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L’INVASIONE DEGLI PSICOFARMACI: SI MUORE PIU’ DI ANTIDEPRESSIVI & Co CHE DI EROINA

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Psicofarmaci a tutto spiano e a tutte le età sono prescritti ogni giorno per affrontare dal più lieve disagio fino a quadri clinici importanti. Vediamo come il trend è riuscito a mettere radici e crescere negli ultimi anni, non solo oltreoceano e non senza conseguenze. A fare il punto della situazione ci hanno pensato Alberto Caputo, psichiatra e psicoterapeuta e Roberta Milanese, psicologa e psicoterapeuta con il libro “Psicopillole – Per un uso etico e strategico dei farmaci“, edito da Ponte alle Grazie (256 pp, 18 euro).

Psicofarmaci: boom di prescrizioni e incassi

Tra il 1999 e 2013 le prescrizioni di psicofarmaci sono duplicate negli Usa, la tendenza europea è analoga: si muore di più per overdose da farmaci psichiatrici che non per eroina.

L’Italia è la quarta in Europa seconda l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, per la spesa relativa all’acquisto di psicofarmaci e sempre secondo Aifa sono 12 milioni gli italiani che assumono psicofarmaci”  dichiara Roberta Milanese, ricercatore associato del Centro di Terapia Strategica di Arezzo e docente della Scuola di specializzazione in Psicologia Breve Strategica.

“La spesa complessiva è di 3 miliardi e 300 milioni di euro l’anno. Gli psicofarmaci sono la maggior fonte di entrata per case farmaceutiche.  Nel mondo, per gli psicofarmaci si spendono 900 miliardi di dollari l’anno: metà negli Usa, un quarto in Europa e un quarto nel resto del mondo”.

Altro dato che fa riflettere: mezzo milione di persone sopra i 65 anni, muore ogni anno negli Stati Uniti a causa degli psicofarmaci.

La corsa a chiedere e prescrivere psicofarmaci 

“Diciamo che possiamo individuare una tendenza a prescrivere e una tendenza a usare troppo i farmaci di questo tipo” spiega Albero Caputo. “Spesso e volentieri il farmaco rappresenta una soluzione,  una via breve che però non risolve il problema“.

Esempio: da una parte non dormi e il medico ti dà subito qualcosa per dormire oppure sei triste e chiedi un farmaco e il medico te lo prescrive. Insomma, c’è sia facilità alla richiesta dello psicofarmaco sia alla prescrizione da parte del medico. Come uscirne? Usare il farmaco in modo etico dal punto del prescrittore, e da un punto di vista strategico da parte del paziente. Un buon approccio psicoterapico aiuta a cambiare la propria vita ed affrontare i problemi. E nelle forme più lievi di depressione una buona psicoterapia  funziona meglio addirittura di un farmaco.

Nelle depressioni lieve e moderate la psicoterapia è altrettanto efficace e può facilitare la cura. E molti studi dimostrano che in questi casi funziona molto bene l’esercizio fisico. Nella reazione acuta da stress (es dopo incidente stradale che non ti fa dormire), invece, il farmaco può aiutare, ma per brevissimi periodi. In generale gli psicofarmaci è meglio prenderli per il minor tempo possibile.

Pillola della felicità e criteri di diagnosi sempre più estremi

La ricerca della pillola per la felicità, invece, è a tutti gli effetti un fenomeno sociale. Una richiesta in qualche modo supportata dalla bibbia della psichiatria, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) sempre più rapido e frettoloso, per esempio, nel favorire l’equazione sono triste = depresso = malato.

Vediamo meglio nel dettaglio. “Se l’umore è depresso, c’è mancanza di sonno, di appetito e altri sintomi, nel DSM5 (2013), l’ultima versione di questo manuale, dopo 15 giorni si è dichiarati malati” spiega Milanese. Infatti bastano due settimane per essere classificati clinicamente depressi, mentre nella versione 1980 del Manuale (DSMIII) questi sintomi dovevano esserepresenti per un anno prima di poter essere appunto dichiarati clinicamente depressi. Nel DSM IV (1994) erano sufficienti due mesi”.

