettamente correlati con l’invecchiamento e con le malattie provocate da virus e batteri.

La vitamina C (acido ascorbico o ascorbato, nel caso in cui ci si riferisca al sale sodico derivato dall’acido) è, com’è noto, un nutriente essenziale per l’organismo dell’uomo che, contrariamente alla stragrande maggioranza degli altri mammiferi, non essendo in grado di sintetizzarla per proprio conto, deve garantirsene l’apporto mediante l’alimentazione.

Quali sono le funzioni della vitamina C?

Contenuta in minime quantità negli agrumi, nella frutta e in molti vegetali, e in maggiori quantità in alcuni frutti “esotici”, la vitamina C assunta con gli alimenti, viene solo in piccola parte assorbita per svolgere le sue funzioni, che sono molto complesse e ancora non del tutto chiarite, ma che, a grandi linee, si possono distinguere in:

A) funzione enzimatica o “antiossidante” o “fisiologica”. La vitamina C, è il coenzima di almeno otto enzimi fondamentali per le cellule dell’organismo. In questo ruolo è coinvolta nel metabolismo dei neurotrasmettitori, dei lipidi e del collagene e, più in generale, il suo effetto antiossidante protegge l’organismo dagli effetti tossici dei radicali dell’ossigeno, che causano danni alle strutture cellulari determinando una vasta gamma di patologie, che spaziano da raffreddore comune alle malattie neurodegenerative, cardiovascolari e neoplastiche;

B) funzione pro-ossidante o “farmacologica”, che, in vitro, si estrinseca con uno straordinario effetto tossico, specifico e selettivo, sulle cellule tumorali.

Vitamina C: scarso interesse per una molecola non brevettabile

Di fatto, le funzioni della vitamina C sono molteplici, complesse e, purtroppo, non ancora definitivamente chiarite, dato lo scarso interesse della “comunità scientifica” per questa molecola, dai costi molto bassi e non brevettabile.

Contrariamente a quanto tramandatoci dalla tradizione della Medicina moderna, questa sorprendente molecola è, al tempo stesso, “riducente” e, “ossidante”, proprietà che ci consente di inquadrarla nel più ampio gruppo di sostanze definite “redox” (dalla combinazione dei termini inglesi “reducing” e “oxidating”).

Come tale, la vitamina C, è in grado da un lato di contrastare i processi di ossidazione che avvengono nell’organismo e che sono strettamente correlati con l’invecchiamento e la malattia (incluso il cancro) accentuando i processi ossidativi all’interno della cellula tumorale che, diversamente da quella normale, non possiede meccanismi di difesa efficienti contro i processi di ossidazione.

Illustri scienziati, come Irwin Stone, Linus Pauling, Albert Szent-Gyӧrgy e moltissimi altri, raccomandavano l’uso quotidiano di dosi massicce di Vitamina C, per prevenire tutte le malattie e garantire uno stato di salute ottimale; ma, da oltre settant’ anni, continuiamo ad ignorare questo consiglio!

Dott. Mauro Piccini
https://www.scienzaeconoscenza.it/

 

INTESTINO PULITO

INTESTINO PULITO

L’intestino viene definito anche come “secondo” cervello: ha innervazione propria indipendente dal Sistema Nervoso Centrale; è organo endocrino in quanto produce sostanze ormonali e network di comunicazione biochimica; è, inoltre, organo di confine dotato di un complesso sistema di controllo tanto da essere considerato parte integrante del Sistema immunitario.

E’ strettamente connesso con l’Asse ipotalamo-ipofisi-surrene; è.infatti, uno degli interpreti principali nella complessa rappresentazione dello stress.
E’ sede del microbiota intestinale, fucina di vitamine, proteine complesse e acidi grassi; è il solo organo in grado di produrre e trasmettere questi elementi vitali all’intero organismo.

Negli ultimi trent’anni la fisiologia degli organi del Tubo digerente è stata completamente rinnovata, approfondita e finalmente svelata.
Tutto ciò, purtroppo, non è molto servito a compiere sostanziali avanzamenti circa l’origine delle malattie: poco è conosciuto sull’origine della malattia di Crohn o della Colite ulcerosa, tantomeno sul perché del tumore del colon-retto che è, per incidenza il primo nel maschio ed il secondo nella femmina.

