L’INVASIONE DEGLI PSICOFARMACI: SI MUORE PIU’ DI ANTIDEPRESSIVI & Co CHE DI EROINA

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Psicofarmaci a tutto spiano e a tutte le età sono prescritti ogni giorno per affrontare dal più lieve disagio fino a quadri clinici importanti. Vediamo come il trend è riuscito a mettere radici e crescere negli ultimi anni, non solo oltreoceano e non senza conseguenze. A fare il punto della situazione ci hanno pensato Alberto Caputo, psichiatra e psicoterapeuta e Roberta Milanese, psicologa e psicoterapeuta con il libro “Psicopillole – Per un uso etico e strategico dei farmaci“, edito da Ponte alle Grazie (256 pp, 18 euro).

Psicofarmaci: boom di prescrizioni e incassi

Tra il 1999 e 2013 le prescrizioni di psicofarmaci sono duplicate negli Usa, la tendenza europea è analoga: si muore di più per overdose da farmaci psichiatrici che non per eroina.

L’Italia è la quarta in Europa seconda l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, per la spesa relativa all’acquisto di psicofarmaci e sempre secondo Aifa sono 12 milioni gli italiani che assumono psicofarmaci”  dichiara Roberta Milanese, ricercatore associato del Centro di Terapia Strategica di Arezzo e docente della Scuola di specializzazione in Psicologia Breve Strategica.

“La spesa complessiva è di 3 miliardi e 300 milioni di euro l’anno. Gli psicofarmaci sono la maggior fonte di entrata per case farmaceutiche.  Nel mondo, per gli psicofarmaci si spendono 900 miliardi di dollari l’anno: metà negli Usa, un quarto in Europa e un quarto nel resto del mondo”.

Altro dato che fa riflettere: mezzo milione di persone sopra i 65 anni, muore ogni anno negli Stati Uniti a causa degli psicofarmaci.

La corsa a chiedere e prescrivere psicofarmaci 

“Diciamo che possiamo individuare una tendenza a prescrivere e una tendenza a usare troppo i farmaci di questo tipo” spiega Albero Caputo. “Spesso e volentieri il farmaco rappresenta una soluzione,  una via breve che però non risolve il problema“.

Esempio: da una parte non dormi e il medico ti dà subito qualcosa per dormire oppure sei triste e chiedi un farmaco e il medico te lo prescrive. Insomma, c’è sia facilità alla richiesta dello psicofarmaco sia alla prescrizione da parte del medico. Come uscirne? Usare il farmaco in modo etico dal punto del prescrittore, e da un punto di vista strategico da parte del paziente. Un buon approccio psicoterapico aiuta a cambiare la propria vita ed affrontare i problemi. E nelle forme più lievi di depressione una buona psicoterapia  funziona meglio addirittura di un farmaco.

Nelle depressioni lieve e moderate la psicoterapia è altrettanto efficace e può facilitare la cura. E molti studi dimostrano che in questi casi funziona molto bene l’esercizio fisico. Nella reazione acuta da stress (es dopo incidente stradale che non ti fa dormire), invece, il farmaco può aiutare, ma per brevissimi periodi. In generale gli psicofarmaci è meglio prenderli per il minor tempo possibile.

Pillola della felicità e criteri di diagnosi sempre più estremi

La ricerca della pillola per la felicità, invece, è a tutti gli effetti un fenomeno sociale. Una richiesta in qualche modo supportata dalla bibbia della psichiatria, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) sempre più rapido e frettoloso, per esempio, nel favorire l’equazione sono triste = depresso = malato.

Vediamo meglio nel dettaglio. “Se l’umore è depresso, c’è mancanza di sonno, di appetito e altri sintomi, nel DSM5 (2013), l’ultima versione di questo manuale, dopo 15 giorni si è dichiarati malati” spiega Milanese. Infatti bastano due settimane per essere classificati clinicamente depressi, mentre nella versione 1980 del Manuale (DSMIII) questi sintomi dovevano esserepresenti per un anno prima di poter essere appunto dichiarati clinicamente depressi. Nel DSM IV (1994) erano sufficienti due mesi”.

Risultato:  nel 2015 oltre 350 milioni di persone nel mondo sono state diagnosticate depresse di cui 4,5 milioni in Italia. Secondo l’Oms nel 2020 la depressione sarà la malattia mentale più diffusa. Ovviamente se i criteri vengono cambiati, così come è successo, per esempio, in caso di lutto: 15 giorni sono pochi per superare l’evento ed è facile ritrovarsi tutti depressi.

“Se teniamo conto che il mondo assicurativo e medico devono basarsi su criteri condivisi e si basa su queste categorie che sono state ampliate, è facile immaginare la ricaduta di questa classificazione.” aggiunge Milanese.

Bambini e adolescenti: in aumento del 40% l’uso di psicofarmaci 

L’Aifa nel 2017 ha ripetuto che farmaci per bambini adolescenti sono pericolosi e il 26 aprile 2017 il Parlamento Europeo ha aperto un’interrogazione parlamentare su questo tema. “In Europa tra 2005 e 2012 l’uso di antidepressivi per bambini e adolescenti è aumento del 40 per cento nonostante siano stati ritenuti inefficaci e pericolosi.” dichiara Milanese.

L’indagine dell’Istituto di ricerca farmacologica Mario Negri di Milano ha rilevato che sono circa 400 mila i bambini e adolescenti assistiti ogni anno per disturbi mentali  in Italia dal servizio sanitario nazionale e tra i 20 e 30mila quelli che ricevono psicofarmaci. Lo studio è del 2016 e questi dati escludono chi si rivolge a medici privati quindi c’è un sommerso notevole. E non è tutto. Gli antidrepressivi sono risultati non efficaci su bambini e adolescenti secondo una ricerca pubblica su Lancet nel 2016 e condotta dall’Università di Oxford. E ancora, nel 2016 un’analisi pubblicata sul British Medical Journal ha dimostrato che il rischio suicidio raddoppia nei bambini e adolescenti che assumono antidepressivi.

La stessa cautela è necessario per gli anziani, che possono avere carenze di tipo metaboliche, sono “politrattati”, cioè prendono tanti altri farmaci, quindi si può creare interazione. Nell’anziano e nel giovane le regole sono start low, go slow, parti basso e fai delle variazioni molto lentamente.

Ma cos’è uno psicofarmaco? 

“E’ un farmaco che ha un utilità specifica sul sistema nervoso centrale – spiega  Caputo – Di solito esiste un recettore specifico nel cervello su cui il farmaco fa effetto, molto mirato”. In pratica questi farmaci hanno il compito di influenzare l’attività psichica sia normale sia patologica. “Il problema è che oltre ad andare sui recettori interessati, sono farmaci “sporchi” che agiscono su molti altri ricettori, è per questo motivo che si hanno effetti collaterali.” continua Caputo. Inoltre il problema è che il sistema centrale è molto complesso quindi i neuroni possono avere recettori di diversi tipi e possono essere anche diffusi anche in tutto il sistema.

Per dirla con una metafora questi farmaci sono come una pioggia che bagna fiori diversi e così si possono avere tanti effetti collaterali sia centrali sia periferici. “Ad esempio, gli antidepressivi tricicli usati in passato potevano portare alla morte se presi ad alte dosi, perché ad alte dosi agiscono sul cuore: potevano dare un blocco cardiaco – spiega Caputo – Una volta erano gli unici che avevamo, oggi sono superati.”

Gli effetti collaterali 

Da una parte i farmaci devono essere prescritti con una competenza altissima, dall’altra, di solito, le persone sottovalutano gli effetti collaterali o di accumulo ( es. nel caso dello benzodiazepine, se vengo prese per troppo tempo e in modo eccessivo non si smaltiscono  facilmente). “Oppure esiste l’effetto additivo: quando gli psicofarmaci vengono mescolati, ad esempio, con alcol o droghe o senza saperlo con altri farmaci. Per esempio l’antistaminico più le benzodiazepine creano un effetto additivo, che ovviamente non fa bene né a breve né a lungo termine.” spiega Caputo.

Nuovi farmaci hanno preso il posto di altri, e nel tempo gli effetti collaterali sono cambiati, ma non scomparsi. “In passato, per esempio,  venivano usati farmaci antipsicotici che magari davano certi effetti collaterali, come i  movimenti involontari – aggiunge Caputo –  I nuovi farmaci,  invece, danno problemi metabolici e i pazienti ingrassano o si ammalano di diabete.”

