PERCHE’ SIAMO GRASSI, I FIGLI HANNO L’ASMA E LE FIGLIE ADOLESCENTI SONO ALTE UN METRO E OTTANTA? UNA NUOVA E PIU’ MODERNA VISIONE SCIENTIFICA DEL MONDO MICROBICO E’ ORMAI NECESSARIA

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Oggi sappiamo che nel corpo umano il numero delle cellule batteriche supera di 1,3 volte (fino a 10 volte) quello delle cellule umane.
Le infezioni sono la conseguenza di un microbo nel posto sbagliato e al momento sbagliato; ma sul terreno biologico in quel momento più adatto a farlo sviluppare come patogeno.
Conta il terreno biologico individuale, quindi, più del batterio.
Per migliaia di anni le nostre cellule e i microbi hanno vissuto in una simbiosi pacifica che ha garantito l’equilibrio e la salute del nostro corpo.
Ma negli ultimi 70 anni abbiamo affrontato le infezioni batteriche con l’equivalente di un armamentario imponente – un attacco di ampio spettro con un arsenale terapeutico non indifferente contro tutti i batteri indistintamente – invece di cercare di comprendere nelle sfumature della biologia individuale il come coesistere con i batteri, creando una reciproca dipendenza con eventuali periodici e transitori dissapori.
Dato che le popolazioni batteriche si stanno sempre più sviluppando in ceppi resistenti agli antibiotici comunemente utilizzati, è arrivato il momento di riconsiderare il nostro rapporto coi microbi all’interno di nuovi paradigmi scientifici.
La nostra esperienza di medici hahnemanniani a continuo contatto clinico con il paziente, da anni ci fa formulare queste considerazioni, anche grazie alle sempre più moderne scoperte della microbiologia più avanzata e aggiornata.
Il concetto della campana di vetro a cui affidare la salute delle genti diviene oggi sempre più fragile e inefficacie, soprattutto alla luce di una antibiotico-resistenza sempre maggiore e diffusa.
Le considerazioni su questo argomento sono aperte ed in continua evoluzione, ma il medico moderno deve porre in continua discussione le conoscenze che riteneva acquisite, facendo proprie le dimensioni più avanzate del sapere scientifico e medico scientifico in particolare, non valutando il futuro attraverso la misura e i contenuti dei lavori scientifici del passato.
Il rischio, infatti, sarebbe quello di rimanere drammaticamente al palo, incarcerati in visioni vecchie e superate, trasformandoci in novelli Cardinal Bellarmino resi stolti dall’essersi rifiutati di guardare attraverso il connocchiale del moderno Galileo Galilei.

Con piacere, quindi, condividiamo qui di seguito l’interessante articolo  di ANDREA ROSSI (Fonte: La Stampa.it) dal Titolo:
Sempre più allergici e malati. Ma a rafforzare i nostri bimbi saranno i microbi africani“.

Un articolo divulgativo molto utile, soprattutto per i non addetti ai lavori, per comprendere come in campo medico-scientifico stia sempre più emergendo una consapevolezza scientifica e clinica nuova, dalle prospettive di particolare interesse e portata.
Buona lettura!!
F.to Equipe medica Istituto SIMOH
mc

Fonte Articolo: La Stampa.it del 10.05.2017

“È in atto una migrazione sotterranea, impercettibile, ma tumultuosa e inarrestabile. Valica le frontiere, si muove a cavallo delle persone o degli eventi atmosferici.
Sta scaricando sull’Europa – e sull’Italia che ne è l’avamposto – milioni di microbi, funghi, batteri provenienti dall’Africa.
Non sembrano destinati a distruggerci. Anzi, rischiano di aiutarci a combattere uno dei nostri peggiori – e trascurati – mali: la perdita di biodiversità, nell’ambiente ma soprattutto nel nostro organismo.

Ci stiamo impoverendo. Sempre meno batteri, sempre meno vari. A Firenze, un team di ricercatori studia da anni i microrganismi del nostro corpo basandosi sui big data ricavati da sequenze di Dna.

«L’industria alimentare e i suoi processi, la sanificazione, l’utilizzo massiccio di antibiotici negli allevamenti hanno contribuito a debellare molti agenti nocivi, ma hanno finito per estirparne anche di essenziali», rivela Duccio Cavalieri, professore al dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze.

«Un esempio sono i probiotici, che acquistiamo per reintrodurre nel nostro corpo elementi un tempo naturalmente presenti».

Aver eliminato funghi, batteri, microbi sta contribuendo all’esplosione di malattie auto immuni, infiammazioni, allergie.

«Il sistema immunitario fin dalla nascita si abitua a riconoscere i microrganismi buoni da quelli che non lo sono», spiega Carlotta De Filippo, microbiologa all’Istituto di Biologia e biotecnologie agrarie del Cnr di Pisa. «Tuttavia, poiché la varietà microbica con cui entra in contatto è sempre minore, reagisce a ogni novità come se fosse patogena. E sviluppa infiammazioni».

Si spiega così il boom dei malanni del nuovo millennio. E perché molti – che fino a vent’anni fa insorgevano in persone adulte – attacchino sempre prima.
Il numero di bambini soggetti ad allergie alimentari è schizzato del 20% in dieci anni: in Italia uno su venti – secondo l’Organizzazione mondiale dell’allergia – ne soffre.

Tra 6 e 12 anni, il 7% ha dermatite atopica, il 15% di rinite allergica e il 9% di asma. Stesso discorso per le malattie auto immuni, come il morbo di Chron: il 25% dei nuovi casi ha meno di vent’anni.

La diffusione delle infiammazioni croniche intestinali è raddoppiata nell’ultimo decennio, con 8 bimbi su 100 mila colpiti e un’età di insorgenza scesa a 10 anni.
E ancora: artriti reumatoidi, coliti ulcerose, sclerosi multipla, diabete di tipo 1. «La correlazione tra la diffusione e precocità di questi mali e la riduzione della varietà microbica è assodata», assicura De Filippo.

Siamo diventati fragili. Meno ricchi. Una ricchezza di cui l’Africa, da cui moltitudini cercano di fuggire, abbonda. La grande migrazione, tra i tanti effetti, potrebbe celarne uno finora poco indagato: milioni di batteri stanno invadendo l’Italia.

