NOVITA’ DA SETTEMBRE

A PARTIRE DA SETTEMBRE NUOVI INCONTRI SERALI, PARLEREMO DI MEDICINA FUNZIONALE E DELL’EQUILIBRIO TRA MENTE, CORPO, EMOZIONI

La Medicina Funzionale si differenzia da quella tradizionale per il suo concetto di salute: non solo come stato di benessere fisico e psichico dell’organismo umano derivante dal buon funzionamento di tutti gli organi ed apparati, ma anche salute come stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, dovuto all’assenza di malattie e alla presenza di una vitalità positiva unica per ogni individuo, determinata dall’avverarsi di tutta una serie di circostanze strettamente personali in cui il paziente si sente veramente bene ed in salute.
Lo sviluppo di una malattia o la manifestazione di sintomi clinici sono diversi in ogni individuo e dipendono da diversi fattori: possono esserci caratteristiche personali di predisposizione genetica, ma per condurre ad una patologia è necessario che esse si associno a vari cofattori quali cattive abitudini alimentari e di vita, tossicità ambientale, di stress, traumi fisici, droghe, ricordi di momenti stressanti, rapporti sociali negativi.

Diventiamo coscienti della nostra fisicità, dei nostri movimenti, della nostra respirazione e della nostra carica emotiva o corpo di dolore.
Solo nell’armonia tra corpo, mente ed emozioni possiamo raggiungere un senso di integrità, pace e completezza.
Nessuno ci insegna a farlo. Abbiamo riposto tutta la nostra fiducia nella capacità della mente e del pensiero, perdendo la capacità di sentire il proprio corpo. Il nostro corpo sa fare cose meravigliose, a partire dal respiro. Abbiamo permesso al pensiero/mente di sviluppare e dominare la nostra vita in modo sproporzionato rispetto al sapere istintivo e a quell’intelligenza innata presente in ciascuno di noi. Siamo in conflitto con noi stessi, la mente vuole cose che il corpo non desidera e il corpo desidera cose che la mente non permette, la mente impone istruzioni che il corpo non vorrebbe seguire e il corpo invia segnali che la mente non vuol sentire.
Ecco perché “sentire il corpo e ciò che è giusto per noi nell’ ADESSO, non a livello mentale” è difficile e faticoso.
VIVERE è vivere nel presente ed essere nel corpo.

Per informazioni ed adesioni contattare il  340/2870987

DURA PRESA DI POSIZIONE DELLE ASSOCIAZIONI DI OMEOPATIA NEI CONFRONTI DELLA FEDERAZIONE ORDINI DEI MEDICI

Autori: Redazione di LibriOmeopatia.it

Dura presa di posizione delle Associazioni di Omeopatia nei confronti della federazione ordini dei medici
Comunicato stampa emesso da:
AMIOT – Associazione Medica Italiana di Omotossicologia
APO – Associazione Pazienti Omeopatici
COII – Centro Omeopatico Italiano Ippocrate
FIAMO – Federazione Italiana Associazioni e Medici Omeopati
LUIMO – Ass per la Libera Università Internazionale di Medicina Omeopatica “Samuel Hahnemann”
OMEOMEFAR – Associazione Medici e Farmacisti Omeopati
SIOMI – Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata
SMB – Società Medica Bioterapica Italiana
SIOV – Società Italiana di Omeopatia Veterinaria

CORTOCIRCUITO DELLA FEDERAZIONE ORDINI DEI MEDICI: OMEOPATIA SOLO EFFETTO PLACEBO? SECONDO GLI ESPERTI, SOLO FALSITA’ ANTISCIENTIFICHE E PREGIUDIZIO

Tutte le Società scientifiche italiane che si occupano di Medicina non convenzionale e Complementare manifestano assoluto dissenso in merito alla nuova scheda pubblicata dal sito “dottoremaeveroche.it” – l’iniziativa contro le bufale online della FNOMCeO – Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri – secondo cui “l’omeopatia non ha alcuna base scientifica e gli effetti riportati da chi la usa sono con buona probabilità dovuti all’effetto placebo”.

“Un’iniziativa in linea generale utile – dichiarano i professionisti iscritti all’Albo dei Medici ed esperti in medicine complementari e omeopatia – ma che nello specifico pone sullo stesso piano l’effetto placebo con una pratica, l’omeopatia, che è invece fin dal 2002 definita come ‘atto medico’ dalla stessa Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici.

Peraltro – precisano i Medici – la pagina sull’omeopatia del sito dottoremaeveroche.it è stata redatta da sedicenti esperti che in realtà non hanno alcuna esperienza in Medicine complementari, come si evince anche dalla bibliografia di riferimento, risibile e già ampiamente screditata in passato: “Stupisce – sostengono i Presidenti delle associazioni scientifiche di settore – che la Federazione degli Ordini dei Medici si affidi a dei soggetti privati, per giunta non qualificati, per la redazione di una pagina informativa su un sistema di salute adottato con soddisfazione da 7 milioni di italiani e da decine di milioni di Europei” (1)

Sia il Parlamento Europeo (2) che il Consiglio d’Europa (3) hanno chiesto di “assicurare ai cittadini la più ampia libertà di scelta terapeutica e il più alto livello d’informazione sull’innocuità, qualità ed efficacia di tali medicine, invitando gli Stati membri a regolarizzare lo status delle Medicine complementari in modo da garantirne a pieno titolo l’inserimento nei Servizi sanitari nazionali”.

Inoltre, non è affatto vero che non esistono prove scientifiche di efficacia a sostegno dell’omeopatia: gli studi rintracciabili sulla banca dati medica PubMed che ne dimostrano la maggior efficacia rispetto al placebo – dichiarano i Medici – “sono pubblicati in numero significativo (4), anche su riviste scientifiche a medio e alto impatto, tanto che anche anche la prestigiosa Cohrane Collaboration dedica un sito specifico dedicato a queste discipline” (5)

Quest’attacco avviene peraltro proprio nei giorni in cui viene pubblicato online un database (6) che raccoglie più di 1.000 studi scientifici sull’efficacia dell’omeopatia, pubblicati su riviste nazionali ed internazionali, presentato al Presidente FNOMCeO e all’Esecutivo della Federazione in occasione di un incontro che si è tenuto a Roma il 3 maggio scorso, incontro a margine del quale la stessa FNOMCeO con un proprio comunicato stampa (7) ha dichiarato di “voler chiedere rispetto per tutti i medici, e di sostenere le Società scientifiche di Omeopatia nel chiedere all’Istituto Superiore di Sanità di aprire un tavolo di confronto per una revisione della letteratura scientifica e delle evidenze disponibili in materia”.

“Invece che adeguarci alla civilissima Svizzera – precisano i Presidenti delle società scientifiche di settore – dove il Consiglio Federale dopo anni di approfondimenti e verifiche ha deliberato la piena rimborsabilità delle Medicine Non Convenzionali/complementari (8) proseguiamo con questa assurda caccia alle streghe basata su pregiudizi anti-scientifici”.

Le sigle congiunte fanno quindi appello al Dott. Filippo Anelli, Presidente FNOMCeO, affinché nel rispetto dei principi Costituzionali sulla libertà di cura, chiarisca i contenuti di queste affermazioni che creano un “cortocircuito” rispetto a quanto deliberato dal Consiglio Nazionale della Federazione in data 19 maggio 2002, delibera che classifica a tutti gli effetti l’esercizio dell’omeopatia come “atto medico”, orientamento peraltro largamente condiviso negli altri Paesi Europei.

NOTE E LINK multimediali:
(1) Dati Eurispes 2017
(2) Risoluzione n. 75/97
(3) Risoluzione n. 1206/99
(4) Evidenze scientifiche di efficacia in Medicina omeopatica – 1.101 studi pubblicati/indicizzati dal 1949 a oggi, tra cui:
– Revisioni sistematiche con meta-analisi: 16 (Gold Standard)
– Revisioni sistematiche qualitative: 56 (Gold Standard)
– Studi RCT (Randomized Control Trials): 260 (Gold Standard)
– Studi in Agro omeopatia: 113
– Studi osservazionali: 126
– Case report: 41
– Veterinaria : 111
– Ricerca di base (chimico-fisica): 152
– Ricerca di base (pre-clinica): 216
(5) Sezione del sito Cochrane sulle MNC/MC
(6) Database sulle prove scientifiche di efficacia MNC/MC
(7) CS FNOMCeO
(8) Svizzera e omeopatia

DOTTORE, MA E’ VERO CHE?

Lettera aperta del prof. Paolo Bellavite al Presidente FNOMCEO, dr. Filippo Anelli

Egregio Presidente, ho letto sul sito collegato con quello della FNOMCEO, alle pagine “Dottore ma è vero che?” un articolo del dr. Salvo Di Grazia intitolato “L’omeopatia ha effetti scientificamente dimostrati?”

Mi occupo di scientificità dell’omeopatia da circa 30 anni assieme ad altri docenti universitari italiani ed esteri ed ho avuto occasione di collaborare con la FNOMCEO proprio su tale argomento, svolgendo la relazione magistrale al convegno nazionale del 2002 a Terni sulle medicine non convenzionali. Il dr. Del Barone, in tale occasione mi inviò una lettera di particolari ringraziamenti e complimenti. Sotto la presidenza del dr. Fazzini, ho poi collaborato con l’Ordine provinciale di Verona nell’ambito dell’Osservatorio per le Medicine Complementari, iniziativa comune della facoltà di Medicina e dell’Ordine stesso.