Riguardo alle intolleranze alimentari, i pareri medici sono molteplici e non sempre concordanti.
L’industria si adopera nella produzione di cibi innaturali, perché privi di nutrienti e composti da sostanze sospettate di essere “terribili nemici della salute”, ma nessuno si chiede perché qualcuno reagisce in modo diverso e, soprattutto, quale possa essere la reazione dell’organismo a questi “nuovi” alimenti, inevitabilmente ricchi di “chimica”.

La malattia infiammatoria intestinale ha uno stretto legame con lo stress, ma nessuno sa come contrastarla. E soprattutto nessuno sa come contrastare queste malattie.
Non progrediamo nella scoperta di nuovi farmaci e quelli attualmente considerati efficaci sono anti-qualcosa – antibiotici, antinfiammatori, ecc. ma nulla che si curi del terreno, ovvero delle condizioni dell’organismo che consentono alle malattie di attecchire.

Non abbiamo soluzioni a quest’ impasse, se non il tentativo di fare un passo ulteriore e diverso.

Von Bertalanffy per primo sostenne, nella Teoria dei Sistemi, che l’uomo è un Sistema di Flusso, ovvero una struttura che richiede energia, ha la capacità di trasformarla in lavoro e di eliminare le scorie che questo lavoro produce. Ovunque si arresti il flusso compare la malattia.

In considerazione di ciò analizziamo tre passaggi.
Il rifornimento di energia va inteso non solo come calorie ingerite, ma anche come materiale strutturale necessario. Un alimento carente di vitamine, ad esempio, non è completo e, dunque, rappresenta una minaccia per il sistema. Il lavoro della cellula per trasformare l’energia in azione vitale è strettamente dipendente dagli strumenti a disposizione e, ancora una volta, dalla qualità e completezza delle materie prime fornite.
Da ultimo i sistemi di drenaggio tossinico devono funzionare in modo corretto. Una qualunque alterazione dell’eliminazione delle scorie deve essere considerata come una fonte di malattia.

Prendiamo in considerazione il funzionamento basico dell’intestino, ovvero, l’eliminazione delle feci. In virtù di quanto affermato possiamo sostenere che un intestino che non funziona è una delle cause di malattia, non solo di quelle intestinali.

Limitando la nostra attenzione al colon e alla sua funzione di produzione e di eliminazione delle feci (con riassorbimento di acqua) cerchiamo di comprendere la dinamica del suo malfunzionamento e le possibili soluzioni.

1)  Il microbiota intestinale può essere alterato nei rapporti tra le colonie, produrre maggiori quantità di gas e di sostanze tossiche e minori quantità di sostanze indispensabili.
2) La funzione intestinale può essere minata da una carenza di afflusso ematico perché convogliato in altri distretti a causa dello stress cronico.
3) L’eliminazione delle feci è connessa con atteggiamenti psicologici che ne alterano la regolare funzionalità e periodicità.
4) Uno stato di infiammazione silente può condizionare la permeabilità della mucosa e lasciare entrare in circolo ematico sostanze potenzialmente pericolose e tossiche.
5) Le feci possano essere eccessivamente collose ed aderire alla parete intestinale in modo semi-permanente.

LE SOLUZIONI

1) Occorre insistere sulla ricolonizzazione dell’intestino con i 3 strumenti a nostra disposizione:
probiotici, prebiotici e stile di vita.
Ricordiamo che il probiotico può avere due funzioni, in acuto risolve un’alterazione immediata come una diarrea o un’infiammazione, ma la terapia per la disbiosi è lunga ed articolata nell’ordine di alcuni mesi di trattamento.
Per questo motivo è necessario associare i prebiotici, soprattutto se il paziente non è in grado o propenso a cambiare stile di vita.
Intervenire su quest’ultimo non è opzionale. L’intestino non riprende funzionalità senza la quantità ottimale di fibre, il movimento sufficiente e la corretta idratazione.

2) Lavorare sullo stress è di fondamentale importanza.

3) La digestione, a ben riflettere, è un processo infiammatorio. Una volta avviato il complesso meccanismo-biochimico della gestione del cibo, l’intera parete intestinale richiede più sangue, più cellule ematiche per affrontare il” nemico cibo”, riconoscerlo, suddividerlo, accettarlo o respingerlo.
La scelta di un alimento corretto, biologico e di provenienza conosciuta, che rispetti la stagionalità, che valga, che sia trattato il meno possibile dell’industria alimentare, si traduce in ultima analisi in una diminuzione della reazione infiammatoria dell’intestino.

