ALLERTA ANTIBIOTICI, AIFA HA SEGNALATO DIVERSI FARMACI DI USO COMUNE: RISCHIO DI GRAVI EFFETTI COLLATERALI

I farmaci segnalati dall’Aifa perché potenzialmente pericolosi verranno ritirati dal commercio

Allerta dell’Agenzia Italiana del farmaco (Aifa) su alcuni antibiotici di uso comune per il rischio di gravi effetti collaterali “invalidanti, di lunga durata e potenzialmente permanenti“. Si tratta di medicinali che contengono fluorochinoloni e chinoloni, che verranno ritirati dal commercio. L’Agenzia ha diffuso una nota con delle indicazioni rivolte ai medici. “Sono state segnalate con gli antibioticichinolonici e fluorochinolonici – si legge nell’allerta pubblicata sul sito dell’Aifa – reazioni avverse invalidanti, di lunga durata e potenzialmente permanenti, principalmente a carico del sistema muscoloscheletrico e del sistema nervoso. Di conseguenza, sono stati rivalutati i benefici ed i rischi di tutti gli antibiotici chinolonici e fluorochinolonici e le loro indicazioni nei paesi dell’UE. I medicinali contenenti cinoxacina, flumechina, acido nalidixico e acido pipemidico verranno ritirati dal commercio“.

Ai medici viene indicato di non prescrivere tali medicinali in casi quali il trattamento di infezioni non gravi o per infezioni non batteriche.
Prudenza nella prescrizione e’ raccomandata per i pazienti anziani o con compromissione renale o sottoposti a trapianto d’organo. Il medico deve inoltre informare il paziente di “interrompere il trattamento ai primi segni di reazione avversa grave quale tendinite e rottura del tendine, dolore muscolare, neuropatia” e di consultare il proprio medico per ulteriori consigli.

L’EMA (Agenzia europea del farmaco), si legge ancora nell’allerta dell’Aifa, “ha riesaminato nei mesi scorsi gli antibiotici chinolonici e fluorochinolonici per uso sistemico ed inalatorio per valutare il rischio di reazioni avverse gravi e persistenti (che durano mesi o anni), invalidanti e potenzialmente permanenti, principalmente a carico del sistema muscoloscheletrico e del sistema nervoso. Le reazioni avverse gravi a carico del sistema muscoloscheletrico includono tendinite, rottura del tendine, mialgia, debolezza muscolare, artralgia, gonfiore articolare e disturbi della deambulazione. Gli effetti gravi a carico del sistema nervoso periferico e centrale includono neuropatia periferica, insonnia, depressione, affaticamento e disturbi della memoria, oltre che compromissione della vista, dell’udito, dell’olfatto e del gusto. Sono stati segnalati soltanto pochi casi di queste reazioni avverse invalidanti e potenzialmente permanenti, ma è verosimile una sotto-segnalazione. A causa della gravità di tali reazioni in soggetti fino ad allora sani, la decisione di prescrivere chinoloni e fluorochinoloni dev’essere presa dopo un’attenta valutazione dei benefici e dei rischi in ogni singolo caso”.

 

http://www.meteoweb.eu/2019/04/allerta-antibiotici-aifa-farmaci-effetti-collaterali-info/1250057/?fbclid=IwAR1o0VoNc8A3HAIjwaqwxoAXGcZxqHYx3TPBtdS2L2iCQAy466uwruY9mMk

RIPOSO E BENEFICI SULL’EQUILIBRIO PSICO-FISICO

Perché il riposo è così importante? Durante il sonno il nostro corpo elimina le tossine e rigenera le cellule e i tessuti. Durante la fase REM il sonno diventa più leggero e … si sogna

Chi dorme troppo. Chi dorme troppo poco. Chi si sente stanco anche dopo una lunga notte di sonno e chi invece dopo poche ore si trova nel letto con gli occhi sbarrati. Chi ha un cedimento a metà giornata, chi è più reattivo la mattina e chi, al contrario, è più lento a carburare e si attiva quasi al crepuscolo… Il rapporto che ognuno di noi ha col sonno e col concetto di riposo è assolutamente unico e personale.

Questo non significa che non ci siano delle “regole di buona condotta”. Perché, per quanto soggettivo possa essere, il sonno è un bene prezioso e fondamentale per il benessere di tutti. Nessuno escluso. E i disturbi del sonno possono creare problemi a chiunque. Ma perché è così importante? Cosa succede quando dormiamo?

PERCHÉ IL RIPOSO È COSÌ IMPORTANTE

Nel momento in cui il nostro corpo è nella fase di sonno, il suo assetto biochimico cambia e si attivano una serie di funzioni vitali fondamentali per il mantenimento del benessere psicofisico. In questo gioca un ruolo fondamentale il nostro cervello che, nonostante la sensazione di perdita di coscienza che associamo al sonno, resta in realtà in parte vigile. Diciamo, per semplificare, che è come se, non dovendo prestare attenzione a tutto ciò che abbiamo intorno, alle reazioni che dovremmo mettere in atto, alle risposte che dovremmo dare all’ambiente, il nostro cervello riuscisse, nella quiete della notte, a concentrarsi su tutte quelle piccole e grandi azioni che richiedono calma, pazienza e silenzio.

Volendo riassumere in due macro aree, il sonno permette al nostro corpo di compiere principalmente 2 azioni:

1. L’ELIMINAZIONE DELLE TOSSINE

Durante il sonno, l’attività metabolica rallenta e il sistema glinfatico (una sorta di sistema linfatico che agisce in sinergia con le cellule gliali, strettamente collegate al funzionamento dei neuroni nel sistema nervoso) si attiva per drenare ed espellere le proteine tossiche prodotte dal cervello nella fase di veglia. Questi scarti vengono drenati attraverso gli spazi intercellulari che aumentano durante il sonno proprio per permettere il drenaggio1. Verranno poi indirizzati al fegato che provvederà al loro smaltimento2.

2. LA RIGENERAZIONE CELLULARE E DEI TESSUTI

Con le attività metaboliche rallentate e l’attività cerebrale più “libera” dalle incombenze della veglia, anche l’attività cellulare si concentra maggiormente su se stessa e sulla sua propria rigenerazione e riparazione. Questo accade ad esempio ai muscoli che, mentre dormiamo, si rilassano e hanno modo di rigenerarsi riparando le microlesioni che le attività della giornata hanno comportato; o anche alla pelle: durante il giorno, infatti, il nostro corpo rilascia ad essa proteine ed enzimi in quantità minore rispetto alla notte, perché durante la fase di veglia servono per altri scopi. Mentre riposiamo, invece, le attività metaboliche si riducono e c’è una maggior disponibilità di questi elementi da dedicare al rinnovamento cellulare epidermico.

Inoltre, un recente studio condotto da Michele Bellesi, Giulio Tononi e Chiara Cirelli, dell’Università del Wisconsin, e pubblicato su The Journal of Neuroscience3, dimostra che, durante il sonno, aumenta la produzione delle cellule che vanno a formare la mielina, una sorta di guaina protettiva isolante che consente la corretta veicolazione degli impulsi nervosi: questo spiegherebbe perché un sonno ristoratore e la giusta quantità di riposo ci permettono di essere più lucidi, reattivi e durante il giorno e di come, invece, i disturbi del sonno possono metterci in difficoltà.