Nelle popolazioni africane si annida una grande quantità (e varietà) di microrganismi che il nostro mondo ha perso. I ricercatori fiorentini l’hanno scoperto mettendo a confronto alcuni bambini toscani con coetanei del villaggio Boulpon, nel Burkina Faso. «Hanno il triplo di acidi grassi a catena corta, antinfiammatori naturali», racconta Cavalieri. E soprattutto hanno concentrazioni di patogeni inferiori: l’Escherichia (responsabile di cistiti, infiammazioni alle vie urinarie) è presente in misura quattro volte superiore nei bambini italiani, la Salmonella otto volte tanto, la Shigella (dannosa per l’intestino) sette volte, la Klebsiella (agente delle infiammazioni alla vie aeree, come la polmonite) quasi quindici.

La differenza sta nei nutrimenti: fibre, amido non raffinato e altre fonti vegetali, pochi grassi animali, ma soprattutto niente industria alimentare. «I bambini africani vivono  in un ambiente fortemente contaminato», ragiona il professor Cavalieri. «Eppure i principali patogeni umani si ritrovano in quantità decisamente minori, perché hanno una ricchezza microbica che li difende. Noi non ce l’abbiamo più».

Le popolazioni africane potrebbero aiutarci a recuperarne una parte. Nell’ecosistema sta già accadendo qualcosa di simile. Nel 2014 una nevicata ha riversato sulle Dolomiti grandi quantità di sabbia del Sahara. Non era la prima volta ma quell’anno il gelo ha cristallizzato per mesi l’ambiente. La sabbia conteneva milioni di funghi e batteri: intere famiglie si sono trasferite, oltrepassando il deserto e il Mediterraneo, per colonizzare le Alpi. Il disgelo le ha riversate nell’arco di poche ore. Poteva essere una catastrofe. Invece no. Un gruppo di ricercatori (Cnr, Fondazione Edmund Mach, atenei di Firenze, Innsbruck e Venezia) ha prelevato campioni dal suolo dolomitico e li ha analizzati per tre anni. Per scoprirne l’origine, hanno ricostruito le traiettorie atmosferiche e il Dna dei microrganismi ritrovati, confrontandoli con dati campionati in tutto il mondo. Il risultato è sorprendente: i microrganismi sub-sahariani si sono adattati all’ambiente alpino e, anziché stravolgerlo, lo stanno arricchendo. «Questi eventi sono la diretta conseguenza dei cambiamenti climatici, saranno sempre più frequenti», spiegano i coordinatori del team, Cavalieri, Tobias Weil e Franco Miglietta. «Andranno monitorati nel tempo ma per ora possiamo dire che gli effetti positivi sono prevalenti rispetto a quelli problematici».

Lo stesso – fatte le dovute proporzioni – potrebbe accadere agli esseri umani. In fondo anche noi siamo un ecosistema: in una persona di 70 chili, i microrganismi ne valgono almeno 2. I nostri sono sempre più standard.

COME SI INVENTANO LE MALATTIE

FARMACI

Dalla sfera sessuale a quella emotiva, passando per le modificazioni fisiologiche legate all’età, siamo tutti ottimi potenziali clienti delle case farmaceutiche.
Recita, infatti, il loro slogan: ” Ogni persona sana è un potenziale malato” a cui vendere sempre più farmaci.

Per identificare la deriva aggressiva di Big Pharma è stato coniato il termine ” disease mongering,” cioè” vendere malattie”. Un nome, ormai riconosciuto da tutta la comunità scientifica, per indicare le strategie poco etiche con cui le case farmaceutiche, con l’alleanza di professionisti sanitari e di organizzazioni interessate, cercano di convincere le persone sane che sono malate e quelle malate che lo sono gravemente.

Le case farmaceutiche stanno così sempre di più influenzando la nostra percezione di salute, cercando di imporre la loro visione di normalità, sempre più dipendente dall’assunzione di farmaci.

Un ambito dove questo avviene in modo marcato, per esempio, è quello della psiche: tratti caratteriali o alcuni comportamenti particolari vengono sempre più spesso classificati come malattie, da curare con psicofarmaci  o, ancora, si cerca di farci dipendere sempre di più dalle cosiddette ” lifestyle drugs”, medicine che puntano non a farci guarire, ma a portare le nostre prestazioni agli standard sempre più elevati richiesti da uno stravolto concetto di normalità.

Le strategie utilizzate sono molte. Un caso tipico è quello di un fenomeno naturale, spesso legato all’età, trasformato in un problema di salute per il quale bisogna ricorrere a dei farmaci: per esempio la menopausa o la calvizie. Un’altra strada è far diventare disturbi lievi o esperienze comuni malattie più serie che è necessario curare: un esempio è la colite, spesso risolvibile con semplici accorgimenti e modificazioni della dieta, che diventa ” sindrome del colon irritabile”, naturalmente con farmaco apposito.
Succede così che si inventino nuove malattie, anche con l’appoggio dei medici: per esempio i normalissimi disagi premestruali diventano una malattia psichiatrica.
Un’altra via è presentare un semplice fattore di rischio, dal livello di colesterolo nel sangue alla diminuzione della densità ossea, come una malattia da curare.

Per rafforzare queste tattiche, ci si assicura l’appoggio di nomi noti della medicina, per influenzare i medici di base sulla necessità di diagnosticare e trattare con i farmaci il disturbo.
Anche finanziare le associazioni di pazienti aiuta a crearsi una sponda.
Secondo uno studio indipendente ( pubblicato su Plos medicine) le case farmaceutiche investirebbero più nel marketing che nella ricerca: 57 miliardi di dollari contro 30 miliardi.
Paradossalmente, i primi a subire gli effetti negativi del vendere malattie sono gli stessi pazienti, che si vedono prescrivere farmaci inutili, se non addirittura pericolosi.
Non solo: la via del farmaco ha ormai soppiantato molti altri modi per mantenersi in salute, incentrate su corrette abitudini di vita, in particolare su una sana alimentazione; magari questi metodi richiedono più tempo e pazienza, ma sono sicuramente meno aggressivi e danno risultati più duraturi.

Queste strategie mirano a creare allarmismo, per convincere le persone della necessità di curarsi, con conseguente sviluppo di disagio e ansia sulla propria salute.

In conclusione, si dimentica che gli interventi medici hanno sempre una certa dose di rischi e possono avere effetti indesiderati: il beneficio che un individuo può trarne deve sempre essere maggiore.
Grazie al porta a porta negli ambulatori, al finanziamento di convegni e ricerca, alle sponsorizzazioni, per fare solo alcuni esempi, si creano alleanze informali tra aziende e medici, le società di pubbliche relazioni, le autorità sanitarie e le associazioni dei pazienti. Tutti contribuiscono a forzare la nostra visione della malattia, orientandola verso una sempre maggiore dipenzenza dai farmaci.