Uno psicofarmaco si può prendere solo con la ricetta medica? Chi lo può prescrivere?

Gli psicofarmaci richiedono tutti la ricetta medica, qualunque medico la può prescrivere mentre lo psicologo non può prescrivere farmaci. “Un’indicazione più specifica arriva dallo specialista psichiatra e neurologo, ma anche il medico di base può intervenire in merito e dal suo punto di vista dovrebbe valutare l’entità del disturbo e decidere se trattarlo in modo autonomo o inviare allo specialista pubblico o privato.” chiarisce Caputo.

Il peso dell’informazione non corretta

Va considerato anche la presenza radicata di un’informazione sui disturbi psicologici che non è sempre corrispondente al vero. Tutti i disturbi sono impropriamente assimilati a malattie del cervello e ancora resistono teorie obsolete, come l’ipotesi di una carenza di serotonina come causa nella depressione, che sono state ormai smentite dalla ricerca medica.  “E’ chiaro che se al grande pubblico passa l’idea che ogni disturbo sia legato a uno squilibrio neourochimico dei neutrasmettitori la soluzione non potrà che essere uno psicofarmaco, ma se consideriamo che moltissimi disturbi sono di natura psichica, emotiva, relazionale la soluzione andrà cercata in interventi di tipo psicoterapeutico come nel caso dei disturbi d’ansia, alimentari o di difficoltà relazione.” spiega Milanese.

Quando gli psicofarmaci sono necessari?

“Tendenzialmente andrebbero prescritti nelle malattie psichiche in cui si presume che ci sia una base biologica, per esempio, le psicosi, i disturbi come schizofrenia, disturbo delirante, il disturbo bipolare e la depressione grave con sintomi psicotici – spiega Caputo –  In questi casi c’è un’indicazione, i farmaci offrono non cura ma sollievo dai sintomi, un possibile riequilibrio ed eventualmente una protezione da eventuali ricadute, per esempio nel disturbo bipolare.”

Si tratta infatti di disturbi che richiedono frequenti interventi e ricoveri ricorrenti e la prognosi nel lungo periodo può non essere buona. In questo caso lo psicofarmaco è la parte centrale della cura, è ciò che permette altri importanti interventi di tipo psicoterapeutica, psicosociale e riabilitativo. In certi casi l’uso può essere cronico altri volte prevede la sospensione, dopo un tempo congruo di somministrazione.

E quando è meglio ricorrere alla psicoterapia

Nei disturbi da ansia, attacco panico, ossessivo compulsivo, ipocondria, fobie, disturbi alimentari, anoressia, bulimia in cui la terapia elettiva è la psicoterapia  i farmaci possono ostacolare il processo di guarigione.

“Ad esempio, nel caso  dell’ansia il paziente impara ad appoggiarsi come a una stampella allo psicofarmaco, ma non attiva le risorse per superare la paura che è alla base del disturbo, quindi abbassa ansia ma non supera paura.” spiega Milanese. Solo la psicoterapia può guarire, perché il farmaco può gestire ma non risolve e anzi più delle volte complica, e questo è comprovato da dati di ricerche scientifiche, raccolti nel libro “Psicopillole”.

E’ stato dimostrato anche dalle neuroscienze, e in particolare da Joseph Ledoux, neuroscienziato autore del libro  “Ansia”, che il farmaco può aiutare a gestire i sintomi di un disturbo ma la guarigione, cioè la totale risoluzione del disturbo, può essere ottenuta solo tramite la psicoterapia.

Questo perché i veri cambiamenti del cervello avvengono grazie a esperienze e apprendimento che nessun farmaco ci può dare. Ciò dimostra che se vogliamo veri cambiamenti, questi devono essere di natura neuroplastica e vengono favoriti dagli interventi di psicoterapia. “Per esempio, se io ho paura di andare in autostrada, se prendo un farmaco mi si abbassa la paura ma il problema non si risolve. – spiega Milanese – Se voglio guarire mi serve una psicoterapia che lavori sulla paura,  così da modificare la mia percezione della paura. E favorire i cambiamenti neuroplastici di cui parla Ledoux”.

Angela Pucchetti da Business Insider Italia

https://it.businessinsider.com/

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UNA NUOVA ERESIA: I BATTERI FANNO BENE

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Era il 2006, quando a Rockville, nel Maryland, all’ Institute for Genomic Research, Steven R. Gill e i suoi colleghi riuscirono per la prima volta a sequenziare il genoma di batteri contenuti nell’intestino di due individui. Inizialmente, forse, non si comprese del tutto la portata storica della scoperta ma, poco per volta, i ricercatori si resero conto di aver trovato l’esistenza di un legame che collegava dieta, stile di vita, età e provenienza geografica con il tipo di batteri che risiedevano nell’intestino degli esseri umani. Con queste scoperte si posero le basi per una diversa visione dell’uomo e per una nuova Medicina.
Infatti, grazie a questa prima intuizione e al lavoro dei 5 anni successivi, questi ricercatori giunsero così alla scoperta che l’uomo non è solo nel suo lungo viaggio  della vita ma, ospita un numero impressionante di batteri, che vivono in simbiosi con lui e il cui numero e varietà si modificano sulla base di una serie di fattori legati allo stile di vita.
Non meno stupefacente, al di là della scoperta o riscoperta della simbiosi intestinale e del mutuo vantaggio della stessa, fu la comprensione della generalizzabilità del modello simbiotico ad altri settori, come la pelle, le vie respiratorie, i genitali ecc. e l’intuizione della massa incredibile di informazioni, le quali ci raggiungono attraverso l’apporto di una gran quantità di geni, che ci sono necessari per sopravvivere ed adattarci a un mondo in continuo cambiamento. Questo enorme patrimonio venne ribattezzato microbioma umano.

Che cos’è esattamente il microbioma umano? Con questo termine viene definito l’insieme dei microrganismi che in maniera fisiologica, o talvolta patologica, vivono in simbiosi con il corpo umano e di tutti i geni che essi sono in grado di esprimere.
Per comprendere la portata rivoluzionaria di questa scoperta bisogna ricordare come la nascita della microbiologia si sia basato soprattutto sullo studio dei batteri patogeni e sullo sviluppo di un quadro coerente con questa impostazione, in cui il microbo ricopre essenzialmente la funzione di nemico. Secondo questa visione, tutti i bacilli sono patogeni, e quindi vanno, anche preventivamente, distrutti, perché prima o poi loro distruggeranno noi. Questa concezione, sbagliata, è ben presto diventata una credenza che ha portato con sé pratiche igieniche aggressive ed ossessive, oltre ad un ricorso indebito e smisurato a disinfettanti tossici a all’uso di antibiotici al primo starnuto, nella convinzione, erronea, che tutto ciò fosse in grado di prevenire il rischio di infezioni. Queste pratiche si sono poi diffuse alla coltivazione agricola industrializzata, nonché agli allevamenti intensivi e, più in generale, alla produzione di cibo sempre su base industriale. La distruzione indiscriminata dei microbi e del loro patrimonio genetico – il microbioma, appunto – associata all’alterazione delle abitudine dietetiche e dello stile di vita, ha portato con sé una serie di effetti collaterali, che la maggior parte delle persone ancora ignora. Già, perché l’evoluzione delle conoscenze scientifiche ci ha portato a guardare al nostro corpo non più come a un semplice organismo, ma piuttosto come a un super-organismo, ovvero ad un ecosistema complesso, in grado di funzionare grazie al perfetto equilibrio di una componente genetica mista, composta cioè, in parte da geni umani e in parte da geni batterici. E, se gli interventi curativi o preventivi alterano questo equilibrio, i danni che si producono sono inimmaginabili.
Può stupire, infatti,  che si senta correlare sempre più spesso all’alterazione del microbioma umano, l’aumentata incidenza di molti disordini autoimmuni, di malattie infiammatorie intestinali, di malattie metaboliche, di diabete e obesità, di malattie cardiovascolari, di disturbi d’ansia, di alcuni tumori dell’apparato gastrointestinale e molto altro ancora.
Eppure, noi oggi sappiamo che il nostro corpo contiene una quantità enorme di microrganismi batterici, da cui prende in prestito molti geni che servono a produrre sostanze, che gli sono necessarie per il funzionamento, e che tutte le volte che una parte di questi batteri viene distrutta – con i loro geni – gli equilibri relativi, che sono presenti all’interno di questo eco-sistema, si alterano e rimangono alterati per mesi e talvolta per anni. Si producono, così, gravi scompensi fisiologici, che a lungo andare possono dare origine alle cosiddette malattie del progresso, malattie che sembrano indissolubilmente legate all’acquisizione del benessere e che sono sconosciute nei Paesi più arretrati e più poveri del mondo.