Non solo. Il sonno serve per riorganizzare e consolidare la memoria. Il cervello infatti approfitta della “pausa” notturna per rielaborare ciò che ci è successo durante la giornata. Attraverso il monitoraggio dell’attività cerebrale durante il sonno, infatti, si è scoperto che il tipo di onde prodotte dal cervello e le aree cerebrali che si attivano sono le stesse di quando ricordiamo eventi passati che ci sono capitati. In più, rielaborando l’accaduto e memorizzandolo, il cervello apprende.

Insomma, anche se durante il sonno viviamo una situazione di non-coscienza, non si può dire lo stesso del cervello.

Ma se mentre riposiamo accade tutto questo, cosa accade se non dormiamo abbastanza?

EFFETTI DELLA MANCANZA DI RIPOSO SULL’ORGANISMO

Abbiamo visto cosa accade al nostro corpo quando siamo “impegnati” a dormire. Ma se non dormiamo gli effetti non si limitano al fatto che non accade tutto ciò. Le implicazioni, le conseguenze e gli effetti dei disturbi del sonno sulla nostra quotidianità infatti possono essere molto pesanti.

Basti pensare a cosa ci accade, nel piccolo, quando attraversiamo un periodo nel quale siamo costretti a rinunciare a qualche ora di sonno: ci sentiamo più affaticati, lo sforzo fisico ci pesa di più, abbiamo difficoltà a concentrarci, siamo più irascibili… e il pensiero vola al tanto agognato momento in cui andremo finalmente a dormire! Se la situazione diventa reiterata e, peggio ancora, cronica, gli effetti del cattivo riposo possono condizionare la nostra vita sociale con episodi di perdita della memoriamal di testa, stress, sbalzi d’umore, ansia, diminuzione dell’attenzione, della capacità di vigilanza e, nei casi più estremi, persino allucinazioni e psicosi. Non per niente la deprivazione del sonno è una delle torture utilizzate per indurre i prigionieri a rivelare i loro segreti. Quando non dormiamo siamo più fragili, meno reattivi, meno lucidi e in un certo senso più indifesi.

DORMIRE E RIPOSARE

Capita che anche dopo una notte di sonno ci svegliamo con la sensazione di essere ancora molto stanchi. Questo succede quando, anche se effettivamente abbiamo dormito, non abbiamo, di fatto, riposato. Stress, tensioni, comportamenti scorretti che ostacolano i cicli del sonno possono essere alcune delle cause. Ma prima di capire come evitare questa spiacevole sensazione, vediamo brevemente come funziona il sonno.

COME FUNZIONA IL SONNO NOTTURNO

Il sonno si sviluppa in fasi:

  • Fase NON REM 1: addormentamento. La muscolatura si rilassa, la temperatura corporea inizia a calare e l’attività cerebrale rallenta. Si può essere svegliati facilmente. È in questa fase che a qualcuno capita di avvertire quella strana sensazione di cadere nel vuoto e che causa un’improvvisa contrazione muscolare.
  • Fase NON REM 2: fase di sonno leggero. La temperatura continua a scendere, le attività metaboliche rallentano, il cervello continua a lavorare come in fase di veglia (le onde cerebrali prodotte sono infatti molto simili) e i muscoli alternano fasi di tonicità a fasi di rilassamento.
  • Fase NON REM 3 e 4: fase di sonno profondo. Rallenta il battito cardiaco, la temperatura scende ancora, le attività metaboliche sono ridotte al minimo, l’organismo inizia a rigenerarsi.
  • Fase REM: avviene dopo circa 90 minuti dall’addormentamento. Il sonno si fa più leggero, le attività cerebrali si fanno più intense (talvolta simili a quelle di veglia) ed è caratterizzata da movimenti degli occhi molto rapidi e in diverse direzioni. È in questa fase che sogniamo.

Queste fasi si ripetono ciclicamente nell’arco della notte con questa struttura, anche se tendenzialmente le fasi NREM 3 e 4 si verificano nei primi due cicli, mentre la fase REM diventa più lunga avanzando nel corso del sonno, andando da 10 minuti iniziali fino a raggiungere i 90 minuti.

Ma perché l’alternanza sonno/veglia viene generalmente a coincidere con l’alternanza notte/giorno? Non è un caso né una convenzione. Questo rapporto ha invece una stretta correlazione di causa/effetto legata ai cosiddetti ritmi circadiani, ovvero le sequenze che il bioritmo del corpo umano segue per assicurarsi la sopravvivenza. I ritmi circadiani sono governati principalmente dal bilanciamento fra cortisolo, l’ormone che tiene svegli, e la melatonina, che invece induce, e che sono particolarmente recettivi e reattivi alla presenza o assenza di luce. Insomma, il nostro corpo riconosce quando si fa buio e si auto indirizza verso una fase di riposo.

TECNICHE DI RILASSAMENTO PER RIPOSARE MEGLIO

Proprio per riposare al meglio e trarre i massimi benefìci dalle ore di sonno è bene assecondare questa predisposizione naturale. Per farlo basta adottare qualche piccolo accorgimento. Ad esempio:

  • evitare di usare computer o cellulare prima di andare a dormire, perché la luminosità degli schermi di questi dispositivi, infatti, viene percepita dagli occhi (e quindi dal cervello) come la luce diurna, cosa che inibisce la produzione di melatonina e l’attivazione del suo effetto soporifero, allontanando quindi il momento del sonno;
  • fare un bagno caldo un’ora prima di andare a dormire favorisce il rilassamento muscolare e, l’abbassamento della temperatura corporea uscendo dall’acqua calda, mima al nostro corpo l’abbassamento di temperatura che si verifica mentre dormiamo, preparandolo così al sonno;
  • cercare di dormire in una stanza quanto più possibile buia e con una temperatura di 15°-20°C;
  • evitare la presenza di campi elettromagnetici nella stanza nella quale si dorme, poiché interferiscono con la produzione di melatonina e serotonina e vanno allontanati quanto più possibile dal corpo;
  • ridurre lo sport e l’attività fisica intensa a ridosso delle ore da dedicare al sonno: lo sforzo fisico e la tensione emotiva legati all’attività sportiva infatti producono adrenalina, fondamentale per la reattività, ma controproducente, per ovvi motivi, se si vuole prendere sonno;
  • mangiare cibi sani a qualche ora di distanza prima del sonno, in modo da non sovraccaricare il metabolismo e permettere una corretta e completa digestione prima di coricarsi. Col sonno infatti anche la digestione rallenterebbe gravando sulla qualità del nostro riposo.

CIBO E SONNO: DUE BISOGNI PRIMARI LEGATI FRA LORO.

Come abbiamo visto è meglio non mangiare troppo a ridosso del momento in cui andremo a dormire: di notte le attività metaboliche rallentano e tutto ciò che introdurremo non verrà trasformato in energia e bruciato, ma al contrario verrà assimilato e non smaltito.