Risultato:  nel 2015 oltre 350 milioni di persone nel mondo sono state diagnosticate depresse di cui 4,5 milioni in Italia. Secondo l’Oms nel 2020 la depressione sarà la malattia mentale più diffusa. Ovviamente se i criteri vengono cambiati, così come è successo, per esempio, in caso di lutto: 15 giorni sono pochi per superare l’evento ed è facile ritrovarsi tutti depressi.

“Se teniamo conto che il mondo assicurativo e medico devono basarsi su criteri condivisi e si basa su queste categorie che sono state ampliate, è facile immaginare la ricaduta di questa classificazione.” aggiunge Milanese.

Bambini e adolescenti: in aumento del 40% l’uso di psicofarmaci 

L’Aifa nel 2017 ha ripetuto che farmaci per bambini adolescenti sono pericolosi e il 26 aprile 2017 il Parlamento Europeo ha aperto un’interrogazione parlamentare su questo tema. “In Europa tra 2005 e 2012 l’uso di antidepressivi per bambini e adolescenti è aumento del 40 per cento nonostante siano stati ritenuti inefficaci e pericolosi.” dichiara Milanese.

L’indagine dell’Istituto di ricerca farmacologica Mario Negri di Milano ha rilevato che sono circa 400 mila i bambini e adolescenti assistiti ogni anno per disturbi mentali  in Italia dal servizio sanitario nazionale e tra i 20 e 30mila quelli che ricevono psicofarmaci. Lo studio è del 2016 e questi dati escludono chi si rivolge a medici privati quindi c’è un sommerso notevole. E non è tutto. Gli antidrepressivi sono risultati non efficaci su bambini e adolescenti secondo una ricerca pubblica su Lancet nel 2016 e condotta dall’Università di Oxford. E ancora, nel 2016 un’analisi pubblicata sul British Medical Journal ha dimostrato che il rischio suicidio raddoppia nei bambini e adolescenti che assumono antidepressivi.

La stessa cautela è necessario per gli anziani, che possono avere carenze di tipo metaboliche, sono “politrattati”, cioè prendono tanti altri farmaci, quindi si può creare interazione. Nell’anziano e nel giovane le regole sono start low, go slow, parti basso e fai delle variazioni molto lentamente.

Ma cos’è uno psicofarmaco? 

“E’ un farmaco che ha un utilità specifica sul sistema nervoso centrale – spiega  Caputo – Di solito esiste un recettore specifico nel cervello su cui il farmaco fa effetto, molto mirato”. In pratica questi farmaci hanno il compito di influenzare l’attività psichica sia normale sia patologica. “Il problema è che oltre ad andare sui recettori interessati, sono farmaci “sporchi” che agiscono su molti altri ricettori, è per questo motivo che si hanno effetti collaterali.” continua Caputo. Inoltre il problema è che il sistema centrale è molto complesso quindi i neuroni possono avere recettori di diversi tipi e possono essere anche diffusi anche in tutto il sistema.

Per dirla con una metafora questi farmaci sono come una pioggia che bagna fiori diversi e così si possono avere tanti effetti collaterali sia centrali sia periferici. “Ad esempio, gli antidepressivi tricicli usati in passato potevano portare alla morte se presi ad alte dosi, perché ad alte dosi agiscono sul cuore: potevano dare un blocco cardiaco – spiega Caputo – Una volta erano gli unici che avevamo, oggi sono superati.”

Gli effetti collaterali 

Da una parte i farmaci devono essere prescritti con una competenza altissima, dall’altra, di solito, le persone sottovalutano gli effetti collaterali o di accumulo ( es. nel caso dello benzodiazepine, se vengo prese per troppo tempo e in modo eccessivo non si smaltiscono  facilmente). “Oppure esiste l’effetto additivo: quando gli psicofarmaci vengono mescolati, ad esempio, con alcol o droghe o senza saperlo con altri farmaci. Per esempio l’antistaminico più le benzodiazepine creano un effetto additivo, che ovviamente non fa bene né a breve né a lungo termine.” spiega Caputo.

Nuovi farmaci hanno preso il posto di altri, e nel tempo gli effetti collaterali sono cambiati, ma non scomparsi. “In passato, per esempio,  venivano usati farmaci antipsicotici che magari davano certi effetti collaterali, come i  movimenti involontari – aggiunge Caputo –  I nuovi farmaci,  invece, danno problemi metabolici e i pazienti ingrassano o si ammalano di diabete.”