Se si dovesse raccontare una storia sul microbioma, l’inizio più appropriato potrebbe essere: una volta era il germe. In effetti i microrganismi unicellulari furono le prime forme di vita che fecero la loro comparsa sulla Terra, dove regnarono incontrastati per circa tre miliardi di anni, capaci di resistere alle condizioni più estreme. Inoltre, grazie a batteri azoto-fissatori, i terreni divennero fertili e  grazie ai cianobatteri ossigeno-produttori, l’atmosfera assunse progressivamente l’aspetto che oggi conosciamo.
Oltre a ciò, bisogna ricordare che i cloroplasti e i mitocondri, gli organuli fondamentali  della respirazione delle cellule vegetali e animali, derivano dall’evoluzione di primitive forme batteriche e questo ci dà l’idea di quanto stretta sia la relazione, che si è stabilita nel corso dell’evoluzione, tra le cellule batteriche e le altre forme di vita presenti sul nostro pianeta.

Esito di questa lunga collaborazione, sono i circa 100 trilioni di cellule batteriche, in gran parte localizzate nel tubo digerente, che ogni giorno ci portiamo in giro.
Per capire l’enormità del dato, basta considerare che le cellule dell’organismo sono circa 10 trilioni. La prima conseguenza, di cui non abbiamo ancora valutato la portata è che circa il 99 % della componente genetica è proprio di origine batterica. In effetti, possiamo spingerci ad affermare che l’uomo possiede non uno, ma due genomi; il primo – fisso ed immutabile – ereditato dai genitori attraverso i cromosomi umani, e il secondo – molto più dinamico – acquisito dai batteri che coabitano il suo corpo. Come conseguenza di ciò, possiamo affermare, in prima ipotesi, che le informazioni provenienti dal genoma batterico incrementano e supportano quelle provenienti dal genoma umano e costituiscono un elemento cardine per l’ adattabilità dell’uomo all’ ambiente che lo circonda.

Da questi cenni derivano due conseguenze:
1) una politica votata al tentativo di sterminio acritico di questi microrganismi, nell’errata convinzione che potessero essere nocivi, non solo si è rilevata intrinsicamente sbagliata, ma è votata ad un radicale insuccesso. In realtà, è sempre più evidente che microbi e uomini vivono in un delicato sistema in equilibrio, proteggendo il quale l’uomo riuscirà a sconfiggere le principali malattie del progresso ed accrescere il suo benessere.
2) tenuto conto della grande esposizione del microbioma all’ambiente in cui l’uomo vive, non si può non considerare il grande impatto delle abitudini dietetiche, dello stile di vita, oltre che del continuo utilizzo di sostanze antibatteriche per uso esterno (disinfettanti) e interno (antibiotici) su questo ecosistema microbico e quali effetti ne possano conseguire per la nostra salute in generale.

Per comprendere appieno l’azione dei batteri sulla salute dell’uomo consideriamo, ora, una serie di malattie, che includono malattie autoimmuni, malattie infiammatorie intestinali, malattie psichiatriche, malattie neurologiche di tipo degenerativo, tumori, diabete, obesità, malattie metaboliche, malattie cardiovascolari ecc. ovvero le principali cause di morbilità e mortalità sviluppatesi negli ultimi 50 anni, tra i ceti più ricchi dei Paesi evoluti. Più di altre esse sembrano correlate alle modificazioni dell’ambiente, della dieta, dell’attività fisica. Non secondario sembra, comunque, essere il cambiamento nei rapporti con i microrganismi che affollano il mondo che ci circonda.

Queste malattie tanto più gravi quanto meno efficaci sono le terapie attualmente a disposizione per il loro trattamento, sono tanto più frequenti e tanto più precoci quanto più alterato risulta lo stile di vita.
Ora bisogna qui ricordare che la flora batterica, originariamente composta quasi esclusivamente da lattobacilli, si differenzia progressivamente e aumenta in quantità  e varietà fino a rassomigliare al microbioma umano dell’adulto. Questo processo è molto delicato e facilmente esposto all’azione di antibiotici, che sono in grado di far regredire il processo.
Tutto ciò permette di capire perché lo stato di salute si possa modificare nel corso della vita, come conseguenza delle modifiche intervenute nel microbioma. Infatti, il processo evolutivo dello stesso è quanto mai delicato e facilmente esposto ai danni di sostanze tossiche e ad alterazioni dello stile di vita.
Le alterazioni dello sviluppo e della differenzazione di tanti batteri determina il venir meno dei geni accessori del nostro patrimonio genetico, con una diminuzione delle capacità adattive della fisiologia dell’uomo.

La scoperta che l’uomo è un organismo complesso, che presenta due diversi genomi, è destinata  a cambiare radicalmente il modo in cui la scienza si è finora approcciata alla Medicina, alla Nutrizione e alla Salute in generale.
Si è così incominciato a capire che, probabilmente la nutrizione e la dietetica sono veramente, come diceva Ippocrate, la prima Medicina. Non a caso la flora batterica intestinale produce una serie di geni, utili a sintetizzare molti enzimi necessari per l’assorbimento dei nutrienti, che determineranno quale alimento, in che quantità e con che velocità verrà estratto e indirizzato al nostro metabolismo intermedio.

Ormai sappiamo come la dieta rientri tra i fattori che influiscono sulla composizione del microbioma e come sia possibile prevedere il microbioma di un individuo sulla base delle sue abitudini dietetiche, permettendo una classificazione degli individui in enterotipi, che si differenziano tra loro sulla base delle diverse tipologie di flora batterica, associabili a specifici comportamenti alimentari.
Il principale fattore, che pare influire sulla selezione batterica, è la presenza/assenza di fibra alimentare e la presenza/assenza di carne o latticini nella dieta. Una dieta ricca di fibre alimentari tende a selezionare una flora Tipo Prevotella, che rappresenta l’enterotipo delle popolazioni africane, mentre una dieta povera di fibre e ricca di carne e latticini, tende a selezionare una flora Tipo Batteroide, che rappresenta invece l’enterotipo dominante negli abitanti dei Paesi industrializzati.
Ormai molti studi dimostrano che la dieta migliore per selezionare i batteri che sembrano essere i più salutari per l’uomo dovrebbe includere molte fibre alimentari e grassi vegetali naturali ed essere sufficientemente variata, in quanto alla varietà della dieta corrisponde una maggiore diversità del microbioma. E si è visto che la diversità nel microbioma è un indicatore di salute. E’ proprio la progressiva scomparsa  della fibra vegetale e dei grassi vegetali naturali dalle tavole degli abitanti dei Paesi maggiormente evoluti ad essere ritenuta una delle cause principali di alterazione del microbioma umano, insieme all’abuso di farmaci antibiotici , da cui originano poi le cosiddette malattie del progresso.

Una medicina, che curi in modo rispettoso la nostra genetica batterica e soprattutto che nutra adeguatamente i nostri compagni di viaggio, parrebbe essere dunque la modalità più efficace per costruire salute e benessere e per agire da preventivo nel lungo periodo. In questo periodo di grandi dibattiti pro o contro gli antibiotici, pro o contro i vaccini, pro o contro l’omeopatia, siamo proprio sicuri che non sia una colpevole sottovalutazione di un sistema di cura efficace ed ecologico, basato su una struttura, il microbioma, cui molto probabilmente l’uomo deve la sua stessa sopravvivenza attraverso i millenni?

Grazie all’approccio della Medicina Funzionale si è in grado di valutare tutti i fattori disturbanti del nostro microbioma ed impostare una terapia di riequilibrio valutando una corretta alimentazione ed integrazione di batteri utili al ripopolamento equilibrato del nostro sistema.

Dott. Mauro Piccini

Abstract: Omeopatia oggi n. 58

FIBROMIALGIA, QUESTA SCONOSCIUTA

fibromalgia

La sindrome fibromialgica è un disturbo che si presenta con sintomi molto diversi accumunati da dolori muscolari diffusi ed erratici, stanchezza, scarsa resistenza fisica, disturbi del sonno, nervosismo e depressione.
Anche l’approccio terapeutico è in corso di definizione e molto spesso si procede per tentativi.
La fibromialgia è una sindrome che si manifesta nelle strutture fibrose del connettivo come tendini e legamenti e con dolori muscolari. Non provoca alterazioni deformanti nelle aree articolari e non porta segni che possono essere utili per il medico. Per questo è spesso difficile azzardare una diagnosi. La letteratura scientifica si basa sulla raccolta dei sintomi che il paziente descrive: dolori muscolari diffusi a volte migranti, oppure zone doloranti alla digitopressione,senza evidenti segni di trauma, simili a forme reumatiche molto dolorose.

