MALATTIA COME SIMBOLO 1° PARTE

MALATTIA COME SIMBOLO 1° PARTE

Attraverso la malattia parliamo a noi stessi e prendiamo  il nostro corpo come un testimone: la manifestazione, la lesione e il dolore sono il riflesso preciso delle emozioni che stiamo vivendo.
I sentimenti si trasformano in sensazioni e questo ci irrita, ci da fastidio; ma che cosa ci irrita e ci rode e a che cosa quel dolore è sordo?
Il medico ci ascolta e scrive “gastrite”; su nostra richiesta “classifica” ciò che proviamo e questo ci rassicura, diventa qualcosa di noto e misurabile.
Ma così facendo, quello che cercavamo di comunicarci attraverso questo sintomo ha buone possibilità di essere accantonato in cantina.

La diagnosi è un atto necessario ma è un arma a doppio taglio. Confidare la malattia al nostro medico è logico perché ha il compito di aiutarci e di curarci, ma se gli deleghiamo la responsabilità di ciò che proviamo, se la malattia diventa una faccenda solo del medico che ne sarà dell’interrogativo, che attraverso di essa rivolgiamo a noi stessi?
Quindi perdiamo il senso di quello che cerchiamo di comunicare a noi stessi. Dato che ci parliamo usando il corpo come metafora, ecco che ciò che tentiamo di comunicare diventa incomprensibile. Soffriamo senza sapere il perché, come se ci mancasse la chiave di comprendere il messaggio, ascoltare la propria malattia come un linguaggio interiore è un primo passo verso la guarigione
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La malattia è un modo di comunicare sia con se stessi che con gli altri perché, consapevolmente o meno,  in tal modo esprimiamo ed esterniamo il nostro mal-essere.
La metafora è un “procedimento del linguaggio che consiste nel modificare il senso attraverso una sostituzione analogica”.
La metafora è il modo più semplice e diretto per esprimere qualcosa che è difficile da definire. E molto spesso ci serviamo di uno dei nostri organi come metafora per comunicare con noi stessi e dirci qualcosa di figurato.

Le impressioni fisiche che proviamo sono un modo di descrivere ciò che sentiamo. Anche il punto del corpo in cui si manifesta il nostro malessere non è casuale. In qualche modo, inconsciamente, scegliamo l’organo che la malattia colpisce. La scelta è tutt’altro che casuale, perché corrisponde alla nostra percezione inconscia di quell’organo o della sua funzione. Ciò a cui serve l’organo, viene usato come metafora per esprimere il disagio.

La malattia è un modo curioso di dirci le cose, perché è come se ci parlassimo a mezzi termini. Quando parliamo del “capo” di un azienda è una metafora perché l’azienda non ha un “capo” più di quanto abbia “i piedi”; ma ognuno di noi sa che la testa, “IL CAPO” è la parte che dirige, quindi tutti capiscono cosa vuol dire.

Tutt’altro può essere che un mal di capo rifletta il nostro dolore nel non potere dirigere a nostro piacimento certe situazioni. In questo modo, attraverso la malattia, ci capiamo. Contemporaneamente, però non capiamo che cosa ci sta succedendo, perché mai ci siamo ammalati, né a cosa serva questa sofferenza dalla quale aspiriamo solo a liberarci velocemente.

Sul fatto che certe malattie siano psicosomatiche tutti sono d’accordo.

Ma le altre malattie che siano infettive o di origine meccanica (ernia del disco) o tumorali sono anch’esse un modo di parlare a noi stessi? La causa della malattia ha due facce. Non ha senso dire quale sia quella giusta, perché lo sono entrambe: nessuno nega la responsabilità di un microrganismo o di un’ernia.

E’ difficile vedere in contemporanea il lato testa e croce della stessa medaglia; i nostri occhi ce lo impediscono e la mente,  come gli occhi,  ha bisogno di prendere in considerazione i due aspetti separatamente.
Non scordate l’immagine delle due facce della medaglia. Queste due facce sono giuste entrambe e quando si parlerà della dimensione psicologica di una sciatica, non sarà per negare l’esistenza di un’ernia discale e viceversa.

Ciò che vale per la malattia può valere anche per gli incidenti, i traumi, le fratture. La cosa può sembrare sorprendente, ma spesso tutto accade come se il mondo esterno e i nostri pensieri entrassero in risonanza.
Gli incidenti segnano momenti di rottura nella nostra vita e talvolta sono dei veri e propri punti di non ritorno; ma sono anche occasioni di apertura ad una vita diversa o ad un’altra dimensione dell’esistenza.
Prendiamo a testimone  anche il mondo esterno e accade che siamo noi a suscitare questi eventi, come se attraverso di essi cercassimo di dirci qualcosa. Attraverso i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti risvegliamo certe reazioni intorno a noi, prepariamo situazioni destinate a maturare e a trovare compimento in eventi che si produrranno anche più tardi. Un evento, che si tratti di un incidente o di una stress di altra natura, può essere il messaggero segreto di un nostro desiderio segreto: ciò che pare l’esito del caso spesso è suscitato dal desiderio di cambiare qualcosa nella nostra vita.