Al di là di quando mangiamo, poi, ci sono cibi che favoriscono il buon riposo e altri che lo ostacolano. Ad esempio, nella prima categoria troviamo i legumi, la frutta secca, il latte, gli spinaci, le banane, le ciliegie, le uova, il pesce, la carne.

Alimenti e bevande che, al contrario, ostacolano il naturale avviamento al sonno e che possono creare disturbi al suo corso naturale, sono i cibi speziati, gli insaccati, i formaggi stagionati, la soia, il tofu e il miso (contengono alte quantità di tiamina, da evitare prima di dormire) e ovviamente gli energy drink e la caffeina. Un discorso a parte va fatto per l’alcol che, se da un lato favorisce il rilassamento, dall’altro induce frequenti risvegli diventando quindi foriero di sonno disturbato.

Ma se è vero che il cibo influenza il riposo, è anche vero il contrario: dormire troppo o troppo poco ha dei riflessi sulla sensazione di fame e sulla nostra tendenza a mettere su peso. Restando svegli troppo a lungo, infatti, e interferendo col naturale andamento del ritmo circadiano, portiamo il nostro corpo a pensare di dover far fronte al periodo di veglia: viene indotto quindi a farci sentire lo stimolo della fame per poter far fronte alla richiesta di energia che lo stato di veglia richiede. Anche se è notte fonda.

Al contrario, dormendo troppo, il metabolismo rallenta per un periodo prolungato aumentando il rischio di incorrere, a lungo andare, in disfunzioni metaboliche.

E come la mettiamo con il “mitico” sonnellino pomeridiano?

IL RIPOSO POMERIDIANO

Sembrerebbe che una pausa riposante a metà giornata aiuti ad essere più reattivipiù di buon umore e addirittura a diminuire il rischio di malattie cardiovascolari. Ma per essere davvero funzionale, il riposo pomeridiano non deve sconfinare nel vero e proprio sonno, innanzitutto per non alterare il normale e benefico ritmo sonno/veglia e i ritmi circadiani, e, in secondo luogo, per non compromettere la qualità del sonno notturno.

È dimostrato che basta un riposo di 30 minuti per permettere al corpo e soprattutto al cervello di rigenerarsi per far fronte alle attività quotidiane che ancora ci aspettano. Non solo, ha un effetto ristoratore che può (per brevi periodi, si intende!) alleviare le conseguenze dannose di un cattivo sonno notturno.

L’orario migliore per farlo sarebbe fra le 14 e le 16 e per non più di 45 minuti: quello dopo il pranzo è infatti il momento nel quale l’organismo presenta una naturale flessione dell’energia fisica e mentale e non è affatto controproducente assecondare questa tendenza fisiologica.

L’aspetto più difficile è conciliare questa tanto agognata pratica con i ritmi e gli impegni quotidiani, e soprattutto con i doveri lavorativi.

QUANTE ORE DI RIPOSO AL GIORNO

Ecco la domanda che tutti si pongono almeno una volta nella vita: quante ore bisogna dormire per stare bene? Non c’è un numero preciso di ore: come abbiamo visto, molto dipende dal tipo di vita che si conduce, dai ritmi ai quali si deve fare fronte, dalla qualità del sonno delle notti precedenti…

Diciamo che fra le 6 e le 8 ore a notte siamo “al sicuro”. Non di meno e non di più. Ma a una condizione: che sia un sonno di qualità. Al di sotto e al di sopra di tale soglia, infatti, si riscontra nel lungo periodo una maggiore tendenza a sviluppare diabete, ipertensione, patologie cardiovascolari e depressione.

Quindi, monitorare gli aspetti che riguardano la qualità del nostro sonno vuol dire impegnarsi in prima persona a proteggere il proprio benessere e poter dire buonanotte alle preoccupazioni!

QUANDO IL RIPOSO NON BASTA

A volte capita che, nonostante tutti i consigli e le accortezze, proprio non si riesca a riposare bene. Allora, per contrastare i disturbi del sonno, si può scegliere di affidarsi a prodotti specifici che possono rivelarsi gli aiuti ideali in due diversi momenti della giornata: prima di andare a dormire, per prepararsi al meglio al riposo, e dopo il risveglio, per affrontare la giornata con la carica e la lucidità giusta…


1 NIH/National Institute of Neurological Disorders and Stroke – October 17, 2013
2 Gli studi della dottoressa Maiken Nedergard, neuroscienziata della University of Rochester Medical Center, sul sistema di eliminazione delle tossine e la scoperta del sistema glinfatico (a lei si deve questo nome frutto dell’unione fra gliale e linfatico) sono un fondamentale riferimento per l’approfondimento di questa tematica.
3Effects of Sleep and Wake on Oligodendrocytes and Their Precursors – doi: 10 1523 / JNEUROSCI 5102-12 2013 – Settembre

https://guna.com/it/guna-lifestyle/riposo-e-benefici-sullequilibrio-psico-fisico/

L’ITALIA AL PRIMO POSTO PER MORTALITÀ DA RESISTENZA AGLI ANTIBIOTICI

L’abuso e l’utilizzo inappropriato degli antibiotici hanno contribuito alla comparsa di batteri resistenti.

Gli antibiotici vengono spesso prescritti per situazioni in cui il loro uso non è giustificato (per esempio nei casi in cui le infezioni possono risolversi senza trattamento).

L’uso terapeutico degli antibiotici negli ospedali si è visto essere associato ad un aumento di multi-batteri resistenti agli antibiotici.

Il fenomeno dell’antibioticoresistenza in Italia è allarmante, il nostro Paese ha la maglia nera per lo sviluppo di resistenze, è fra i primi consumatori di antibiotici in UE e secondo un recente audit dell’ECDC (European Centre for Desease Control) se il fenomeno della resistenza agli antibiotici (Amr) non sarà limitato, nel breve futuro alcuni interventi chirurgici chiave saranno compromessi. Entro il 2050, solo in Italia, si prevedono 450.000 decessi a causa dell’Amr.

Un’emergenza ormai globale, per un costo per il nostro Servizio sanitario pari a 13 miliardi di dollari. E l’Italia è già oggi al primo posto tra i paesi Ocse per mortalità, con 10.780 decessi l’anno a causa di infezioni da uno degli 8 batteri ormai resistenti ai farmaci antibiotici.

Una minaccia crescente, che vede tra le sue cause primarie anche l’uso eccessivo di antibiotici negli allevamenti animali, in Italia più che negli altri Paesi. Fino al 75% degli antibiotici utilizzata per l’acquacoltura può disperdersi nell’ambiente circostante ed il 70% degli antibiotici è oggi impiegato proprio per gli animali.

Studi statunitensi e studi europei suggeriscono che questi batteri resistenti possano causare infezioni nell’uomo che non rispondono agli antibiotici comunemente prescritti. In risposta a queste pratiche e ai problemi che ne conseguono, diverse organizzazioni (ad esempio l’American Society for Microbiology (ASM),American Public Health Association (APHA) e l’American Medical Association (AMA)) hanno chiesto che fossero poste restrizioni sull’uso di antibiotici negli animali da produzione alimentare e che sia posto un limite a tutti gli usi non terapeutici.