SINTOMI DELLA FIBROMIALGIA

Il paziente descrive stanchezza cronica già in prima mattina, bassa resistenza alla fatica, difficoltà al riposo malgrado il sonno, dato che risulta essere leggero e molto disturbato.
La stanchezza, il cattivo sonno, il dolore diffuso agiscono sul sistema nervoso centrale modificando il pensiero ed il tono dell’umore innescando così un circolo vizione di difficile gestione. Possono anche manifestarsi ulteriori sintomi che sono la somatizzazione di questo disturbo come dolori alla testa di tipo muscolo-tensivo, emicrania, tensione muscolare, disturbi digestivi, ansia, depressione, difficolta di memoria e concentrazione.

CAUSE DELLA FIBROMIALGIA

Le cause della fibromialgia sono praticamente sconosciute. Vengono portate diverse ipotesi che coinvolgono la sfera psicosomatica, ormonale o chimica.
Traumi particolarmente dolorosi come lutti, forte stress sottovalutato e mai affrontato, alterazioni neuronali dei neurotrasmettitori, modificazioni delle concentrazioni ormonali, riduzione della soglia del dolore che modifica le proprietà nocicettive: sono tutte ipotesi e nessuna esclude l’altra.

RIMEDI FARMACOLOGICI ALLA FIBROMIALGIA

E’ facilmente capibile che se le cause sono sconosciute la terapia è altrettando dubbia. La priorità è contrastare il dolore diffuso dei tessuti molli ed i farmaci che vengono prescritti  sono degli analgesici, ma non tutti risultano efficaci. Molti antinfiammatori non producono risposte remissive alla fibromialgia, anche i cortisonici non hanno mostrato particolari risultati e comunque sconsigliati per gli effetti collaterali dati da un uso continuo. Sono più spesso proposti farmaci antidepressivi dagli effetti miorilassanti ed ipnoinducenti, per consentire un alleggerimento della sintomatologia dolorosa e garantire un miglior sonno. Gli effetti negativi si presentano però nella fase diurna con sonnolenza, aumento della fame e stipsi.

RIMEDI NATURALI ALLA FIBROMIALGIA

L’approccio non farmacologico alla fibromialgia offre un’ ampia gamma di tecniche che, se usate in un’azione sinergica, possono portare ad un netto miglioramento del quadro clinico del paziente.
Mediante applicazione di agopuntura, mesoterapia, neuralterapia e medicina funzionale si mette in campo una serie di approcci che non solo lavorano sull’aspetto sintomatologico del dolore ma, riequilibrando e indagando le varie cause scatenanti del disturbo, cercano di evidenziare, portare in luce tutto ciò che a livello psico-emozionale il paziente non vuole o non riesce a riconoscere e a manifestare.

 Dott. Mauro Piccini

PERCHE’ SIAMO GRASSI, I FIGLI HANNO L’ASMA E LE FIGLIE ADOLESCENTI SONO ALTE UN METRO E OTTANTA? UNA NUOVA E PIU’ MODERNA VISIONE SCIENTIFICA DEL MONDO MICROBICO E’ ORMAI NECESSARIA

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Oggi sappiamo che nel corpo umano il numero delle cellule batteriche supera di 1,3 volte (fino a 10 volte) quello delle cellule umane.
Le infezioni sono la conseguenza di un microbo nel posto sbagliato e al momento sbagliato; ma sul terreno biologico in quel momento più adatto a farlo sviluppare come patogeno.
Conta il terreno biologico individuale, quindi, più del batterio.
Per migliaia di anni le nostre cellule e i microbi hanno vissuto in una simbiosi pacifica che ha garantito l’equilibrio e la salute del nostro corpo.
Ma negli ultimi 70 anni abbiamo affrontato le infezioni batteriche con l’equivalente di un armamentario imponente – un attacco di ampio spettro con un arsenale terapeutico non indifferente contro tutti i batteri indistintamente – invece di cercare di comprendere nelle sfumature della biologia individuale il come coesistere con i batteri, creando una reciproca dipendenza con eventuali periodici e transitori dissapori.
Dato che le popolazioni batteriche si stanno sempre più sviluppando in ceppi resistenti agli antibiotici comunemente utilizzati, è arrivato il momento di riconsiderare il nostro rapporto coi microbi all’interno di nuovi paradigmi scientifici.
La nostra esperienza di medici hahnemanniani a continuo contatto clinico con il paziente, da anni ci fa formulare queste considerazioni, anche grazie alle sempre più moderne scoperte della microbiologia più avanzata e aggiornata.
Il concetto della campana di vetro a cui affidare la salute delle genti diviene oggi sempre più fragile e inefficacie, soprattutto alla luce di una antibiotico-resistenza sempre maggiore e diffusa.
Le considerazioni su questo argomento sono aperte ed in continua evoluzione, ma il medico moderno deve porre in continua discussione le conoscenze che riteneva acquisite, facendo proprie le dimensioni più avanzate del sapere scientifico e medico scientifico in particolare, non valutando il futuro attraverso la misura e i contenuti dei lavori scientifici del passato.
Il rischio, infatti, sarebbe quello di rimanere drammaticamente al palo, incarcerati in visioni vecchie e superate, trasformandoci in novelli Cardinal Bellarmino resi stolti dall’essersi rifiutati di guardare attraverso il connocchiale del moderno Galileo Galilei.

Con piacere, quindi, condividiamo qui di seguito l’interessante articolo  di ANDREA ROSSI (Fonte: La Stampa.it) dal Titolo:
Sempre più allergici e malati. Ma a rafforzare i nostri bimbi saranno i microbi africani“.

Un articolo divulgativo molto utile, soprattutto per i non addetti ai lavori, per comprendere come in campo medico-scientifico stia sempre più emergendo una consapevolezza scientifica e clinica nuova, dalle prospettive di particolare interesse e portata.
Buona lettura!!
F.to Equipe medica Istituto SIMOH
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Fonte Articolo: La Stampa.it del 10.05.2017

“È in atto una migrazione sotterranea, impercettibile, ma tumultuosa e inarrestabile. Valica le frontiere, si muove a cavallo delle persone o degli eventi atmosferici.
Sta scaricando sull’Europa – e sull’Italia che ne è l’avamposto – milioni di microbi, funghi, batteri provenienti dall’Africa.
Non sembrano destinati a distruggerci. Anzi, rischiano di aiutarci a combattere uno dei nostri peggiori – e trascurati – mali: la perdita di biodiversità, nell’ambiente ma soprattutto nel nostro organismo.

Ci stiamo impoverendo. Sempre meno batteri, sempre meno vari. A Firenze, un team di ricercatori studia da anni i microrganismi del nostro corpo basandosi sui big data ricavati da sequenze di Dna.

«L’industria alimentare e i suoi processi, la sanificazione, l’utilizzo massiccio di antibiotici negli allevamenti hanno contribuito a debellare molti agenti nocivi, ma hanno finito per estirparne anche di essenziali», rivela Duccio Cavalieri, professore al dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze.

«Un esempio sono i probiotici, che acquistiamo per reintrodurre nel nostro corpo elementi un tempo naturalmente presenti».

Aver eliminato funghi, batteri, microbi sta contribuendo all’esplosione di malattie auto immuni, infiammazioni, allergie.

«Il sistema immunitario fin dalla nascita si abitua a riconoscere i microrganismi buoni da quelli che non lo sono», spiega Carlotta De Filippo, microbiologa all’Istituto di Biologia e biotecnologie agrarie del Cnr di Pisa. «Tuttavia, poiché la varietà microbica con cui entra in contatto è sempre minore, reagisce a ogni novità come se fosse patogena. E sviluppa infiammazioni».

Si spiega così il boom dei malanni del nuovo millennio. E perché molti – che fino a vent’anni fa insorgevano in persone adulte – attacchino sempre prima.
Il numero di bambini soggetti ad allergie alimentari è schizzato del 20% in dieci anni: in Italia uno su venti – secondo l’Organizzazione mondiale dell’allergia – ne soffre.