Anche dare ordine all’ alimentazione con opportune pause tra i pasti può essere considerato un intervento antiinfiammatorio.
Ripristinare l’eubiosi intestinale e lavorare sullo stress sono procedure finalizzate allo stesso obiettivo.

4) La qualità delle feci è condizionata dal cibo, dai batteri e dalla qualità della peristalsi. Un eccesso di farine raffinate produce feci più collose ed aderenti alle pareti del colon.
In questo caso, oltre all’inevitabile infiammazione che ne consegue, la parete del colon può partecipare meno alla spinta peristaltica.
Un eccesso di grassi può rendere le feci dure e di difficile progressione; alterazioni batteriche possono produrre un eccesso di fermentazione con dolori e gonfiore; una carenza alimentare di fibre può ridurre la produzione gassosa dei batteri al punto di rallentare la progressione fecale per mancata distensione delle pareti.

Occorre intervenire inserendo farine integrali in luogo di quelle raffinate o, meglio, cereali in chicchi; occorre anche adeguare l’introduzione delle fibre con frutta e verdura, idratare correttamente e, nel caso, ridurre anche l’eccesso ponderale.

Tratto da La Medicina Biologica n. 163

L’approccio con la medicina funzionale permette di analizzare e determinare i punti in carico ed impostare un adeguato trattamento a livello alimentare e comportamentale, affiancato ad un recupero funzionale con approccio fitoterapico ed omeopatico.

Dott. Mauro Piccini

 

 

 

 

UN MONDO DI MALATI CRONICI, NEL 2020 SARANNO l’80%

UN MONDO DI MALATI CRONICI, NEL 2020 SARANNO l’80%

Hanno un’insorgenza graduale nel tempo, cause multiple e non sempre identificabili e richiedono assistenza sanitaria a lungo termine, con cure continue e non risolutive. E oggi cominciano ad interessare anche i bambini e gli adolescenti.

È l’identikit delle Patologie Croniche, responsabili a livello globale dell’86% di tutti i decessi, con una spesa sanitaria di 700 miliardi di euro.

Le malattie croniche nel 2020 rappresentano l’80% di tutte le patologie nel mondo, con il diabete che è tra quelle che cresce più rapidamente. 

Questo è quanto è emerso dal workshop istituzionale “Il Paziente al centro: la gestione integrata della cronicità” che si è svolto a Febbraio 2017 nell’ambito del progetto “Insieme per il cuore”.

In questa occasione i rappresentanti istituzionali e le Società scientifiche si sono confrontati sul Piano Nazionale della Cronicità, approvato lo scorso settembre dalla Conferenza Stato-Regioni, e hanno analizzato nuovi modelli di cura, con focus specifici sulla gestione integrata del paziente diabetico anziano e del paziente post sindrome coronarica acuta (SCA).

L’Italia, con una percentuale di over 65 sul totale della popolazione, pari al 21,2%, è in prima line e il diabete è “un’emergenza: “solo un paziente su tre ha un adeguato controllo e di conseguenza le complicanze cardiovascolari, renali, oculari determinano un altissimo impatto socio-economico per il Sistema sanitario nazionale”.

Il diabete nel nostro Paese colpisce circa 3,6 milioni di persone (con un altissimo impatto economico per il Servizio sanitario nazionale e costi complessivi stimati in 20,3 miliardi di euro l’anno..) ed entro il 2035 sfiorerà in Europa il tetto dei 70 milioni di pazienti, contro gli attuali 52 milioni.

Attualmente circa due milioni e 600mila anziani vivono in Italia in condizione di disabilità e il 51% della spesa per i ricoveri ospedalieri è attribuita alla fascia di età over 65: “una vera e propria emergenza sanitaria – è emerso dall’incontro – che cambia il modello stesso dell’assistenza spostando sempre più il baricentro dall’ospedale al territorio”.

In Europa, malattie come lo scompenso cardiaco, l’insufficienza respiratoria, i disturbi del sonno, il diabete, l’obesità, la depressione, la demenza, l’ipertensione e l’ipercolesterolemia colpiscono l’80% delle persone oltre i 65 anni e con il progressivo invecchiamento della popolazione le malattie croniche diventeranno sempre più la principale causa di morbilità, disabilità e mortalità.