Uno psicofarmaco si può prendere solo con la ricetta medica? Chi lo può prescrivere?

Gli psicofarmaci richiedono tutti la ricetta medica, qualunque medico la può prescrivere mentre lo psicologo non può prescrivere farmaci. “Un’indicazione più specifica arriva dallo specialista psichiatra e neurologo, ma anche il medico di base può intervenire in merito e dal suo punto di vista dovrebbe valutare l’entità del disturbo e decidere se trattarlo in modo autonomo o inviare allo specialista pubblico o privato.” chiarisce Caputo.

Il peso dell’informazione non corretta

Va considerato anche la presenza radicata di un’informazione sui disturbi psicologici che non è sempre corrispondente al vero. Tutti i disturbi sono impropriamente assimilati a malattie del cervello e ancora resistono teorie obsolete, come l’ipotesi di una carenza di serotonina come causa nella depressione, che sono state ormai smentite dalla ricerca medica.  “E’ chiaro che se al grande pubblico passa l’idea che ogni disturbo sia legato a uno squilibrio neourochimico dei neutrasmettitori la soluzione non potrà che essere uno psicofarmaco, ma se consideriamo che moltissimi disturbi sono di natura psichica, emotiva, relazionale la soluzione andrà cercata in interventi di tipo psicoterapeutico come nel caso dei disturbi d’ansia, alimentari o di difficoltà relazione.” spiega Milanese.

Quando gli psicofarmaci sono necessari?

“Tendenzialmente andrebbero prescritti nelle malattie psichiche in cui si presume che ci sia una base biologica, per esempio, le psicosi, i disturbi come schizofrenia, disturbo delirante, il disturbo bipolare e la depressione grave con sintomi psicotici – spiega Caputo –  In questi casi c’è un’indicazione, i farmaci offrono non cura ma sollievo dai sintomi, un possibile riequilibrio ed eventualmente una protezione da eventuali ricadute, per esempio nel disturbo bipolare.”

Si tratta infatti di disturbi che richiedono frequenti interventi e ricoveri ricorrenti e la prognosi nel lungo periodo può non essere buona. In questo caso lo psicofarmaco è la parte centrale della cura, è ciò che permette altri importanti interventi di tipo psicoterapeutica, psicosociale e riabilitativo. In certi casi l’uso può essere cronico altri volte prevede la sospensione, dopo un tempo congruo di somministrazione.

E quando è meglio ricorrere alla psicoterapia

Nei disturbi da ansia, attacco panico, ossessivo compulsivo, ipocondria, fobie, disturbi alimentari, anoressia, bulimia in cui la terapia elettiva è la psicoterapia  i farmaci possono ostacolare il processo di guarigione.

“Ad esempio, nel caso  dell’ansia il paziente impara ad appoggiarsi come a una stampella allo psicofarmaco, ma non attiva le risorse per superare la paura che è alla base del disturbo, quindi abbassa ansia ma non supera paura.” spiega Milanese. Solo la psicoterapia può guarire, perché il farmaco può gestire ma non risolve e anzi più delle volte complica, e questo è comprovato da dati di ricerche scientifiche, raccolti nel libro “Psicopillole”.

E’ stato dimostrato anche dalle neuroscienze, e in particolare da Joseph Ledoux, neuroscienziato autore del libro  “Ansia”, che il farmaco può aiutare a gestire i sintomi di un disturbo ma la guarigione, cioè la totale risoluzione del disturbo, può essere ottenuta solo tramite la psicoterapia.

Questo perché i veri cambiamenti del cervello avvengono grazie a esperienze e apprendimento che nessun farmaco ci può dare. Ciò dimostra che se vogliamo veri cambiamenti, questi devono essere di natura neuroplastica e vengono favoriti dagli interventi di psicoterapia. “Per esempio, se io ho paura di andare in autostrada, se prendo un farmaco mi si abbassa la paura ma il problema non si risolve. – spiega Milanese – Se voglio guarire mi serve una psicoterapia che lavori sulla paura,  così da modificare la mia percezione della paura. E favorire i cambiamenti neuroplastici di cui parla Ledoux”.