Pertanto, spero mi sia consentito fare alcuni commenti sul testo del dr. Di Grazia, che viene presentato addirittura come un argomento “anti-bufale”. Vi ho rilevato delle notevoli inesattezze, per non dire degli errori madornali, che potrebbero indurre in errore i lettori che ivi cercassero una parola chiara e ben documentata su tale bicentenaria disciplina medica. Commenterò direttamente i punti del testo, il cui originale è riportato tra virgolette.

Scrive Di Grazia: “Cos’è l’omeopatia? L’omeopatia è una pratica inventata nell’Ottocento da un medico tedesco, Samuel Hahnemann, che sostiene si possa stimolare la forza vitale dell’organismo per raggiungere la guarigione dalle malattie. Questa pratica si basa sulla teoria dei simili (“il simile cura il simile”), secondo cui per curare un sintomo bisognerebbe assumere una sostanza che ne provochi uno affine (un bruciore si dovrebbe trattare con una sostanza che provoca ugualmente bruciore, come il peperoncino; l’insonnia, con una sostanza che provoca insonnia, come il caffè, e così via). Il secondo elemento su cui si basa l’omeopatia è la diluizione. Il principio attivo quindi viene diluito diverse volte in acqua o alcol e poi spruzzato su globuli di zucchero (o in soluzioni liquide). Per gli omeopati, anche se una sostanza non esiste più a livello chimico, l’acqua nella quale è diluita “ricorda”, per una sorta di “memoria” le caratteristiche di quella sostanza. Più la sostanza di partenza è diluita e più, sempre secondo le teorie alla base dell’omeopatia, sarebbe potente. Per attivare il preparato sarebbe infine necessario lo scuotimento, per decine di volte, del flacone che contiene la soluzione omeopatica (questa procedura si chiama “succussione” o “dinamizzazione”). La diluizione dei preparati omeopatici è talmente elevata (da poche diluizioni a centinaia o migliaia) da non avere più traccia del principio attivo di partenza nel prodotto finale. D’altronde, per legge, un prodotto per essere venduto come omeopatico non deve contenere più di un centesimo della più piccola dose utilizzata nelle medicine prescrivibili, e quindi, per legge, non può essere venduto un prodotto che contenga un dosaggio di principio attivo farmacologicamente efficace.”

Commento (PB): La teoria dei simili è qui ricordata in sommi capi, correttamente, senza però citare il fatto che ha origini nella medicina ippocratica e che tale principio farmacologico funziona in moltissime situazioni fisiopatologiche, allorché una sostanza con effetti patogeni viene diluita in modo che stimoli la reazione del corpo o della cellula. Il principio della similitudine è stato dimostrato valido persino dalla medicina “ufficiale” sia con la cosiddetta farmacologia paradossale (es. i beta-bloccanti che funzionano nello scompenso cardiaco), sia nell’immunologia (es. l’immunoterapia specifica delle allergie). Per quanto riguarda la diluizione/dinamizzazione, tutti sanno quanto sia facile ridicolizzare la famosa “acqua fresca” sulla base del senso comune. Purtroppo per i detrattori, non si tratta solo di una “teoria”, ma è sperimentalmente DIMOSTRATA da decine e decine di evidenze sperimentali di laboratorio e fisico-chimiche. Anche gli studenti del liceo sanno che quando una teoria (“omeopatia=acqua fresca”) cozza contro l’esperimento, la teoria va abbandonata e l’esperimento è la base di una nuova teoria. Tutto ciò si trova in letteratura. Ma, a prescindere dalla fiducia o meno nella scienza sperimentale galileiana (è possibile che un medico-blogger non sia ancora aggiornato), nel pezzo del Di Grazia è contenuta una grave FALSITA’ là dove sostiene che “un prodotto per essere venduto come omeopatico non deve contenere più di un centesimo della più piccola dose utilizzata nelle medicine prescrivibili e quindi, per legge, non può essere venduto un prodotto che contenga un dosaggio di principio attivo farmacologicamente efficace”. Tale concetto stravolge non solo la logica scientifica (il fatto che un prodotto sia diluito 100 volte più di un medicinale “prescrivibile” non significa che sia inefficace!) ma persino la lettera della legge,. Infatti, la legge sui medicinali omeopatici non dice affatto questo! Essa dice che i medicinali devono essere diluiti (questo si), ma non si pronuncia sulla dose del principio attivo e men che meno sulla sua efficacia. Esistono dei medicinali omeopatici, anzi sono la maggior parte di quelli sul mercato, che contengono dosi ponderali di principi attivi e che sono stati dosati precisamente. Ad esempio, noi abbiamo usato il Gelsemium sempervirens e l’Arnica montana, certo efficaci in modelli sperimentali di laboratorio alla diluizione/dinamizzazione 5CH; tali prodotti contengono miliardi di molecole di gelsemina o sesquiterpeni rispettivamente, i noti principi attivi delle piante. Il testo del Di Grazia da voi pubblicato non è aggiornato sulla letteratura ed è errato anche nella lettera della legge, quindi è gravemente fuorviante per i lettori e i colleghi.

Scrive Di Grazia: “L’omeopatia funziona? Sebbene vi siano pubblicazioni di vari studi, allo stato attuale non ci sono prove scientifiche né plausibilità biologica che dimostrino la fondatezza delle teorie omeopatiche (quella dei simili, la succussione o l’utilità delle diluizioni per potenziare i rimedi) secondo i canoni classici della ricerca scientifica. Infatti, diversi studi condotti con una metodologia rigorosa hanno evidenziato che nessuna patologia ottiene miglioramenti o guarigioni grazie ai rimedi omeopatici. Nella migliore delle ipotesi gli effetti sono simili a quelli che si ottengono con un placebo (una sostanza inerte). D’altra parte sarebbero numerose le testimonianze personali che riferiscono di successi terapeutici dovuti all’omeopatia, ma questi potrebbero essere facilmente spiegabili con l’effetto placebo, con il normale decorso della malattia o con l’aspettativa del paziente. L’effetto placebo è conosciuto da tempo, ha una base neurofisiologica nota e funziona anche su animali e bambini, ma il suo uso in terapia è eticamente discutibile e oggetto di dibattito. D’altra parte, i presunti meccanismi di funzionamento dell’omeopatia sono contrari alle leggi della fisica e della chimica. Anche l’annuncio di un ricercatore francese di aver scoperto una prova dell’esistenza della “memoria dell’acqua”, nel 1988, venne smentito da un esperimento di controllo, mentre i suoi risultati non sono mai più stati riprodotti da altri laboratori. Lo studio, pubblicato su un’importante rivista scientifica, fu quindi ritirato. L’uso dell’omeopatia è un’abitudine molto limitata e in continua diminuzione, rappresenta infatti meno dell’uno per cento dei prodotti venduti in farmacia in Italia.”

Commento (PB): Innanzitutto si deve rilevare un grave difetto metodologico: quando la domanda è se un farmaco, o un metodo clinico, funziona, la risposta non si deve spostare sul meccanismo d’azione ma deve concernere le PROVE CLINICHE. Di questo il Di Grazia non parla. L’annosa storia della “memoria dell’acqua”, qui reiteratamente presentata in modo falso e fuorviante (ignorando tutte le prove biologiche e fisico-chimiche a favore, pubblicate da decine di gruppi tra cui almeno quattro di università italiane: Verona, Bologna, Napoli, Firenze), non ha nulla a che fare con la questione dell’efficacia clinica del medicinale. Questo vale per tutta la farmacologia e spiace doverlo ricordare proprio a chi si è fatto paladino della “medicina basata su prove di efficacia” (EBM). Inoltre, anche se si parla del “placebo”, bisogna fornire la PROVA, non basta dire la propria (facile) opinione basata sul senso comune. Nessuno (ovviamente) esclude che vi possa essere un effetto placebo, come in tutte le terapie mediche. Ma l’omeopatia NON E’ SOLO PLACEBO. Di fatto, l’ipotesi del placebo è stata confutata da innumerevoli articoli e quello famoso del Lancet del 2005, dove si assimilava l’omeopatia al placebo, non conteneva affatto tale prova. La conclusione tanto reclamizzata è stata poi smentita tre volte da esperti di epidemiologia. Infine, non è affatto vero che lo studio del 1988 fu “ritirato”. Semplicemente non è vero. Non so cos’altro si potrebbe rispondere a tali errori storici e metodologici, se non che quando uno non conosce la storia, dovrebbe astenersi dal commentarla.

Scrive Di Grazia: “L’omeopatia è sicura? Essendo una terapia basata su sostanze in quantità infinitesimali o inesistenti non vi sono rischi di effetti collaterali o pericolosi, ma sono comunque riportati eventi avversi gravi dovuti a errori di fabbricazione o contaminazione. Curare con la sola omeopatia malattie serie può inoltre esporre a problemi ulteriori, anche gravi, perché può ritardare il ricorso a medicine efficaci e curative.”