Tuttavia, i ritardi nelle azioni normative e legislative per limitare l’uso di antibiotici sono comuni, e possono includere la resistenza a questi cambiamenti da parte delle industrie, così come il tempo dedicato alla ricerca per stabilire un collegamento causale tra l’uso di antibiotici e comparsa di malattie incurabili batteriche.

L’Unione europea ha vietato l’uso di antibiotici come agenti di promozione della crescita dal 2003, permettendolo solo in caso di malattia e previa prescrizione, ma il problema è dato dal mercato nero parallelo, che sfugge ai controlli pur stringenti.

Il contrasto all’Amr passa anche dai nuovi farmaci, al cui sviluppo stanno puntando le aziende del farmaco data l’attuale scarsità di nuove molecole in questo ambito: 59 sono i nuovi antibiotici in fase di sviluppo, di cui 17 per il trattamento delle infezioni più pericolose.

Considerando che al 2050 l’antibioticoresistenza causerà lo stesso numero di morti delle patologie tumorali, ovvero oltre 10 milioni, è importante anche la collaborazione del paziente, che deve protrarre la terapia sino al momento stabilito dal medico senza interromperla, come spesso succede, ai primi segni di miglioramento.

https://www.sanitainsicilia.it/litalia-al-primo-posto-per-mortalita-da-resistenza-agli-antibiotici_403187/  

 

GIACOMO RIZZOLATTI: I NEURONI SPECCHIO E L’EMPATIA

Giacomo Rizzolatti è considerato il massimo neuroscienziato italiano. Occhi neri penetranti e ironici, capelli bianchi arruffati, baffi spioventi, la somiglianza con Einstein suggerisce al primo sguardo che ci troviamo davanti a un genio. E infatti i neuroni specchio, che ha scoperto nel 1992, sono studiati in tutto il mondo, e considerati alla base dell’empatia, dell’apprendimento, della socialità. Tanto che si profetizza per lui un premio Nobel.

Insensibile alle lusinghe delle università straniere, vive e lavora all’Università di Parma, una delle più antiche al mondo, privilegiando la qualità della vita alle gratificazioni del danaro.

L’importanza dei neuroni specchio deriva dal fatto che essi spiegano scientificamente qualcosa che intuitivamente si è sempre saputo: e cioè che guardando si impara. Una banalità? Niente affatto. Proviamo a entrare dentro il cervello, che, come ormai tutti sanno, è costituito da neuroni che si attivano (sparano, in termini tecnici) per svolgere qualsivoglia funzione. Nel momento in cui vediamo qualcosa, elaboriamo un pensiero, memorizziamo un dato, compiamo un movimento, un certo circuito neuronale entra in funzione, e se potessimo vederlo (come lo vedono gli scienziati attraverso esami di imaging cerebrale i cui acronimi sono conosciuti, Pet, fMRI..) vedremmo una frenetica attività elettrica e chimica in aree specifiche del cervello, come un fuoco di artificio.

Rizzolatti ha scoperto che, nelle aree deputate ai movimenti, le aree motorie, la medesima attività neuronale si verifica sia in chi compie un gesto, per esempio afferra un bicchiere, sia in chi lo guarda. Per questo nell’osservatore si parla di neuroni specchio. Dunque, a livello cerebrale, se ti guardo bere è in qualche modo come se bevessi anch’io, e se ti guardo guidare, è come se guidassi anch’io, e dunque non solo imparo quello che tu fai, ma capisco anche le tue intenzioni.

“I neuroni specchio si trovano nelle aree motorie, e descrivono l’azione altrui nel cervello di chi guarda in termini motori “ spiega Rizzolatti. “Fino a non molti anni fa, si riteneva che il sistema motorio producesse solo movimenti. Noi, partendo da un approccio etologico, senza convinzioni a priori sulla funzione delle aree motorie, abbiamo scoperto che molti neuroni del sistema motorio rispondono a stimoli visivi. Se vedo una persona che afferra una bottiglia, colgo subito il suo gesto perché è già neurologicamente programmata in me la maniera in cui afferrarla. Si verifica una comprensione istantanea dell’altro, senza bisogno di mettere in gioco processi cognitivi superiori. In seguito abbiamo visto che la stessa cosa capita per le emozioni. Per esempio il disgusto. Somministrando a una persona uno stimolo olfattivo sgradevole, come l’odore delle uova marce, si attivano determinate parti del cervello. Una di queste è l’insula, un’area corticale che interviene negli stati emozionali. La sorpresa è stata che, se osservo qualcuno disgustato, si attiva in me esattamente la stessa zona dell’insula. Questo ci consente di uscire da un concetto mentalistico e freddo, riportando tutto al corpo. Io ti capisco perché sei simile a me. Non deduco, ma sento. C’è un legame intimo, naturale e profondo tra gli esseri umani. Il processo non è logico ma intuitivo. “

Secondo il grande neuroscienziato americano di origine indianao Ramachandran, i neuroni specchio sono i mattoni sui quali si è costruita la cultura, tanto che oggi si sta rivalutando Lamarck e la sua legge dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti, secondo cui il patrimonio culturale si trasmetterebbe anche per via epigenetica, creando cioè un imprinting nel cervello che può essere passato alle generazioni future. Si supera cioè il rigido schema dell’evoluzione darwiniana.

Ma non solo. I neuroni specchio sarebbero anche alla base dell’empatia, cioè della capacità di rapportarsi agli altri, di comprenderli, di solidarizzare con le loro sofferenze e le loro gioie.

“In ogni azione, oltre ciò che si fa, conta l’intenzione, il perché la si fa” dice Rizzolatti. Prendo il bicchiere, è l’azione. Come lo prendo è fondamentale per capire l’intenzione. Se per bere, per brindare, o per scagliarlo contro il mio interlocutore, per esempio. E sono i neuroni specchio che ci rivelano l’intenzione in tempo reale, per cui siamo pronti a coprirci la faccia se chi ci sta dinanzi ha intenzioni aggressive. Oggi si ritiene che chi soffre di autismo, ed è cioè incapace di comprendere le azioni degli altri e di rapportarsi agli altri, abbia in realtà una carenza di neuroni specchio, e questo apre la porta alla speranza di trovare qualche forma di terapia farmacologica.”

Empatia significa dunque entrare nei panni degli altri perché il nostro cervello si sintonizza con quello di chi ci sta intorno. Ma non necessariamente con quello di tutti coloro che ci stanno intorno. Si può, come Hitler, essere empatici con gli animali, e mandare gli ebrei nelle camere a gas. Essere generosi con i poveri – purché bianchi di pelle – e mettere i neri in schiavitù. Trattare con riguardo i propri concittadini, e uccidere barbaramente gli stranieri. Essere un marito e un padre esemplare, e violentare altre donne. Dunque i neuroni specchio funzionano a intermittenza?

“Bisogna distinguere tra due diversi tipi di criminalità. Quella che avviene per impulso, e in questo caso di solito non c’entrano i neuroni specchio, la causa è nei lobi frontali poco sviluppati, che non riescono a frenare gli impulsi violenti.

