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“E’ un dato di fatto che, per circa il 50% dei pazienti, i farmaci non sono efficaci quanto dovrebbero e, in alcuni casi, questa media è ancora più bassa”.
Questa affermazione non è, al contrario di quanto si potrebbe credere, l’ennesima ed esasperata critica di un medico “partigiano” delle medicine alternative contro la farmacologia dell’establishment medico. L’autore di queste ponderate parole è il Dr. Severin Schwan, amministratore delegato del gruppo Roche. E non risulta che dopo averle pronunciate sia stato cacciato.
Ancora più gravi, però, sono stati i dati provenienti dalle sistematiche revisioni delle cause di morte negli Stati Uniti. Se nel 2000 le pratiche mediche costituivano la terza causa di morte attualmente il dato è stato superato, arrivando con i suoi 783.936 morti all’anno contro i 699.697 per malattie cardiovascolari e i 553.251 per tumori a diventare la prima causa di morte. La sola morte per abuso di antidolorifici e sedativi assunti, per quanto impropriamente a scopo terapeutico, ha superato nell’anno in corso il numero di morti determinato dagli incidenti automobilistici.
Tutto questo pone una seria domanda sul sistema di cura nel suo complesso. In particolare, pone serie domande su quell’aspetto della cura definito come teylorismo in medicina ovvero la tendenza, sviluppatasi da circa un secolo a questa parte, a sviluppare una modalità di fare medicina secondo modelli di produzione industriale.
Infatti, la storia della medicina occidentale è caratterizzata da due aspetti che, strutturatosi come sistema, con l’avvento della medicina scientifica si sono sempre più approfontiti, automantenendosi e rafforzandosi l’un l’altro e riguardanti da un lato, più strettamente, il modello medico, dall’altro il modello farmacoterapeutico e più in generale farmacologico.
Per quanto riguarda il primo aspetto è indubbio che lo sviluppo della ricerca scientifica, accanto ad un aumento delle conoscenze relative alle malattie e al sistema di cura, ha sviluppato una netta tendenza a un approccio al paziente e alle sue malattie altamente standardizzato. E’ noto, infatti, come nel trial clinico randomizzato, base di tutte le conoscenze del sistema di cura moderno, il punto di partenza sia costituito proprio dall’eliminazione di tutte le variabili e dalla ricerca delle costanti con cui il singolo paziente sviluppa una malattia. Lo sviluppo sistematico di questo semplice principio di generalizzazione e di astrazione dal paziente alla malattia ha consentito di costruire un sistema basato su indicazioni valide per la maggior parte della popolazione, senza darsi, però, la possibilità di verificare cosa accade nel 50% della popolazione che non risponde alle cure standardizzate. D’altro canto è indubbio che solo un sistema di questo tipo avrebbe potuto consentire una industrializzazione del sistema di cura, organizzato con protocolli standardizzati, né più né meno di come la produzione di beni industriali è organizzata con catene di montaggio che rappresentano l’applicazione di protocolli e procedure altamente standardizzate.
Sul piano della ricerca farmacologica, per contro, abbiamo assistito ad un’approfondimneto di un approccio che, se non nasce modernamente, trova però nella moderna tecnologia gli strumenti per perseguire il sogno di Galeno e degli antichi alchimisti. Pochi potranno constatare il fatto che la terapia farmacologica, infatti, nasce come applicazione di piante medicinali per la cura di determinate patologie e basta dare una scorsa alla storia della farmacologia per rendersi conto che presso tutte le popolazioni del mondo antico le piante medicinali sono state impiegate secondo modalità di applicazione in cui diverse droghe concorrevano al trattamento di un distrurbo , di una sindrome.
L’idea dell’alchimia è che alla radice di pozioni e decotti vi possa essere un “essenza” che racchiude la poternza della ricetta.  Ma,  tuttavia,  proprio  perchè  stiamo  parlando  di  un
“essenza” , ci si riferisce, ancora una volta, a “qualità” della pianta o del decotto. E’ nel mondo moderno, invece, che questa ricerca della standardizzazione applicata alla farmacologia diventa ricerca del principio attivo trasformando la farmacologia in una disciplina innanzitutto di estrazione e di standardizzazione.
Il principio attivo diventa, così, la pietra filosofale del moderno farmacologo, si salda al processo di standardizzazione del processo patologico e del paziente e si costituisce come teorema terapeutico assoluto con le sue evidenze e con i suoi poteri economici, sociali, politici.
Nell’ottica dello sviluppo industriale della medicina moderna, le medicine complementari e l’omeopatia in particolare si collocano alla stesso livello in cui, nella storia del processo produttivo, si colloca, la produzione artigianale. Produzione di nicchia, prodotto costoso ma, indubbimente, prodotto apprezzato per quelle possibilità di personalizzazione che il prodotto industriale nega.
Abbiamo già visto come la produzione artigianale si differenzie dalla produzione industriale e come per molti versi non possa essere nè documentata nè validata con le stesse procedure che si applicano alla seconda.
La strategia di recupero di una individualizzazione nella diagnosi e nella cura, ad esempio, non può assolutamente appoggiarsi a procedure standardizzate come quelle della medicina ufficiale. Per contro, anche la produzione farmaceutica artigiana si appoggia a prodotti che se hanno dei componenti attivi questi non rappresentano il ” principio attivo”.
Tuttavia , è indubbio che, come molto spesso accade nella storia, non tutte le cose vanno come dovrebbero andare e, talvolta, i percorsi separati trovano dei loro punti di rincontro.
Dopo anni di rifiuto nell’accettare procedure  di standardizzazione nella sperimentazione e nella cura, infatti, l’omeopatia da qualche decennio ha incominciato a produrre una letteratura di discreto livello basata sulle sperimentazioni e trial clinici randomizzati in singolo e doppio cieco.
Anche nel settore della cura si è sempre più sviluppata una tendenza che ha portato gruppi di omeopati a preconizzare se non l’uso di protocolli nel senso proprio almeno quello di linee guida per la cura del paziente.
Tuttavia, il 2003 è una data fatidica per la medicina convenzionale: dopo oltre un decennio di ricerca, il progetto genoma umano viene completato . E’ attraverso gli sviluppi del progetto genoma che paradossalmente ci si rende conto che la singola malattia con cui vengono identificate le varie situazioni cliniche di molte persone probabilmente corrisponde ad assetti genetici diversi tra loro.  Non solo, ci si rende anche conto che le varie fasi di elaborazione di un farmaco, dall’assorbimento al metabolismo, all’eliminazione, agli effetti collaterali, sono collegati in maniera complessa a quadri genetici molto differenti tra loro. E’ così che poco per volta matura l’idea che un farmaco che faccia bene a tutti , per il semplice motivo che sperimentato si è rivelato utile per molti, appartiene semplicemente all’ordine dell’impossibile.
Con la congiunzione di conoscenze derivate dai campi più svariati  viene a costituirsi così la medicina personalizzata: un settore giovane ma in rapido sviluppo per l’assistenza sanitaria che viene arricchita in continuazione dai dati della clinica, della genetica, della genomica, della farmacogenomica e dell’ambiente. Poiché questi fattori sono  molteplici e diversi per ogni persona, l’esordio, i decorsi di malattia o come potrebbero corrispondere a farmaci o altri interventi è individuale come le persone che questi stati patologici presentano. Scopo finale della medicina personalizzata è dunque di rendere il trattamento individualizzato come individualizzata è la malattia. Ovviamente, perchè la malattia personalizzata possa essere efficace, questi primi risultati devono essere tradotti in precisi test diagnostici e in terapia mirate. E questo ha cominciato ad accadere in determinati settori come, ad esempio, in oncologia.