Ma il problema non è solo degli anziani, poiché oggi anche i bambini e i giovani in generale ne vengono ad essere colpiti.

L’ipertensione primitiva (essenziale), ad esempio, rappresenta un problema crescente sia nel bambino che nell’adolescente (con una incidenza del 5% sulla popolazione giovanile). E i soggetti esposti a un rischio maggiore di ipertensione sono proprio quelli in eccesso ponderale (qui la percentuale sale al 20%), quelli nati di basso peso e quelli con un’anamnesi familiare positiva per ipertensione arteriosa. E non è tuttavia escluso che anche in bambini che non presentano questi fattori di rischio possano essere rilevati valori di pressione arteriosa elevati.

Per affrontare la sfida il ministero della Salute – Direzione generale della Programmazione sanitaria – ha messo a punto il Piano nazionale della cronicità che disciplina le modalità di assistenza dei pazienti affetti da malattie croniche, armonizzando a livello nazionale le attività e prevedendo:

  • l’ospedale come snodo di alta specializzazione;
  • l’integrazione tra l’assistenza primaria, centrata sul medico di medicina generale, e le cure specialistiche;
  • la continuità assistenziale per supportare il paziente in ogni fase;

Il potenziamento delle cure domiciliari e la riduzione dei ricoveri ospedalieri e soprattutto i piani di cura personalizzati sono i capisaldi della strategia che ha l’obiettivo “di migliorare la tutela per le persone affette da malattie croniche, riducendone il peso sull’individuo, sulla sua famiglia e sul contesto sociale”.

Dott. Mauro Piccini

https://www.omeopatiasimoh.org/un-mondo-malati-cronici-nel-2020-saranno-l80/

PROBIOTICI: LE TRAPPOLE DEL WEB

PROBIOTICI: LE TRAPPOLE DEL WEB

Occhio alle informazioni on line sui probiotici: nella maggior parte dei casi sono di carattere commerciale, derivano da fonti poco affidabili, nascondono gli effetti collaterali e promuovono impieghi non supportati da dati scientifici sufficienti.

L’allarme giunge dalle colonne di Frontiers in medicine per voce di un gruppo di ricercatori guidati dall’italiano Pietro Ghezzi che, dopo anni di lavoro all’Istituto Mario Negri di Milano, dal 2008 insegna alla Brighton and Sussex medical school in Inghilterra.

Alla luce del grande interesse che suscita l’argomento e della mole di dati circolanti, Ghezzi e colleghi hanno deciso di valutare le informazioni a cui il pubblico è esposto in caso di ricerche online.

Sono state prese in esame le prime 150 pagine web risultanti da una ricerca su Google con la parola chiave  probiotici. Diversi i criteri di valutazione. Innanzitutto, il profilo della fonte (commerciale, istituzionale, giornalistico-informativa, professionale e così via). Poi il cosiddetto punteggio Jama (Journal of the american medical association) basato su: presenza di firma/autore, data di pubblicazione e aggiornamento, indicazione del proprietario del sito e citazione delle referenze bibliografiche. E, ancora, presenza dell’HONcode, una certifcazione terza del sito basata su elementi quali, per esempio, autorevolezza, trasparenza, protezione dei dati, citazione delle fonti. Infine, gli autori annotavano se venivano indicate le specie dei microrganismi citati e se l’informazione fosse completa in termini di potenziali benefici ed effetti collaterali. Le evidenze scientifiche dei benefici promessi sono state verificate usando come riferimento la Cochrane library.

I risultati hanno evidenziato come soltanto il 10% delle pagine web soddisfaceva tutti i criteri di valutazione, solo il 40% riportava informazioni prudenti sui benefici, solo il 35% aveva riferimenti bibliografici e solo il 25% menzionava potenziali effetti collaterali.

“Tali dati ci hanno portato a diverse conclusioni” sottolineano gli autori. “Innanzitutto, le tipologie più frequenti di pagine web restituite da Google sono di carattere commerciale. Queste, poi, forniscono mediamente le informazioni meno affidabili e molti dei benefici dichiarati non sono supportati da prove scientifiche. In molti casi addirittura i risultati di ricerche sui topi sono stati utilizzati per sostenere affermazioni sui benefici dei probiotici nell’uomo”.