Ci sono invece le persone che hanno piacere a fare del male, a uccidere, e questo potrebbe avvenire proprio per mancanza di empatia, per indifferenza verso la sofferenza dell’altro, che non viene vissuto come uguale a sé, come partecipe della stessa specie umana. Il neurone specchio mi dice: tu ed io siamo la stessa cosa. Ma se per motivi vari, che possono anche essere culturali, l’altro perde i connotati di essere umano, diventa cosa, animale , allora lo puoi sterminare senza rimorso, senza nemmeno considerare che fai del male, come uccideresti una zanzara che ti importuna.”

L’empatia è la base della vita sociale. È, come sosteneva Martin Buber, quella che consente di realizzare il rapporto Io-Tu, cioè tra due soggettività diverse ma equivalenti, rispetto all’Io-Esso, dove l’altro è mero oggetto. E questo, secondo Rizzolatti, può avvenire solo grazie ai neuroni specchio, che pertengono alla sfera intuitiva, non a quella cognitiva. E che si attivano se riconosco me stesso nell’altro. “Se vediamo un cane mordere, i nostri neuroni specchio sparano, perché è un gesto che possiamo fare anche noi. Ma se vediamo un cane scondinzolare, possiamo capire attraverso il ragionamento che ci sta facendo le feste, ma non lo capiamo intuitivamente, perché noi non abbiamo la coda..”

Intuitivo e cognitivo, empatia e cultura, si influenzano a vicenda. Posso con il ragionamento capire ciò che non “sento” attraverso i neuroni specchio, e viceversa posso bloccare attraverso un percorso razionale e culturale l’azione dei neuroni specchio. Questo spiega perché l’empatia si attiva maggiormente , come a cerchi concentrici, verso coloro che ci hanno insegnato a considerare simili a noi: i familiari, i vicini di casa, i concittadini, quelli che appartengono alla stessa religione, allo stesso partito, o tifano verso la stessa squadra di calcio. E viceversa possono venire inibiti nei confronti di chi viene considerato un diverso: l’appartenente a un’altra tribù, quello che ha un altro colore di pelle, lo schiavo…. o l’ebreo.

Da duemila anni il cristianesimo ha demonizzato gli ebrei, gli assassini di Cristo. E questo ha portato ad aberrazioni come l’Inquisizione, la limpieza de sangre. Il nazismo, su questa radice culturale di diversità, ha innestato una potente campagna denigratoria che descriveva l’ebreo come un appartenente a un’altra razza, un subumano, equiparandolo a un animale repellente.

Questo potrebbe spiegare, e lo fa molto bene Simon Baron Cohen nel suo libro La scienza del male: l’empatia e le origini della crudeltà (Raffaello Cortina editore, 2012) come mai l’efferatezza nazista fosse accettata, se non coaudiuvata, da tante persone “perbene”, che ritenevano di avere un alto senso morale, madri affettuose, padri di famiglia rispettabili, cittadini esemplari –e questo vale anche per le leggi razziali in Italia. L’aver trasformato gli ebrei in diversi, in non appartenenti alla razza umana, in animali pericolosi, aveva prodotto una totale insensibilità verso la loro sofferenza, proprio come la maggior parte delle persone (salvo gli animalisti.. ) sono indifferenti alla sofferenza di un topo o di pollo al quale si torce il collo o un maiale che si macella.

I neuroni specchio, insomma, potrebbero essere attivati o disattivati da fattori culturali. È questa l’ultima frontiera della ricerca di Rizzolatti, che aiuta a comprendere anche i grandi cambiamenti sociali della nostra epoca. Pensiamo per esempio all’atteggiamento verso i soldati, che fino a metà del secolo scorso venivano considerati carne da sacrificiomacello, e di cui oggi si condividono le sofferenze individuali. O ai movimenti animalisti, che hanno cambiato la nostra percezione delle sofferenze dei mammiferi e dei pesci (ma forse non ancora di quelle dei rettili o degli insetti..). Le modalità secondo cui questo meccanismo inibitorio o attivatorio da parte della cultura agisca sui neuroni specchio ancora non è stato identificato, ma quando lo sarà potrà portare a una vera e propria rivoluzione nella vita sociale e nelle terapie delle malattie psichiatriche.

*L’articolo è stato pubblicato su Pagine Ebraiche
Analisi di Viviana Kasam​, giornalista e Presidente BrainCircleItalia

https://it.gariwo.net/editoriali/giacomo-rizzolatti-i-neuroni-specchio-e-l-empatia-18939.html

CANDIDOSI SISTEMICA: PANDEMIA DEL 21° SECOLO

Di seguito riportiamo l’articolo di approfondimento redatto dal Dott. George John Georgiou Direttore e Fondatore del Centro di Medicina Olistica Da Vinci Cipro e del College Da Vinci di Medicina Olistica (www.collegenaturalmedicine.com) a Larnaca, Cypro e pubblicato sulla rivista Omeopatia Oggi per la rubrica Prospettive di terapia.

Breve storia della candida

Ippocrate descrive la Candidosi orale (circa 400 a.C.) come “bocche affette da afte ulcerose”. Nel 1665, Pepys Diary riporta il caso di un paziente con una febbre, un’afta e una forma di singhiozzo, così immortalando l’idea che l’afta si installi nell’organismo ospite. Nel 1779, Rosen von Rosenstein la definisce una forma invasiva di afta. Nel 1839, Langenbeck è accreditato come il primo ad aver riconosciuto un fungo in un paziente affetto da febbre tifoide. Egli descrive nel dettaglio ciò che al giorno d’oggi è conosciuto come ife settate, pseudoife ramificate e blastospore, ma attribuisce la causa al batterio tifoide e non al fungo. Nel 1847, il micologo francese Charles Philippe Robin classifica il fungo come Oidium albicans usando il termine Albicans per riferirsi al fungo che causava l’afta. Christine Berckhout e altri fanno alcune osservazioni a proposito dell’abilità del fungo nell’infettare la specie umana. Berckhout lo riclassifica sotto l’attuale genere di Candida nel 1923 e la sua tassonomia viene successivamente diffusa dai micologi francesi Maurice Langeron e Paul Guerra come l’inizio di una sistematizzazione razionale dei lieviti non ascosporigeni.