Una ricetta valida per contrastare la deriva farmacocentrica è quella di dare un’informazione il più possibile indipendente. E per fortuna ci sono persone che lavorano per farlo, svincolate dagli interessi di Big Pharma. Le associazioni di consumatori europee, per esempio sono molto attive nel contrastare il fenomeno. Anche tra i medici e i ricercatori c’è chi lotta contro i condizionamenti. C’è chi lo fa mettendo a disposizione archivi di informazione mediche indipendenti e chi si è dato regole rigorose nella pratica medica ( es. l’associazione ” No grazie pago io”.

CASI ESEMPLARI

Intestino irritabile : il farmaco è stato peggio.
Per il trattamento della comune colite, ora denominata sindrome dell’intestino irritabile sono stati introdotti due farmaci ad hoc. Due medicine, LotronexGsk e Zelnorm Novartis, sono state approvate in fretta e furia dall’ente americano per la sicurezza dei farmaci e vendute a milioni di americani senza adeguate garanzie di sicurezza. Risultato: centinaia di pazienti finiti in ospedale per gravi effetti indesiderati e persino alcuni decessi. I farmaci sono stati in seguito ritirati, ma solo dopo avere causato diversi danni. Per fortuna non sono mai arrivati in Italia.

Viagra per tutti, anche a chi non serve.
L’ambito della sessualità è un terreno fertile per le case farmaceutiche che vogliono incrementatre i loro profitti. Per esempio da quando è stato inventato il Viagra, la casa farmaceutica Pfizer e le altre aziende che producono farmaci simili hanno investito enormi risorse per far passare all’intera popolazione maschile il messaggio che la ” normalità” è avere una sessualità sempre prestante e senza la minima defaillance. Se all’inizio il farmaco era stato pensato per curare l’impotenza, oggi viene proposto per la ” disfunzione erettile”, un termine in cui far rientrare una sempre più larga fetta di popolazione, tra cui anche chi ha solo problemi occasionali, del tutto fisiologici, ma in perfetta salute.

Psiche sotto tiro, curare anche la timidezza.
Da molti anni, in psichiatria, ai assiste all’allargamento della sfera dei disturbi mentali. L’influenza delle case farmaceutiche è evidente: se c’è una nuova pillola da approvare, bisogna introdurre nei manuali diagnostici la malattia per cui è stata creata. Ecco quindi disturbi come l’ansia sociale, una malattia poco diffusa, allargata fino ad includere la timidezza grazie ad una campagna pubblicitaria, o come il ” disturbo disforico premestruale”, la vecchia, normalissima sindrome premestruale, rivestita in chiave catastrofica. Risultato: uso sempre più frequente di antidepressivi.

La casa farmaceutica Glaxo, ha rispolverato un vecchio antidepressivo che non faceva più cassa, il Paxil, inculcando in milioni di americani la convinzione che grazie al suo rimedio avrebbero sconfitto la timidezza. Oggi è noto che il Paxil dà problemi di dipendenza e che negli adolescenti, come gli altri antidepressivi, aumento il rischio di suicidi.
La Lilly invece ha riverniciato il famoso Prozac ( antidepressivo in scadenza di brevetto), cambiandogli nome, Sarafem, e confezione, per proporlo alle donne che mal sopportano i giorni che precedono il ciclo. L’Europa per ora ha frenato questa deriva, togliendo il disturbo premestruale dalle indicazioni terapeutiche. Secondo le autorità UE , donne con una fisiologica irritabilità o ansia dovuta allo sbalzo ormonale potrebbero ricevere erroneamente una diagnosi di malattia, essendo portate così a un uso improprio di antidepressivi.
Meditate gente meditate.

Da” Test salute” dell’ associazione consumatori Altroconsumo.

MALATTIA COME SIMBOLO 3° PARTE

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Il dolore che si manifesta sul piano fisico è sempre il riflesso di un dolore morale che non ha trovato altro modo per esprimersi. Ed è spesso per evitare si essere sommersa che la nostra coscienza si mette al riparo da questo dolore morale, deviandolo almeno in parte nel corpo. L’emozione, a volte, è tale da poter affondare l’immagine che abbiamo di noi, per la quale proviamo a volte un tale attaccamento, che come se non esistesse altro nella vita.

L’immagine del capitano della nave che non l’abbandona nel naufragio evoca la necessità di “mollare” secondo la quale basterebbe coltivare il distacco, lasciare andare la collera, le emozioni e perdonare, e così via.

L’idea non è sbagliata, ma cos’è che bisogna mollare? Non serve a nulla al malato che soffre di sciatica sentirsi dire che dovrebbe lasciare andare la sua collera.

Le cose non sono così semplici, perché il tutto avviene a nostra insaputa, e la nostra difficoltà non sta tanto nel mollare la presa, quanto nel riconoscere. Mollare la presa deriva dalla presa di coscienza e questo in modo del tutto naturale ed indolore. La difficoltà non sta tanto nel prendere le distanze, quanto nel riconoscere ciò che sta succedendo.

Ecco perché ho parlato di punto cieco a proposito dello stress. Ci salva il fatto di avere due occhi e dunque la capacità di vedere la situazione che ci ha presi in trappola da una prospettiva diversa.

 L’essere umano è causa di sofferenza e di danni intorno a sé, in quanto essere imperfetto. Ci è facile ritenerci vittime, senza essere sempre consapevoli dei guai che noi stessi causiamo; accettare l’imperfezione umana è l’inizio del perdono autentico, che si presenta come una comprensione profonda e uno slancio del cuore.

Altra forma di perdono, che desidero menzionare, non è tanto un perdono ma quanto piuttosto un riconoscimento, che avviene quando prendiamo coscienza della nostra parte di responsabilità in quanto ci accade. In situazioni conflittuali, accade raramente che il torto stia tutto da una parte sola, e se da un lato siamo innocenti, dall’altro abbiamo le nostre responsabilità. La questione vera, quando tutto questo ci fa ammalare, è capire cosa quel conflitto sottolinea dentro di noi e perché questo ci fa star male. Guardare la situazione con onestà richiede un grande distacco da se stessi, il che è anche l’inizio della guarigione.

Uno dei principali ostacoli alla nostra libertà, come anche alla nostra comprensione, è il diniego. Attraverso  la malattia cerchiamo di preservarci e talvolta questa proiezione è talmente efficace che non filtra assolutamente nulla sul piano conscio.