Recenti studi americani hanno dimostrato che il profilo psicologico delle persone che hanno incidenti gravi è simile a quello dei suicidi.

Dott. Mauro Piccini

#piccini #malattia #simbolo #equilibrio #dolore

 

ANSIA DA COVID

ANSIA DA COVID

Dopo una pausa estiva vissuta in quasi apparente normalità il virus è ritornato. E’ ritornato colpendo non solo gli individui più deboli e a rischio, ma anche coloro che pur essendo sani o senza sintomi vivono quotidianamente con un’atteggiamento di allerta estrema, di paura avvolgente che toglie il fiato.
Il virus sta colpendo non solo sotto l’aspetto fisico ma, anche e soprattutto, su quello psico-emozionale.
Un esercito in crescita esponenziale di persone sta portando avanti un corteo di sintomi psichici scatenati dalla perdita dell’aspetto razionale del problema.

Tutti sappiamo che il virus è concausa di grave sintomatologia e morte in quella parte di individui che presentano, oltre ad un’età avanzata, una serie di sintomi legati alla presenza di malattie croniche concomitanti, e al contrario in una percentuale bassa in individui considerati sani.

La determinazione della positività con tampone al virus fa emergere un serie di quadri molto diversi uno dall’altro. Si passa da individui completamente asintomatici, quindi solo positivi al test a quelli paucisintomatici che presentano lieve tosse, febbricola sotto i 37,5 C, stanchezza, mal di gola, a quelli con quadro più strutturato con forte astenia, febbre alta e difficoltà respiratoria che non necessitano di assistenza diretta, a quelli che arrivano alla necessità di respirazione assistita fino ai più gravi dove necessita il ricovero in unità intensiva.

La parola ” positività” ha perso in questo periodo la sua valenza originale.
Ora, positività significa malattia, rischio e per molti possibile morte.
Positività, invece significa che ce la faremo come abbiamo sempre fatto.
Positività significa affrontare il problema.
Positività significa non farsi avvolgere e sconfiggere dalle emozioni incontrollate.
Positività significa fermarsi ed analizzare il quadro sotto tutti gli aspetti.

Oggi dichiarandosi ” positivo” si rischia di essere escluso, allontanato ed additato come portatore di sciagure.
Una psicosi sempre più diffusa sta avanzando tra noi. La paura dell’altro si percepisce negli sguardi di molte persone. I contatti sempre più distanti ci stanno portando a chiuderci in noi stessi vivendo in bolle di isolamento che portano solamente ad aumentare la solitudine e la paura del domani.
La paura di uscire da questa bolla sta innescando in moltissimi individui una sorta di forte malessere composto da nuove  ansie che autoalimentano il problema in un vortice incontrollato.
L’uso di farmaci antidepressivi ed ansiolitici è arrivato a numeri mai raggiunti.
Quello che si deve capire è che il controllo del sintomo non risolve il problema ma nascondendolo lo amplifica sempre di più.
Non ci si ammala e si muore solamente di malattie, ma si può morire anche lentamente, spegnendo la nostra reattività fisica ed emozionale.
Possiamo fisicamente vivere anche cento anni, ma senza la nostra anima, senza la nostra gioia, senza lo stare insieme e condividere, la nostra esistenza sarà quella di una vita da zombie.

Dott. Mauro Piccini

 

REFLUSSO GASTROESOFAGEO E L’IMPATTO DI UNO STILE DI VITA “ACIDIFICANTE”

REFLUSSO GASTROESOFAGEO E L’IMPATTO DI UNO STILE DI VITA “ACIDIFICANTE”

Il reflusso gastroesofageo è una condizione patologica cronica che colpisce il 44% della popolazione americana almeno 1 volta al mese, con episodi quotidiani che affliggono circa il 7% dello stesso campione.  Anche in Italia la situazione non è da meno.

Fortunatamente il reflusso gastroesofageo è curabile. Il trattamento di questo disturbo si distingue per un approccio graduale, che include tanto interventi a livello alimentare e di stile di vita, quanto l’uso di farmaci calibrati sulla severità dei sintomi riferiti.

Nella review che proponiamo vengono analizzati tutti i fattori alimentari e di stile di vita che contribuiscono all’insorgenza o all’aggravamento della malattia.

Dieta e reflusso gastroesofageo sono connessi e l’approfondimento si sofferma su come l’alimentazione e le abitudini quotidiane possano essere migliorate per trarne beneficio terapeutico.