I vantaggi di questo tipo di medicina potrebbero essere:
– una maggiore capacità di prendere decisioni a livello terapeutico;
– una maggiore efficacia e una minimizzazione degli effetti collatereali dei farmaci;
-la potenziale possibilità di prevedere e forse prevenire le malattie;
-un intervento sulla malattia più rapido di quanto fosse possibile in passato;
-un aumento dell’appropriatezza e una riduzione dei costi sanitari.

Ora, la realizzazione di aspettative così ricche e complesse richiede, molto probabilmente più tempo di quanto ci si aspetti o si vorrebbe ma è indubbio che l’inizio della strada è stato tracciato e, paradossalmente, è un percorso in controtendenza con tutta la storia della standardizzazione che ha caratterizzato la medicina moderna.
Gli specialisti del settore, infatti, per la prima volta dopo tanti anni sono ben convinti che il futuro della medicina non si collochi in un ulteriore processo di standardizzazione ma, al contrario, nello sviluppo profondamente individualizzato di nuove terapie e nuovi farmaci.
E ci sembra di potere dire che se l’omeopatia sarà riuscita a custodire la sua naturale vocazione all’individualizzazione della cura e sarà contemporaneamente  riuscita a dotarsi di un linguaggio passabilmente scientifico che traduca i preziosi concetti di tipologia e miasmi in termini comprensibili e condivisi dall’intera  comunità scientifica, potrebbe anche accadere che la medicina personalizzata costituisca un nuovo punto di incontro tra la antica medicina di Hahnemann e la medicina del futuro.

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