Una panoramica sulla candidosi cronica

Una delle sfide che la specie umana deve affrontare ai nostri giorni è l’infezione pandemica micotica conosciuta come Candida o Candidosi sistemica, là dove per “sistemica” si intende: “diffusa in tutto il corpo”. Molti tra coloro che si occupano di medicina integrata hanno provato a trattare la Candida con successi altalenanti. Per individuare la terapia più indicata, è necessario capire il comportamento della Candida nel suo ciclo vitale. Una serie di studi ha mostrato che il 90% dei bambini appena nati presenta un inizio di Candida nell’intestino. Si tratta di un organismo unicellulare che si riproduce in maniera asessuata producendo una cellula-figlia; non è patogena, risiede negli intestini senza produrre sintomi; appartiene alla famiglia dei Saccaromiceti. Le forme di Candida, come le loro “cugine”, le muffe, vivono tutte intorno all’uomo. Una ampia famiglia di lieviti è composta dalla Candida albicans, con oltre 81 specie diverse, che vivono armonicamente nella bocca, nella gola, negli intestini, nell’apparato genitale, nelle vie urinarie della maggior parte degli esseri umani e sono di solito considerate come una parte normale della flora batterica interna. La C. albicans è un organismo diploide con 8 coppie di cromosomi; è uno dei pochi microorganismi a possedere un gene diploide: questo lo indica come un organismo capace di una attività pleomorfica, in grado di mutare da una forma di blastospora in gemmazione alla forma micotica e patogena. Il problema inizia a porsi quando “normali” blastospore di Candida, cellule che tutti noi abbiamo nei nostri apparati intestinali, subiscono una mutazione pleomorfica e comincia a mutare in forme miceliali o di ife – questo tipo di Candida è patogeno e può causare moltissimi sintomi. Questo avviene quando l’ambiente intestinale e di altri tessuti diventa più acido, causando così la morte di specie batteriche “amiche” (Lattobacilli e Bifidobatteri). Questo può accadere se ci si sottopone a terapia antibiotica, cortisonica, con anti-infiammatori o chemioterapia. L’alterazione del microbiota intestinale può anche essere conseguente a un eccesso di acidi nell’organismo a causa del consumo in grandi quantità di zuccheri semplici e altri prodotti raffinati. Questa modificazione del pH può indurre una mutazione pleomorfica della Candida in un organismo invisibile ma molto attivo. Se alimentata con zucchero, può aumentare da 1 a 100 cellule nell’arco di 24 ore; ciascuna di queste 100 cellule ne produrrà a sua volta altre 100 e così via. Dopo quattro giorni nell’organismo ci sarà un milione di cellule di Candida. La maggior parte delle terapie intraprese per la Candidosi si concentra sul tentativo di eliminare la forma miceliale, patogena, tralasciando però di considerare come riportare la forma pleomorfica nella sua condizione originale apatogena. Un’altra ragione dell’elevato numero di fallimenti terapeutici in questo ambito è che non viene trattato il “terreno” così come la dieta dei pazienti, fattore a sua volta di fondamentale importanza. Ritorneremo su questi aspetti basilari quando parleremo dei protocolli di trattamento.

Il ruolo parassita della candida

La candida ha due funzioni parassitarie:

  1. Si nutre di ogni cibo putrefatto nel nostro sistema digestivo (causato soprattutto da una digestione impropria dovuta a ridotta acidità gastrica);
  2. Quando le condizioni cambiano, la Candida può trasformarsi da blastospora a micelio (vedi sopra), nel quale i filamenti, come radici, invadono in profondità la mucosa in cerca di nutrimento.

I miceli rilasciano fosfolipasi, un enzima che attacca le membrane cellulari della mucosa, liberando acidi grassi, generando radicali liberi e causando infiammazione nell’intestino. Dovunque i lieviti colonizzino, producono sintomi, che possono essere prurito all’ano, alla vagina, diarrea o mal di gola. Queste forme miceliali rilasciano 79 diverse tossine, attraverso prodotti che danneggiano tessuti e organi specifici, che determinano i sintomi. Queste micotossine possono competere con i siti recettoriali degli ormoni, causando ipotiroidismo, ipoestrogenismo; nello stesso tempo sequestrano cortisone, progesterone e altri ormoni per farne uso proprio determinando così stati di deficit endocrino.

Altri fattori che inducono patogenesi

La patogenesi della malattia associata alla Candida negli esseri umani è causata da un insieme di fattori. Alcune specie di Candida producono una gliotossina che può compromettere la funzione neutrofila. In ogni caso, la Candida è un organismo poliantigenico che contiene fino a 178 differenti antigeni, che possono spiegare il numero di reazioni crociate a lieviti, funghi e persino tessuti umani.

Negli ultimi anni è stata evidenziata l’esistenza di una potenziale cross-reattività con il glutine a causa di sequenze amminoacidiche altamente omologhe alla alfa-gliadina e alla gamma-gliadina. Questo meccanismo può portare a una intolleranza al frumento con i suoi sintomi di accompagnamento e persino innescare la malattia celiaca in soggetti geneticamente predisposti. Inoltre, uno studio cross-over placebo-controllato ha evidenziato che i lieviti alimentari possono influenzare il morbo di Crohn. La Candida produce alcol e contiene glicoproteine che hanno la capacità di stimolare i mastociti a rilasciare istamina e sostanze infiammatorie, prostaglandine, che possono causare sintomi simili a quelli dell’IBS.

Micotossine

Il carico tossico da micotossine delle infezioni da Candida può anche essere assorbito nel sangue, causando una ipersensibilità a tossine da lieviti che porta a sintomi come ansiadepressione e diminuite funzioni intellettuali.

La principale tossina coinvolta in questo processo è l’acetaldeide, che è un normale catabolita, prodotto in piccole quantità e neutralizzato dal fegato. Tuttavia, là dove se ne verifichi una iperproduzione causata dalla Candida, soprattutto in condizioni di ipossia così come una mancanza di appropriati enzimi epatici (che tendono a essere deficitari nel 5% della popolazione), l’acetaldeide tende a legarsi al tessuto umano. Questo può causare un’alterata neurotrasmissione nel cervello, procurando ansia, depressione, deficit di memoria e annebbiamento del pensiero.

Il 40-60% di tutte le cellule immunitarie presenti nel corpo umano risiede nell’intestino. Il sistema immunitario può anche risentire contemporaneamente di malnutrizione, alta esposizione a muffe ambientali, così come di un numero crescente di additivi chimici presenti nel cibo, nell’aria e nell’acqua (per esempio: residui petrolchimici, profumi, formaldeide, prodotti per pulire, insetticidi, tabacco e altri agenti inquinanti, sia interni sia esterni).

I lieviti tendono a produrre una tossina, chiamata gliotossina, che può danneggiare il sistema immunitario rendendo inattivo il sistema degli enzimi e producendo radicali liberi che interferiscono con il DNA dei leucociti. Il conseguente abbassamento delle difese immunitarie può causare non solo un complessivo senso di malessere, ma può portare allo sviluppo di sintomi respiratori, digestivi o di altra natura sistemica. In alcuni soggetti predisposti si può sviluppare una sensibilità ad alcuni cibi o residui chimici presenti nell’ambiente.

In presenza di candidosi, si riscontrano elevate quantità di metalli pesanti come il mercurio, poiché i lieviti immagazzinano i metalli nelle loro cellule e li rilasciano quando la Candida muore durante la terapia. È questa la ragione per la quale è importante sottoporsi a una disintossicazione naturale dai metalli quando si sta trattando una Candidosi sistemica.

La Candida è sensibile a una serie di agenti antimicotici, come la nistatina, che non viene assorbita nel tratto gastrointestinale dopo somministrazione per os.

La nistatina, data l’affinità per gli steroli presenti nella membrana cellulare dei funghi, è in grado di inserirsi all’interno di quest’ultima e di aumentarne la permeabilità.

Quest’aumento di permeabilità fa sì che le cellule fungine perdano costituenti per loro essenziali (come ioni e piccole molecole organiche) e, di conseguenza, muoiano.