La libertà non consiste nel liberarsi delle persone che ci stanno intorno o dei nostri obblighi, perché non vuol dire necessariamente “ cambiare vita”; si tratta invece di liberarci di certe illusioni che hanno intrappolato per troppo tempo la nostra coscienza. Non possiamo cambiare il mondo esterno solo perché così decretiamo, ma l’esterno muta quando, dentro, siamo liberi.

Proprio come lo stress, la malattia che combattiamo è una medaglia a due facce.: da un lato è nemica, ma dall’altro tenta di guarirci.

La malattia cerca di guarirci dall’emozione che l’ha generata.

Gestiamo le emozioni complesse attraverso il corpo e non ce nulla di male nel farlo. La malattia è un evento naturale, di cui non bisogna colpevolizzarsi, proprio come non dobbiamo colpevolizzarci per non riuscire a guarire dopo aver letto molti libri sull’argomento.

La malattia fa parte della condizione umana e deve essere una fase da accettare come tale.

Allora l’incontro con ciò che può guarirci avviene solo per caso ( e come diceva Einstein, “il caso è la maschera che  Dio assume quando non vuole farsi riconoscere”) quando siamo pronti e si prepara attraverso una serie di tappe silenziose, per mezzo delle quali la malattia cerca di liberarci dalla nostra sofferenza.

Dott. Mauro Piccini

MALATTIA COME SIMBOLO 2° PARTE

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Come è possibile immaginare che attraverso la malattia e la sofferenza stiamo preservando qualcosa?

Quello che diciamo attraverso la malattia è che abbiamo ragione di aver male.

Con la malattia, in qualche modo noi ci giustifichiamo, giustifichiamo la fondatezza dei sentimenti che proviamo, mostrando che non sono una visione mentale bensì una realtà oggettiva.

Con la malattia abbiamo le prove della nostra sofferenza, ma di tutto questo non siamo coscienti e il prezzo da pagare è alto.

Prendiamo a testimone il corpo, attraverso il quale anche le persone che ci stanno accanto diventano testimoni. Se dite ad una persona che soffre, che il suo è un disturbo psicologico, probabilmente vi ribatterà che a lei fa male e che quel male è reale. E anche aggiungerà anche che voi, che avete la fortuna di star bene, non potete capire che cosa sta passando.

Siamo malati e bisogna che i nostri cari vi si adattino; facendo della nostra sofferenza morale una realtà fisica, togliamo loro la possibilità di ignorarla o di prendere le distanze rispetto a questa realtà. Ma , in realtà, siamo noi i primi a soffrirne e l’impotenza delle persone care nel darci sollievo ci lascia da soli.

Solitamente si incrimina lo stress come causa iniziale della malattia.

Tuttavia la nostra vita è piena di preoccupazioni, delusioni, rabbie. Gli stress con cui ci confrontiamo sono molti e permanenti.

Ma allora ogni volta ci ammaliamo? Certo che no. Ci vuole un altro fattore perché lo stress ci faccia ammalare. E questo non dipende dall’intensità dello stress, ma da altre due cose: il luogo in cui lo stress si manifesta e la complessità dell’emozione che proviamo.

Quella che per uno è una situazione drammatica, per una altro è solo un’esperienza senza rilevanza.

Stress è un termine inglese che significa “ sottolineare” , “ mettere l’accento su qualcosa”.

Immaginate l’esempio della quercia e del giunco.

Si scatena una tempesta, il giunco si piega e si adatta, mentre la quercia è troppo rigida e finisce per spezzarsi. Ciò che il vento “ sottolinea” è la rigidità della quercia; ma il vento di per sé è neutro, e infatti per il giunco è solo un gioco. Immaginate, ora, un uccello posato sul ramo della quercia e poi sul giunco. La quercia è rigida, ma è solida e capace di sostenere chi in essa trova rifugio, si fa carico di questo peso, mentre il giunco non ne è affatto capace. Tanto per la quercia come per il giunco, lo stress ha delle conseguenze soltanto quando “ sottolinea” un difetto della struttura; difetto che come vedete è come una buona qualità che è presente in quantità eccessiva.

Per noi , dunque,  non è tanto lo stress, in sé e per sé, ad essere dannoso, ma ciò che lo stress sottolinea.

Non è l’intensità dello stress a spiegare la malattia. Vi sono persone che vivono situazioni difficilissime senza per questo ammalarsi, ma poi si ammalano in seguito ad uno stress la cui intensità ci sembra decisamente inferiore. Questo ha a che fare con la nostra struttura. Il corpo del bambino piccolo è morbido ed elastico ma, si addensa con l’età tanto per tenerci in piedi quanto per affrontare la vita. Accade qualcosa di simile anche sul piano psicologico. Ci “addensiamo” ogni tanto prendiamo dei colpi che ci induriscono e piano piano ci cristallizzeremo. Non sono le nostre zone flessibili ad essere problematiche, ma le zone cristallizzate che presumibilmente reagiranno malamente agli urti.

La vita ci induce a lavorare proprio sui punti della cristallizzazione, per ammorbidirli.

E’ raro che uno stress grave si presenti senza essere stato preceduto da qualche messaggio che abbiamo ignorato.

Ciascuno di noi ha un suo “punto cieco”, una zona di sé, del proprio atteggiamento, nel quale inciampa ogni volta, come se fosse incapace di vederla.

La nozione di “punto cieco” si riferisce al punto cieco della nostra retina, e il paragone non è trascurabile. Infatti, quando guardiamo il mondo con un occhio solo, quella piccola parte di esso che viene proiettata sulla retina non viene percepita; per fortuna abbiamo due occhi e la vista dell’uno compensa il punto cieco dell’altro. In questa idea si nasconde una chiave per la nostra guarigione, perché ciò che l’altro occhio ci dà, è la possibilità di guardare da un punto di vista diverso la realtà in cui incespichiamo.

L’emozione che proviamo è come un groviglio di sentimenti contraddittori. Se siamo in collera con una persona che ci è indifferente, si tratta di un sentimento sgradevole ma abbastanza semplice da gestire; questa seccatura ci irriterà ma non ci toccherà nel profondo. Se però la situazione ci tocca su di un punto involontariamente ambiguo o contradditorio allora le cose cambiano.

Questa contraddizione, di solito, è nascosta.