Tra 6 e 12 anni, il 7% ha dermatite atopica, il 15% di rinite allergica e il 9% di asma. Stesso discorso per le malattie auto immuni, come il morbo di Chron: il 25% dei nuovi casi ha meno di vent’anni.

La diffusione delle infiammazioni croniche intestinali è raddoppiata nell’ultimo decennio, con 8 bimbi su 100 mila colpiti e un’età di insorgenza scesa a 10 anni.
E ancora: artriti reumatoidi, coliti ulcerose, sclerosi multipla, diabete di tipo 1. «La correlazione tra la diffusione e precocità di questi mali e la riduzione della varietà microbica è assodata», assicura De Filippo.

Siamo diventati fragili. Meno ricchi. Una ricchezza di cui l’Africa, da cui moltitudini cercano di fuggire, abbonda. La grande migrazione, tra i tanti effetti, potrebbe celarne uno finora poco indagato: milioni di batteri stanno invadendo l’Italia.

Nelle popolazioni africane si annida una grande quantità (e varietà) di microrganismi che il nostro mondo ha perso. I ricercatori fiorentini l’hanno scoperto mettendo a confronto alcuni bambini toscani con coetanei del villaggio Boulpon, nel Burkina Faso. «Hanno il triplo di acidi grassi a catena corta, antinfiammatori naturali», racconta Cavalieri. E soprattutto hanno concentrazioni di patogeni inferiori: l’Escherichia (responsabile di cistiti, infiammazioni alle vie urinarie) è presente in misura quattro volte superiore nei bambini italiani, la Salmonella otto volte tanto, la Shigella (dannosa per l’intestino) sette volte, la Klebsiella (agente delle infiammazioni alla vie aeree, come la polmonite) quasi quindici.

La differenza sta nei nutrimenti: fibre, amido non raffinato e altre fonti vegetali, pochi grassi animali, ma soprattutto niente industria alimentare. «I bambini africani vivono  in un ambiente fortemente contaminato», ragiona il professor Cavalieri. «Eppure i principali patogeni umani si ritrovano in quantità decisamente minori, perché hanno una ricchezza microbica che li difende. Noi non ce l’abbiamo più».

Le popolazioni africane potrebbero aiutarci a recuperarne una parte. Nell’ecosistema sta già accadendo qualcosa di simile. Nel 2014 una nevicata ha riversato sulle Dolomiti grandi quantità di sabbia del Sahara. Non era la prima volta ma quell’anno il gelo ha cristallizzato per mesi l’ambiente. La sabbia conteneva milioni di funghi e batteri: intere famiglie si sono trasferite, oltrepassando il deserto e il Mediterraneo, per colonizzare le Alpi. Il disgelo le ha riversate nell’arco di poche ore. Poteva essere una catastrofe. Invece no. Un gruppo di ricercatori (Cnr, Fondazione Edmund Mach, atenei di Firenze, Innsbruck e Venezia) ha prelevato campioni dal suolo dolomitico e li ha analizzati per tre anni. Per scoprirne l’origine, hanno ricostruito le traiettorie atmosferiche e il Dna dei microrganismi ritrovati, confrontandoli con dati campionati in tutto il mondo. Il risultato è sorprendente: i microrganismi sub-sahariani si sono adattati all’ambiente alpino e, anziché stravolgerlo, lo stanno arricchendo. «Questi eventi sono la diretta conseguenza dei cambiamenti climatici, saranno sempre più frequenti», spiegano i coordinatori del team, Cavalieri, Tobias Weil e Franco Miglietta. «Andranno monitorati nel tempo ma per ora possiamo dire che gli effetti positivi sono prevalenti rispetto a quelli problematici».

Lo stesso – fatte le dovute proporzioni – potrebbe accadere agli esseri umani. In fondo anche noi siamo un ecosistema: in una persona di 70 chili, i microrganismi ne valgono almeno 2. I nostri sono sempre più standard.

SINTOMI CARDIACI ED ALIMENTI

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Il cuore che batte al parossismo o che salta nel petto nei momenti più impensati ha sempre messo in allerta pazienti e medici. Si tratta di fenomeni che possono dipendere da anomalie elettriche o anatomiche del cuore, ma spesso non vengono comprese fino in fondo nelle loro cause e solo trattate sintomaticamente.

Ultimissime ricerche hanno permesso di comprendere che molte aritmie cardiache sono strettamente correlate a citochine infiammatorie come TNF-alfa, BAFF, IL6 e altre ancora.

Che si tratti di palpitazioni, di fibrillazione atriale, di tachiaritmie o di extrasistoli, la possibilità che il fenomeno si facilitato o addirittura scatenato dall’incremento di alcune specifiche citochine è sempre più dimostrato.

Questo risulta dalla pubblicazione nel febbraio 2017 su Trend in Cardiovascular Medicine della documentata azione del TNF-alfa nelle aritmie della malattia cardiaca di Chagas (Cruz JS et al, Trends Cardiovasc Med. 2017 Feb;27(2):81-91. doi: 10.1016/j.tcm.2016.08.003. Epub 2016 Aug 11) oppure dalla pubblicazione su PLoS One nel 2016 da parte di un gruppo di ricerca cardiologico statunitense della evidenza che nella fibrillazione atriale la presenza di IL6 (interleuchina 6) sia un fattore predittivo indipendente da altre comorbidità (Amdur RL et al, PLoS One. 2016 Feb 3;11(2):e0148189. doi: 10.1371/journal.pone.0148189. eCollection 2016).

Significa che l’infiammazione, comunque indotta (e per noi quella alimentare è di fondamentale importanza), è in grado di facilitare o indurre in modo autonomo le alterazioni del ritmo cardiaco.

Si tratta di effetti che vanno oltre agli stimoli “farmacologici” diretti esercitati da alcuni cibi o da alcune bevande, come la caffeina, l’alcol, i formaggi e certi cibi molto fermentati (ad esempio le banane molto mature). Parliamo di effetti dovuti allo stimolo infiammatorio e alla azione delle citochine provocate dal contatto con il cibo.

Una  ricerca statunitense del 2016 ha dimostrato in modo preciso che anche le pericolose aritmie postinfartuali, quelle che insorgono dopo un fatto ischemico o un infarto cardiaco, possono dipendere dalla presenza di citochine specifiche e non solo da un fenomeno elettrico, come si era continuato a pensare fino a poco tempo fa.

Le ricerche condotte in ambito allergologico negli anni 80 e 90 dell’ultimo secolo, quando ancora si usava il termine ormai in disuso di “intolleranza alimentare”, avevano già messo in evidenza che la presenza di una ipersensibilità alimentare potesse determinare fenomeni anche molto evidenti di alterazione del ritmo cardiaco.

De Luca nel 1990 aveva pubblicato i risultati di una ricerca con la quale aveva studiato con metodica “Holter” (rilevando in continuo per 24 ore il ritmo cardiaco) bambini con ipersensibilità già nota, effettuando prove di carico a livello intestinale. Il suo studio evidenziò un innalzamento della frequenza cardiaca esattamente contemporaneo alle reazioni di tipo intestinale e polmonare dovute alla reattività alimentare, molto evidenti durante la fase di challenge o di carico (De Luca L et al, Pediatr Med Chir, 1990; 12; 2: 139-145).

Questo fatto confermava, già allora, che alcuni fenomeni di disturbo del ritmo cardiaco che non fossero causati da anomalie specifiche del cuore potessero dipendere da uno stimolo infiammatorio indotto, a livello intestinale, dall’incontro col cibo. Significa che misurare il livello di infiammazione e comprendere il profilo alimentare di una persona può viceversa contribuire (con la dieta corretta) alla guarigione o al miglioramento di queste forme.

Un altro  fenomeno cardiologico drammatico che ora vede coinvolte le citochine infiammatorie è la cosiddetta “Sindrome del Q-T lungo” che è causa di molte aritmie gravi e sembra essere correlata ai casi di cosiddetta “morte in culla”.

Già nel 1989 Petrus, in uno studio francese pubblicato su Allergie et Immunologie, aveva descritto un caso di morte in culla ascrivibile specificamente a un fenomeno elettrico indotto dalle reazioni infiammatorie dovute ad una allergia al latte vaccino (Petrus M et al, Allerg Immunol (Paris). 1989 Feb;21(2):77-8).

In medicina le conoscenze sul cibo hanno però bisogno di molti anni per arrivare a una maggiore definizione e infatti nel novembre 2015 è stata pubblicata una review su In Vivo che descrive gli effetti delle differenti citochine infiammatorie (tra cui anche quelle correlate all’alimentazione) in grado di interferire sul ritmo cardiaco determinando un allungamento del tempo Q-T (Sordillo PP et al, In Vivo. 2015 Nov-Dec;29(6):619-36).