Là dove siano coinvolte altre condizioni di salute, la Candida è nota come CRC (Candida-Related Complex): Complesso di Candidosi sistemica o Sindrome da Candidosi Cronica. Il CRC, un eccesso di Candida nel nostro sistema, può portare un numero di sintomi e segni sgradevoli, vere e proprie sindromi come la sindrome da fatica cronica, ipoglicemia, leaky gut syndrome, fibromialgia, allergia o sensibilità, disfunzioni ormonali, tiroidee o adrenergiche. Queste sindromi non sono causate direttamente dalla Candida presente nelle mucose, che causa irritazione, infiammazione, prurito e dolore, ma dall’insieme dei fattori metabolici causati dalle colonie di lieviti rilasciati nel colon in quantità non più tollerabili.

Pazienti con CRC spesso hanno una varietà di sintomi che colpiscono molti organi, per esempio:

  • disturbi gastrointestinali;
  • senso di affaticamento inspiegabile (ci si sente spesso stanchi);
  • senso di annebbiamento, cambi di umore, depressione;
  • rash cutanei, infezioni micotiche;
  • desiderio di zuccheri, pane, birra.

Il livello di tossicità nel colon influenza lo stato di salute dell’intero organismo, specie nel caso di stipsi dovuta a una flora intestinale sbilanciata. Il delicato equilibrio ormonale e chimico che presiede alla nostra salute emotiva ne può risultare colpito, causando sintomi di alterazione mentale.

Chiunque può essere colpito dalla candida!

Al giorno d’oggi, chiunque può essere colpito dalla Candida! Nelle donne, antibiotici, steroidi, antinfiammatori, ormoni, e pillole anticoncezionali possono generare forme patogene di Candida. Anche gli uomini possono sviluppare forme patogene di Candida da antibiotici, steroidi, antinfiammatori, antidolorifici e rapporti sessuali con partner infetti, anche se le conseguenze sono nella maggior parte dei casi una infezione topica e non una Candidosi sistemica.

Gli adolescenti possono contrarre la Candida attraverso l’assunzione sistematica di tetraciclina o altri antibiotici per l’acne. I neonati contraggono la Candida durante il passaggio nel canale uterino, o durante l’allattamento al seno da una madre infetta. È la ragione per la quale i neonati hanno spesso forme di mughetto (lingua rivestita di bianco).

Milioni di persone nel mondo sviluppano Candidosi. Si stima che almeno una persona su tre nel mondo occidentale sia affetta da questa patologia. Visto che un così grande numero di persone può essere affetto dalla Candida, e dato l’ingente numero di fattori che può causarla, la Candida attualmente rappresenta un problema rilevante di salute tanto da aver raggiunto le proporzioni di una vera pandemia.

Nel nostro organismo la Candida coesiste con molte specie di batteri in un equilibrio competitivo. Alcuni di questi agiscono parzialmente per tenere sotto controllo l’incremento della Candida nell’ecologia fisiologica. In condizioni di salute, il sistema immunitario mantiene la proliferazione della Candida sotto controllo, ma quando la risposta immunitaria è indebolita la crescita della Candida può avvenire in maniera incontrollata. È un organismo opportunista, che, se ne ha appunto l’opportunità, tenterà di colonizzare tutti i tessuti acidi dell’organismo. Questa è una delle ragioni per le quali è presente negli stati cancerosi, dove il pH è molto acido.

Squilibrio ecologico dell’organismo

Nella società moderna sono presenti sfortunatamente molti fattori che possono portare a uno sbilanciamento dell’equilibrio ecologico del corpo, indebolendo il sistema immunitario e dunque consentendo una crescita eccessiva di lieviti.

I maggiori fattori di rischio sono:

  • Ormoni steroidei o immunosoppressori come il cortisone, che sono usati per trattare gravi problemi allergici, paralizzando la capacità del sistema immunitario di reagire.
  • Farmaci contraccettivi che scombinano l’equilibrio ormonale.
  • Diete ricche di carboidrati e zuccheri, lieviti e derivati, cibi fermentati.
  • Esposizione prolungata ad ambienti con presenza di muffe.
  • Antibiotici e sulfamidici, che uccidendo qualsiasi tipo di batterio, compresi quelli buoni, facilitano una crescita incontrollata della Candida nel tratto intestinale.

La stessa cosa avviene, in modalità varie, con l’uso degli steroidi come il cortisone. Tutti gli steroidi, inclusi gli anticoncezionali, hanno l’effetto di deprimere il sistema immunitario, così come di uccidere i batteri benefici per l’organismo.

Infezioni da lieviti sono comuni in pazienti sottoposti a cure ripetute o prolungate di amoxicillina, cefalosporine, tetracicline o altri antibiotici ad ampio spettro durante l’infanzia e l’adolescenza, ma anche da adulti.

Fattori alimentari

La Candida si nutre principalmente di zuccheri.

I lieviti in generale proliferano in presenza di zuccheri semplici, dolcificanti, ma anche zuccheri naturali della frutta, così come con il consumo eccessivo di carboidrati complessi.

Ci sono molte ragioni per limitare o eliminare il consumo di latte in pazienti con Candidosi cronica:

  • Un alto contenuto di lattosio provoca una sovracrescita di Candida.
  • Il latte rappresenta uno dei principali allergeni alimentari.
  • Il latte può contenere residui di antibiotici che possono ulteriormente danneggiare il microbiota intestinale e promuovere sovracrescita di Candida.

Come trattare la candida

Passiamo adesso a esaminare il concetto di trattamento, che è abbastanza complesso se si vogliono avere risultati davvero positivi. Esistono numerosi approcci per trattare la Candida: da quelli che sono usati dai medici tradizionali, e che prevedono l’uso di medicinali antimicotici, a quelli in uso tra i medici che praticano medicina integrata e i nutrizionisti, basati su una varietà di prodotti naturali che ristabiliscono l’eubiosi intestinale.

Tutti questi trattamenti presentano lo stesso effetto secondario: il paziente si sente meglio inizialmente, per poi scoprire però che la Candida fa di nuovo capolino nell’organismo dopo essere stata silente per qualche mese.

Poiché questo protocollo di trattamento è stato implementato presso il Centro di medicina olistica Da Vinci, a Larnaca, Cipro, dove il Dr. Georgiou è Direttore e Fondatore, viene chiamato “Protocollo Da Vinci per la cura della Candida”. Il Dr. Georgiou cura pazienti che provengono da tutto il mondo.

Il protocollo Da Vinci per la cura della candida

Esistono tossine nel cibo che mangiamo, nell’acqua che beviamo, nell’aria che respiriamo. Anche il nostro organismo produce tossine, come risultato dei processi metabolici che ci tengono in vita. Prima di implementare la cura della Candida coi suoi pazienti, di conseguenza, il Dr. Georgiou si accerta che il paziente si sottoponga a un protocollo disintossicante che riporti in equilibro il sistema dell’organismo. Uno dei metodi più veloci, economici ed efficienti per raggiungere questo risultato è sottoporsi a una dieta disintossicante alcalina per 15 giorni. Il protocollo prevede frutta fresca, verdure, succhi vegetali, zuppe, verdure bollite condite con olio di oliva ed erbe, tisane.