Oltre alla terapia farmacologica e all’intervento chirurgico, infatti, modificare lo stile alimentare e di vita rappresenta la terza imprescindibile componente per curare la malattia da reflusso gastroesofageo.

Il professionista della salute può intervenire proprio su questi aspettiindicando al paziente ad esempio, prima di passare alla terapia farmacologica (step-up approach), cosa mangiare e quali atteggiamenti quotidiani adottare per trattare il reflusso gastroesofageo, i sintomi iniziali e la loro evoluzione: un approccio terapeutico molto efficace, ma ancora poco diffuso.

Uno studio dimostra, infatti, che solo il 12% dei pazienti riceve consigli dietetici e comportamentali, nel momento in cui viene diagnosticato il reflusso gastroesofageo. Eppure le evidenze presentate nella review sono molto chiare, tra gli elementi che hanno un forte impatto sulla patologia incontriamo sicuramente:

  • Fumo – Aumenta l’incidenza dei sintomi del reflusso, promuovendo una diminuzione del tono dello sfintere esofageo inferiore e una minore salivazione, con conseguente riduzione della clearance esofagea.
  • Alcol – La letteratura scientifica attesta che il consumo di superalcolici, ma anche moderate quantità di birra e vino, impediscono il corretto movimento peristaltico esofageo, con conseguente prolungamento dell’esposizione all’acido, un incremento della secrezione acida a livello gastrico e una riduzione del tono dello sfintere esofageo inferiore.
  • Stress – L’ipotesi avanzata nello studio è quella secondo cui, per un meccanismo fisiologico, i fattori di stress causano l’attivazione dei mastociti della mucosa che, attraverso la produzione di citochine, generano un incremento della permeabilità epiteliale e la dilatazione degli spazi intercellulari. L’aumentata esposizione epiteliale ad acidi e pepsina determina l’attivazione dei nocicettori, causando i segnali di dolore e i sintomi di pirosi caratteristici del disturbo.
  • Attività fisica – È stato scientificamente provato come 30 minuti di attività fisica svolta almeno 5 volte alla settimana possano ridurre la sintomatologia, accelerando la velocità di svuotamento gastrico.
  • Posizione supina – Tenere la testa leggermente rialzata durante la notte si è dimostrato metodo efficace per attenuare il reflusso gastroesofageo notturno.
  • Obesità – Soprattutto il grasso addominale è responsabile del rilassamento dello sfintere esofageo inferiore e dell’aumento della pressione intraddominale, che contribuisce alla risalita del chimo dallo stomaco all’esofago.

Tra i fattori alimentari che hanno un influsso maggiore sull’insorgenza del reflusso gastroesofageo o sui suoi sintomi annoveriamo:

  • Spezie – Secondo la review americana, circa l’88% dei pazienti sostiene che le spezie aumentino la pirosi da reflusso.
  • Bevande gassate – Dati statistici multivariati, presentati nello studio, mostrano che queste bevande promuovono il rilassamento dello sfintere esofageo inferiore. Lo stesso fenomeno si verifica con l’assunzione di menta e cioccolato.
  • Caffeina – Rappresenta sicuramente un elemento che contribuisce a precipitare gli episodi di reflusso gastroesofageo, ma non sembra essere un fattore predisponente.
  • Fibra alimentare – Alcuni studi analizzati nella review dimostrano che il consumo di cereali integrali diminuirebbe del 50% i sintomi del reflusso gastroesofageo. Le fibre alimentari aiutano, infatti, ad abbassare la concentrazione di nitriti coinvolti nel manifestarsi o aggravarsi del disturbo.
  • Pasti abbondanti e/o ricchi di grassi – Questa abitudine alimentare può portare a un marcato rallentamento della velocità di svuotamento gastrico, che si traduce in una maggiore incidenza di reflusso e/o peggioramento dei sintomi correlati.
  • Rimedi naturali – Alcuni estratti vegetali hanno mostrato un’azione benefica nei confronti della pirosi da reflusso. Tra questi, ad esempio:
    • la Camomilla;
    • l’Olmaria;
    • l’Olmo rosso;
    • la Sutherlandia frutescens;
    • il Finocchio;
    • la Nepeta cataria;
    • l’Angelica;
    • la Genziana;
    • lo Zenzero;
    • l’Aloe.
  • Orario del pasto – Evitare di mangiare la sera subito prima di coricarsi riduce fortemente i sintomi notturni. La cena, inoltre, è sicuramente il pasto in cui far maggiore attenzione a non eccedere con i grassi e i quantitativi.

L’approfondimento presenta ulteriori spunti interessanti e possibili rimedi al reflusso gastroesofageo.
Sottolinea, fondamentalmente, che è essenziale impostare una terapia medica che parta innanzitutto da un intervento profondo sullo stile di vita e sulle abitudini alimentari scorrette, per poi passare alla relativa cura, che dovrebbe essere integrata gradualmente – se necessaria –  per il controllo dei sintomi, piuttosto che rappresentare la soluzione primaria per il trattamento della patologia.