Questi studi aprono moltissime possibilità di diagnosi e di terapia. Basti pensare alla possibilità di impostare il giusto e personalizzato schema di alimentazione in ogni persona che abbia avuto un infarto, fin dai primi momenti post ischemici, oppure pensare ad una dieta preventiva che possano seguire le mamme che allattano nei primi mesi in cui il rischio di “torsione di punta” è maggiore.

Sappiamo con certezza che le diete “giuste” non sono più diete “standard”, ma diete che considerino i profili alimentari personali e i livelli individuali di infiammazione: ad ogni persona la sua dieta.

Quindi  dobbiamo aggiungere alcuni disturbi cardiaci alle patologie autoimmuni come a Morbo di Crohn, colite ulcerativa, rosacea, psoriasi, tiroidite di Hashimoto, artrite reumatoide e altre ancora) dove si è vista una strettissima connessione con il tipo di alimentazione, che come sappiamo è in grado di fare crescere i livelli di BAFF e di indurre numerose malattie con questo correlate.

Va sempre considerata anche la importante componente emotiva che guida spesso forme aritmiche non infiammatorie o che complica quelle infiammatorie, ma si tratta di una indicazione che trova applicazione in tutti i campi della medicina.

La buona notizia è che i livelli di citochine infiammatorie si possono oggi misurare con molta più facilità di un tempo e una semplice analisi può aiutare a definire il piano alimentare individuale che aiuti a ridurre l’infiammazione e contribuire al controllo di questi fenomeni.

Di fronte ad una aritmia cardiaca non motivata da cause anatomiche o elettriche ben definite, con una sintomatologia non univoca e priva di possibili basi organiche, la ricerca della infiammazione da cibo e di una modalità alimentare personalizzata è non solo plausibile, ma ora, su base scientifica, sta diventando necessaria.

Utilizzando l’approccio della medicina funzionale è possibile determinare molti dei fattori di sovraccarico che portano ad esprimere un aumento delle citochine infiammatorie. Eliminare i fattori disturbanti ed effettuare una terapia di controregolazione di queste citochine permette di affrontare non farmacologicamente molti sintomi e disturbi che vengono avvertiti a livello cardiaco.

ANSIA: IL MALE DEL NUOVO MILLENNIO

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Una strana oppressione che stringe la gola, uno stato di allerta generalizzato di cui non si sa il perché. Sono questi alcuni dei tanti modi con cui si manifesta l’ansia oggi. A volte è l’incontro con il nuovo ad innescare nelle persone uno stato di inquietudine: l’incertezza di non poter gestire qualcosa che ancora non si sa come sarà.
L’ansia, la tristezza, la vergogna sono solo alcune delle molteplici emozioni che sovente sconfinano le une nelle altre.
Le emozioni rientrano in quei processi intrapsichici che svolgono nell’uomo una funzione di adattamento. L’origine della parola “emozione” (ex-movere, muovere fuori) ci conduce al movimento del “portare fuori”. Ed  è sovente attraverso la somatizzazione nel corpo che portiamo fuori le nostre emozioni.

L’ansia, tra le tante manifestazioni possibili, è quella che maggiormente può stravolgere il linguaggio del corpo.  Questo stato di tensione, per un periodo indefinito, spesso improvviso, che può salire o scendere, a volte arriva a travolgerci, altre a mantenerci tesi in uno stato di conflitto che spesso resta lì, sospeso.
Se l’ansia, dal latino angere, rimanda allo stringere, l’angoscia, sempre dal latino angustia, si traduce con ” strettezza”.
Se l’ansia porta con sè qualcosa di vago, improvviso o continuato e indeterminato, la paura tende generalmente ad orientarsi su una situazione concreta e si fa problematica quando ogni giorno aumenta di intensità e  prende più spazio.
In questi casi la crisi d’ansia acuta può insorgere all’improvviso, come un episodio isolato, e sfociare nel panico travolgendo una condizione di vita che, fino ad un istante prima, pareva scorrere liberamente.

Una delle forme d’ansia che si presenta slegata da situazioni specifiche manifestandosi attraverso differenti sintomi è la cosiddetta ansia generalizzata. Questo tipo di disturbo si caratterizza per la presenza di un’ansia d’attesa che riempie il quotidiano estendendosi nel tempo e facendosi presente in maniera continua tra i pensieri del soggetto. In parallelo sul versante corporeo si possono affiancare vertigini, un aumento del battito cardiaco, tremori e disturbi respiratori.
Il corpo diventa il palcoscenico sul quale le nostre dinamiche interne ed esterne arrivano ad esprimersi. E il corpo ha una funzione importante non solo nella vita sociale, ma anche in rapporto a sé stessi.

Quando si è ansiosi una delle prime sensazioni correlate è la paura, seguita da tensione, da percezione della testa che si fa dolorante, a mal di stomaco, ecc. I sintomi fisici traducono così i messaggi nervosi inviati dal cervello nelle varie aree del corpo.
Quando l’ansia diventa panico contestualmente trascina con sè la componente somatica. Il senso di soffocamento, l’aumento della sudorazione e della temperatura corporea, i disturbi del sonno, l’affaticabilità, la difficoltà a concentrarsi sono alcuni dei correlati somatici cui l’ansia può accompagnarsi.

L’attacco di panico è uno dei più diffusi disturbi d’ansia. Le persone colpite riportano esperienze di terrore intenso e improvviso che sfocia nella paura di perdere il controllo, di impazzire o di morire. Il timore di un nuovo attacco può arrivare a limitare la libertà del soggetto che può rifiutarsi di uscire di casa, di guidare, di avvicinarsi a tutte le situazioni potenzialmente ansiogene.

Un’altra forma di reazione d’ansia, che vede la persona centrata su oggetti specifici che tenta di evitare è la fobia. Alcune delle fobie più comuni condivise da un alto numero di persone sono ad esempi l’agorafobia (paura degli spazi aperti) e la claustrofobia (paura degli spazi chiusi).
Ogni esperienza fobica porta con sé il timore del confronto con l’oggetto o la situazione che può attivare l’ansia. Si mette in moto così l’anticipazione di un fatto che non si è ancora realizzato, ma è vissuto come se lo fosse. Ne consegue un evitamento della situazione-stimolo ed un successivo ritiro sul piano sociale.

Spesso le persone arrivano in studio quando percepiscono l’ansia come “anormale”, spropositata rispetto alla realtà, persistente anche in situazioni non stressanti o più semplicemente insensata.

L’angoscia è uno stato che può portare a risvegliare risorse interiori inimmaginabili che  altrimenti potrebbero rimanere imprigionate.
L’ansia e le sue forme possono sfidarci a percepire l’importanza del prenderci cura di noi. La paura in molte situazioni risulta moderata dall’apertura di uno spazio protetto in cui potersi fermare, guardarla e, nel tempo, vederla ridursi.
Decidere cosa fare delle nostre ansie può significare decidere quale atteggiamento assumere nei confronti della vita. E proprio lì, tra il silenzio e la parola, liberiamo le nostre emozioni nel cammino prezioso di apertura alla vita e della cura di sé.
Attraverso l’approccio terapeutico della Medicina Funzionale è possibile valutando lo stato psico-emozionale del paziente,  impostare un percorso di terapia che aiuti non solo a gestire al meglio il sintomo ma attraverso l’analisi arrivare a determinare le cause più nascoste che si manifestano attraverso lo stato ansioso.
Con l’applicazione della tecnica dell’agopuntura si può modulare il disturbo e riequilibrare l’assetto energetico del paziente portandolo a recuperare lo stato di benessere precedente l’insorgenza dell’ansia.

Dott. Mauro Piccini

I GRASSI ALIMENTARI IN RIVOLUZIONE: DIBATTITO APERTO

Various animal & plant fats & oils

Gli ultimi due anni hanno sicuramente scosso le certezze relative alla divisione dei grassi in “buoni e cattivi”. Molte delle convinzioni che hanno guidato le scelte terapeutiche e preventive negli ultimi anni si rivelano quanto meno imprecise se non del tutto errate. Inoltre, il fatto che i risultati di alcuni importanti lavori effettuati su decine di migliaia di persone siano stati tenuti nascosti al mondo scientifico per lungo tempo, qualche perplessità tra i ricercatori l’ha sicuramente generata.