Non solo brutte notizie, però. Infatti, la cosiddetta Top10, ovvero i primi dieci risultati della ricerca on line, che poi sono quelli su cui si sofferma la maggior parte delle nostre scelte, è risultata quella con il giudizio qualitativo migliore, segno che Google ha impostato criteri rigorosi al suo algoritmo per la classificazione dei siti.

Così conclude Ghezzi: “E’ un bene che Google abbia sviluppato nel tempo parametri severi per valutare i siti web relativi alla salute. Ciononostante, però, dovremmo sempre chiederci da dove provengono le informazioni che stiamo ricevendo. Google dà la priorità alle pagine web contenenti le informazioni più complete e scientificamente affidabili sui probiotici e questi hanno un posizionamento più elevato rispetto ai siti web commerciali. Tuttavia, il fatto che vi sia una così grande quantità di informazioni orientate al mercato risulta un problema laddove i consumatori sono invece alla ricerca di risposte trasparenti e non condizionate”.

http://www.nutrientiesupplementi.it/index.php/attualita/item/713-le-trappole-del-web-nell-informazione-sui-probiotici

Dott. Mauro Piccini

NUOVA EPIDEMIA, VECCHIE PAURE

NUOVA EPIDEMIA, VECCHIE PAURE

A cura del Dottor Eugenio Serravalle

I virus sono capaci da sempre di suscitare allarmi e paure. Sono responsabili di gravi emergenze sanitarie. Sono imprevedibili e pericolosi, non risentono degli antibiotici e si muovono velocemente nel mondo globalizzato.

A conquistare oggi le luci della ribalta è un nuovo coronavirus, simile al MERS-CoV e al SARS-CoV, ma capace di disegnare scenari “ai confini della realtà, sembra la fine del mondo” come si legge sui social network cinesi. Per cercare di fermare il virus le autorità cinesi hanno disposto una quarantena di proporzioni mai tentate prima nella storia. In dieci città è stato imposto il blocco dei trasporti coinvolgendo 32 milioni di cittadini; sono stati bloccati i movimenti in uscita da Wuhan, l’epicentro dell’infezione: niente voli, niente treni, posti di controllo ai caselli delle autostrade, non si possono varcare i confini delle città a meno di «avere ragioni specifiche».

Del nuovo coronavirus 2019-n-coV sappiamo ancora poco: avrebbe fatto un salto di specie dall’animale all’uomo, si trasmette ora da persona a persona per contatto ravvicinato ma non sappiamo ancora quale sia l’incubazione e la contagiosità, non disponiamo di dati certi sulla diffusione del focolaio iniziale e sulla gravità clinica.  Come gli altri coronavirus umani, causa malattie del tratto respiratorio superiore da lievi a moderate, come il comune raffreddore, con naso che cola, mal di testa, tosse, gola infiammata, febbre e una sensazione generale di malessere o può interessare il tratto respiratorio inferiore, con polmonite o bronchite, più comuni nelle persone con preesistenti patologie croniche dell’apparato cardio-vascolare e/o respiratorio, e in soggetti con un sistema immunitario indebolito, nei neonati e negli anziani.

Non è il primo allarme epidemico cui stiamo assistendo. 

E’ giusto mettere in guardia la popolazione contro una epidemia, ma bisogna cercare di non sbagliare le previsioni. Dal momento che sono davvero ancora tanti i quesiti che non hanno risposte su questo nuovo virus, occorre cautela per non incorrere negli errori commessi in precedenza. Previsioni errate furono quelle del 2009, sull’”influenza suina”: il tasso di letalità del virus risultò più basso di quello delle comuni influenze stagionali. Allo stesso modo furono errate quelle sull’epidemia di Ebola del 2014: in questo caso il virus era certamente molto letale, ma con bassa capacità di diffusione.  Gli errori, peraltro, vanno sempre nella stessa direzione, quella di accrescere/drammatizzare i possibili effetti di un’infezione, un’influenza, un contagio, di prefigurare scenari estesi, epidemici se non proprio pandemici. Gli errori insomma, non solo fanno scattare l’allarme nell’opinione pubblica su scala internazionale, ma sembrano quasi mirati a creare un clima comunque sempre bendisposto verso le misure di attenzione e profilassi di volta in volta sostenute dalle autorità sanitarie.  Questa considerazione, e quelle successive, sono tratte, per gentile concessione dell’Autore, dal libro di Roberto Volpi “Dall’Aids a Ebola Virus ed epidemie al tempo della globalizzazione. Vita e pensiero”, un volume edito nel 2015 attualissimo e prezioso per comprendere cosa stia succedendo oggi.