Dott. Mauro Piccini

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da:https://www.acidosimetabolica.it/

VITA E TRASFORMAZIONE

VITA E TRASFORMAZIONE

La Tecnica Metamorfica è un catalizzatore di un processo di trasformazione, è uno spazio dove è possibile ricongiungersi alla propria origine, ciò che si è in realtà, ciò che si era prima dei condizionamenti ricevuti nel periodo di gestazione o ereditati dalle generazioni precedenti, é un piccolo rituale.

La forza vitale presente in ogni persona, all’interno di questo spazio, provvede alla trasformazione degli schemi esistenti. La direzione verso qualcos’altro sta nel fatto stesso. La direzione verso la quercia è contenuta nella ghianda stessa. La direzione verso la farfalla è già presente nel bruco. Così noi, in quanto praticanti, siamo ben attenti a non indirizzare l’energia della persona che viene a ricevere una sessione. In altre parole, ci manteniamo al di fuori. Il più importante principio che sta dietro il nostro lavoro è il distacco del praticante perché per noi è chiaro che la direzione verso un altra forma, così come gli altri schemi nelle persone, riguardano gli schemi esistenti.

In altre parole, usiamo il libro della natura come una specie di storia che affianca il nostro lavoro. La terra non dà mai nulla alla pianta; non è la terra che dà, ma sono le radici che prendono il nutrimento dalla terra sotto forma di minerali, mentre i piccoli germogli attingono dall’aria e dalla luce. Le mamme in attesa non nutrono mai il feto, ma è il feto che prende il nutrimento dalla madre nella misura necessaria. Come praticanti, non siamo qui per dare nulla, ma perché da noi si possa prendere. Ma perché si possa prendere da noi, dobbiamo trovarci nella “casa del nostro essere”. In che modo? Praticando il distacco. Tutti possiamo trasformare gli schemi e i condizionamenti ereditati a patto che ci siano due requisiti: il primo requisito per la trasformazione è che ci sia VITA, il secondo è che ci sia un AMBIENTE adatto, libero da direzioni o interferenze.

Cristin Cristin 
Live Your Essence
#vita #trasformazione #origine #memorie #condizionamenti #potenziale #cristin #liveyouressence  

“Tutto quello che abbiamo vissuto dal concepimento in poi e per tutta la durata della gravidanza, sono memorizzate dentro di noi e ci condizionano… nel bene e nel male.

“La donna deve immedesimarsi sul fatto che il carattere del nascituro dipenderà dalla sua condotta, dalla vita che farà durante questo sacro periodo. Se ella accoglie in sé solo pensieri d’amore per tutto quanto vi è di nobile e di buono, il suo bambino manifesterà le stesse tendenze; se, invece, si lascia trascinare dalla collera e da altre cattive passioni, il bimbo le erediterà inevitabilmente.

Perciò durante i nove mesi di gravidanza, ella dovrebbe dedicarsi costantemente ad opere buone, liberarsi da ogni angustia e timore, non ammettere pensieri o sentimenti cattivi e negativi, togliere dalla sua vita tutto ciò che non è verità profonda e non perdere un momento solo in parole oziose o in opere vane. Come è possibile che il figlio nato da una tal madre non sia nobile e forte?

S’intende che la donna incinta deve mantenere il corpo puro come la mente, respirando aria fresca e libera in gran copia, mangiando cibi semplici e sani, e anche di questi solo quel tanto che può digerire con facilità. Se segue questi consigli non avrà alcun bisogno di ricorrere ai medici”. Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948).

Siamo abituati alla immensa profondità di Gandhi, la Grande Anima, ma le sue parole esprimono una saggezza che ancora oggi lascia stupefatti. Saggezza che viene sempre più confermata da ricerche scientifiche nell’ambito della psicologia, della medicina e della fisica quantistica. In pratica, tutto ciò che il feto vive durante la gravidanza, tutte quelle esperienze sono memorizzate dentro di lui, condizionandolo positivamente o negativamente per il resto della vita.

Non a caso, nella delicatissima fase che ha inizio dalle primissime cellule dell’impianto dell’ovulo ad opera dello spermatozoo e durante i nove mesi successivi, si seminano le condizioni di sviluppo psicofisico, comportamentale e spirituale del futuro individuo. L’esempio più calzante è quello del contadino che deve seminare un campo: prima va sistemato e dissodato il terreno, eliminando le erbacce e tutto quello che può impedire la semina (rovi, pietre, ecc.). Dopo aver creato l’ambiente più consono alla crescita e alla vita, si passa alla semina vera e propria. La morale è che se si semina in un terreno inquinato, poco fertile e dissestato, i risultati non saranno ottimali.