Commento (PB): Questa opinione è, nella prima parte, sbagliata e pericolosa. Infatti, non essendo vero che i prodotti omeopatici contengono sempre dosi “infinitesimali” (anzi, la maggior parte dei prodotti omeopatici contiene dosi ponderali di sostanze), non è neppure vero che non possono esservi effetti collaterali. Ma pure i medicinali in alte diluizioni/dinamizzazioni, essendo (contrariamente a quanto sostiene il Di Grazia) farmacologicamente attivi possono creare problemi se mal prescritti e soprattutto se auto-prescritti per molto tempo. Certo che l’uso scriteriato dell’omeopatia può “ritardare il ricorso a medicine efficaci”, ma questo problema riguarda qualsiasi uso scriteriato di qualsiasi farmaco, compresi gli antibiotici dati in eccesso per malattie virali o gli antidolorifici dati per calmare la cefalea in caso di tumori del cervello.

Scrive Di Grazia: “Come comportarsi e quali limiti? In Italia l’omeopatia può essere praticata solo da medici chirurghi abilitati alla professione. Questa norma non intende attribuire una base scientifica a questa pratica, ma solo garantire da una parte il diritto alla libertà di scelta terapeutica da parte del cittadino e dall’altro un uso integrativo e limitato alla cura di disturbi poco gravi e autolimitanti, evitando il rischio di ritardare una diagnosi più seria o che il paziente stesso sia sottratto a cure di provata efficacia. In ogni caso, il medico deve specificare che il prodotto non agisce su basi scientificamente provate e raccogliere il consenso da parte del cittadino, secondo quanto prescritto dall’articolo 15 del Codice di Deontologia Medica.”

Commento: Un approccio prudenziale è ovviamente corretto, ma qui si nasconde un’ulteriore falsità, “invenzione” dell’autore. Dove risulta che il medico “deve specificare che il prodotto non agisce su basi scientificamente provate”? Di fatto tale idea del Di Grazia non c’è in alcun documento della Federazione, né nel codice deontologico. Il dr. Di Grazia, non sapendo o non volendo ammettere che le basi dell’omeopatia sono scientificamente provate, si inventa persino cosa dovrebbe specificare il medico nel richiedere il consenso informato. Un medico che “specificasse” tale assurdità sarebbe semplicemente folle e, allora si, colpevole di malapratica. Pare persino impossibile che nel sito della FNOMCEO si possa leggere una panzana del genere. Forse l’autore confonde la pratica della medicina con l’etichetta del medicinale, là dove sta scritto che esso è stato registrato senza le prove di efficacia convenzionali (nel caso della registrazione cosiddetta “semplificata”, prevista per legge). Il che non significa, comunque, che non sia efficace o non ci siano prove scientifiche delle sue basi teoriche. Se uno fosse minimamente documentato, saprebbe che la registrazione “semplificata” degli omeopatici (una delle due procedure possibili ed in corso attualmente presso AIFA) è una “deroga” prevista dalla normativa europea. Forse vale la pena ricordare che tale deroga, curiosamente, si applica anche alla registrazione dei… vaccini!

“Cosa dice la Legge?” e “Cosa dice il Codice Deontologico?” Questi capitoletti non necessitano di alcuna replica perché non fanno che riferire le normative vigenti, fortunatamente senza commenti del dr. Di Grazia.

In conclusione, l’idea di fornire informazioni accessibili e scientificamente corrette è sicuramente lodevole, purché non si tramuti in censura delle opinioni diverse e soppressione del dibattito in medicina. Per non essere “sepolti” dalle bufale è importante affidarsi a persone veramente esperte della materia.

Mi consenta di finire con una battuta. Avete scelto di affidare l’argomento non ai cultori della materia (omeopati, o ricercatori nel campo) ma ad un ginecologo, blogger ed esperto cacciatore di bufale. Potrebbe sembrare una buona idea, ma… attenzione ai “boomerang”: chi è tanto esperto a smascherare le bufale potrebbe essere altrettanto esperto a confezionarle.

DIAGNOSI PRECOCE DI CANCRO, NUOVE POSSIBILITA’?

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L’intervista alla Professoressa Paterlini – Bréchot: «Il metodo ISET permette di riscontrare la presenza di cellule tumorali in chi ha avuto un tumore e chi è a rischio molto prima rispetto ai metodi tradizionali». Ma la comunità scientifica rimane scettica…di Cesare Buquicchio

Prevedere l’insorgenza del tumore anni prima rispetto ai metodi tradizionali, quindi pet, tac e risonanza magnetica. È questo l’obiettivo finale che la ricerca della Professoressa Patrizia Paterlini-Bréchot, docente di Biologia cellulare e molecolare presso l’Università di Parigi Descartes, intende raggiungere. In che modo? Con il metodo ISET, «una finestra sul futuro», come lei stessa lo ha definito più volte, su cui tuttavia bisogna ancora lavorare tantissimo. Abbiamo chiesto alla Professoressa Paterlini-Bréchot, nata e cresciuta nel Reggiano ma trasferitasi in Francia da giovanissima, come funziona questo metodo e in che modo potrà cambiare il modo in cui combattiamo contro il cancro.

Professoressa lei ha brevettato il metodo ISET, può spiegarci di che cosa si tratta?

«Si tratta di un metodo che permette di estrarre dal sangue delle cellule che derivano dagli organi, tra le quali possono esserci cellule tumorali. Attualmente sono due i fini che intendiamo raggiungere con questo metodo: l’identificazione delle cellule tumorali nei pazienti con tumore, che consente quindi di sapere se il tumore diventa invasivo, se c’è una recidiva che si sta preparando; e l’identificazione delle cellule tumorali in pazienti in cui il tumore non è ancora stato diagnosticato. Le conseguenze positive della prima applicazioni sono, penso, evidenti, perché ci permette di bloccare rapidamente le metastasi, la prima causa di morte dei pazienti con tumore solido. La seconda applicazione invece è una scoperta molto recente e utilizzabile, per adesso, nei pazienti a rischio di sviluppare diversi tipi di tumore. La particolarità del metodo è che non usa antigeni, ma è interamente basato sulla dimensione delle cellule: visto che le cellule degli organi sono più grandi delle cellule del sangue, è possibile ‘filtrarle’ in un modo molto sofisticato, consentendoci di trattenere le cellule e di analizzarle».

Qual è la validazione scientifica di questo metodo? Può dirci qualcosa sulle sperimentazioni che sono state fatte?

«Per quanto riguarda la prima applicazione di cui parlavamo prima, quindi quella nei pazienti con tumore, ci sono state tantissime pubblicazioni indipendenti che hanno dimostrato un importante valore prognostico dell’identificazione delle cellule tumorali in tantissimi tipi di tumore: al polmone, al colon, al fegato, nella zona otorino laringoiatrica, melanomi e sarcomi, solo per citarne alcuni. L’applicazione del test nei soggetti a rischio di sviluppare un tumore è invece molto nuova. Con il primo studio a livello internazionale sono stati studiati 168 pazienti con broncopatia ostruttiva, a rischio quindi di sviluppare tumore del polmone, che sono stati seguiti per 6 anni. Tramite il test sono state riscontrate delle cellule tumorali che invece lo scanner non aveva trovato: il tumore quindi era ancora piccolissimo, ma le cellule risultavano già reperibili da uno a quattro anni prima rispetto ai metodi tradizionali. Sono stati quindi immediatamente operati e adesso sembrano guariti. Nel 2017 poi è stato pubblicato lo studio di un gruppo australiano che ha studiato 254 pazienti a rischio di vari tipi di tumore (donne con la mutazione BRCA 1, BRCA2, a rischio quindi di cancro al seno, pazienti con poliposi del colon a rischio quindi di tumore del colon, o ancora pazienti a rischio di tumore ai polmoni): il 50% di questi pazienti è risultato avere cellule tumorali. Il follow up di questo studio è stato molto più corto rispetto al precedente, di 10 mesi, ed essendo i pazienti seguiti con l’imaging, a 10 mesi il tumore è stato riscontrato nel 20% dei pazienti. Scoprire molto più precocemente il tumore, quando è ancora piccolissimo, è indubbiamente molto importante».

Quali sono gli obiettivi finali che si potrebbero raggiungere andando avanti con la ricerca?

«L’analisi del sangue che facciamo oggi è la stessa da quasi 100 anni. Visto che siamo a conoscenza dell’esistenza di queste cellule rare da più di 15 anni, vorremmo arrivare ad un’analisi del sangue che, praticamente allo stesso costo di quella attuale, cerchi anche queste cellule rare, in modo tale da poter agire subito nel caso in cui si riscontri la presenza di segnali di allerta».

Oggi invece cosa può fare un paziente che volesse sottoporsi al test? Si diceva che si potesse acquistare online, è vero?

«No, assolutamente, non si può comprare online. Online c’è solo un sito con tutte le informazioni sul test: che cos’è, cosa dice, cosa non dice, quali limiti ha, le risposte che può dare, in che casi si può fare, eccetera. Adesso il test è rivolto soprattutto ai pazienti con tumore ma per legge non si può rifiutare ai pazienti che vogliono fare il test anche in assenza di tumore. Ma in ogni caso per adesso è ancora molto artigianale. Viene prodotto in tre centri al mondo: ce n’è uno in Francia, uno in Italia e uno a Los Angeles. D’altro canto sono necessari moltissimi controlli, moltissime precauzioni, molti marcaggi nelle cellule, un team di citopatologi veramente in gamba. Il fine è, ovviamente, di poterlo proporre su larga scala, cosa che ci consentirebbe di abbassare il prezzo, ma mantenendo sempre la stessa qualità».