Ecco perché attraverso la malattia cerchiamo di dirci le cose, ma senza dircele chiaro e tondo. Resta una parte di equivoco, una zona nascosta.

Scoprire che il nostro mal di gola è il risultato della collera non è tanto difficile, ma quel che è difficile è svelare quale sentimento si nasconde dietro a quella collera.

Dott. Mauro Piccini                                                                            Seguirà 3° parte

MALATTIA COME SIMBOLO 1° PARTE

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Attraverso la malattia parliamo a noi stessi e prendiamo  il nostro corpo come un testimone: la manifestazione, la lesione e il dolore sono il riflesso preciso delle emozioni che stiamo vivendo.
I sentimenti si trasformano in sensazioni e questo ci irrita, ci da fastidio; ma che cosa ci irrita e ci rode e a che cosa quel dolore è sordo?
Il medico ci ascolta e scrive “gastrite”; su nostra richiesta “classifica” ciò che proviamo e questo ci rassicura, diventa qualcosa di noto e misurabile.
Ma così facendo, quello che cercavamo di comunicarci attraverso questo sintomo ha buone possibilità di essere accantonato in cantina.
La diagnosi è un atto necessario ma è un arma a doppio taglio. Confidare la malattia al nostro medico è logico perché ha il compito di aiutarci e di curarci, ma se gli deleghiamo la responsabilità di ciò che proviamo, se la malattia diventa una faccenda solo del medico che ne sarà dell’interrogativo, che attraverso di essa rivolgiamo a noi stessi?
Quindi perdiamo il senso di quello che cerchiamo di comunicare a noi stessi. Dato che ci parliamo usando il corpo come metafora, ecco che ciò che tentiamo di comunicare diventa incomprensibile. Soffriamo senza sapere il perché, come se ci mancasse la chiave di comprendere il messaggio, ascoltare la propria malattia come un linguaggio interiore è un primo passo verso la guarigione.
La malattia è una maniera di comunicare sia con se stessi e con gli altri perchè,  consapevolmente o meno,  in tal modo esprimiamo ed esterniamo il nostro mal-essere.
La metafora è un “ procedimento del linguaggio che consiste nel modificare il senso attraverso una sostituzione analogica”.
La metafora è il modo più semplice e diretto per esprimere qualcosa che è difficile da definire. E molto spesso ci serviamo di uno dei nostri organi come metafora per comunicare con noi stessi e dirci qualcosa di figurato.

Le impressioni fisiche che proviamo sono un modo di descrivere ciò che sentiamo. Anche il punto del corpo in cui si manifesta il nostro malessere non è casuale. In qualche modo, inconsciamente, scegliamo l’organo che la malattia colpisce. La scelta è tutt’altro che casuale, perché corrisponde alla nostra percezione inconscia di quell’organo o della sua funzione. Ciò a cui serve l’organo, viene usato come metafora per esprimere il disagio.

La malattia è un modo curioso di dirci le cose, perché è come se ci parlassimo a mezzi termini. Qundo parliamo del “ capo” di un azienda è una metafora perché l’azienda non ha un “capo” più di quanto abbia “i piedi” ; ma ognuno di noi sa che la testa, “IL CAPO” è la parte che dirige, quindi tutti capiscono cosa vuol dire.

Tutt’altro può essere che un mal di capo rifletta il nostro dolore nel non potere dirigere a nostro piacimento certe situazioni. In questo modo, attraverso la malattia, ci capiamo. Contemporaneamente, però non capiamo che cosa ci sta succedendo, perché mai ci siamo ammalati, né a cosa serva questa sofferenza dalla quale aspiriamo solo a liberarci velocemente.

Sul fatto che certe malattie siano psicosomatiche tutti sono d’accordo.

Ma le altre malattie che siano infettive o di origine meccanica (ernia del disco ) o tumorali sono anch’esse un modo di parlare a noi stessi?La causa della malattia ha due facce. Non ha senso dire quale sia quella giusta, perché lo sono entrambe: nessuno nega la responsabilità di un microrganismo o di un’ernia.

E’ difficile vedere in contemporanea il lato testa e croce della stessa medaglia; i nostri occhi ce lo impediscono e la mente,  come gli occhi,  ha bisogno di prendere in considerazione i due aspetti separatamente.
Non scordate l’immagine delle due facce della medaglia. Queste due facce sono giuste entrambe e quando si parlerà della dimensione psicologica di una sciatica, non sarà per negare l’esistenza di un’ernia discale e viceversa.

Ciò che vale per la malattia può valere anche per gli incidenti, i traumi, le fratture. La cosa può sembrare sorprendente, ma spesso tutto accade come se il mondo esterno e i nostri pensieri entrassero in risonanza.
Gli incidenti segnano momenti di rottura nella nostra vita e talvolta sono dei veri e propri punti di non ritorno; ma sono anche occasioni di apertura ad una vita diversa o ad un’altra dimensione dell’esistenza.
Prendiamo a testimone  anche il mondo esterno e accade che siamo noi a suscitare questi eventi come se attraverso di essi cercassimo di dirci qualcosa. Attraverso i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti risvegliamo certe reazioni intorno a noi, prepariamo situazioni destinate a maturare e a trovare compimento in eventi che si produrranno anche più tardi. Un evento, che si tratti di un incidente o di una stress di altra natura, può essere il messaggero segreto di un nostro desiderio segreto: ciò che pare l’esito del caso spesso è suscitato dal desiderio di cambiare qualcosa nella nostra vita.

Recenti studi americani hanno dimostrato che il profilo psicologico delle persone che hanno incidenti gravi è simile a quello dei suicidi.

Dott. Mauro Piccini

 

“WHAT IS LIFE”: COME AGISCE L’INFORMAZIONE NEL SISTEMA VIVENTE?

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Erwin Schrodinger, premio Nobel per la Fisica del 1933, intitola così il suo famoso libro.

L’idea di informazione rappresenta un concetto di cui la scienza, nella sua impostazione meccanica ed anche quanto-meccanica, non ha ancora espresso chiara definizione.

La risposta alla domanda di cosa sia la vita era più facile ed intuitiva per gli antichi filosofi-scienziati greci, perché essi si riferivano come Ippocrate ad una “intelligenza della natura” di cui facciamo parte integrante, mentre altri come Epicuro si rifacevano ad una concezione generale “vitalistica” per i quali gli atomi stessi erano elementi fondamentali della vita dell’universo, e come tali viventi essi stessi.

Lo stesso pensiero è Energia ed Informazione e come tale può influire sul mondo circostante.