Se i genitori fossero veramente consapevoli di quello che sta avvenendo dal punto di vista fisico, emotivo e spirituale nella creatura che si sta formando dentro l’utero materno, forse starebbero più attenti a quello che fanno, dicono, pensano, mangiano; eviterebbero anche di trasmettere ansia, angoscia e paura. Come dice il biologo statunitense Bruce Lipton, esperto di epigenetica: i genitori sono dei veri e propri ingegneri genetici che formano e informano il bambino.

La mamma in gravidanza è una vera e propria spugna che assorbe tutto, e non a caso la sua sensibilità è maggiore rispetto a qualsiasi altro periodo della sua vita. Si aprono addirittura certi canali sensoriali non visibili all’occhio umano (detti antakarana) ma percepibili dalle persone con facoltà extrasensoriali. Questi canali entrano dalla sommità del capo, passano attraverso la spina dorsale, arrivano giù fino alla terra e tornano verso il cielo, creando così un collegamento tra la persona e il Tutto, un ponte tra l’Uomo e il Cielo (la forma è quella del toroide o toroidale).

Questi canali, che qualsiasi essere umano ha, normalmente hanno uno spessore di circa un centimetro, mentre nella donna in gravidanza tale spessore si allarga molto di più. Questo è il motivo per cui le mamme possono ricevere comunicazioni sottili dai cosiddetti piani superiori. La donna è una vera e propria porta aperta sull’infinito… Con tali aperture spirituali è facile immaginare quali bellezze o bruttezze sia possibile seminare, giusto per tornare all’esempio di prima, nella creatura che si sta sviluppando.

Nel mondo duale, infatti, questa porta può essere aperta verso il bene, il bello e il vero, oppure verso il male, il brutto e il falso. Una mamma che vive nella gioia, nella pace, nella serenità e nell’amore proprio e del suo compagno, riceverà un sano nutrimento per se stessa e per la sua creatura, che ricordiamo essere un adulto in divenire. Al contrario, se la donna vivrà male la sua condizione rimanendo ricettiva a stimoli negativi, tutto ciò andrà a discapito di un sano sviluppo del bambino.

Per il bimbo sono basilari tutti i valori ricevuti da una madre e un padre che lo hanno desiderato, voluto e amato a partire dal concepimento e durante tutto il periodo prenatale. Questa creatura, a prescindere dalla vita adulta che intraprenderà, potrà essere un uomo o una donna felice e libero, e non un infelice della società, arrabbiato con tutto e tutti.

Giorgio Mambretti nel suo ultimo libro: “La medicina del futuro; la realtà nascosta della malattia”, spiega come tutto quello che è successo nel momento del concepimento, durante la gravidanza, la nascita e nei primi anni di vita, resta registrato. Sempre più studiosi stanno comprendendo che già nel momento del concepimento, viene registrato dal feto tutto quello che avviene nel mondo esterno, nel bene e nel male…

Il famoso psichiatra Stanislav Grof è riuscito a dimostrare che il neonato registra tutto quello che avviene in gravidanza (endogestazione), durante il parto e nell’esogestazione (primi 2-3 anni di vita). Ha sottoposto ad ipnosi delle persone facendo loro rivivere per esempio la gravidanza o il parto, e poi ha fatto loro disegnare tale evento. Ci sono persone che hanno vissuto nel grembo materno una favola e chi un incubo vero e proprio… Ecco perché se tutti avessero dato ai loro bambini le giuste attenzioni e l’amore necessario, forse la nostra società odierna sarebbe molto diversa…

Nell’antica Grecia, per esempio, le donne incinte vivevano tutte insieme dentro grandi case circondate da un ambiente sereno, nel verde e nella tranquillità, affinché i loro bambini si sviluppassero in una condizione di estrema protezione e si nutrissero del vero e del bello, immersi nella natura, perché ovviamente la natura è il solo luogo dove una persona si può rilassare e vivere in armonia ed equilibrio.

L’epigenetica, una nuova disciplina della scienza sviluppata accanto alla genetica, ha messo in evidenza l’importanza e il ruolo dei genitori, quale ambiente di vita del nascituro, nella formazione del bambino. Queste informazioni sono note da molti anni sia tra medici, psicologi che ricercatori, i quali sanno perfettamente che il periodo prenatale e perinatale fanno parte, a tutti gli effetti, del percorso della vita, l’inizio di un continuum che è la nostra esistenza fisica e psichica.

Già a partire dal 1924, Otto Rank ipotizzò un legame fra il parto e molti problemi esistenziali e psicologici, visti come reazioni o conseguenza al trauma della nascita, e concepì l’utero come un “paradiso perduto” a cui si tende nella ricerca del piacere. Addirittura, il dottor Frank Lake, afferma che l’esperienza più formativa è proprio quella prenatale, specialmente quella del primo trimestre intrauterino!

