LA VITA E’ BEN ALTRO

LA VITA E’ BEN ALTRO

Tutti sappiamo che l’impatto dell’ambiente vissuto da una generazione può vincolare lo sviluppo e il comportamento di quella successiva, ma se ci fermiamo solo a questo saremmo tutti “vittime” di un fato ineluttabile.

La vita è ben altro.
Una forza creatrice unica ed invisibile vive in noi sempre, la difficoltà sta nel riuscire a vederla, nel sentire quel battito vivace che vibra  nel nostro cuore e nel quale questa forza respira, perché il peso del passato è ancora soffocante, perché ci ricorda di non essere abbastanza, perché respinge ogni nostra possibilità di redenzione rendendo ogni percezione distorta e irreale, inibendoci al movimento della vita.

Possiamo scegliere se  vivere un programma definito ed ereditato che annulla i nostri potenziali come gli anelli di una catena infinita o se spezzare questa catena scegliendo di essere liberi, senza dover continuamente proiettare sull’altro risentiti o desideri.

“Se ci liberiamo dalla costrizione del cerchio famigliare e scegliamo la nostra autonomia ci troveremo a fronteggiare difficoltà, dolori, ansie e l’immagine persecutoria del figlio fantasticato dai genitori. E’ così che la lotta per qualcosa diventa la lotta contro qualcosa…Facendoci carico del senso di colpa, ci incamminiamo su una via che si colloca fatalmente e faticosamente altrove rispetto a quella indicataci”.  A. Carotenuto

E’ nostra responsabilità risvegliare la nostra autenticità. Essere autentico richiede molto coraggio perché ci spinge ad abbandonare vecchi modelli, vecchie certezze, relazioni superficiali o ingabbianti per poter fare spazio ad un “nuovo” che vuole emergere e …purtroppo l’abbandono è a tutti gli effetti una morte.

“Chi inconsciamente si priva della presenza dell’anima rinuncia a un dono prezioso, perché essa è la nostra forza”. A. Carotenuto

Vivere secondo le proprie aspirazioni e rendere onore alla nostra unicità comporta sempre un tradimento verso qualcosa o qualcuno. Uscire dal mondo delle certezze per aprire la porta nel mondo del misterioso e dell’immanifesto è l’unica valida possibilità che abbiamo per accogliere con presenza e fiducia il nuovo che ci attende.

Nel viaggio con la Tecnica Metamorfica mi sono inoltrata in mondi sconosciuti, con paesaggi sempre nuovi a volte nebbiosi, altri colorati e ricchi di sfumature; ciascuno di voi può vivere questo viaggio con infiniti mezzi, l’importante è che questo viaggio sia l’espressione della vostra unica e irripetibile voce e la manifestazione del sentire del vostro unico e irripetibile cuore.

Cristiana Naldi

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CALENDARIO CORSI TECNICA METAMORFICA E PRINCIPI UNIVERSALI 2019/2020

CALENDARIO CORSI TECNICA METAMORFICA E PRINCIPI UNIVERSALI 2019/2020

La Tecnica Metamorfica si basa sul principio intuito da Robert Saint John in base al quale sulla zona di riflesso della colonna vertebrale su piedi, mani e testa corrisponde il periodo prenatale, durante la gestazione il nuovo essere forma non solo il suo corpo fisico, ma anche la struttura mentale, emotiva e comportamentale. Le cellule del nostro corpo sono impregnate di tutte le esperienze della nostra vita, incluso il periodo prenatale (dal concepimento alla nascita).

Durante la fase di gestazione sono state gettate le basi del nostro modo di essere e di comportarci. Disturbi e/o malattie di vario genere possono essere la manifestazione di debolezze codificate anche in questo periodo.

Lavorare sull’area corrispondente a tale periodo significa agire sulla struttura temporale durante la quale tutte le nostre caratteristiche, forze e debolezze si sono formate. Si tratta di un leggero sfioramento su piedi, mani e testa per entrare in contatto con se stessi e liberare il proprio potenziale, attingendo alla forza vitale insita in ciascuno di noi, un approccio semplice, delicato e rispettoso. La forza vitale una volta liberata può modificare e sciogliere i blocchi e le memorie formatisi nel passato o ereditate dai nostri avi, ma ancora attive in noi.