I grassi saturi sono risultati molto meno dannosi del previsto, grazie a studi come quello pubblicato da De Souza sul BMJ  che, una volta effettuata una correzione dei valori del colesterolo di partenza, ha evidenziato che il rischio del loro uso è molto scarso. È un articolo basato sulla revisione di lavori relativi a quasi mezzo milione di persone, che non rileva alcuna correlazione tra malattie cardiovascolari e assunzione di grassi saturi. Motivo per cui è nato il motto “Butter is back” (Il ritorno del burro).

I veri “colpevoli” sono gli acidi grassi trans (tra cui ricordiamo gli oli cotti, anche se provengono da grassi polinsaturi molto sani “da crudi”) che portano in modo inequivocabile a un aumento del rischio cardiovascolare (+20%) e del rischio globale di morte da tutte le cause (+40%).
Intorno a questi risultati si è scatenata una battaglia tra scienziati, lobby farmaceutiche e alimentari e giornali, ma nonostante le numerose sollecitazioni, il BMJ ha mantenuto, su solide basi scientifiche, il sostegno alla validità del lavoro dei suoi referenti scientifici.

Aiuta a riflettere il dibattito pubblico intervenuto nei mesi successivi, attraverso un articolo di Neal Barnard  e un articolo di Nina Teicholz  pubblicato sullo stesso BMJ.
Il tema più rilevante è stato però sollevato nel 2016, con la pubblicazione da parte di Ravanskov  di una analisi retrospettiva di lavori importanti e tenuti fino ad allora parzialmente nascosti, per mezzo della pubblicazione di soli dati parziali, pratica che ostacola la conoscenza della verità metodologica e scientifica. Si tratta di un lavoro fatto da universitari e ricercatori internazionali che pone addirittura seri dubbi sulla “ipotesi colesterolo” fino a oggi ritenuta valida. La loro revisione, applicata a circa 70.000 persone, ha confermato che dopo i 60 anni, la mortalità per tutte le cause, compresa quella per malattie cardiovascolari, non appare significativamente correlata con i livelli di colesterolo. Una vera rivoluzione concettuale. A questo si aggiunge la pubblicazione dei lavori di Ramsden  che ha segnalato come la riduzione dei livelli di colesterolo ottenuta durante il Minnesota Coronary Experiment (studio degli anni ’70 che coinvolse longitudinalmente circa 10.000 persone) non ha minimamente modificato il rischio di mortalità da eventi cardiovascolari. Il dibattito è ancora fortemente aperto.

da Nutrizione 33

 

MALATTIA COME SIMBOLO 3° PARTE

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Il dolore che si manifesta sul piano fisico è sempre il riflesso di un dolore morale che non ha trovato altro modo per esprimersi. Ed è spesso per evitare si essere sommersa che la nostra coscienza si mette al riparo da questo dolore morale, deviandolo almeno in parte nel corpo. L’emozione, a volte, è tale da poter affondare l’immagine che abbiamo di noi, per la quale proviamo a volte un tale attaccamento, che come se non esistesse altro nella vita.

L’immagine del capitano della nave che non l’abbandona nel naufragio evoca la necessità di “mollare” secondo la quale basterebbe coltivare il distacco, lasciare andare la collera, le emozioni e perdonare, e così via.

L’idea non è sbagliata, ma cos’è che bisogna mollare? Non serve a nulla al malato che soffre di sciatica sentirsi dire che dovrebbe lasciare andare la sua collera.

Le cose non sono così semplici, perché il tutto avviene a nostra insaputa, e la nostra difficoltà non sta tanto nel mollare la presa, quanto nel riconoscere. Mollare la presa deriva dalla presa di coscienza e questo in modo del tutto naturale ed indolore. La difficoltà non sta tanto nel prendere le distanze, quanto nel riconoscere ciò che sta succedendo.

Ecco perché ho parlato di punto cieco a proposito dello stress. Ci salva il fatto di avere due occhi e dunque la capacità di vedere la situazione che ci ha presi in trappola da una prospettiva diversa.

 L’essere umano è causa di sofferenza e di danni intorno a sé, in quanto essere imperfetto. Ci è facile ritenerci vittime, senza essere sempre consapevoli dei guai che noi stessi causiamo; accettare l’imperfezione umana è l’inizio del perdono autentico, che si presenta come una comprensione profonda e uno slancio del cuore.

Altra forma di perdono, che desidero menzionare, non è tanto un perdono ma quanto piuttosto un riconoscimento, che avviene quando prendiamo coscienza della nostra parte di responsabilità in quanto ci accade. In situazioni conflittuali, accade raramente che il torto stia tutto da una parte sola, e se da un lato siamo innocenti, dall’altro abbiamo le nostre responsabilità. La questione vera, quando tutto questo ci fa ammalare, è capire cosa quel conflitto sottolinea dentro di noi e perché questo ci fa star male. Guardare la situazione con onestà richiede un grande distacco da se stessi, il che è anche l’inizio della guarigione.

Uno dei principali ostacoli alla nostra libertà, come anche alla nostra comprensione, è il diniego. Attraverso  la malattia cerchiamo di preservarci e talvolta questa proiezione è talmente efficace che non filtra assolutamente nulla sul piano conscio.

La libertà non consiste nel liberarsi delle persone che ci stanno intorno o dei nostri obblighi, perché non vuol dire necessariamente “ cambiare vita”; si tratta invece di liberarci di certe illusioni che hanno intrappolato per troppo tempo la nostra coscienza. Non possiamo cambiare il mondo esterno solo perché così decretiamo, ma l’esterno muta quando, dentro, siamo liberi.

Proprio come lo stress, la malattia che combattiamo è una medaglia a due facce.: da un lato è nemica, ma dall’altro tenta di guarirci.

La malattia cerca di guarirci dall’emozione che l’ha generata.

Gestiamo le emozioni complesse attraverso il corpo e non ce nulla di male nel farlo. La malattia è un evento naturale, di cui non bisogna colpevolizzarsi, proprio come non dobbiamo colpevolizzarci per non riuscire a guarire dopo aver letto molti libri sull’argomento.

La malattia fa parte della condizione umana e deve essere una fase da accettare come tale.

Allora l’incontro con ciò che può guarirci avviene solo per caso ( e come diceva Einstein, “il caso è la maschera che  Dio assume quando non vuole farsi riconoscere”) quando siamo pronti e si prepara attraverso una serie di tappe silenziose, per mezzo delle quali la malattia cerca di liberarci dalla nostra sofferenza.

Dott. Mauro Piccini

MALATTIA COME SIMBOLO 2° PARTE

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Come è possibile immaginare che attraverso la malattia e la sofferenza stiamo preservando qualcosa?

Quello che diciamo attraverso la malattia è che abbiamo ragione di aver male.

Con la malattia, in qualche modo noi ci giustifichiamo, giustifichiamo la fondatezza dei sentimenti che proviamo, mostrando che non sono una visione mentale bensì una realtà oggettiva.

Con la malattia abbiamo le prove della nostra sofferenza, ma di tutto questo non siamo coscienti e il prezzo da pagare è alto.

Prendiamo a testimone il corpo, attraverso il quale anche le persone che ci stanno accanto diventano testimoni. Se dite ad una persona che soffre, che il suo è un disturbo psicologico, probabilmente vi ribatterà che a lei fa male e che quel male è reale. E anche aggiungerà anche che voi, che avete la fortuna di star bene, non potete capire che cosa sta passando.

Siamo malati e bisogna che i nostri cari vi si adattino; facendo della nostra sofferenza morale una realtà fisica, togliamo loro la possibilità di ignorarla o di prendere le distanze rispetto a questa realtà. Ma , in realtà, siamo noi i primi a soffrirne e l’impotenza delle persone care nel darci sollievo ci lascia da soli.

Solitamente si incrimina lo stress come causa iniziale della malattia.

Tuttavia la nostra vita è piena di preoccupazioni, delusioni, rabbie. Gli stress con cui ci confrontiamo sono molti e permanenti.

Ma allora ogni volta ci ammaliamo? Certo che no. Ci vuole un altro fattore perché lo stress ci faccia ammalare. E questo non dipende dall’intensità dello stress, ma da altre due cose: il luogo in cui lo stress si manifesta e la complessità dell’emozione che proviamo.

Quella che per uno è una situazione drammatica, per una altro è solo un’esperienza senza rilevanza.

Stress è un termine inglese che significa “ sottolineare” , “ mettere l’accento su qualcosa”.

Immaginate l’esempio della quercia e del giunco.