Eppure, ancora oggi, nonostante queste conoscenze siano ormai a disposizione da quasi un secolo, non viene prestata da genitori e medici la dovuta attenzione, a questo periodo importante vissuto dal bambino “in utero”, alle esperienze che si sono impresse nella sua memoria fisica e corporea e che contribuiscono alla formazione del futuro temperamento, carattere e della personalità. La società di domani sarà composta da quelli che il filosofo e chiaroveggente Rudolf Steiner definiva “adulti in divenire” e che saranno coloro che andranno a governare, insegnare, che saranno medici, infermieri, spazzini, ecc., ma con un cuore nuovo.

Il grande psichiatra Thomas Verny, uno dei massimi esperti mondiali della vita prenatale, lo va dicendo da molto tempo: “Un’esplorazione della biologia cellulare, suggerisce che una forma di ‘coscienza’, una consapevolezza rudimentale del mondo circostante, esista fin dai primi giorni nel grembo materno. Oggi la prova dell’esistenza di questa memoria cellulare, viene confermata dagli scienziati del MIT (Massachusets Institute of Technology) e del National Institute of Mental Health. La loro scoperta comune, per cui le cellule dell’individuo accumulano esperienze basate sulla memoria, già prima che il cervello si sia formato, sottolinea il ‘dramma’ della vita embrionale, della quale l’urto che avviene al concepimento non è che l’inizio“.

Verny, sta semplicemente affermando che già a pochi minuti dal concepimento, esiste una rudimentale forma di memoria cellulare… Se ne fossimo realmente consapevoli, cambierebbe sicuramente il nostro modo di porci, di fare l’amore, di pensare, di relazionaci con l’altro… e perché no, anche il nostro modo di pregare.

Queste cose sono risapute da sempre. Già all’epoca, il grande Leonardo Da Vinci (1452-1519) era solito dire che… “quello che vive la mamma lo vive anche il bimbetto”, come pure nel Vangelo di Luca (1,41/42) se ne parla: “Appena Elisabetta udì il saluto di Maria, il bambino le balzò nel grembo…”

Anche una recente ricerca senese dimostra che la memoria del feto influisce sulla vita post-natale. Questa ricerca è stata condotta, per la prima volta in Italia, dal dottor Carlo Bellieni, neonatologo di fama mondiale dell’U.O. di Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico “Le Scotte” di Siena.

Un’equipe di medici ha seguito per cinque mesi 43 donne in stato di gravidanza, con permanenza forzata nel letto per cause legate ad una difficile gestazione, comparandole con altrettante mamme che, durante lo stesso periodo, non hanno avuto problemi significativi. Il risultato dimostra come i bambini delle mamme rimaste ferme durante la gravidanza, hanno avuto qualche difficoltà di equilibrio in più rispetto agli altri neonati (ad esempio, hanno maggior tendenza al mal d’auto).

La memoria del movimento è un’altra scoperta realizzata a Siena. Confrontando 32 madri ballerine che hanno continuato a danzare intensamente durante i nove mesi, con altrettante madri che non lo facevano, si è visto che i bambini nati da madri che praticavano danza erano più esigenti nell’essere cullati e richiedevano un movimento più vigoroso rispetto agli altri. “Ciò dimostra come il feto possa ricordare il movimento che la madre compiva durante la gravidanza e come lo ricerchi ancora dopo la nascita“.

In conclusione, l’essere umano potrebbe essere aiutato e positivamente trasformato– partecipando così al cambiamento di questo pianeta – se solo si raggiungesse una profonda consapevolezza del fatto che tutto quello che accade nella vita deriva e ha origine dal periodo prenatale”…

 

Tratto dal libro: “La Vita inizia prima della nascita” di Marisa Bettio e Marcello Pamio
da https://camminanelsole.com/la-vita-inizia-prima-della-nascita/
Rivisto da www.fisicaquantistica.it
Fonte : https://www.fisicaquantistica.it/scienza/la-vita-inizia-prima-della-nasci

EMERGENZA SARS COV-2   RIFLESSIONI

EMERGENZA SARS COV-2 RIFLESSIONI

Il termine “emergenza” deriva dal latino e-mergere, ove mergere sta per affondare; quindi emergenza come “proveniente da ciò che è affondato”.