E’ un grandissimo strumento di auto-guarigione che tutti possono imparare, per se stessi, per la propria famiglia, per i propri figli, esprime un modo rivoluzionario di guardare la vita, è una possibilità per scoprire chi siamo veramente oltre le convinzioni e i pensieri limitanti.

Nel primo livello si imparerà la Tecnica Metamorfica e la necessaria attitudine interiore per utilizzarla subito in un ambito ristretto ed informale, con famigliari, conoscenti o altri partecipanti ai corsi o come base di un percorso per Praticanti.
Nel secondo livello si approfondirà la Tecnica Metamorfica e insieme affronteremo i Principi Universali che sono il fondamento di questo lavoro eccezionale, unitamente alla discussione del periodo di tirocinio del percorso formativo per Praticanti (per operatori del settore od operatori sanitari).

I corsi possono essere individuali o di gruppo, infrasettimanali o nel fine settimana e su richiesta in altre sedi.

Dott. Mauro Piccini 
Cristiana Naldi

Per informazioni: [email protected]
Tel. 340/2870987
0321/829687

NEURONI SPECCHIO: L’EMPATIA SPIEGATA DALLE NEUROSCIENZE

NEURONI SPECCHIO: L’EMPATIA SPIEGATA DALLE NEUROSCIENZE

I neuroni specchio sono il motivo per cui riusciamo ad interpretare i gesti e le emozioni degli altri. Scoperti a Parma da Giacomo Rizzolatti, permettono di risolvere alcuni dei misteri del nostro cervello.

Cosa sono i neuroni specchio? Fermiamoci un attimo a riflettere, cosa facciamo noi umani tutto il giorno? Interpretiamo il mondo che ci circonda, soprattutto le persone che vediamo quotidianamente.  Tutto ciò che siamo è il perfetto riassunto della perfetta funzionalità del nostro cervello, composto da milioni di neuroni, le cellule del sistema nervoso, ognuno collegato con quasi 10 000 altri. I neuroni parlano fra loro costantemente attraverso interazioni elettriche e chimiche, riuscendo a sentirsi e a coordinare tutte le nostre azioni, i pensieri, i sentimenti e tante altre funzioni cognitive di cui siamo consci e non.

I neuroni specchio sono alla base dei processi di imitazione dei bambini e, pertanto, sono fondamentali.

Quando siamo in una stanza rumorosa, ad esempio, ogni neurone sa benissimo cosa fare: alcuni, chiamati neuroni sensitivi, si occupano di percepire le informazioni provenienti dall’esterno e dall’interno del nostro corpo (per esempio i colori dell’arcobaleno dopo la pioggia o il suono della musica che ascoltiamo in discoteca); altri, i motoneuroni, ci permettono di eseguire azioni o far secernere una ghiandola, (come quando facciamo una corsa o piangiamo vedendo il finale di un film strappalacrime) e per ultimo, gli interneuroni, che si occupano di elaborare una risposta ad un certo stimolo sensoriale. Inoltre esistono dei neuroni che hanno qualcosa in più rispetto ai motoneuroni, sono i neuroni specchio.

Scoperta dei neuroni specchio

I neuroni specchio sono stati una scoperta tutta italiana fatta quasi per caso da Giacomo Rizzolatti e la sua equipe di neuroscienziati a Parma, durante uno studio sulle azioni complesse del macaco. Furono inseriti  degli elettrodi nella regione F5 della corteccia premotoria frontale (un’area deputata alla pianificazione degli atti motori) e si registrarono le scariche dei neuroni motori. Ciò che non ci aspettava (ma che accadde) era che i neuroni motori di quest’area iniziassero a scaricare anche quando i macachi vedevano gli scienziati compiere determinate azioni (come mangiare delle noccioline). Così, dopo circa 20 anni di sperimentazione, Giacomo Rizzolatti e la sua equipe sono riusciti a dimostrare l’esistenza dei “neuroni dell’empatia” ovvero, i neuroni specchio. In poche parole, ad un primo impatto, questi neuroni sono quelli che causano uno sbadiglio riflesso nel momento in cui si vede sbadigliare qualcuno o che inducono il neonato a sorridere (lui che non ha ancora sviluppato il concetto di felicità e di espressione della stessa e che, dunque, imita semplicemente i movimenti che vede).