Tuttavia, nonostante la natura rivoluzionaria di queste scoperte, dopo la sua partecipazione a Porta a Porta qualche mese fa, è stata duramente attaccata, in particolare dagli oncologi italiani. Secondo lei come mai?

«Guardi le dico la verità, io sono un medico convertito a ricercatore, quindi la mia missione è parlare alla gente. È per questo motivo che in Francia ho accettato di scrivere un libro e di partecipare a questa trasmissione televisiva. Sinceramente non mi aspettavo una reazione di questo tipo, però bisogna dire che è normale. Forse questi oncologi hanno pensato che mi credessi chissà chi, che volessi salvare il mondo… Forse l’hanno presa come una manifestazione di arroganza, ma io non sono così, l’arroganza non fa parte del mio carattere, anche perché io penso sinceramente che ancora non abbiamo fatto niente. Noi vogliamo che la mortalità per tumore diminuisca, e non so se riuscirò a vedere con i miei occhi questo risultato. Sono state dette molte cose nei miei confronti, però nessuno ha mai detto che prima d’ora nessuno studio era arrivato a fare diagnosi prima dell’imaging. Hanno detto che lo studio non fosse validato, ma io ho sempre detto che c’erano studi in tal senso, completamente indipendenti e non sovvenzionati dall’industria. Quindi, sinceramente, non ho ben capito di cosa mi accusassero… però la gelosia è umana, quindi questa reazione in qualche modo è umana».

Quali sono, da un punto di vista burocratico, le azioni che state intraprendendo, anche per arrivare all’introduzione del test nei servizi sanitari?

«In Francia abbiamo preso i contatti con chi di dovere per il rimborso del test. Ci hanno risposto che lo conoscono molto bene e che dobbiamo riempire un dossier, ma per raccogliere tutti i dati che ci chiedono serve più di un anno. Stiamo lavorando in questo senso e poi, se avremo fortuna, potremmo dare un rimborso temporaneo solo ai pazienti a rischio di tumore al polmone. Per adesso, ovviamente per motivi economici, è impossibile ottenerlo per tutti i tipi di tumore. Sa, per la ricerca servono moltissimi finanziamenti, la ricerca è carissima. Poi, per carità, la stessa cosa si può fare con molta meno qualità e con molti meno controlli, ma ovviamente in quel caso si assicura molto meno ai pazienti. Noi lavoriamo in un campo molto nuovo, in cui è quindi necessario un rigore assoluto a tutti i livelli: dello strumento, di come è usato, di come si opera sulle cellule, del modo in cui le cellule sono analizzate, eccetera. Ovviamente questo costa tanto, e se arrivano i soldi da privati, col fine ultimo di fare molti soldi e magari rapidamente, non si possono assicurare tutti questi controlli… E noi non vogliamo essere forzati nel nostro modo di fare le cose, altrimenti tanto vale fare un altro mestiere…».     

 da www.sanitainformazione.it

L’INVASIONE DEGLI PSICOFARMACI: SI MUORE PIU’ DI ANTIDEPRESSIVI & Co CHE DI EROINA

psicofarmacipost

Psicofarmaci a tutto spiano e a tutte le età sono prescritti ogni giorno per affrontare dal più lieve disagio fino a quadri clinici importanti. Vediamo come il trend è riuscito a mettere radici e crescere negli ultimi anni, non solo oltreoceano e non senza conseguenze. A fare il punto della situazione ci hanno pensato Alberto Caputo, psichiatra e psicoterapeuta e Roberta Milanese, psicologa e psicoterapeuta con il libro “Psicopillole – Per un uso etico e strategico dei farmaci“, edito da Ponte alle Grazie (256 pp, 18 euro).

Psicofarmaci: boom di prescrizioni e incassi

Tra il 1999 e 2013 le prescrizioni di psicofarmaci sono duplicate negli Usa, la tendenza europea è analoga: si muore di più per overdose da farmaci psichiatrici che non per eroina.

L’Italia è la quarta in Europa seconda l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, per la spesa relativa all’acquisto di psicofarmaci e sempre secondo Aifa sono 12 milioni gli italiani che assumono psicofarmaci”  dichiara Roberta Milanese, ricercatore associato del Centro di Terapia Strategica di Arezzo e docente della Scuola di specializzazione in Psicologia Breve Strategica.

“La spesa complessiva è di 3 miliardi e 300 milioni di euro l’anno. Gli psicofarmaci sono la maggior fonte di entrata per case farmaceutiche.  Nel mondo, per gli psicofarmaci si spendono 900 miliardi di dollari l’anno: metà negli Usa, un quarto in Europa e un quarto nel resto del mondo”.

Altro dato che fa riflettere: mezzo milione di persone sopra i 65 anni, muore ogni anno negli Stati Uniti a causa degli psicofarmaci.

La corsa a chiedere e prescrivere psicofarmaci 

“Diciamo che possiamo individuare una tendenza a prescrivere e una tendenza a usare troppo i farmaci di questo tipo” spiega Albero Caputo. “Spesso e volentieri il farmaco rappresenta una soluzione,  una via breve che però non risolve il problema“.

Esempio: da una parte non dormi e il medico ti dà subito qualcosa per dormire oppure sei triste e chiedi un farmaco e il medico te lo prescrive. Insomma, c’è sia facilità alla richiesta dello psicofarmaco sia alla prescrizione da parte del medico. Come uscirne? Usare il farmaco in modo etico dal punto del prescrittore, e da un punto di vista strategico da parte del paziente. Un buon approccio psicoterapico aiuta a cambiare la propria vita ed affrontare i problemi. E nelle forme più lievi di depressione una buona psicoterapia  funziona meglio addirittura di un farmaco.

Nelle depressioni lieve e moderate la psicoterapia è altrettanto efficace e può facilitare la cura. E molti studi dimostrano che in questi casi funziona molto bene l’esercizio fisico. Nella reazione acuta da stress (es dopo incidente stradale che non ti fa dormire), invece, il farmaco può aiutare, ma per brevissimi periodi. In generale gli psicofarmaci è meglio prenderli per il minor tempo possibile.

Pillola della felicità e criteri di diagnosi sempre più estremi

La ricerca della pillola per la felicità, invece, è a tutti gli effetti un fenomeno sociale. Una richiesta in qualche modo supportata dalla bibbia della psichiatria, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) sempre più rapido e frettoloso, per esempio, nel favorire l’equazione sono triste = depresso = malato.

Vediamo meglio nel dettaglio. “Se l’umore è depresso, c’è mancanza di sonno, di appetito e altri sintomi, nel DSM5 (2013), l’ultima versione di questo manuale, dopo 15 giorni si è dichiarati malati” spiega Milanese. Infatti bastano due settimane per essere classificati clinicamente depressi, mentre nella versione 1980 del Manuale (DSMIII) questi sintomi dovevano esserepresenti per un anno prima di poter essere appunto dichiarati clinicamente depressi. Nel DSM IV (1994) erano sufficienti due mesi”.

Risultato:  nel 2015 oltre 350 milioni di persone nel mondo sono state diagnosticate depresse di cui 4,5 milioni in Italia. Secondo l’Oms nel 2020 la depressione sarà la malattia mentale più diffusa. Ovviamente se i criteri vengono cambiati, così come è successo, per esempio, in caso di lutto: 15 giorni sono pochi per superare l’evento ed è facile ritrovarsi tutti depressi.

“Se teniamo conto che il mondo assicurativo e medico devono basarsi su criteri condivisi e si basa su queste categorie che sono state ampliate, è facile immaginare la ricaduta di questa classificazione.” aggiunge Milanese.

Bambini e adolescenti: in aumento del 40% l’uso di psicofarmaci 

L’Aifa nel 2017 ha ripetuto che farmaci per bambini adolescenti sono pericolosi e il 26 aprile 2017 il Parlamento Europeo ha aperto un’interrogazione parlamentare su questo tema. “In Europa tra 2005 e 2012 l’uso di antidepressivi per bambini e adolescenti è aumento del 40 per cento nonostante siano stati ritenuti inefficaci e pericolosi.” dichiara Milanese.

L’indagine dell’Istituto di ricerca farmacologica Mario Negri di Milano ha rilevato che sono circa 400 mila i bambini e adolescenti assistiti ogni anno per disturbi mentali  in Italia dal servizio sanitario nazionale e tra i 20 e 30mila quelli che ricevono psicofarmaci. Lo studio è del 2016 e questi dati escludono chi si rivolge a medici privati quindi c’è un sommerso notevole. E non è tutto. Gli antidrepressivi sono risultati non efficaci su bambini e adolescenti secondo una ricerca pubblica su Lancet nel 2016 e condotta dall’Università di Oxford. E ancora, nel 2016 un’analisi pubblicata sul British Medical Journal ha dimostrato che il rischio suicidio raddoppia nei bambini e adolescenti che assumono antidepressivi.

La stessa cautela è necessario per gli anziani, che possono avere carenze di tipo metaboliche, sono “politrattati”, cioè prendono tanti altri farmaci, quindi si può creare interazione. Nell’anziano e nel giovane le regole sono start low, go slow, parti basso e fai delle variazioni molto lentamente.

Ma cos’è uno psicofarmaco? 