Nell’interazione organismo vivente-mondo si svolgono continui fenomeni di risposta/attenuazione/eliminazione che consentono il gioco adattivo della vita.
Le perturbazioni legate sia ai a patogeni come virus, batteri e funghi, sia ad inquinanti molecolari di ogni sorta, entrano in contatto con i Sistemi difensivi dell’uomo.
L’infiammazione, la fiamma interna, vale o dovrebbe valere come un sacro fuoco, ove la perturbazione si incenerisce.
Questo risultato positivo è tanto più probabile quanto maggiormente efficienti sono i processi che entrano in azione e questi ultimi lo sono, se hanno già avuto esperienza, ossia hanno già conosciuto e sono in grado di ri-conoscere la perturbazione.
Questo virus sembra invece abbia incontrato l’essere umano per la prima volta.
La reattività emergente è quindi nuova, clamorosamente violenta ed in parte causale.
L’uomo è pertanto impreparato; ciò che sta accadendo non dipende solo dalla novità situazionale del suo Sistema Immunitario ma, ciò che è ancora più decisivo, dalle condizioni in cui si trova tale Sistema, dalla sua usura.

Esiste un ambito della cultura medica che predilige l’essere umano piuttosto che la malattia, l’insieme che costituisce l’essere umano, la sua storia, il suo ambiente e che considera la patologia non come un incidente di percorso, ma come un prodotto di tali relazioni e di tale storia, sia individuale sia sociale.
Tale cultura è in grado di elaborare interpretazioni di questa pandemia: ipotesi e proposte che non si limitano a combattere il virus, ma che cercano di fornire una lettura utilizzabile in senso predittivo/preventivo, tutelante la salute.
Ormai da tempo tele modello di Medicina Regolatoria Sistemica non considera la malattia come un evento casuale cui opporsi in maniera esclusivamente sintomatica, per sopprimerla, e si interroga sulle circostanze che la rendono possibile e che rendono possibile la sua cura.

L’aspetto più importante di tale approccio è la ricerca delle complesse componenti delle relazione uomo-ambiente che risultano fondamentali per promuovere e mantenere la salute, cioè un approccio saluto-genetico e non circoscritto alla pato-genesi.
Considerando la malattia sia acuta che cronica come uno sbilanciamento reattivo a perturbazioni minacciose, pur tendente ad un nuovo equilibrio, ma dagli esiti imprevedibili, poniamoci qualche domanda circa la situazione in cui SARS COV 2 ha incontrato l’essere umano, con effetti drammatici.

Che cosa di  “affondato” è emerso?
Lo scatenamento di uno stato infiammatorio severo, spesso coinvolgente non solo l’Apparato respiratorio nel suo tratto profondo, ma anche gli apparati cardio-circolatorio, gastrointestinale, il sistema nervoso, la pelle, evoca un’ “accensione” sistemica che rimanda alla riattivazione di una o più braci silenti.

Questo è l’aspetto simbolico che corrisponde all’espressione “tempesta citochinica incontrollata” della biopatologia molecolare.

Quando la fiamma è divampata, la principale risorsa, sotto forma di diverse forme terapeutiche, non può essere un estintore che domi l’incendio.
Tuttavia il fatto che gli organismi umani diventino così facilmente preda di inneschi, tanto rapidamente distruttivi, richiama lo stesso rapporto che esiste tra un fiammifero e un covone di fieno.
In altri termini lo svelamento di una drammatica semplicità degli eventi che possono rivelare la fragilità dell’essere umano, pur così complesso. E’ noto, infatti, che tanto maggiore è la complessità/specializzazione di un organismo vivente, tanto minore è la quantità di energia necessaria per ucciderlo.
Un’ altra domanda da mettere sul tavolo è se questa situazione si offre ad una possibile comprensione e possibile cambiamento, oppure permane oscura ed ineluttabile.

Dati Istat del 2017 segnalavano che il 45% degli italiani over 65 e il 18% degli over18 fosse affetto da una malattia cronica grave. Dati che parlavano da soli, senza necessità di commento, rendendo esplicita una situazione per cui lo stress di difesa che determina un’infiammazione persistente è funzione del tempo, ma non di un tempo astratto, solo orologio-dipendente, bensì di un tempo vissuto, di una qualità del tempo, di abitudini, stili di vita nel proprio ambiente esterno e dimensione interiore.
Va così intesa l’inflammaging, ossia l’età infiammata, simbolo di un prezzo da pagare troppo alto: il prezzo di un progressivo consumo, esaurimento ed errori del Sistema adattivo di difesa.
In tale direzione sono determinanti stili di vita anche diversi, ma simili nell’effetto che producono.
Lifestyle dell’abbondanza, con eccessi alimentari qualitativi/quantitativi, obeso-genico, dismetabolico.
Lifestyle della deprivazione, con carenza di principi nutrizionali, droghe/abitudini indotte.
Lifestyle del contrasto prolungato socio-familiare, con modalità conflittuali produttive e relazionali.

abstract da La Medicina Biologica n. 165
Mauro Piccini

#emergenza #covid #infiammazione #virus #prevenzione #piccini

 

 

 