La risposta dei macachi inoltre, variava di intensità sulla base del significato soggettivo che le scimmie davano all’oggetto in questione. In altre parole, le aree contenenti i neuroni specchio si attivavano tanto più quanto l’oggetto (noccioline o gelato) veniva interpretato come ricompensa. Così, utilizzando la risonanza magnetica funzionale (fMRI), la stimolazione magnetica transcranica (TMS) e l’elettroencefalografia (EEG), è stato trovato anche nell’area F5 e nel lobo parietale inferiore degli uomini un sistema simile di sincronizzazione azione-osservazione. La carrellata di studi successivi a quelli svolti da Rizzolatti hanno infatti dimostrato che, oltre alla programmazione (propria di tutti i neuroni motori) e all’imitazione, i neuroni specchio hanno almeno almeno altre due prerogative: la previsione e l’empatia.

Il sistema specchio: tra previsione ed empatia

Prima della scoperta dei neuroni specchio, la capacità che ha un individuo di prevedere e comprendere le azioni e le intenzioni di chi gli sta di fronte, si basava sull’inferenza:  un sofisticato apparato cognitivo nel cervello del primo individuo elabora ciò che vede (come prendere una tazzina piena di caffè, l’informazione sensoriale) e, paragonandola con le sue esperienze passate, gli permette di capire che cosa sta facendo il secondo individuo e perché. Per quanto, tale modo cognitivo di procedere sia fondamentale per interpretare situazioni strane e complesse, Rizzolatti con la scoperta del sistema specchio ha dimostrato che esiste un meccanismo molto più semplice ed immediato per comprendere le azioni dei nostri simili. In poche parole, siccome il primo individuo conosce le conseguenze del suo atto motorio (per esempio di quello dell’afferrare), quando i suoi neuroni specchio che codificano l’afferrare si attivano guardando il secondo individuo che afferra un oggetto, il primo immediatamente comprende che l’altro sta afferrando qualche cosa. Il passaggio all’empatia è dunque ora abbastanza immediato.

I neuroni specchio del sistema neuronale del macaco si attivano sia quando la scimmia vede compiere l’azione che quando essa stessa la compie.

Infatti, i neuroni specchio si attivano, anche quando si riconoscono le emozioni altrui, perché simulano gli stessi movimenti fatti dalla persona osservata (i movimenti mimici facciali) e inviano tali informazioni all’insula, una regione cerebrale interna che serve a vivere alcune sensazioni (come il disgusto), e all’amigdala, centro della paura e della libido ma soprattutto struttura del sistema limbico che permette di codificare le emozioni, aiutandoci ad interpretare lo stato d’animo di chi ci sta di fronte. Pertanto, ci basta guardare la persona che abbiamo difronte, per sapere se è felice o triste, per entrare in empatia con essa.

È importante sottolineare che ci sono altri neuroni che inibiscono le azioni stimolate dai neuroni specchio, altrimenti ci ritroveremmo tutti a piangere quando vediamo una persona piangere o tutti a ridere quando la vediamo ridere. Tale regolazione è alla base dell’empatia poiché permette una simulazione incarnata dell’altro riuscendo nello stesso momento a mantenere una distanza, dandoci la possibilità di rispondere a tale situazione in maniera diversa in base alla persona con cui siamo, alle nostre conoscenze e al coinvolgimento emotivo: se vediamo un amico soffrire faremo di tutto pur di aiutarlo, ma se a soffrire è una persona sconosciuta l’empatia sarà verosimilmente più attenuata.

Dall’empatia alla socialità e le nuove prospettive per il futuro

Tutto ciò non fa altro che avvalorare la tesi secondo cui l’uomo è un animale sociale che per vivere in società ha bisogno di empatia e che il sistema specchio ne è probabilmente la base imprescindibile. Il nostro cervello è un organo estremamente sociale, che ci permette di immedesimarci negli altri e sentire ciò che provano, dandoci la possibilità di affrontare insieme le difficoltà e di condividere  le gioie. Difatti, quando il sistema specchio non funziona in maniera adeguata si incorre nell’autismo, patologia caratterizzata soprattutto da difficoltà più o meno importanti nel relazionarsi con gli altri e dalla mancanza di empatia.

https://www.thedifferentgroup.com/2019/05/05/neuroni-specchio/
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MICROBIOTA, LA NUOVA ARMA PER COMBATTERE IL CANCRO