“E’ un farmaco che ha un utilità specifica sul sistema nervoso centrale – spiega  Caputo – Di solito esiste un recettore specifico nel cervello su cui il farmaco fa effetto, molto mirato”. In pratica questi farmaci hanno il compito di influenzare l’attività psichica sia normale sia patologica. “Il problema è che oltre ad andare sui recettori interessati, sono farmaci “sporchi” che agiscono su molti altri ricettori, è per questo motivo che si hanno effetti collaterali.” continua Caputo. Inoltre il problema è che il sistema centrale è molto complesso quindi i neuroni possono avere recettori di diversi tipi e possono essere anche diffusi anche in tutto il sistema.

Per dirla con una metafora questi farmaci sono come una pioggia che bagna fiori diversi e così si possono avere tanti effetti collaterali sia centrali sia periferici. “Ad esempio, gli antidepressivi tricicli usati in passato potevano portare alla morte se presi ad alte dosi, perché ad alte dosi agiscono sul cuore: potevano dare un blocco cardiaco – spiega Caputo – Una volta erano gli unici che avevamo, oggi sono superati.”

Gli effetti collaterali 

Da una parte i farmaci devono essere prescritti con una competenza altissima, dall’altra, di solito, le persone sottovalutano gli effetti collaterali o di accumulo ( es. nel caso dello benzodiazepine, se vengo prese per troppo tempo e in modo eccessivo non si smaltiscono  facilmente). “Oppure esiste l’effetto additivo: quando gli psicofarmaci vengono mescolati, ad esempio, con alcol o droghe o senza saperlo con altri farmaci. Per esempio l’antistaminico più le benzodiazepine creano un effetto additivo, che ovviamente non fa bene né a breve né a lungo termine.” spiega Caputo.

Nuovi farmaci hanno preso il posto di altri, e nel tempo gli effetti collaterali sono cambiati, ma non scomparsi. “In passato, per esempio,  venivano usati farmaci antipsicotici che magari davano certi effetti collaterali, come i  movimenti involontari – aggiunge Caputo –  I nuovi farmaci,  invece, danno problemi metabolici e i pazienti ingrassano o si ammalano di diabete.”

Uno psicofarmaco si può prendere solo con la ricetta medica? Chi lo può prescrivere?

Gli psicofarmaci richiedono tutti la ricetta medica, qualunque medico la può prescrivere mentre lo psicologo non può prescrivere farmaci. “Un’indicazione più specifica arriva dallo specialista psichiatra e neurologo, ma anche il medico di base può intervenire in merito e dal suo punto di vista dovrebbe valutare l’entità del disturbo e decidere se trattarlo in modo autonomo o inviare allo specialista pubblico o privato.” chiarisce Caputo.

Il peso dell’informazione non corretta

Va considerato anche la presenza radicata di un’informazione sui disturbi psicologici che non è sempre corrispondente al vero. Tutti i disturbi sono impropriamente assimilati a malattie del cervello e ancora resistono teorie obsolete, come l’ipotesi di una carenza di serotonina come causa nella depressione, che sono state ormai smentite dalla ricerca medica.  “E’ chiaro che se al grande pubblico passa l’idea che ogni disturbo sia legato a uno squilibrio neourochimico dei neutrasmettitori la soluzione non potrà che essere uno psicofarmaco, ma se consideriamo che moltissimi disturbi sono di natura psichica, emotiva, relazionale la soluzione andrà cercata in interventi di tipo psicoterapeutico come nel caso dei disturbi d’ansia, alimentari o di difficoltà relazione.” spiega Milanese.

Quando gli psicofarmaci sono necessari?

“Tendenzialmente andrebbero prescritti nelle malattie psichiche in cui si presume che ci sia una base biologica, per esempio, le psicosi, i disturbi come schizofrenia, disturbo delirante, il disturbo bipolare e la depressione grave con sintomi psicotici – spiega Caputo –  In questi casi c’è un’indicazione, i farmaci offrono non cura ma sollievo dai sintomi, un possibile riequilibrio ed eventualmente una protezione da eventuali ricadute, per esempio nel disturbo bipolare.”

Si tratta infatti di disturbi che richiedono frequenti interventi e ricoveri ricorrenti e la prognosi nel lungo periodo può non essere buona. In questo caso lo psicofarmaco è la parte centrale della cura, è ciò che permette altri importanti interventi di tipo psicoterapeutica, psicosociale e riabilitativo. In certi casi l’uso può essere cronico altri volte prevede la sospensione, dopo un tempo congruo di somministrazione.

E quando è meglio ricorrere alla psicoterapia

Nei disturbi da ansia, attacco panico, ossessivo compulsivo, ipocondria, fobie, disturbi alimentari, anoressia, bulimia in cui la terapia elettiva è la psicoterapia  i farmaci possono ostacolare il processo di guarigione.

“Ad esempio, nel caso  dell’ansia il paziente impara ad appoggiarsi come a una stampella allo psicofarmaco, ma non attiva le risorse per superare la paura che è alla base del disturbo, quindi abbassa ansia ma non supera paura.” spiega Milanese. Solo la psicoterapia può guarire, perché il farmaco può gestire ma non risolve e anzi più delle volte complica, e questo è comprovato da dati di ricerche scientifiche, raccolti nel libro “Psicopillole”.

E’ stato dimostrato anche dalle neuroscienze, e in particolare da Joseph Ledoux, neuroscienziato autore del libro  “Ansia”, che il farmaco può aiutare a gestire i sintomi di un disturbo ma la guarigione, cioè la totale risoluzione del disturbo, può essere ottenuta solo tramite la psicoterapia.

Questo perché i veri cambiamenti del cervello avvengono grazie a esperienze e apprendimento che nessun farmaco ci può dare. Ciò dimostra che se vogliamo veri cambiamenti, questi devono essere di natura neuroplastica e vengono favoriti dagli interventi di psicoterapia. “Per esempio, se io ho paura di andare in autostrada, se prendo un farmaco mi si abbassa la paura ma il problema non si risolve. – spiega Milanese – Se voglio guarire mi serve una psicoterapia che lavori sulla paura,  così da modificare la mia percezione della paura. E favorire i cambiamenti neuroplastici di cui parla Ledoux”.

Angela Pucchetti da Business Insider Italia

https://it.businessinsider.com/

https://it.businessinsider.com/psicopillole-un-grosso-business-piuttosto/?refresh_ce

 

PERCHE’ SIAMO GRASSI, I FIGLI HANNO L’ASMA E LE FIGLIE ADOLESCENTI SONO ALTE UN METRO E OTTANTA? UNA NUOVA E PIU’ MODERNA VISIONE SCIENTIFICA DEL MONDO MICROBICO E’ ORMAI NECESSARIA

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Oggi sappiamo che nel corpo umano il numero delle cellule batteriche supera di 1,3 volte (fino a 10 volte) quello delle cellule umane.
Le infezioni sono la conseguenza di un microbo nel posto sbagliato e al momento sbagliato; ma sul terreno biologico in quel momento più adatto a farlo sviluppare come patogeno.
Conta il terreno biologico individuale, quindi, più del batterio.
Per migliaia di anni le nostre cellule e i microbi hanno vissuto in una simbiosi pacifica che ha garantito l’equilibrio e la salute del nostro corpo.
Ma negli ultimi 70 anni abbiamo affrontato le infezioni batteriche con l’equivalente di un armamentario imponente – un attacco di ampio spettro con un arsenale terapeutico non indifferente contro tutti i batteri indistintamente – invece di cercare di comprendere nelle sfumature della biologia individuale il come coesistere con i batteri, creando una reciproca dipendenza con eventuali periodici e transitori dissapori.
Dato che le popolazioni batteriche si stanno sempre più sviluppando in ceppi resistenti agli antibiotici comunemente utilizzati, è arrivato il momento di riconsiderare il nostro rapporto coi microbi all’interno di nuovi paradigmi scientifici.
La nostra esperienza di medici hahnemanniani a continuo contatto clinico con il paziente, da anni ci fa formulare queste considerazioni, anche grazie alle sempre più moderne scoperte della microbiologia più avanzata e aggiornata.
Il concetto della campana di vetro a cui affidare la salute delle genti diviene oggi sempre più fragile e inefficacie, soprattutto alla luce di una antibiotico-resistenza sempre maggiore e diffusa.
Le considerazioni su questo argomento sono aperte ed in continua evoluzione, ma il medico moderno deve porre in continua discussione le conoscenze che riteneva acquisite, facendo proprie le dimensioni più avanzate del sapere scientifico e medico scientifico in particolare, non valutando il futuro attraverso la misura e i contenuti dei lavori scientifici del passato.
Il rischio, infatti, sarebbe quello di rimanere drammaticamente al palo, incarcerati in visioni vecchie e superate, trasformandoci in novelli Cardinal Bellarmino resi stolti dall’essersi rifiutati di guardare attraverso il connocchiale del moderno Galileo Galilei.

Con piacere, quindi, condividiamo qui di seguito l’interessante articolo  di ANDREA ROSSI (Fonte: La Stampa.it) dal Titolo:
Sempre più allergici e malati. Ma a rafforzare i nostri bimbi saranno i microbi africani“.