Ma per capire più a fondo il concetto di Informazione come elemento essenziale della vita è bene rifarsi sempre a Schrodingher per quel che riguarda l’energia fornita dagli alimenti. Egli infatti criticò l’idea semplicistica che lo scambio nutritivo sia semplicemente energetico; un elemento vitale infatti è l’acqua, di cui il nostro corpo è composto per oltre il 60 % e tutti sappiamo quanto l’acqua sia importante per la vita, senza fornire alcun contributo calorico. L’idea che ci nutriamo di energia è infatti molto approssimata e proviene da misure calorimetriche degli alimenti, ma noi in vero non siamo una stufa. Oggi sappiamo che la molecola di DNA priva di acqua, cioè considerata nel vuoto, si spezzerebbe entro poche frazioni di secondo; l’acqua infatti stabilizza la dinamica molecolare del DNA sostenendo questa struttura chimica complessa, con la costruzione dinamica di ponti ed idrogeno che rendono flessibile il DNA.             Schrodinger utilizzando dei termini della scienza termodinamica risponde: “è la neg-entropia (entropia-negativa) generata dal processo metabolico di scambio di energia e materia, il cibo effettivo della vita”. L’informazione precede la forma e per capirlo dobbiamo rifarci al lavoro di Leon Brillouin: l’entropia per lui è la misura di quanta informazione è andata perduta in una trasformazione e viceversa la “negentropia” assume il significato di misura del contenuto di informazione in una trasformazione.

 Per esempio quando si trasforma l’uva in vino, è necessario iniziare con lo schiacciare l’uva ed in tale fase si perde informazione in quanto viene distrutta la forma del grappolo d’uva, un tale processo che necessita di apporto energetico, viene indicato dalla crescita di entropia (ovvero di disordine); viceversa quando una nuova forma molecolare viene sintetizzata, (che per semplicità chiamiamo “vino”) , in tale fase si registra la crescita di negantropia ovvero di un nuovo ordine molecolare sufficientemente stabile nel tempo.

La  alimentazione è quindi definibile come un complesso processo di relazioni tra energia, materia ed informazione (o se si preferisce di crescita negentropica), che attiva la vita di organismo; quest’ultimo può quindi essere considerato come una rete di comunicazioni programmate (es da: DNA, RNA, molecole-carrier …ecc …) che vengono catalizzate da sistemi di informazione (es. neurotrasmettitori, ormoni, enzimi.. ecc), che si esprimono nella codifica e decodifica di interazioni tra materia ed energia; questo sistema va considerato in termini di un sistema di informazione, che nell’insieme caratterizza le attività cataboliche e anaboliche del metabolismo di un organismo vivente.

da Global Antiaging Medicine

L’INTESTINO CRASSO: LA LIBERAZIONE

intestino-crasso

Dal passato dovremmo riprendere i fuochi, e non le sue ceneri”. (Jean Leon Jaurès)

In psicosomatica si dice che le tensioni che tratteniamo si riverberano e manifestano con sofferenze per il nostro intestino crasso. Tutto ciò che è strettamente legato all’azione del trattenere si manifesta con i segni evidenti di costipazioni, dolori e fitte, meteorismo, flatulenza che vengono letti come segnali di una profonda paura di fallire, un eccesso di riservatezza, una timidezza profonda o una tristezza insita nell’anima.

Sempre secondo la psicosomatica le manifestazioni dell’intestino crasso sono legate alla mancata chiusura e cicatrizzazione delle ferite provocate dalle esperienze negative o dalle insicurezze materiali e affettive.

Molti sono convinti che queste ultime possano essere trattate con la stessa logica. Al contrario esistono due ambiti distintivi e complementari ben contrapposti tra loro: quello spirituale e quello materiale.

Ogni volta che dobbiamo fare una scelta dobbiamo orientarci verso uno o l’altro. Importante è ricordare che sulla bilancia del nostro benessere se lavoriamo troppo sulla parte materiale, l’altra viene meno portando notevole disequilibrio.

L’essere umano nasce spirituale e compie tutto il suo percorso vitale alla ricerca di questo aspetto come complemento per la propria felicità. Tutte le filosofie orientali sono concordi nell’affermare che maggiore è la ricerca spirituale e più grandi sono i benefici materiali che si ricevono. In effetti, più si sale verso una spiritualità profonda e meno sono le necessità materiali che vengono, non dico abbandonate, ma considerate più per la loro utilità più che per la dipendenza che creano.

L’intestino crasso ha simbolicamente proprio questa funzione: ricordarci di espellere tutto ciò che è inutile, superfluo perché, in caso opposto, può solo nuocerci profondamente e impedirci di essere e pensare liberamente.

da Olos e Logos Paolo G.Bianchi

DISTRESS E SOMATIZZAZIONE

stress

Cosa significa somatizzazione? Parliamo di somatizzazione quando i nostri organi assorbono l’emozione negativa non elaborata. Quindi non è altro che lo spostamento dei sintomi psichici sul corpo. L’energia emozionale, invece di essere percepita e vissuta, viene deviata su di un organo o apparato. L’organo risente con modalità diverse a queste sollecitazioni arrivando a variazioni della sua funzione come avviene nelle reazioni psicosomatiche fino ad una vera e propria alterazione della sua struttura e quindi alla malattia, come nelle vere e proprie malattie psicosomatiche.

Le difese contro il distress ( stress negativo ) si manifestano a vari livelli. Il primo stato è l’emozione ed il pensiero; il secondo sono le reazioni corporee scatenate dal sistema neurovegetativo ed il terzo ed ultimo stato le alterazioni del sistema endocrino ed immunitario.

Quindi, se una persona vive una situazione di distress giornaliero, innesca per primo il suo filtro emotivo e cognitivo che si manifesta con disperazione, pianto, richiesta d’aiuto ecc. Contemporaneamente ragiona sulla possibile via di d’uscita che non viene trovata, per paura, insicurezza ecc.. A questo punto si innesca il filtro neurovegetativo. L’individuo comincia a manifestare disturbi psicosomatici come aritmie cardiache, pressione alta, disturbi addominali ecc. Tutto questo dovrebbe portare a prendere una decisione.
Ma nulla viene modificato. Se il tempo di sovraccarico perdura troppo il sistema neurovegetativo arriva al suo esaurimento  e quindi subentra il terzo stadio che è quello immunitario dove la persona arriva a manifestare vere e proprie malattie psicosomatiche coma la psoriasi, le malattie autoimmunitarie (tiroiditi,diabete,artite reumatoide ecc.).