MICROBIOTA, LA NUOVA ARMA PER COMBATTERE IL CANCRO

Le difese antitumorali potrebbero risiedere all’interno di quel variegato mondo di batteri, protozoi, funghi e virus che va sotto il nome di microbiota. Sono le indicazioni più recenti della ricerca che negli ultimi 10 anni ha prodotto qualcosa come 4 mila studi scientifici, prevalentemente di tipo pre-clinico, su questo tema e che ora comincia a fornire anche indicazioni cliniche al punto che l’Istituto nazionale dei tumori (Int) di Milano ha deciso di promuovere “Mibioc – The way of the microbiota in cancer”, convegno internazionale che dal 21 al 22 novembre prossimi ospiterà nel capoluogo lombardo esperti di tutto il mondo per un primo confronto su attualità e prospettive future del microbiota in ambito oncologico, dalla patogenesi alle terapie.

“Si è sempre pensato che ci fosse una correlazione tra la flora batterica, e quindi il microbiota, e il nostro organismo: oggi grazie allo studio di comunità microbiche, cioè la metagenomica, sappiamo che la popolazione batterica svolge un ruolo fondamentale nel conservare il nostro stato di salute”, spiega Riccardo Valdagni, presidente di Mibioc e direttore della radioterapia oncologica 1 nonché del programma prostata all’Int di Milano. “Mantenere un buon equilibrio tra batteri, funghi e virus che convivono nel nostro intestino ma anche nella bocca, sulla cute e nelle vie genito-urinarie è fondamentale per far funzionare al meglio il nostro organismo: è necessario infatti evitare la sopraffazione di un gruppo di batteri, virus, funghi o protozoi rispetto a un altro per ridurre la concentrazione di molecole pro-infiammatorie nel sangue. Allo stato attuale ci sono segni evidenti che il microbiota possa influenzare lo sviluppo di un tumore, ma come questo accada è ancora oggetto di studio. Ciò nonostante, è innegabile come i risultati finora ottenuti abbiano aperto la porta a una nuova e promettente area di ricerca per la cura del cancro che coinvolga il microbiota come parte integrante del nostro organismo e delle nostre difese”.

Prostata e testa/collo sotto osservazione

Il profilo di microbiota, pur non essendo ancora un biomarcatore validato, sembra impattare non solo sull’efficacia delle terapie antitumorali, ma anche sulle tossicità derivanti dalle stesse.

Il dipartimento di Radioterapia dell’Int, in collaborazione con il dipartimento di Oncologia sperimentale, sta conducendo uno studio avviato oramai tre anni fa e prossimo alla conclusione, con lo scopo di cercare di predire quali, tra i pazienti che ricevono radioterapia con scopo curativo per i tumori di prostata e testa/collo, sono più soggetti di altri a riportare effetti collaterali.

“Circa il 10% dei pazienti con tumore alla prostata è più sensibile e a rischio di effetti collaterali anche severi e questa percentuale aumenta drammaticamente durante e dopo la radioterapia per i tumori della testa e collo”, sottolinea Ester Orlandi, Sc Radioterapia oncologica 2 all’Int di Milano. “Lo studio che stiamo facendo in Istituto si propone di affrontare il tema della sensibilità individuale alla radiazione con un approccio innovativo, cercando cioè di stabilire l’esistenza di un’associazione tra il tipo di microbiota e la probabilità di sviluppare effetti collaterali della radioterapia. Questo ci darà la possibilità di comprendere il ruolo del microbiota per il trattamento personalizzato dei tumori e in un futuro sviluppare strumenti, incluso quello dietetico, o anche probiotici e batteri sinteticamente ingegnerizzati attraverso i quali manipolare il microbiota stesso a fini terapeutici”.

Tra immuno e antibiotico-terapia

Il microbiota influenza in maniera attiva e importante anche l’efficacia della risposta all’immunoterapia, trattamento oncologico ormai standard per diversi tipi di malattia. Diversi studi hanno osservato che i pazienti in cui l’immunoterapia è efficace hanno un microbioma intestinale molto ricco di specie diverse, mentre nei pazienti resistenti al trattamento il repertorio del microbioma è più limitato.

“L’evidenza che un microbioma ricco in termini di diversità sia garanzia di un sistema immunitario più efficiente, sembra quindi consolidata”, precisa Licia Rivoltini, responsabile della struttura di  Immunoterapia dei tumori umani, presso l’Int di Milano. “Quindi, una dieta sana sembra essere al momento attuale un primo importante strumento di modulazione del microbioma nel regolare la risposta immunitaria antitumore”.