Un articolo divulgativo molto utile, soprattutto per i non addetti ai lavori, per comprendere come in campo medico-scientifico stia sempre più emergendo una consapevolezza scientifica e clinica nuova, dalle prospettive di particolare interesse e portata.
Buona lettura!!
F.to Equipe medica Istituto SIMOH
mc

Fonte Articolo: La Stampa.it del 10.05.2017

“È in atto una migrazione sotterranea, impercettibile, ma tumultuosa e inarrestabile. Valica le frontiere, si muove a cavallo delle persone o degli eventi atmosferici.
Sta scaricando sull’Europa – e sull’Italia che ne è l’avamposto – milioni di microbi, funghi, batteri provenienti dall’Africa.
Non sembrano destinati a distruggerci. Anzi, rischiano di aiutarci a combattere uno dei nostri peggiori – e trascurati – mali: la perdita di biodiversità, nell’ambiente ma soprattutto nel nostro organismo.

Ci stiamo impoverendo. Sempre meno batteri, sempre meno vari. A Firenze, un team di ricercatori studia da anni i microrganismi del nostro corpo basandosi sui big data ricavati da sequenze di Dna.

«L’industria alimentare e i suoi processi, la sanificazione, l’utilizzo massiccio di antibiotici negli allevamenti hanno contribuito a debellare molti agenti nocivi, ma hanno finito per estirparne anche di essenziali», rivela Duccio Cavalieri, professore al dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze.

«Un esempio sono i probiotici, che acquistiamo per reintrodurre nel nostro corpo elementi un tempo naturalmente presenti».

Aver eliminato funghi, batteri, microbi sta contribuendo all’esplosione di malattie auto immuni, infiammazioni, allergie.

«Il sistema immunitario fin dalla nascita si abitua a riconoscere i microrganismi buoni da quelli che non lo sono», spiega Carlotta De Filippo, microbiologa all’Istituto di Biologia e biotecnologie agrarie del Cnr di Pisa. «Tuttavia, poiché la varietà microbica con cui entra in contatto è sempre minore, reagisce a ogni novità come se fosse patogena. E sviluppa infiammazioni».

Si spiega così il boom dei malanni del nuovo millennio. E perché molti – che fino a vent’anni fa insorgevano in persone adulte – attacchino sempre prima.
Il numero di bambini soggetti ad allergie alimentari è schizzato del 20% in dieci anni: in Italia uno su venti – secondo l’Organizzazione mondiale dell’allergia – ne soffre.

Tra 6 e 12 anni, il 7% ha dermatite atopica, il 15% di rinite allergica e il 9% di asma. Stesso discorso per le malattie auto immuni, come il morbo di Chron: il 25% dei nuovi casi ha meno di vent’anni.

La diffusione delle infiammazioni croniche intestinali è raddoppiata nell’ultimo decennio, con 8 bimbi su 100 mila colpiti e un’età di insorgenza scesa a 10 anni.
E ancora: artriti reumatoidi, coliti ulcerose, sclerosi multipla, diabete di tipo 1. «La correlazione tra la diffusione e precocità di questi mali e la riduzione della varietà microbica è assodata», assicura De Filippo.

Siamo diventati fragili. Meno ricchi. Una ricchezza di cui l’Africa, da cui moltitudini cercano di fuggire, abbonda. La grande migrazione, tra i tanti effetti, potrebbe celarne uno finora poco indagato: milioni di batteri stanno invadendo l’Italia.

Nelle popolazioni africane si annida una grande quantità (e varietà) di microrganismi che il nostro mondo ha perso. I ricercatori fiorentini l’hanno scoperto mettendo a confronto alcuni bambini toscani con coetanei del villaggio Boulpon, nel Burkina Faso. «Hanno il triplo di acidi grassi a catena corta, antinfiammatori naturali», racconta Cavalieri. E soprattutto hanno concentrazioni di patogeni inferiori: l’Escherichia (responsabile di cistiti, infiammazioni alle vie urinarie) è presente in misura quattro volte superiore nei bambini italiani, la Salmonella otto volte tanto, la Shigella (dannosa per l’intestino) sette volte, la Klebsiella (agente delle infiammazioni alla vie aeree, come la polmonite) quasi quindici.

La differenza sta nei nutrimenti: fibre, amido non raffinato e altre fonti vegetali, pochi grassi animali, ma soprattutto niente industria alimentare. «I bambini africani vivono  in un ambiente fortemente contaminato», ragiona il professor Cavalieri. «Eppure i principali patogeni umani si ritrovano in quantità decisamente minori, perché hanno una ricchezza microbica che li difende. Noi non ce l’abbiamo più».

Le popolazioni africane potrebbero aiutarci a recuperarne una parte. Nell’ecosistema sta già accadendo qualcosa di simile. Nel 2014 una nevicata ha riversato sulle Dolomiti grandi quantità di sabbia del Sahara. Non era la prima volta ma quell’anno il gelo ha cristallizzato per mesi l’ambiente. La sabbia conteneva milioni di funghi e batteri: intere famiglie si sono trasferite, oltrepassando il deserto e il Mediterraneo, per colonizzare le Alpi. Il disgelo le ha riversate nell’arco di poche ore. Poteva essere una catastrofe. Invece no. Un gruppo di ricercatori (Cnr, Fondazione Edmund Mach, atenei di Firenze, Innsbruck e Venezia) ha prelevato campioni dal suolo dolomitico e li ha analizzati per tre anni. Per scoprirne l’origine, hanno ricostruito le traiettorie atmosferiche e il Dna dei microrganismi ritrovati, confrontandoli con dati campionati in tutto il mondo. Il risultato è sorprendente: i microrganismi sub-sahariani si sono adattati all’ambiente alpino e, anziché stravolgerlo, lo stanno arricchendo. «Questi eventi sono la diretta conseguenza dei cambiamenti climatici, saranno sempre più frequenti», spiegano i coordinatori del team, Cavalieri, Tobias Weil e Franco Miglietta. «Andranno monitorati nel tempo ma per ora possiamo dire che gli effetti positivi sono prevalenti rispetto a quelli problematici».

Lo stesso – fatte le dovute proporzioni – potrebbe accadere agli esseri umani. In fondo anche noi siamo un ecosistema: in una persona di 70 chili, i microrganismi ne valgono almeno 2. I nostri sono sempre più standard.

COME SI INVENTANO LE MALATTIE

FARMACI

Dalla sfera sessuale a quella emotiva, passando per le modificazioni fisiologiche legate all’età, siamo tutti ottimi potenziali clienti delle case farmaceutiche.
Recita, infatti, il loro slogan: ” Ogni persona sana è un potenziale malato” a cui vendere sempre più farmaci.

Per identificare la deriva aggressiva di Big Pharma è stato coniato il termine ” disease mongering,” cioè” vendere malattie”. Un nome, ormai riconosciuto da tutta la comunità scientifica, per indicare le strategie poco etiche con cui le case farmaceutiche, con l’alleanza di professionisti sanitari e di organizzazioni interessate, cercano di convincere le persone sane che sono malate e quelle malate che lo sono gravemente.

Le case farmaceutiche stanno così sempre di più influenzando la nostra percezione di salute, cercando di imporre la loro visione di normalità, sempre più dipendente dall’assunzione di farmaci.

Un ambito dove questo avviene in modo marcato, per esempio, è quello della psiche: tratti caratteriali o alcuni comportamenti particolari vengono sempre più spesso classificati come malattie, da curare con psicofarmaci  o, ancora, si cerca di farci dipendere sempre di più dalle cosiddette ” lifestyle drugs”, medicine che puntano non a farci guarire, ma a portare le nostre prestazioni agli standard sempre più elevati richiesti da uno stravolto concetto di normalità.

Le strategie utilizzate sono molte. Un caso tipico è quello di un fenomeno naturale, spesso legato all’età, trasformato in un problema di salute per il quale bisogna ricorrere a dei farmaci: per esempio la menopausa o la calvizie. Un’altra strada è far diventare disturbi lievi o esperienze comuni malattie più serie che è necessario curare: un esempio è la colite, spesso risolvibile con semplici accorgimenti e modificazioni della dieta, che diventa ” sindrome del colon irritabile”, naturalmente con farmaco apposito.
Succede così che si inventino nuove malattie, anche con l’appoggio dei medici: per esempio i normalissimi disagi premestruali diventano una malattia psichiatrica.
Un’altra via è presentare un semplice fattore di rischio, dal livello di colesterolo nel sangue alla diminuzione della densità ossea, come una malattia da curare.

Per rafforzare queste tattiche, ci si assicura l’appoggio di nomi noti della medicina, per influenzare i medici di base sulla necessità di diagnosticare e trattare con i farmaci il disturbo.
Anche finanziare le associazioni di pazienti aiuta a crearsi una sponda.
Secondo uno studio indipendente ( pubblicato su Plos medicine) le case farmaceutiche investirebbero più nel marketing che nella ricerca: 57 miliardi di dollari contro 30 miliardi.
Paradossalmente, i primi a subire gli effetti negativi del vendere malattie sono gli stessi pazienti, che si vedono prescrivere farmaci inutili, se non addirittura pericolosi.
Non solo: la via del farmaco ha ormai soppiantato molti altri modi per mantenersi in salute, incentrate su corrette abitudini di vita, in particolare su una sana alimentazione; magari questi metodi richiedono più tempo e pazienza, ma sono sicuramente meno aggressivi e danno risultati più duraturi.

Queste strategie mirano a creare allarmismo, per convincere le persone della necessità di curarsi, con conseguente sviluppo di disagio e ansia sulla propria salute.