Malessere significa “cattiva vita”. L’individuio vorrebbe andare in una direzione ed invece ne segue un’altra; vorrebbe stare fermo ed invece corre; vorrebbe urlare e ribellarsi invece tace ed abbassa la testa. Questa “mala vita” diventa lacerante ed innesca un conflitto che blocca. L’enorme carico non risolto trova attraverso l’espressione del corpo un modo per manifestare il disagio. Esprime attraverso i sintomi il malessere che altrimenti resterebbbe muto.

Può fare questo scegliendo un organo detto “organo bersaglio”: la pelle, l’intestino, il cuore, il fegato, i polmoni ecc. L’organo bersaglio viene selezionato in base a due fattori: la debolezza ed il simbolo. Spesso viene scelto l’organo più sensibile che è geneticamente predisposto o che ha già subito attacchi nel corso della vita, ma viene anche scelto l’organo che rappresenta simbolicamente la funzione della persona dove alberga il trauma stressogeno.

L’organo come simbolo può essere descritto come una finestra aperta sulla dimensione profonda della vita psichica. Si possono dividere gli organi in tre categorie.

Organi Recettivi: ne fanno parte l’apparato digerente e respiratorio che prendono cibo ed aria dall’esterno e poi restituiscono le scorie. Ogni volta che ci troviamo a valutare segnali su questi organi si può pensare ad un problema legato a ciò che l’individuo ha mangiato o respirato, ossia ha dovuto accettare dai componenti della sua vita familiare o sociale. Qui ci orientiamo su problematiche legate alle relazioni

Organi Discriminativi: ne fanno parte l’apparato nervoso, cutaneo ed immunitario, che discriminano le cose buone da quelle cattive, selezionano , riconoscono ciò che è proprio. Un disturbo su questi apparati può far pensare ad una problematica legata alla valutazione di cosa tenere e cosa lasciare , rispetto a quello che giunge da fuori, dal mondo delle relazioni sociali. Qui ci orientiamo su problemi legati all’identità.

Organi Operativi: ne fanno parte l’apparato osseo e tendineo e l’apparato muscolare. Tali apparati servono a muoversi e a raggiungere obiettivi. Ogni volta che ci troviamo di fronte a disturbi di questi sistemi possiamo considerare un conflitto verso la dimensione di operare in modo concreto. Ci orientiamo su problemi legati alle realizzazioni.

I disturbi fisici necessitano cure e controlli periodici dato che sono cronici. In contemporanea si deve prendere cura dell’aspetto depressivo che scatena la somatizzazione. Nella somatizzazione è contenuto un conflitto che lacera: è importante trovarlo, andando a ritroso nella situazione che ha scatenato i sintomi.

Perché si possa parlare di vero e proprio disturbo di somatizzazione, secondo la definizione del DSM, i sintomi devono comprendere almeno 4 che riguardano il dolore, due gastrointestinali, uno sessuale e un sintomo pseudoneurologico (es. vertigine). Per tutti questi sintomi fisici  e no si può trovare una spiegazione medica, un’origine fisiologica del problema. Tutto è da inquadrare nell’ambito della sfera psichica del paziente. A volte la somatizzazione è accompagnata da sintomi di ansia e depressione, sia endogena che reattiva.

Attraverso la metodica Vega test expert plus è possibile determinare ed affrontare i sintomi che si presentano sia sul piano fisico, determinando organo od apparato in sovraccarico, sia a livello emozionale per valutare causa più profonda che affonda le radici nel vissuto del paziente.

Dott. Mauro Piccini

IN UN UN MONDO MALATO, I SANI DI MENTE VANNO DALLO PSICOLOGO – La sofferenza di chi si sente creativo e non sa omologarsi al “normale”

MA

Riporto l’ articolo della Dr.ssa Carla Sale Musio e lo dedico a molti dei miei cari pazienti.

La sofferenza di chi si sente creativo e non sa omologarsi al “normale”

Come psicoterapeuta, incontro spesso persone dotate di un’ottima salute mentale ma sofferenti, a causa della patologia sociale in cui vivono immerse.

Nel corso degli anni ho individuato, dietro a tante richieste di aiuto, una struttura di personalità dotata di sensibilità, creatività, empatia e intuizione, che ho chiamato: Personalità Creativa.

In questi casi non si può parlare di cura (anche se, chi chiede una terapia, si sente patologico e domanda di essere curato) perché: essere emotivamente sani in un mondo malato genera, inevitabilmente, un grande dolore e porta a sentirsi diversi ed emarginati.

Le persone che possiedono una Personalità Creativa sono capaci di amare, di sognare, di sperimentare, di giocare, di cambiare, di raggiungere i propri obiettivi e di formularne di nuovi.

Sono uomini e donne emotivamente sani, inscindibilmente connessi alla propria anima e in contatto con la sua verità.

Queste persone coltivano la certezza che la vita abbia un significato diverso per ciascuno e rispettano ogni essere vivente, sperimentando così una grande ricchezza di possibilità.

É gente che non ama la competizione, la sopraffazione e lo sfruttamento, perché scorge un pezzetto di sé in ogni cosa che esiste.

Gente che non riesce a sentirsi bene in mezzo alla sofferenza e incapace di costruire la propria fortuna sulla disgrazia di altri.

Gente che nella nostra società non va di moda, disposta a rinunciare per condividere.

Gente impopolare. Derisa dalla legge del più forte. Beffata dalla competizione.

Portatori di un sapere che non piace, non perdono di vista l’importanza di ciò che non ha forma e non si può toccare.

Sono queste le persone che possiedono una Personalità Creativa.

Persone ingiustamente ridicolizzate e incomprese in un mondo malato di arroganza, e che, spesso, si rivolgono agli psicologi chiedendo aiuto.

Ognuno di loro è orientato verso scelte diverse da quelle di sempre.

E in genere hanno valori e priorità incomprensibili per la maggioranza.

Non seguono una religione, ma ascoltano con religiosa attenzione i dettami del proprio mondo interiore.

Sanno scherzare, senza prendere in giro.

Pagano di persona il prezzo delle proprie scelte e preferiscono perdere, pur di non barattare la dignità.

Sono fatti così.

Poco ipnotizzabili. Poco omologabili. Poco assoggettabili.

Persone che non fanno tendenza.

Forse.

Gente poco normale, di questi tempi.

Gente con l’anima.