Un’altra delle poche implicazioni cliniche immediate riguarda l’uso degli antibiotici in pazienti oncologici sottoposti a immunoterapia. Infatti, data l’azione negativa che alcuni di questi farmaci possono svolgere sul microbioma, si cerca attualmente di limitarne l’uso in chi inizia un trattamento immunoterapico, con l’idea di non alterare l’equilibrio del microbioma nelle delicate fasi di attivazione della risposta immunitaria antitumore.

“Allo stesso modo l’uso dei probiotici è ancora da approfondire” spiega Cecilia Gavazzi, responsabile all’Int di Milano della struttura di Nutrizione clinica. “Da un lato vi è l’indicazione all’utilizzo di probiotici contenenti lattobacilli per la prevenzione della diarrea, in pazienti con malattia addominale e candidati a chemio-radioterapia ma dall’altro ne è sconsigliato l’uso indiscriminato, specialmente se il paziente è immunodepresso per un possibile rischio di eventi avversi”.

Così conclude Valdagni: “La grande speranza è ovviamente quella di capire se attraverso una manipolazione del microbioma si possa un giorno rendere sensibili al controllo del sistema immunitario quei tumori che di natura non lo sono. Molte le strategie in corso di studio, dal trapianto fecale ai prebiotici, dai probiotici a vari interventi dietetici specifici. Non abbiamo però ancora alcuna indicazione in merito alla reale utilità di questo tipo di interventi, né che esistano microbi più o meno in grado di influenzare favorevolmente la risposta immunitaria antitumore”.
Nicola Miglino

 

http://www.nutrientiesupplementi.it/index.php/interviste/item/623-microbiota-la-nuova-arma-per-combattere-il-cancro

CURARSI CON GLI ANTIBIOTICI AMMALARSI DI ANTIBIOTICI

CURARSI CON GLI ANTIBIOTICI AMMALARSI DI ANTIBIOTICI

Usati troppo e male negli uomini e negli animali possono diventare un problema. Cosa sono e a cosa servono, chi li prescrive, quali sono le controindicazioni.

Sta diventando un problema rilevante, quello dell’abuso e del cattivo uso degli antibiotici: anzitutto perché sono sempre più inefficaci nella loro guerra ai batteri (e non ai virus!). Si stanno diffondendo malattie resistenti ai medicinali ora utilizzati e il futuro non promette di essere migliore. Si aggiunga il massiccio uso degli stessi negli allevamenti intensivi, con il rischio che carni e pesci siano ulteriori vettori di antibiotici indesiderati, che rischiano anche di disperdersi in terreni e acque. Occorre dunque un’educazione sanitaria rinforzata e un corretto uso negli allevamenti affinché, da preziosi alleati, non si trasformino in nemici.