In conclusione, si dimentica che gli interventi medici hanno sempre una certa dose di rischi e possono avere effetti indesiderati: il beneficio che un individuo può trarne deve sempre essere maggiore.
Grazie al porta a porta negli ambulatori, al finanziamento di convegni e ricerca, alle sponsorizzazioni, per fare solo alcuni esempi, si creano alleanze informali tra aziende e medici, le società di pubbliche relazioni, le autorità sanitarie e le associazioni dei pazienti. Tutti contribuiscono a forzare la nostra visione della malattia, orientandola verso una sempre maggiore dipenzenza dai farmaci.

Una ricetta valida per contrastare la deriva farmacocentrica è quella di dare un’informazione il più possibile indipendente. E per fortuna ci sono persone che lavorano per farlo, svincolate dagli interessi di Big Pharma. Le associazioni di consumatori europee, per esempio sono molto attive nel contrastare il fenomeno. Anche tra i medici e i ricercatori c’è chi lotta contro i condizionamenti. C’è chi lo fa mettendo a disposizione archivi di informazione mediche indipendenti e chi si è dato regole rigorose nella pratica medica ( es. l’associazione ” No grazie pago io”.

CASI ESEMPLARI

Intestino irritabile : il farmaco è stato peggio.
Per il trattamento della comune colite, ora denominata sindrome dell’intestino irritabile sono stati introdotti due farmaci ad hoc. Due medicine, LotronexGsk e Zelnorm Novartis, sono state approvate in fretta e furia dall’ente americano per la sicurezza dei farmaci e vendute a milioni di americani senza adeguate garanzie di sicurezza. Risultato: centinaia di pazienti finiti in ospedale per gravi effetti indesiderati e persino alcuni decessi. I farmaci sono stati in seguito ritirati, ma solo dopo avere causato diversi danni. Per fortuna non sono mai arrivati in Italia.

Viagra per tutti, anche a chi non serve.
L’ambito della sessualità è un terreno fertile per le case farmaceutiche che vogliono incrementatre i loro profitti. Per esempio da quando è stato inventato il Viagra, la casa farmaceutica Pfizer e le altre aziende che producono farmaci simili hanno investito enormi risorse per far passare all’intera popolazione maschile il messaggio che la ” normalità” è avere una sessualità sempre prestante e senza la minima defaillance. Se all’inizio il farmaco era stato pensato per curare l’impotenza, oggi viene proposto per la ” disfunzione erettile”, un termine in cui far rientrare una sempre più larga fetta di popolazione, tra cui anche chi ha solo problemi occasionali, del tutto fisiologici, ma in perfetta salute.

Psiche sotto tiro, curare anche la timidezza.
Da molti anni, in psichiatria, ai assiste all’allargamento della sfera dei disturbi mentali. L’influenza delle case farmaceutiche è evidente: se c’è una nuova pillola da approvare, bisogna introdurre nei manuali diagnostici la malattia per cui è stata creata. Ecco quindi disturbi come l’ansia sociale, una malattia poco diffusa, allargata fino ad includere la timidezza grazie ad una campagna pubblicitaria, o come il ” disturbo disforico premestruale”, la vecchia, normalissima sindrome premestruale, rivestita in chiave catastrofica. Risultato: uso sempre più frequente di antidepressivi.

La casa farmaceutica Glaxo, ha rispolverato un vecchio antidepressivo che non faceva più cassa, il Paxil, inculcando in milioni di americani la convinzione che grazie al suo rimedio avrebbero sconfitto la timidezza. Oggi è noto che il Paxil dà problemi di dipendenza e che negli adolescenti, come gli altri antidepressivi, aumento il rischio di suicidi.
La Lilly invece ha riverniciato il famoso Prozac ( antidepressivo in scadenza di brevetto), cambiandogli nome, Sarafem, e confezione, per proporlo alle donne che mal sopportano i giorni che precedono il ciclo. L’Europa per ora ha frenato questa deriva, togliendo il disturbo premestruale dalle indicazioni terapeutiche. Secondo le autorità UE , donne con una fisiologica irritabilità o ansia dovuta allo sbalzo ormonale potrebbero ricevere erroneamente una diagnosi di malattia, essendo portate così a un uso improprio di antidepressivi.
Meditate gente meditate.

Da” Test salute” dell’ associazione consumatori Altroconsumo.

MALATTIA COME SIMBOLO 3° PARTE

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Il dolore che si manifesta sul piano fisico è sempre il riflesso di un dolore morale che non ha trovato altro modo per esprimersi. Ed è spesso per evitare si essere sommersa che la nostra coscienza si mette al riparo da questo dolore morale, deviandolo almeno in parte nel corpo. L’emozione, a volte, è tale da poter affondare l’immagine che abbiamo di noi, per la quale proviamo a volte un tale attaccamento, che come se non esistesse altro nella vita.

L’immagine del capitano della nave che non l’abbandona nel naufragio evoca la necessità di “mollare” secondo la quale basterebbe coltivare il distacco, lasciare andare la collera, le emozioni e perdonare, e così via.

L’idea non è sbagliata, ma cos’è che bisogna mollare? Non serve a nulla al malato che soffre di sciatica sentirsi dire che dovrebbe lasciare andare la sua collera.

Le cose non sono così semplici, perché il tutto avviene a nostra insaputa, e la nostra difficoltà non sta tanto nel mollare la presa, quanto nel riconoscere. Mollare la presa deriva dalla presa di coscienza e questo in modo del tutto naturale ed indolore. La difficoltà non sta tanto nel prendere le distanze, quanto nel riconoscere ciò che sta succedendo.

Ecco perché ho parlato di punto cieco a proposito dello stress. Ci salva il fatto di avere due occhi e dunque la capacità di vedere la situazione che ci ha presi in trappola da una prospettiva diversa.

 L’essere umano è causa di sofferenza e di danni intorno a sé, in quanto essere imperfetto. Ci è facile ritenerci vittime, senza essere sempre consapevoli dei guai che noi stessi causiamo; accettare l’imperfezione umana è l’inizio del perdono autentico, che si presenta come una comprensione profonda e uno slancio del cuore.

Altra forma di perdono, che desidero menzionare, non è tanto un perdono ma quanto piuttosto un riconoscimento, che avviene quando prendiamo coscienza della nostra parte di responsabilità in quanto ci accade. In situazioni conflittuali, accade raramente che il torto stia tutto da una parte sola, e se da un lato siamo innocenti, dall’altro abbiamo le nostre responsabilità. La questione vera, quando tutto questo ci fa ammalare, è capire cosa quel conflitto sottolinea dentro di noi e perché questo ci fa star male. Guardare la situazione con onestà richiede un grande distacco da se stessi, il che è anche l’inizio della guarigione.

Uno dei principali ostacoli alla nostra libertà, come anche alla nostra comprensione, è il diniego. Attraverso  la malattia cerchiamo di preservarci e talvolta questa proiezione è talmente efficace che non filtra assolutamente nulla sul piano conscio.

La libertà non consiste nel liberarsi delle persone che ci stanno intorno o dei nostri obblighi, perché non vuol dire necessariamente “ cambiare vita”; si tratta invece di liberarci di certe illusioni che hanno intrappolato per troppo tempo la nostra coscienza. Non possiamo cambiare il mondo esterno solo perché così decretiamo, ma l’esterno muta quando, dentro, siamo liberi.

Proprio come lo stress, la malattia che combattiamo è una medaglia a due facce.: da un lato è nemica, ma dall’altro tenta di guarirci.

La malattia cerca di guarirci dall’emozione che l’ha generata.

Gestiamo le emozioni complesse attraverso il corpo e non ce nulla di male nel farlo. La malattia è un evento naturale, di cui non bisogna colpevolizzarsi, proprio come non dobbiamo colpevolizzarci per non riuscire a guarire dopo aver letto molti libri sull’argomento.

La malattia fa parte della condizione umana e deve essere una fase da accettare come tale.

Allora l’incontro con ciò che può guarirci avviene solo per caso ( e come diceva Einstein, “il caso è la maschera che  Dio assume quando non vuole farsi riconoscere”) quando siamo pronti e si prepara attraverso una serie di tappe silenziose, per mezzo delle quali la malattia cerca di liberarci dalla nostra sofferenza.

Dott. Mauro Piccini

MALATTIA COME SIMBOLO 2° PARTE

MALATTIA-COME-SIMBOLO-02

 

Come è possibile immaginare che attraverso la malattia e la sofferenza stiamo preservando qualcosa?

Quello che diciamo attraverso la malattia è che abbiamo ragione di aver male.

Con la malattia, in qualche modo noi ci giustifichiamo, giustifichiamo la fondatezza dei sentimenti che proviamo, mostrando che non sono una visione mentale bensì una realtà oggettiva.

Con la malattia abbiamo le prove della nostra sofferenza, ma di tutto questo non siamo coscienti e il prezzo da pagare è alto.

Prendiamo a testimone il corpo, attraverso il quale anche le persone che ci stanno accanto diventano testimoni. Se dite ad una persona che soffre, che il suo è un disturbo psicologico, probabilmente vi ribatterà che a lei fa male e che quel male è reale. E anche aggiungerà anche che voi, che avete la fortuna di star bene, non potete capire che cosa sta passando.

Siamo malati e bisogna che i nostri cari vi si adattino; facendo della nostra sofferenza morale una realtà fisica, togliamo loro la possibilità di ignorarla o di prendere le distanze rispetto a questa realtà. Ma , in realtà, siamo noi i primi a soffrirne e l’impotenza delle persone care nel darci sollievo ci lascia da soli.

