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Robert Hahn, medico-chirurgo, responsabile della ricerca scientifica presso Ospedale Södertälje in Svezia. Professore di Anestesiologia e Terapia intensiva presso l’Università di Linköping, Ricercatore presso Karolinska institutet e Membro del Comitato di ricerca della European Society of Anaesthesiology (ESA).

La maggior parte degli studi clinici dimostrano che le terapie omeopatiche hanno un’azione superiore al placebo.

Per poter affermare il contrario la ricerca deve necessariamente invalidare un’ampia parte degli studi pubblicati sull’omeopatia, nonché basarsi sull’adozione di dati virtuali o di metodi statistici inappropriati.

Per concludere che l’omeopatia sia priva di effetti clinici è, infatti, necessario ignorare arbitrariamente più del 90% di tutti i trials disponibili sulla medicina omeopatica.

Un esempio di questo modo di procedere può essere il lavoro di Shang et al. presentato nel 2005 su Lancet, in cui il risultato finale a sfavore dell’omeopatia è stato pesantemente condizionato dai risultati di un solo singolo studio (sul dolore muscolare in 400 corridori di lunga distanza), senza il quale il risultato conclusivo della ricerca sarebbe stato opposto e avrebbe mostrato, quindi, una superiorità statisticamente significativa dell’omeopatia rispetto al placebo. In questi casi è chiaro – ovviamente per chi non ha preconcetti in merito – che la eterogeneità dei dati raccolti non avrebbe dovuto permettere all’autore di procedere con considerazioni di valore circa la affidabilità della terapia omeopatica.

Shang et al. infatti, dopo aver inizialmente preso in esame ben 165 ricerche scientifiche sull’omeopatia, decisero di escluderne 60 adducendo varie ragioni.

Al termine della selezione il materiale finale del loro lavoro poteva contare su 110 trials omeopatici e 110 che utilizzavano farmaci convenzionali. Ma anche in questo caso i ricercatori, pur menzionando che il rapporto di probabilità era a favore dell’omeopatia versus placebo, decisero di non procedere alle stesura delle verifiche di efficacia.

Presero, invece, la decisione di ridurre ancora il numero dei trials omeopatici, escludendo dalla loro analisi tutti i lavori scientifici tranne 21 studi. Relativamente a questi trials,  Shang et al. riportano che 21 trials omeopatici (19%) e 9 convenzionali (8%) sono stati giudicati di buona qualità” e “la maggior parte degli odds ratio indicavano un effetto benefico dell’intervento”.

Quindi, ad un primo giudizio le ricerche cliniche omeopatiche sono state giudicate di qualità comparabile se non migliore a quelle convenzionali e hanno dato entrambe un risultato complessivamente positivo.

Però anche in questo caso Shang et al. presero la decisione di non procedere alle verifiche statistiche e introdussero una nuova serie di esclusioni, attuando così un’ulteriore riduzione dei studi omeopatici che in questo modo passarono da 21 a 8 trials.

“Per concludere che l’omeopatia mancava di effetti clinici” scrive il Prof. Hahn “è stato necessario ignorare più del 90% di tutti i trials disponibili”, senza aver fatto una analisi rigorosa dei casi scartati.

Tale circostanza è già stata criticata anche da altri ricercatori in un successivo articolo pubblicato nel 2008 su Journal of Clinical Epidemiology (Lüdtke R, Rutten AL. J Clin Epidemiol. 2008; 61:1197-204).

I lettori critici dello studio di Shang et al. sospettano che gli autori abbiano giocato con la selezione dei trials fino a quando non hanno trovato il risultato desiderato.

Nel dibattito che è seguito nel mondo scientifico, lo studio di Shang è stato criticato per mancanza di trasparenza e per la natura altamente selezionata dei trials valutati.

La distorsione delle prove è un fatto noto nella società. Affermare oggi che l’omeopatia sia scarsamente studiata non è evidentemente vero, poiché il numero di sperimentazioni cliniche controllate (RCT Randomized Controlled Trial) in questo settore è abbastanza grande. E sappiamo che molte delle terapie farmacologiche utilizzate in medicina clinica convenzionale si basano su molti meno dati.

Un altro argomento diffuso dai detrattori dell’omeopatia e che in alcuni casi è stato ripreso anche da qualche politico, è che non esista neanche un singolo studio sull’omeopatia che mostri un effetto positivo del trattamento.

In realtà, la maggior parte degli RCT sull’omeopatia mostra effetti positivi.

Una terza affermazione che viene usata è quella secondo cui gli studi sull’omeopatia siano di bassa qualità. Anche questa considerazione non trova nessun fondamento da parte di ricercatori che hanno specificatamente valutato questo problema.

“Ogni ulteriore lavoro con le meta-analisi” – conclude il Prof. Hahn – “dovrebbe abbandonare il metodo di riassumere tutte le prove cliniche disponibili e concentrarsi invece sugli effetti dell’omeopatia versus placebo o altri trattamenti in specifiche malattie o gruppi di malattie.

Un modo, inoltre, per ridurre la distorsione delle prove da parte di investigatori e scettici sarebbe quello di separare in modo chiaro il processo di ricerca delle prove, da quello della formulazione delle linee guida cliniche”.

Commento (del Prof. Paolo Bellavite):

In sintesi questa ricerca è stata caratterizzata da tre gravi evidenti scorrettezze, le prime due di carattere scientifico e la terza di tipo etico:

  1. L’analisi statistica è stata «ristretta» da 110 a 21 studi di buona qualità (con risultati positivi) e poi da 21 a 8 (ottenendo un risultato negativo) senza spiegare il cut-off e senza aver dimostrato la falsità degli studi scartati;

  2. Si è applicato il «funnel plot» nella meta-analisi di lavori tra loro eterogenei, estrapolandone una retta di regressione assurda;

  3. L’editoriale «The end of homeopathy» è stato trasmesso ai mass media prima che fosse pubblicato il fascicolo, manovra programmata tesa a colpire l’omeopatia, probabilmente in un momento in cui l’OMS stava per pubblicare un documento favorevole.

Comunicazione a cura di:
Centro Ricerche Biomediche SIMOH
http://www.omeopatiasimoh.org/ricerca-gli-studi-clinici-sui-rimedi-omeopatici-dimostrano-la-azione-superiore-al-placebo/

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