Antibiotici: da grandi amici a problema collaterale
Usati male, troppo, ora incapaci di difenderci da certi batteri
Chi vincerà? La silenziosa battaglia tra batteri e antibiotici è in atto da tempo. E potrebbe avere risvolti drammatici, se non si corre in fretta ai ripari con azioni mirate che siano condivise non solamente dalla comunità scientifica, ma dai cittadini. La verità è che consumiamo troppi antibiotici e spesso lo facciamo in maniera ingiustificata o scorretta. Abitudine che si unisce alla somministrazione di questi farmaci sugli animali, le cui carni a loro volta finiscono sulle tavole.
Quei super-germi silenti e agguerriti
Fantascienza, verrebbe da pensare, immaginando questi super-germi che intralciano (riuscendoci) l’azione dei medicinali. Si tratta di invisibili killer che si annidano ovunque: dagli indumenti alle superfici degli smartphone, dalle corsie degli ospedali alle lungodegenze fino ai più comuni luoghi pubblici. Sono killer silenti, impercettibili e spietati che annualmente in Italia uccidono oltre 10mila persone, mietono cioè circa 30 vittime al giorno.
Mettendo sotto la lente del microscopio l’area economica europea, un morto su tre per infezioni è italiano. A ciò si collega un altro, non certo lodevole, primato: il nostro Paese segue, sul terzo gradino del podio, Grecia e Turchia per l’antimicrobico-resistenza: quanto a impatto epidemiologico ed economico, una minaccia per la salute pubblica a sentire l’Organizzazione mondiale della sanità. La trasformazione dei ceppi batterici in organismi resistenti è un meccanismo evolutivo naturale: a determinarlo sono le mutazioni del corredo genetico, in grado di proteggere il batterio dall’azione del farmaco. Aver introdotto gli antibiotici in ambito clinico umano e veterinario ha dato origine a un’ulteriore pressione selettiva, favorendo la selezione di microrganismi resistenti. Con conseguente contaminazione della catena alimentare.
Uso e abuso: tutti colpevoli
Quando si parla di uso e abuso di antibiotici, dunque, nessuno è assolto.
Tira in ballo le responsabilità di medici, veterinari e pazienti il prof. Ercole Concia, già direttore dell’Unità operativa di malattie infettive dell’Università di Verona, affrontando la tematica dell’epidemiologia delle resistenze in un recente incontro che si è svolto all’Accademia di agricoltura, scienze e lettere. Da una parte i germi sono più agguerriti, fa notare. Dall’altra parte le aziende farmaceutiche investono dove si guadagna di più (con farmaci oncologici e vaccinazioni), non certo negli antibiotici che infatti, nel tempo, si sono rinnovati poco nelle formulazioni. «A fronte invece dei grandi nemici, i batteri, che sono diventati migliaia. Alcuni dei quali pure molto ostinati», precisa.
Per guardare la situazione da una prospettiva ampia, richiama un rapporto che il Governo britannico del primo ministro David Cameron commissionò nel 2015: gli effetti delle infezioni provocate dai “batteri resistenti agli antibiotici” (Antimicrobial resistance infection, indicati a livello internazionale con la sigla Amr) causano circa 50mila decessi ogni anno tra Europa e Stati Uniti, con centinaia di migliaia di morti in altre aree del mondo. Nella stessa analisi è­ stato stimato che, in assenza di interventi efficaci, il numero di infezioni complicate da Amr potrebbe aumentare notevolmente arrivando, nel 2050, a provocare la morte di 10 milioni di persone l’anno oltre a una perdita economica cumulativa compresa tra i 20 e i 35 miliardi di dollari. Ci troveremo davanti a nuova “grande peste” come quella del Seicento, nella quale sulle azioni della scienza avrebbero la meglio insidiosi batteri quali la Escherichia Coli, la Klebsiella Pneumoniae, lo Staphylococcus Aureus.
Sarà una battaglia dura da vincere
«Se non agiremo in modo adeguato, l’antibiotico-resistenza porterà a una previsione drammatica. Questa strage sarà soprattutto in Africa. Come siamo messi in Italia? Molto male», risponde Concia. L’Italia, secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), veste la maglia nera per tasso di resistenza: «Dati che sono considerati ineluttabili perché manca un coordinamento tra i vari livelli e nel breve futuro alcuni interventi chirurgici saranno compromessi», prosegue. «Ce lo meritiamo? Direi di sì. Perché siamo arrivati a questo punto? Abbiamo sbagliato noi medici, hanno sbagliato i veterinari, hanno sbagliato i pazienti: le colpe sono diffuse», incalza il professore, snocciolando ulteriori dati che esortano alla riflessione.
L’Italia usa circa 28 dosi giornaliere, rispetto alle 10 dell’Olanda; negli anziani il dosaggio quotidiano arriva a 120, rispetto a 21 della Germania. A Verona il 51% dei pazienti ricoverati in ospedale si avvale di antibiotici, mentre un consumo virtuoso sarebbe del 30%. Dalle corsie ospedaliere si passa agli ambulatori di medicina generale, dove la metà dei camici bianchi somministra pastiglie in caso di influenza, raffreddore e laringo-tracheite che sono malattie virali. Come se non bastasse, fa notare, «il malato ci mette del suo: nel 30% dei casi non rispetta la prescrizione medica, non assumendo nulla o non attenendosi alla durata della terapia. Noi italiani poi siamo tra i primi quanto ad auto-medicazione perché ricorriamo a una terapia precedente e se andiamo in farmacia ci danno di tutto…».
Non è finita. La proliferazione di batteri è correlata ai comportamenti. L’igiene delle mani è fondamentale, specialmente negli ambienti di cura. Le stanze singole aiutano il contenimento delle epidemie. Allargando lo sguardo alla popolazione, la mobilità internazionale ha agevolato gli scambi di virus. È arrivato per esempio dall’India il batterio Ndm (New Delhi metallo beta-lactamase) alla base di un’epidemia che Concia etichetta come «non banale»: in Toscana ha colonizzato 700 pazienti, dei quali il 90% ha avuto gravi infezioni di polmoniti e sepsi, con una mortalità del 40%.
Sorveglianza, prevenzione e controllo diventano allora parole chiave. Tra gli obiettivi del Ministero della salute c’è la riduzione entro il 2020 dell’uso di antibiotici del 10% in ambito territoriale e ospedaliero; del 30% nel settore veterinario. «Come andrà a finire? Credo che non vinceremo la battaglia – conclude –. Però potremo fare una guerra di trincea nella consapevolezza che tutti, sia medici che veterinari e pazienti, dobbiamo fare qualcosa».
Marta Bicego