I reportage dalla Cina, le persone con le mascherine che fanno scorte di farmaci e alimenti, alimentano quella paura che è sempre presente in tutti noi, che si risveglia alla lettura di libri, articoli, o alla visione delle serie televisive o dei disaster film sui terrificanti effetti di un virus mutato o sconosciuto o comunque fuori controllo.

 

La paura è che diventi concreta la minaccia davvero globale e davvero capace di mettere a rischio la stessa sopravvivenza dell’umanità, o, in subordine, di falcidiare una quota paurosamente alta della stessa, come successe alla metà del Trecento in Europa con la peste nera.  Non si può leggere nella sfera di cristallo, va da sé; ed ipotizzare cosa accadrà a gioco lungo è sempre peggio che azzardato. Anche se escludere in via di principio una possibilità come questa non sarebbe neppure scientifico, si può però ragionevolmente pensare che non ci sarà un radde rationem finale di questa ferocia tra noi e i virus. Occorre ricordare un dato formidabile e formidabilmente dimenticato: la speranza di vita alla nascita; la vita media dei 7 miliardi di individui che calpestano oggi il suolo del pianeta ha raggiunto e superato una quota che fino all’altro ieri sembrava alla portata dei soli paesi sviluppati e benestanti, tanto è alta: 70 anni.  La speranza di vita alla nascita è aumentata grazie alla rapida e consistente contrazione della mortalità infantile e ad una parallela contrazione della mortalità dovuta a malattie infettive e contagiose. Gli ultimi cinquant’anni hanno registrato un’inconfutabile regressione delle malattie e ancor più delle morti dovute a cause infettive. Oggi si può ben dire che ci fanno paura le malattie infettive contagiose non già perché siamo nel momento della loro massima espansione, bensì, tutto il contrario, perché siamo in quella del loro più evidente precipitare:  la nostra paura non deriva dalla conoscenza personale che abbiamo di queste malattie terribili, ma dalla progressiva perdita di confidenza con esse, del nostro continuo allontanarci da una loro troppo incombente e ravvicinate presenza. Un allontanamento che è stato anche qui culturale e perfino antropologico, che non si è fermato affatto al piano della salute e della malattia: oggi migliori condizioni di vita per una parte sempre più grande di umanità sono capaci di contrastare virus e batteri dannosi per l’uomo. La forza di resistenza organica delle popolazioni, specialmente di quelle occidentali (ma stanno acquisendo questa resistenza pressoché tutte le popolazioni del mondo, anche se una dozzina di paesi africani e alcuni dell’Europa orientale procedono più a rilento), rappresentata da un benessere fisico mai così intenso e prolungato, è la prima barriera che l’umanità frappone fra sé e l’azione di virus e batteri capaci di farci ammalare e morire. Dimenticare o sottovalutare tale fattore, per fissare in modo pressoché esclusivo l’attenzione sull’azione di medicinali e vaccini è un segno di scarsa lungimiranza specialmente se a commettere questo errore sono organismi e autorità sanitarie responsabili di programmi e interventi di salute pubblica.

La questione dirimente ora, quando si parla di problematiche come la possibilità di nuovi morbi infettivi e contagiosi devastanti per l’umanità, o per grandi parti di essa, è proprio questa: la sottovalutazione degli stessi fattori che fanno da argine, nelle condizioni attuali, alla possibilità di malattie davvero distruttive su una scala mondiale. È proprio la globalizzazione a funzionare da deterrente, è proprio il mondo interconnesso, ipercollegato anche a motivo della sua densità di popolazione, a opporsi. A proteggerci dall’azione degli agenti di malattia sono quegli stessi caratteri globali che sono visti come elementi di debolezza. Tutti i dati dimostrano, per esempio, che i flussi migratori dai paesi più poveri a quelli più ricchi non comportano alcun abbassamento della speranza di vita gli abitanti dei paesi ricchi bensì un innalzamento di quella dei migranti.