Si scatena una tempesta, il giunco si piega e si adatta, mentre la quercia è troppo rigida e finisce per spezzarsi. Ciò che il vento “ sottolinea” è la rigidità della quercia; ma il vento di per sé è neutro, e infatti per il giunco è solo un gioco. Immaginate, ora, un uccello posato sul ramo della quercia e poi sul giunco. La quercia è rigida, ma è solida e capace di sostenere chi in essa trova rifugio, si fa carico di questo peso, mentre il giunco non ne è affatto capace. Tanto per la quercia come per il giunco, lo stress ha delle conseguenze soltanto quando “ sottolinea” un difetto della struttura; difetto che come vedete è come una buona qualità che è presente in quantità eccessiva.

Per noi , dunque,  non è tanto lo stress, in sé e per sé, ad essere dannoso, ma ciò che lo stress sottolinea.

Non è l’intensità dello stress a spiegare la malattia. Vi sono persone che vivono situazioni difficilissime senza per questo ammalarsi, ma poi si ammalano in seguito ad uno stress la cui intensità ci sembra decisamente inferiore. Questo ha a che fare con la nostra struttura. Il corpo del bambino piccolo è morbido ed elastico ma, si addensa con l’età tanto per tenerci in piedi quanto per affrontare la vita. Accade qualcosa di simile anche sul piano psicologico. Ci “addensiamo” ogni tanto prendiamo dei colpi che ci induriscono e piano piano ci cristallizzeremo. Non sono le nostre zone flessibili ad essere problematiche, ma le zone cristallizzate che presumibilmente reagiranno malamente agli urti.

La vita ci induce a lavorare proprio sui punti della cristallizzazione, per ammorbidirli.

E’ raro che uno stress grave si presenti senza essere stato preceduto da qualche messaggio che abbiamo ignorato.

Ciascuno di noi ha un suo “punto cieco”, una zona di sé, del proprio atteggiamento, nel quale inciampa ogni volta, come se fosse incapace di vederla.

La nozione di “punto cieco” si riferisce al punto cieco della nostra retina, e il paragone non è trascurabile. Infatti, quando guardiamo il mondo con un occhio solo, quella piccola parte di esso che viene proiettata sulla retina non viene percepita; per fortuna abbiamo due occhi e la vista dell’uno compensa il punto cieco dell’altro. In questa idea si nasconde una chiave per la nostra guarigione, perché ciò che l’altro occhio ci dà, è la possibilità di guardare da un punto di vista diverso la realtà in cui incespichiamo.

L’emozione che proviamo è come un groviglio di sentimenti contraddittori. Se siamo in collera con una persona che ci è indifferente, si tratta di un sentimento sgradevole ma abbastanza semplice da gestire; questa seccatura ci irriterà ma non ci toccherà nel profondo. Se però la situazione ci tocca su di un punto involontariamente ambiguo o contradditorio allora le cose cambiano.

Questa contraddizione, di solito, è nascosta.

Ecco perché attraverso la malattia cerchiamo di dirci le cose, ma senza dircele chiaro e tondo. Resta una parte di equivoco, una zona nascosta.

Scoprire che il nostro mal di gola è il risultato della collera non è tanto difficile, ma quel che è difficile è svelare quale sentimento si nasconde dietro a quella collera.

Dott. Mauro Piccini                                                                            Seguirà 3° parte

MALATTIA COME SIMBOLO 1° PARTE

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Attraverso la malattia parliamo a noi stessi e prendiamo  il nostro corpo come un testimone: la manifestazione, la lesione e il dolore sono il riflesso preciso delle emozioni che stiamo vivendo.
I sentimenti si trasformano in sensazioni e questo ci irrita, ci da fastidio; ma che cosa ci irrita e ci rode e a che cosa quel dolore è sordo?
Il medico ci ascolta e scrive “gastrite”; su nostra richiesta “classifica” ciò che proviamo e questo ci rassicura, diventa qualcosa di noto e misurabile.
Ma così facendo, quello che cercavamo di comunicarci attraverso questo sintomo ha buone possibilità di essere accantonato in cantina.
La diagnosi è un atto necessario ma è un arma a doppio taglio. Confidare la malattia al nostro medico è logico perché ha il compito di aiutarci e di curarci, ma se gli deleghiamo la responsabilità di ciò che proviamo, se la malattia diventa una faccenda solo del medico che ne sarà dell’interrogativo, che attraverso di essa rivolgiamo a noi stessi?
Quindi perdiamo il senso di quello che cerchiamo di comunicare a noi stessi. Dato che ci parliamo usando il corpo come metafora, ecco che ciò che tentiamo di comunicare diventa incomprensibile. Soffriamo senza sapere il perché, come se ci mancasse la chiave di comprendere il messaggio, ascoltare la propria malattia come un linguaggio interiore è un primo passo verso la guarigione.
La malattia è una maniera di comunicare sia con se stessi e con gli altri perchè,  consapevolmente o meno,  in tal modo esprimiamo ed esterniamo il nostro mal-essere.
La metafora è un “ procedimento del linguaggio che consiste nel modificare il senso attraverso una sostituzione analogica”.
La metafora è il modo più semplice e diretto per esprimere qualcosa che è difficile da definire. E molto spesso ci serviamo di uno dei nostri organi come metafora per comunicare con noi stessi e dirci qualcosa di figurato.

Le impressioni fisiche che proviamo sono un modo di descrivere ciò che sentiamo. Anche il punto del corpo in cui si manifesta il nostro malessere non è casuale. In qualche modo, inconsciamente, scegliamo l’organo che la malattia colpisce. La scelta è tutt’altro che casuale, perché corrisponde alla nostra percezione inconscia di quell’organo o della sua funzione. Ciò a cui serve l’organo, viene usato come metafora per esprimere il disagio.

La malattia è un modo curioso di dirci le cose, perché è come se ci parlassimo a mezzi termini. Qundo parliamo del “ capo” di un azienda è una metafora perché l’azienda non ha un “capo” più di quanto abbia “i piedi” ; ma ognuno di noi sa che la testa, “IL CAPO” è la parte che dirige, quindi tutti capiscono cosa vuol dire.

Tutt’altro può essere che un mal di capo rifletta il nostro dolore nel non potere dirigere a nostro piacimento certe situazioni. In questo modo, attraverso la malattia, ci capiamo. Contemporaneamente, però non capiamo che cosa ci sta succedendo, perché mai ci siamo ammalati, né a cosa serva questa sofferenza dalla quale aspiriamo solo a liberarci velocemente.

Sul fatto che certe malattie siano psicosomatiche tutti sono d’accordo.

Ma le altre malattie che siano infettive o di origine meccanica (ernia del disco ) o tumorali sono anch’esse un modo di parlare a noi stessi?La causa della malattia ha due facce. Non ha senso dire quale sia quella giusta, perché lo sono entrambe: nessuno nega la responsabilità di un microrganismo o di un’ernia.

E’ difficile vedere in contemporanea il lato testa e croce della stessa medaglia; i nostri occhi ce lo impediscono e la mente,  come gli occhi,  ha bisogno di prendere in considerazione i due aspetti separatamente.
Non scordate l’immagine delle due facce della medaglia. Queste due facce sono giuste entrambe e quando si parlerà della dimensione psicologica di una sciatica, non sarà per negare l’esistenza di un’ernia discale e viceversa.

Ciò che vale per la malattia può valere anche per gli incidenti, i traumi, le fratture. La cosa può sembrare sorprendente, ma spesso tutto accade come se il mondo esterno e i nostri pensieri entrassero in risonanza.
Gli incidenti segnano momenti di rottura nella nostra vita e talvolta sono dei veri e propri punti di non ritorno; ma sono anche occasioni di apertura ad una vita diversa o ad un’altra dimensione dell’esistenza.
Prendiamo a testimone  anche il mondo esterno e accade che siamo noi a suscitare questi eventi come se attraverso di essi cercassimo di dirci qualcosa. Attraverso i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti risvegliamo certe reazioni intorno a noi, prepariamo situazioni destinate a maturare e a trovare compimento in eventi che si produrranno anche più tardi. Un evento, che si tratti di un incidente o di una stress di altra natura, può essere il messaggero segreto di un nostro desiderio segreto: ciò che pare l’esito del caso spesso è suscitato dal desiderio di cambiare qualcosa nella nostra vita.

Recenti studi americani hanno dimostrato che il profilo psicologico delle persone che hanno incidenti gravi è simile a quello dei suicidi.

Dott. Mauro Piccini