Cosa sono e a cosa servono?
Curare o prevenire le infezioni provocate da batteri: a questo servono gli antibiotici. Sono medicinali in grado di uccidere i batteri stessi o di evitarne la moltiplicazione e diffusione nell’organismo oltre alla trasmissione nei confronti di altre persone. In merito alla loro efficacia, c’è una grande bufala da sfatare. Non sono efficaci contro le infezioni virali quali raffreddore, influenza e alcuni tipi di tosse e mal di gola: senza ingoiare pastiglie, il sistema immunitario è nella maggior parte di questi casi capace di “curarsi” in autonomia.
Chi li prescrive?
Il medico. Oltre alla ricetta, fornisce indicazioni su dosi, modalità, durata della terapia che dev’essere rispettata per ottenere i massimi benefici e soprattutto per prevenire lo sviluppo dell’antibiotico-resistenza. L’assunzione deve seguire intervalli regolari. Ed è sbagliato interrompere la cura oppure ridurre la dose perché ci si sente meglio. Se ci si dimentica di assumere una compressa al tempo indicato, bisogna (salvo diverse indicazioni) rimediare prima possibile; tuttavia, se ci si accorge della dimenticanza quasi all’orario in cui è prevista la dose successiva, non si deve prendere dosaggio doppio.
Hanno controindicazioni?
Circa una persona su 15, secondo l’Istituto superiore di Sanità, può avere una reazione allergica agli antibiotici, in particolare a penicilline e cefalosporine; in rari casi si può verificare una reazione grave (anafilassi) che necessita di un intervento medico urgente. Come medicinali non sono adatti a soggetti con determinate patologie, donne in gravidanza o in allattamento. In alcuni casi possono interagire con altre terapie o con l’alcol. Il “fai da te”, insomma, non è consigliato.
M. Bic.

50.000 tanti sono i decessi ogni anno, in Europa e negli Stati Uniti, causati dalla resistenza agli antibiotici secondo un’esaustiva analisi effettuata dal Governo britannico.
671.689 nel 2015 ammontavano a questa cifra per l’Ecdc (European Centre for Disease Prevention and Control), nei Paesi dell’Unione Europea e dello spazio economico europeo, i casi di infezioni antibiotico-resistenti a cui sono attribuibili 33.110 decessi, un terzo dei quali si è verificato in Italia.
3° posto medaglia di bronzo, per l’Italia, nella classifica dei Paesi con più alto indice di resistenza agli antibiotici. Sul podio ci sono rispettivamente Grecia e Turchia. Quanto a consumo, gli italiani sono al sesto posto.
2,4 milioni è il numero di morti che, entro il 2050, l’antibiotico-resistenza provocherà secondo le proiezioni dell’Oms, con danni pari a 3,5 miliardi di dollari l’anno. L’impatto sarà superiore a quello della crisi finanziaria del 2008-2009.

Da: https://www.veronafedele.it/Attualita/Curarsi-con-gli-antibiotici-ammalarsi-di-antibiotici

L’IPOCRISIA NELLE RELAZIONI

L’IPOCRISIA NELLE RELAZIONI

L’ipocrita, come riconoscerlo e smascherarlo per non cadere nella trappola della falsità.

L’ipocrisia viene spesso identificata come l’altra faccia della medaglia della sincerità e trasparenza, ovvero un insieme di atteggiamenti e comportamenti legati a falsità, scarsa chiarezza e atteggiamento mascherato.

È proprio dal mondo delle maschere, o meglio il teatro, che il termine ipocrisia ha origine. “Ipòcrisis” dal greco significa “simulazione” ed è il nome utilizzato nell’antichità per definire il gesto dell’attore, l’ipocrita appunto, sul palco scenico in cui aveva lo scopo di mostrare altro rispetto alla propria essenza, appunto “simulare” o interpretare una parte e qualcosa.