ARTROSI E FIBROMIALGIA: QUANDO I DOLORI NASCONO NELLA PSICHE

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Il problema mente-corpo: quando i dolori nascono nella psiche.

Il nostro scheletro è un’impalcatura che ci dà una forma compiuta ma è anche un organo che, più degli altri, richiama la nostra realtà materiale. Gli antichi pensavano che l’osso fosse il simbolo della materializzazione dell’energia in quanto la luce che lo colpiva veniva arrestata e non si poteva più propagare. L’osso è anche il simbolo della rigenerazione; si pensi al midollo osseo in esso contenuto, dove l’energia plasmatrice ha bisogno della materia per potersi rinnovare.

Il termine reumatismo possiede, poi, un significato enigmatico (dolore che scorre), come a indicare le modificazioni costanti, fisiche e psicologiche, che avvengono con lo scorrere degli anni.

Tante teorie e tante cure hanno fatto il loro tempo, a partire da quella dei “foci settici” a livello di denti, tonsille e appendice per cui, per oltre trent’anni la tonsillectomia e l’appendicectomia preventive, hanno mutilato milioni di individui senza apportare reali benefìci, oppure alle ripetute operazioni di ernia del disco, sempre pensate ma mai state veramente risolutive.

Il famoso “colpo della strega“, occorso durante un minimo piegamento per lavarsi i denti o raccogliere un oggetto da terra, battezzato dai raggi X come alterazioni degenerative e discopatia, come si deve considerare quando il soggetto, passato il dolore, riprende a camminare, giocare a tennis e saltare? Se facessimo una nuova radiografia alla stessa persona in condizioni di benessere, risulterebbe la stessa diagnosi.

Ma qualcosa cambia nella mente delle persone, che va dal sentirsi malato al sentirsi sano e in forma, pur con la stessa colonna vertebrale. Dimenticheremmo tutto il sistema muscolare che con lo scheletro è intimamente collegato. Infatti la rigidità del collo, delle spalle, del rachide, richiama spesso un altro tipo di rigidità, morale, sentimentale, d’azione.

Secondo lo psicanalista americano F. Alexander, uno dei fondatori della medicina psicosomatica, le persone che soffrono di dolori articolari, sono frequentemente molto esigenti nei confronti di se stesse e dei propri familiari. A volte appaiono agli altri molto flessibili, ma la loro docilità è dettata dalla paura di fronte a persone autoritarie o che impersonano l’autorità. Spesso sono presenti in queste persone, sentimenti di collera o di ribellione, tenuti sotto controllo ma espressi dal corpo.

Nel caso dei reumatismi, il corpo appare come congelato, sperimentando un disagio o una difficoltà di adeguarsi a una situazione vissuta come angosciante o problematica.

Nel mal di schiena il nostro corpo tende a piegarsi sotto il peso di un’umiliazione, generalmente affettiva come per la fatica di sopportare fardelli troppo pesanti e compensati, ad esempio, da una marcata rigidità, nelle cervicalgie.

Per questi motivi, non tutti i gomiti del tennista sono conseguenti a sollecitazioni fisiche eccessive o tutte le cervicalgie e lombalgie risiedono sempre in una discopatia.

Nella fibromialgia, ad esempio, il dolore non deriva da uno specifico danno d’organo. Esso rappresenta un meccanismo di difesa che serve a scongiurare danni più gravi alla salute psicoemotiva dell’individuo, proteggendolo dal portare avanti meccanismi autodistruttivi. Infatti, una rabbia cronica inespressa e non canalizzata su sintomi fisici, può interferire anche con la sopravvivenza stessa dell’individuo.

Nella fibromialgia i sintomi nascono come reazione al male di vivere, similmente a quelli della sindrome da fatica cronica. Si ritrova solo in persone (prevalentemente donne) che vivono in società ad alta competizione e chi la sperimenta, raramente è cosciente della relazione tra la propria insoddisfazione, la rabbia e il sintomo dolore. Esiste un’impotenza di non poter scegliere la propria vita, di viverla senza esserne protagonisti, esacerbando la propria vulnerabilità.

Consapevoli della loro fragilità, i fibromialgici vagano da un ambulatorio all’altro, convinti di trovare una cura che, magicamente, faccia scomparire i dolori e, ovviamente, non trovano quello che cercano poiché i medici non hanno il coraggio di dire loro la verità, preferendo trattarli con antidolorifici, miorilassanti o antidepressivi.

Molte donne che hanno cominciato la loro vita in contesti depressogeni, anaffettivi e ansiogeni, presentano una particolare vulnerabilità e, nei momenti di stress cronico, di invischiamento affettivo, di eccesso di senso di responsabilità, cadono nel circolo vizioso della fibromialgia.

Questo stress interiore cronico, con il quale i fibromialgici convivono, finisce per alterare anche gli stessi neurotrasmettitori cerebrali con ripercussioni negative anche nei meccanismi del sonno.

Le loro storie parlano, spesso, di disagi affettivi nella famiglia di origine, di incomprensioni nel mondo del lavoro e degli affetti, sentendosi spesso vittime di prevaricazioni e ingiustizie da parte del prossimo. Per questo motivo, questi pazienti hanno tanto bisogno di aiuto emotivo quanto poca necessità dei farmaci.

I soggetti affetti da artrite reumatoide, poi, presentano simili tratti della personalità. Spesso si trovano in uno stato di tormento interiore; è probabile che siano eccessivamente coscienti della malattia, timorosi della critica, depressi e con una cattiva immagine di se stessi. In definitiva, anche questi soggetti hanno tanta rabbia repressa.

Ad esempio, i bambini che presentano un’artrite reumatoide giovanile, hanno spesso una storia di disagi familiari con divorzi traumatici dei genitori o la morte di uno di essi. Il fattore reumatoide presente nel sangue, infatti, non è predittivo sicuramente della malattia, ma devono concorrere altri fattori, soprattutto psicologici, per determinarla.

Anche in queste malattie le donne sono affette quattro volte più degli uomini, vivendo in un mondo dove manifestare la propria indole o disinibizione risulta sconveniente e moralmente sanzionabile.

Già da piccole si insegna alle bambine a tenere a freno la propria aggressività rispetto a quello che si fa con i maschietti.

Queste considerazioni sono tanto più importanti in una visione psicosomatica dove il corpo interagisce continuamente con la psiche e, forse, riescono a spiegare molto più di tante radiografie.

Tratto da “Curare i reumatismi con Metodi Naturali” di Paolo Giordo