LE 5 REGOLE DELLA GUARIGIONE

LE 5 REGOLE DELLA GUARIGIONE

Partendo dall’ovvio presupposto che la salute vada conservata, e per questo motivo tutti dovrebbero conoscere le basi della prevenzione primaria, ci troviamo oggi di fronte ad un cambiamento importante delle aspettative del paziente circa la gestione della sua malattia.
La funzione “tempo” è stata accorciata in maniera importante dalla tecnologia:
la lettera ha lasciato spazio ai messaggi o alle e-mail che in qualche decimo di secondo raggiungono ogni angolo del globo.
La scoperta scientifica più recente fa il giro del mondo senza limiti di appartenenza culturale in pochi giorni; gli spostamenti sono rapidi ed economici.
L’inconscio collettivo si è trovato in un periodo estremamente breve a riformulare il concetto di tempo.
Parimenti, il malato pretende di andare dal medico e trovare la risposta immediata al proprio problema e riprendere i propri ritmi e la propria vita normale in tempi brevissimi.
Il concetto di ” vita normale ” è così radicato che anche l’atto della dimissione da un ospedale, persino dopo un doppio bypass coronarico, il consiglio di smettere di fumare viene accompagnato dalla frase “ora può riprendere la sua vita normale”, destituendo la stessa da ogni tipo di responsabilità in ciò che ha portato il paziente a rischiare di perdere la vita.
Alla contrazione del tempo hanno fatto eco i cambiamenti culturali nel trattamento e preparazione del cibo (basti pensare il termine fast food), nella gestione degli spostamenti, nelle comunicazioni.
In questa  “rapida” evoluzione multifattoriale l’uomo non può non pretendere rapidità anche nel percorso di guarigione.
Questo sta creando un doppio movimento sociale.
Da un lato il predominio dei farmaci e dei trattamenti sintomatici rispetto a quelli causali, tanto che il messaggio chiave per la raggiunta guarigione è la scomparsa del sintomo, indipendentemente dalla reale scomparsa della malattia e degli eventuali effetti collaterali della terapia utilizzata.
Dall’altro, il sintomo stesso genera un processo di ricerca della soluzione in tempi ancora più rapidi, senza passare dal consulto medico, ma attingendo al mare di informazioni fornito dal mondo virtuale dei social.
Processo, questo, non indenne da ulteriore effetti collaterali perché, se nel 5% dei casi si potrebbe incorrere nella risposta corretta, occorre valutare come questa venga interpretata dal paziente che generalmente non possiede una formazione medica.

Sembra paradossale, dunque, ma diventa inevitabile indicare non solo la strada, ma anche la modalità per guarire.

1)  La guarigione è un percorso attivo.
Nella gestione di una malattia occorre riposare, alimentarsi adeguatamente, idratarsi al meglio e ridurre i fattori stressogeni allo scopo di riservare energie per il processo di guarigione e non sprecarle per la routine. Questo cambiamento non viene dall’esterno ma dalla decisione propria del paziente e dal suo atteggiamento attivo e condiscendente.

2) La guarigione richiede tempo.
Dare dei tempi tecnici cercando riferimenti nella propria esperienza. Se l’aumento della temperatura serve al corpo per ripulirsi, la normalizzazione della stessa non è sufficiente per decretare la guarigione. E’ difficile convincere il paziente che il mondo “può andare avanti ” anche senza di lui.

3) La guarigione richiede regole.
Il paziente deve essere aiutato a comprendere che la guarigione è un insieme di comportamenti e regole che vanno dall’adattamento dello stile di vita al rispetto del riposo, alla formulazione di scelte alimentari corrette, alla riduzione dello stress e degli elementi stressogeni.
Si ottengono questi risultati applicando regole e disciplina. Un aspetto fondamentale di queste regole è rappresentato dalla capacità di aspettare il giusto tempo con la dovuta pazienza.

4) Lo stress rallenta la guarigione fino a renderla impossibile.
La malattia per sé è una condizione di stress.
E’ molto probabile che il paziente si trovi nella fase di adattamento. Ciò implica che alcune funzioni ricevono meno energia ed importanza rispetto a quelle focalizzate sulla sopravvivenza.
Per questo motivo è importante, se non addirittura vitale, che le fonti di stress evitabili possano essere accantonate per tutta la durata della terapia e della convalescenza, anche se questo dovesse allontanare il paziente dalla routine lavorativa o dalle problematiche della vita sociale.

5) Non sprecare energie durante il processo di guarigione.
Nel processo di guarigione si assiste al dirottamento delle energie verso la lotta nei confronti dell’agente patogeno, al drenaggio delle tossine prodotte in questa lotta ed al recupero omeostatico della normalità.
Tutto questo richiede energia.
Ciò che obbliga ad un utilizzo superfluo dell’energia va a discapito della guarigione.

da La Medicina Biologica n. 165
Dott. Mauro Piccini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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