La disintossicazione produce una serie di effetti positivi:

  • Il tratto digestivo viene ripulito da scorie e da fermenti.
  • Si ottiene una purificazione di fegato, reni e sangue, ciò che non è possibile seguendo un regime alimentare regolare e tradizionale.
  • Migliora la lucidità mentale, solitamente ridotta dal sovraccarico di additivi chimici e alimentari.
  • Diminuisce la dipendenza da zucchero, caffeina, nicotina, alcol e medicinali.
  • Si riduce la capacità dello stomaco, attraverso la riduzione di cattive abitudini alimentari.
  • Il sistema ormonale è potenziato.
  • Viene stimolato il sistema immunitario.

Lo scopo di questa dieta è disintossicare l’organismo, rimuovere le tossine dalle cellule lipidiche, dai tessuti e dagli organi, così che il corpo possa tornare a un livello di funzionalità ottimale.

Parassiti, metalli pesanti e altre tossine

Come parte del processo di disintossicazione, il centro Da Vinci cerca anche di disintossicare il corpo dalla presenza di metalli pesanti che possono essere facilmente individuati mandando un campione di capelli a un laboratorio accreditato. Inoltre, esistono parassiti almeno nel 90% della popolazione, dunque è bene introdurre anche un protocollo di depurazione dai parassiti durante i 15 giorni di dieta detox.

I metalli pesanti si trovano nel pesce e nelle otturazioni contenenti amalgama (mercurio), l’alluminio si trova nelle polveri lievitanti, nelle farine per dolci e autolievitanti, nei cosmetici, nei dentifrici, negli antitraspiranti e in alcune medicine come gli antiacidi.

In alcuni Paesi viene somministrato arsenico al pollame per facilitarne la crescita, si trovano tracce di cadmio in tè e caffè, così come nel fumo di sigarette. Il piombo è presente in vernici, carburanti, gomma, plastiche, inchiostri, coloranti, giocattoli, materiali da costruzione e prodotti per capelli.

Esaminiamo ora il “Protocollo Da Vinci per la cura della Candida” in maniera approfondita.

  1. “Affamare” la Candida eliminando i cibi che la nutrono.
  2. Uccidere la Candida usando dei prodotti naturali anti-Candida.
  3. Ripopolare la flora intestinale con un probiotico
  4. Regolare la disbiosi e riportare le forme micotiche patologiche di Candida al loro stato originario attraverso i medicinali SANUM prodotti dalla Sanum Kehlbeck (Germania).
  5. Ristabilire l’equilibrio biochimico dell’organismo e rinforzare sistema immunitario. Questo permetterà all’organismo di riguadagnare e mantenere il controllo sulla crescita della Candida attraverso una ottimizzazione della alimentazione. Ciò sarà possibile controllando le intolleranze e seguendo la Dieta Metabolica di Bill Wolcott, che è in grado anche di uccidere i parassiti ed eliminare i metalli pesanti dal sistema…

 Da: https://www.acidosimetabolica.it/candidosi-sistemica-prospettive-terapeutiche/

 

PSICO NEURO ENDOCRINO IMMUNOLOGIA: DOVE CORPO E MENTE SI INCONTRANO

La relazione mente-corpo ha interessato ed affascinato intere generazioni di studiosi che nel corso degli anni hanno indagato il potere della mente sull’insorgenza e sul decorso di varie malattie organiche e viceversa l’influenza del corpo sullo stato psicoemotivo.

L’approccio al problema è stato inizialmente di tipo empirico, a partire dalle svariate storie di guarigioni miracolose che hanno messo in luce l’influenza di determinate convinzioni e dell’atteggiamento di fede sullo sviluppo degli effetti terapeutici. In seguito l’indagine ha acquisito maggior rigore sperimentale, e i risultati hanno confermato l’azione della mente sul corpo, benché al momento i risultati non siano univoci, a conferma della complessità della questione. Recentemente la focalizzazione dell’attenzione sul sistema immunitario, già da tempo noto per la sua azione difensiva nei confronti degli agenti estranei, con il fine di garantire l’identità biologica individuale, ha messo in luce una nuova connessione tra la mente ed il corpo, con il risultato che oggi non è più così chiaro se il sistema immunitario sia “al servizio” del corpo o in pari misura “della mente”.

Per esprimere la “grande connessione” tra i sistemi dell’organismo un tempo ritenuti indipendenti, è nata una nuova branca della Medicina, la Psiconeuroendo-crinoimmunologia, indicata con la sigla PNEI, a cui apportano il loro contributo, studiosi di diverse specialità come neurologi, psichiatri, biologi molecolari, immunologi, endocrinologi. Questa disciplina indaga le modalità con cui la psiche, il sistema nervoso ed il sistema immunitario s’influenzano in modo vicendevole. Al di là dell’interesse speculativo, questo nuovo campo d’indagine appare interessante e proficuo per le prospettive pratiche che consentirebbero di prevenire l’insorgenza di alcune malattie o di contribuire alla loro guarigione.

Oggi appare sempre più evidente che il corpo non è solo una macchina, in senso meccanicista e non ha più senso ritenere che il cuore o il cervello siano la sede unica delle emozioni e della coscienza. Se fino a qualche anno fa si riteneva che i neuropeptidi costituissero la forma di linguaggio e di comunicazione delle cellule nervose tra loro o con le cellule muscolari o con quelle ghiandolari, attualmente, si può affermare con certezza che queste molecole sono prodotte anche dalle cellule immunitarie e viceversa queste ultime sono dotate di recettori, sorta di chiavi molecolari inserite nella loro membrana cellulare, che ricevono e decodificano la comunicazione portata da neuropeptidi prodotti in altri organi ed apparati. Si può così concludere che i neuropeptidi sono mediatori sia delle informazioni sia delle emozioni e che agiscono nei più svariati sistemi dell’organismo. Il sistema immunitario è oggi considerato come un organo recettore periferico, un “sesto senso” che percepisce elementi dell’ambiente che sfuggono ad altri sensi, elementi non solo connotati in senso biologico stretto ma caratterizzati da valenze cognitive.

Stanno emergendo dati sempre più numerosi che evidenziano l’effetto immunodepressivo dello stress e viceversa l’azione potenziante le difese immunitarie che è esercitata da uno stile di vita in cui il ruolo stressogeno viene ridotto con svariate modalità. Lo stress, infatti, ha molteplici ripercussioni sul corpo ma anche sulla mente. La mente stessa contribuisce all’insorgere dello stato di stress attraverso la valutazione cognitiva di quello che ci accade, in relazione al significato che non gli attribuiamo e alle modalità di cui disponiamo per farvi fronte. A parità di evento, ci si può sentire “sfidati” a dare il meglio di sé, o abbattere, ritenendo l’accadimento una calamità che rende impotenti. Nel primo caso lo stress è benefico, e si configura, come lo definiva lo studioso Selye, il “sale della vita”, che dà sapore alla nostra quotidianità, spingendoci all’azione ed all’evoluzione personale. Al contrario, nella seconda eventualità, diventa la premessa per una condizione d’impotenza, che se intensa o protratta può evolvere in depressione, con un coinvolgimento della psiche e del corpo, anche attraverso la sua influenza sulle funzioni immunitarie, che vengono modulate negativamente, così da esporre l’individuo ad un maggior rischio di malattia.

 

Dott. Mauro Piccini
https://www.neuroscienze.net/pnei/

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