Solitamente si incrimina lo stress come causa iniziale della malattia.

Tuttavia la nostra vita è piena di preoccupazioni, delusioni, rabbie. Gli stress con cui ci confrontiamo sono molti e permanenti.

Ma allora ogni volta ci ammaliamo? Certo che no. Ci vuole un altro fattore perché lo stress ci faccia ammalare. E questo non dipende dall’intensità dello stress, ma da altre due cose: il luogo in cui lo stress si manifesta e la complessità dell’emozione che proviamo.

Quella che per uno è una situazione drammatica, per una altro è solo un’esperienza senza rilevanza.

Stress è un termine inglese che significa “ sottolineare” , “ mettere l’accento su qualcosa”.

Immaginate l’esempio della quercia e del giunco.

Si scatena una tempesta, il giunco si piega e si adatta, mentre la quercia è troppo rigida e finisce per spezzarsi. Ciò che il vento “ sottolinea” è la rigidità della quercia; ma il vento di per sé è neutro, e infatti per il giunco è solo un gioco. Immaginate, ora, un uccello posato sul ramo della quercia e poi sul giunco. La quercia è rigida, ma è solida e capace di sostenere chi in essa trova rifugio, si fa carico di questo peso, mentre il giunco non ne è affatto capace. Tanto per la quercia come per il giunco, lo stress ha delle conseguenze soltanto quando “ sottolinea” un difetto della struttura; difetto che come vedete è come una buona qualità che è presente in quantità eccessiva.

Per noi , dunque,  non è tanto lo stress, in sé e per sé, ad essere dannoso, ma ciò che lo stress sottolinea.

Non è l’intensità dello stress a spiegare la malattia. Vi sono persone che vivono situazioni difficilissime senza per questo ammalarsi, ma poi si ammalano in seguito ad uno stress la cui intensità ci sembra decisamente inferiore. Questo ha a che fare con la nostra struttura. Il corpo del bambino piccolo è morbido ed elastico ma, si addensa con l’età tanto per tenerci in piedi quanto per affrontare la vita. Accade qualcosa di simile anche sul piano psicologico. Ci “addensiamo” ogni tanto prendiamo dei colpi che ci induriscono e piano piano ci cristallizzeremo. Non sono le nostre zone flessibili ad essere problematiche, ma le zone cristallizzate che presumibilmente reagiranno malamente agli urti.

La vita ci induce a lavorare proprio sui punti della cristallizzazione, per ammorbidirli.

E’ raro che uno stress grave si presenti senza essere stato preceduto da qualche messaggio che abbiamo ignorato.

Ciascuno di noi ha un suo “punto cieco”, una zona di sé, del proprio atteggiamento, nel quale inciampa ogni volta, come se fosse incapace di vederla.

La nozione di “punto cieco” si riferisce al punto cieco della nostra retina, e il paragone non è trascurabile. Infatti, quando guardiamo il mondo con un occhio solo, quella piccola parte di esso che viene proiettata sulla retina non viene percepita; per fortuna abbiamo due occhi e la vista dell’uno compensa il punto cieco dell’altro. In questa idea si nasconde una chiave per la nostra guarigione, perché ciò che l’altro occhio ci dà, è la possibilità di guardare da un punto di vista diverso la realtà in cui incespichiamo.

L’emozione che proviamo è come un groviglio di sentimenti contraddittori. Se siamo in collera con una persona che ci è indifferente, si tratta di un sentimento sgradevole ma abbastanza semplice da gestire; questa seccatura ci irriterà ma non ci toccherà nel profondo. Se però la situazione ci tocca su di un punto involontariamente ambiguo o contradditorio allora le cose cambiano.

Questa contraddizione, di solito, è nascosta.

Ecco perché attraverso la malattia cerchiamo di dirci le cose, ma senza dircele chiaro e tondo. Resta una parte di equivoco, una zona nascosta.

Scoprire che il nostro mal di gola è il risultato della collera non è tanto difficile, ma quel che è difficile è svelare quale sentimento si nasconde dietro a quella collera.

Dott. Mauro Piccini                                                                            Seguirà 3° parte

MALATTIA COME SIMBOLO 1° PARTE

Il-valore-simbolico-della-malattia

 

Attraverso la malattia parliamo a noi stessi e prendiamo  il nostro corpo come un testimone: la manifestazione, la lesione e il dolore sono il riflesso preciso delle emozioni che stiamo vivendo.
I sentimenti si trasformano in sensazioni e questo ci irrita, ci da fastidio; ma che cosa ci irrita e ci rode e a che cosa quel dolore è sordo?
Il medico ci ascolta e scrive “gastrite”; su nostra richiesta “classifica” ciò che proviamo e questo ci rassicura, diventa qualcosa di noto e misurabile.
Ma così facendo, quello che cercavamo di comunicarci attraverso questo sintomo ha buone possibilità di essere accantonato in cantina.
La diagnosi è un atto necessario ma è un arma a doppio taglio. Confidare la malattia al nostro medico è logico perché ha il compito di aiutarci e di curarci, ma se gli deleghiamo la responsabilità di ciò che proviamo, se la malattia diventa una faccenda solo del medico che ne sarà dell’interrogativo, che attraverso di essa rivolgiamo a noi stessi?
Quindi perdiamo il senso di quello che cerchiamo di comunicare a noi stessi. Dato che ci parliamo usando il corpo come metafora, ecco che ciò che tentiamo di comunicare diventa incomprensibile. Soffriamo senza sapere il perché, come se ci mancasse la chiave di comprendere il messaggio, ascoltare la propria malattia come un linguaggio interiore è un primo passo verso la guarigione.
La malattia è una maniera di comunicare sia con se stessi e con gli altri perchè,  consapevolmente o meno,  in tal modo esprimiamo ed esterniamo il nostro mal-essere.
La metafora è un “ procedimento del linguaggio che consiste nel modificare il senso attraverso una sostituzione analogica”.
La metafora è il modo più semplice e diretto per esprimere qualcosa che è difficile da definire. E molto spesso ci serviamo di uno dei nostri organi come metafora per comunicare con noi stessi e dirci qualcosa di figurato.

Le impressioni fisiche che proviamo sono un modo di descrivere ciò che sentiamo. Anche il punto del corpo in cui si manifesta il nostro malessere non è casuale. In qualche modo, inconsciamente, scegliamo l’organo che la malattia colpisce. La scelta è tutt’altro che casuale, perché corrisponde alla nostra percezione inconscia di quell’organo o della sua funzione. Ciò a cui serve l’organo, viene usato come metafora per esprimere il disagio.

La malattia è un modo curioso di dirci le cose, perché è come se ci parlassimo a mezzi termini. Qundo parliamo del “ capo” di un azienda è una metafora perché l’azienda non ha un “capo” più di quanto abbia “i piedi” ; ma ognuno di noi sa che la testa, “IL CAPO” è la parte che dirige, quindi tutti capiscono cosa vuol dire.

Tutt’altro può essere che un mal di capo rifletta il nostro dolore nel non potere dirigere a nostro piacimento certe situazioni. In questo modo, attraverso la malattia, ci capiamo. Contemporaneamente, però non capiamo che cosa ci sta succedendo, perché mai ci siamo ammalati, né a cosa serva questa sofferenza dalla quale aspiriamo solo a liberarci velocemente.

Sul fatto che certe malattie siano psicosomatiche tutti sono d’accordo.

Ma le altre malattie che siano infettive o di origine meccanica (ernia del disco ) o tumorali sono anch’esse un modo di parlare a noi stessi?La causa della malattia ha due facce. Non ha senso dire quale sia quella giusta, perché lo sono entrambe: nessuno nega la responsabilità di un microrganismo o di un’ernia.

E’ difficile vedere in contemporanea il lato testa e croce della stessa medaglia; i nostri occhi ce lo impediscono e la mente,  come gli occhi,  ha bisogno di prendere in considerazione i due aspetti separatamente.
Non scordate l’immagine delle due facce della medaglia. Queste due facce sono giuste entrambe e quando si parlerà della dimensione psicologica di una sciatica, non sarà per negare l’esistenza di un’ernia discale e viceversa.

Ciò che vale per la malattia può valere anche per gli incidenti, i traumi, le fratture. La cosa può sembrare sorprendente, ma spesso tutto accade come se il mondo esterno e i nostri pensieri entrassero in risonanza.
Gli incidenti segnano momenti di rottura nella nostra vita e talvolta sono dei veri e propri punti di non ritorno; ma sono anche occasioni di apertura ad una vita diversa o ad un’altra dimensione dell’esistenza.
Prendiamo a testimone  anche il mondo esterno e accade che siamo noi a suscitare questi eventi come se attraverso di essi cercassimo di dirci qualcosa. Attraverso i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti risvegliamo certe reazioni intorno a noi, prepariamo situazioni destinate a maturare e a trovare compimento in eventi che si produrranno anche più tardi. Un evento, che si tratti di un incidente o di una stress di altra natura, può essere il messaggero segreto di un nostro desiderio segreto: ciò che pare l’esito del caso spesso è suscitato dal desiderio di cambiare qualcosa nella nostra vita.

Recenti studi americani hanno dimostrato che il profilo psicologico delle persone che hanno incidenti gravi è simile a quello dei suicidi.

Dott. Mauro Piccini