La popolazione mondiale gode di condizioni di vita che non sono mai state migliori e le prospettive – specialmente per quanto riguarda l’alimentazione – sono favorevoli a ulteriori passi in avanti. Virus e batteri patogeni si scontrano con questa realtà. Il primo grande fattore che ne ostacola la diffusione, e perfino l’insorgenza è proprio questo. Non si deve mai dimenticare che ridurre la fame nel mondo, migliorare le condizioni di vita di popolazioni che sono ancora troppo indietro rispetto alle altre, è anche la più formidabile azione di sanità pubblica su scala mondiale che si possa immaginare, è la miglior difesa contro le stesse possibilità di insorgenza di virus e microbi pericolosi!

Si ritiene che la globalizzazione, con la facilità e l’aumento del trasporto globale, favorisca la diffusione di epidemie che diventano in breve tempo pandemie. In realtà, avviene il contrario.  È senz’altro vero che i virus viaggiano con noi, che siamo noi i loro vettori ultimi grazie ai quali infettano altre persone, essendo i virus parassiti totali, che mostrano cioè la loro vitalità unicamente quando, una volta penetrati in una cellula, il loro materiale genetico induce l’ospite a sintetizzare altri virus, scatenando così la malattia. Ma si tratta di una parte della verità perché l’altra parte, ancora più importante, è che mentre noi arriviamo a destinazione così come siamo partiti, anche dopo aver viaggiato nel breve arco di 24 ore da un capo all’altro del pianeta, per i virus questa semplicità di movimento non è per niente scontata. Un virus che nel giro di una manciata di ore fa un balzo di migliaia e migliaia di chilometri, da un ambiente a un altro, da un clima da un altro, non sbarca dall’aereo come succede a noi, integri e nelle consuete condizioni di forma, semmai solo un poco stanchi. Non è così che avviene la diffusione di un virus al tempo del mondo globale e delle reti di comunicazione ad alta e altissima velocità. Al più, per noi, c’è da smaltire un po’ di jet lag, ma i virus da questo balzo escono fatalmente più deboli, depotenziati. Il virus A/H1N1, quello della suina, partì dal Messico con un elevato livello di mortalità, che si ridusse negli Stati Uniti, pure confinanti, e ben di più nell’altra parte dell’oceano, in Europa. Il virus della SARS fu riscontrato dalle autorità canadesi, dopo essere partito dal Vietnam, ma in Canada non ebbe conseguenze. Infiltrati nei nostri organismi, nelle nostre cellule, i virus stanno protetti nella misura in cui diamo loro il tempo di abituarsi ai nuovi luoghi di approdo, alle tappe che di volta in volta raggiungiamo e superiamo. Il salto praticamente atemporale – fuori dal tempo, che non impiega tempo – da un luogo all’altro, a maggior ragione se lontano da quello di origine, ne stempera quantomeno le caratteristiche più aggressive, o la grande diffusività o l’alto livello di letalità, o tutte e due, ammesso e non concesso che un virus possa davvero possedere in quantità entrambe queste caratteristiche – e, al momento, di nessun virus si può davvero dire che le possieda al massimo grado entrambe. Nessun virus che si trasmette per via aerea ha un alto grado di letalità, così come nessun virus con un alto grado di letalità si diffonde per via aerea o ha facilità a diffondersi. 

La globalizzazione non aiuta i virus, dunque, ne ostacola, al contrario, in più modi la diffusione. Seppure sembri aumentare le possibilità di infezione facilitando l’approdo dei virus dai luoghi di insorgenza ad altri anche molto lontani, in pratica ne depotenzia l’azione, la pericolosità, la stessa diffusività grazie proprio alla velocità degli sbalzi da un ecosistema all’altro. L’acclimatazione di virus che nascono e si propagano in particolari condizioni ecologico-ambientali ha tempi che la globalizzazione di norma non concede loro, privandoli di percorsi graduali e tappe di passaggio. Il loro essere parassiti totali non è più un vantaggio nel mondo globale di oggi. Noi siamo già adattati, i virus no. Costretti ai nostri stessi tempi negli ambienti più dissimili, i virus non ce la fanno a tenere il nostro passo.

Almeno, sino ad oggi.

http://www.assis.it/nuova-epidemia-vecchie-paure/?fbclid=IwAR1g8Vo1sfu00TRuFEGFFQ_wAWF2uI_eZcJ0MqLQHDE4-zpqoSQtmJz3fB0

Dott. Mauro Piccini

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