Oggi, purtroppo, l’ipocrisia non si limita alla messa in scena di uno spettacolo, ma pervade ogni ambito della vita dalle relazioni famigliari, a quelle amicali, dal rapporto di coppia a quello tra colleghi.

Ipocrisia: cos’è?

L’ipocrisia racchiude in sé una serie di comportamenti e atteggiamenti in cui l’ipocrita ha lo scopo di mascherare e celare la propria essenza, il proprio modo di pensare, i vissuti, i sentimenti e i bisogni. La maschera ha come scopo quello di celare all’altro eventuali personali debolezze, difficoltà o incapacità, mostrandosi al meglio possibile, cercando di soddisfare ciò che il proprio interlocutore vuole o si aspetta.

L’ipocrita quindi agisce e manifesta altro rispetto a ciò che pensa e prova, con l’unico intento di attirare l’attenzione altrui ed entrare in relazione, ricevendo riconoscimento, accettazione e anche posizioni più favorevoli per raggiungere i propri scopi.

La persona ipocrita assume le sembianze di un amico di cui fidarsi, di un collega o superiore con cui parlare e confrontarsi, di un partner fedele e a tratti super accondiscendente e disponibile, ma dietro al proprio comportamento nasconde un forte desiderio di conquista, falsità e mancanza di reale coinvolgimento nella relazione.

Ipocrisia: perché mentire?

Alla base dell’ipocrisia possono esserci differenti elementi. Uno fra tutti la scarsa fiducia in sé e nelle proprie capacità che porta a mostrare altro, rispetto al reale modo di essere, esaltando alcune caratteristiche spesso non vere e mentendo sui propri interessi, capacità, possibilità e conoscenze.

La scarsa fiducia si estende anche alle proprie abilità relazionali per cui l’ipocrita pensa di dover assumere false sembianze per essere accolto, accettato e trarre i vantaggi necessari. Dichiarare il falso o fare ciò che in realtà non pensa realmente utile, sostenere principi morali elevati in cui spesso non si crede, sono quindi solo alcuni degli aspetti del conflitto e paradosso che caratterizzano l’ipocrita che cerca in tutti i modi di acquisire “voti” all’interno del contesto in cui si muove.

I segnali nascosti dell’ipocrisia

Seppur l’ipocrita sia estremamente abile nel mascherare la sua vera essenza e riesca ad ammaliare il pubblico con cui si relaziona, ci sono alcuni elementi che possono permettere di smascherare queste persone e togliersi da queste relazioni disfunzionali e alla lunga dolorose.

In primo luogo, solitamente l’ipocrita si comporta diversamente da quello che pensa, o comunque fa cose differenti da ciò che dice, per cui ad esempio afferma che è giusto far sedere gli anziani sul pullman e fa un discorso morale animato e concitato su questo, ma poi è il primo a girare la testa sull’autobus quando sale un anziano. Si fa spesso porta voce di principi morali, valori e senso di giustizia senza crederci realmente e contraddicendosi nei gesti, negli atteggiamenti e nelle discussioni in cui tante persone la pensano diversamente tra loro.

Altro elemento è la continua ricerca di una scusa e giustificazione per le proprie azioni, spesso accusando altri, cerca di autoconvincersi di alcune realtà quando non è in grado di raggiungere ciò che desidera attivando una vera e propria dissonanza cognitiva e falsa credenza.

Infine, è una persona che nel fare un complimento dice celatamente una cattiveria, facendo trapelare in modo sottile ciò che pensa. Ad esempio, fa apprezzamenti sulla nuova auto dell’amico seppur sottolineandone l’economicità della marca.

L’ipocrisia è una realtà molto diffusa nella realtà di oggi dove l’apparenza acquisisce un’importanza rilevante e superiore rispetto alla vera essenza e capacità di una persona. Si ha una lotta continua al potere e al riconoscimento a discapito di sincerità e lealtà che sono invece spesso vittime di incomprensione e scarso riconoscimento e successo. Imparare a smascherare i falsi e gli ipocriti permette di ridurre la sofferenza nelle relazioni, la delusione e incrementare la lealtà e gli atteggiamenti sinceri.

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Dott. Mauro Piccini

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