Angela Pucchetti da Business Insider Italia

https://it.businessinsider.com/

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ATTEGGIAMENTO DEL DISTACCO

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Come praticanti, operando il distacco non imponiamo la nostra verità, non interferiamo nella vita degli altri, ma con umiltà riconosciamo che tutto è dentro di loro. Come esseri umani, se osserviamo con gli occhi della mente, siamo limitati rispetto al potere della vita; la vita dentro di noi è la sola in grado di trasformare e trasformarci.
Ogni interferenza, giudizio o consiglio non fa altro che porci ad un livello superiore rispetto all’altro esercitando, consapevolmente o inconsapevolmente, il nostro potere.
Potere che diventa prigione, potere che può farci sentire forti e importanti, un falso potere in grado di imprigionarci tanto quanto imprigioniamo.

Non abbiamo bisogno di riconoscerci attraverso l’altro, di alimentare il nostro ego per sentirci falsamente vivi, di legare o vincolare la vita della persona proiettando su di essa (o all’esterno) le nostre debolezze anziché osservarle, accoglierle e prenderle per mano, consapevoli del fatto che le stesse contengono nella loro essenza un potenziale che può  rendere o renderci liberi.

Possiamo semplicemente mettere a disposizione uno spazio vitale, libero da condizioni e volontà, all’interno del quale il nuovo può emergere.

Importante è riconoscere che durante la sessione  possiamo attivare i ruoli di vittima, carnefice e salvatore, creando uno spazio-prigione e una illusoria comunicazione. Ruoli attraverso i quali giochiamo con noi stessi e gli altri per manipolare o farci manipolare.
I ruoli si attivano quando ci allontaniamo dalla nostra origine, alimentando il mondo della mente e delle illusioni, negando parti del nostro essere, negandoci la vita.
Giocando con questi ruoli ripetiamo come un nastro registrato un dramma che limita la nostra creatività.

Attraverso un atteggiamento di distacco, che non è indifferenza, apatia o mancanza di energia, ma semplicemente presenza, siamo in comunione e comunicazione nell’unità, in uno spazio privo di direzione in connessione con il nostro potenziale, ed ecco che gli ostacoli diventano opportunità, le gabbie, infinite e libere praterie.

Il distacco-presenza è la realtà, la mente è illusione.

Cristiana Naldi

 

UNA NUOVA ERESIA: I BATTERI FANNO BENE

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Era il 2006, quando a Rockville, nel Maryland, all’ Institute for Genomic Research, Steven R. Gill e i suoi colleghi riuscirono per la prima volta a sequenziare il genoma di batteri contenuti nell’intestino di due individui. Inizialmente, forse, non si comprese del tutto la portata storica della scoperta ma, poco per volta, i ricercatori si resero conto di aver trovato l’esistenza di un legame che collegava dieta, stile di vita, età e provenienza geografica con il tipo di batteri che risiedevano nell’intestino degli esseri umani. Con queste scoperte si posero le basi per una diversa visione dell’uomo e per una nuova Medicina.
Infatti, grazie a questa prima intuizione e al lavoro dei 5 anni successivi, questi ricercatori giunsero così alla scoperta che l’uomo non è solo nel suo lungo viaggio  della vita ma, ospita un numero impressionante di batteri, che vivono in simbiosi con lui e il cui numero e varietà si modificano sulla base di una serie di fattori legati allo stile di vita.
Non meno stupefacente, al di là della scoperta o riscoperta della simbiosi intestinale e del mutuo vantaggio della stessa, fu la comprensione della generalizzabilità del modello simbiotico ad altri settori, come la pelle, le vie respiratorie, i genitali ecc. e l’intuizione della massa incredibile di informazioni, le quali ci raggiungono attraverso l’apporto di una gran quantità di geni, che ci sono necessari per sopravvivere ed adattarci a un mondo in continuo cambiamento. Questo enorme patrimonio venne ribattezzato microbioma umano.

Che cos’è esattamente il microbioma umano? Con questo termine viene definito l’insieme dei microrganismi che in maniera fisiologica, o talvolta patologica, vivono in simbiosi con il corpo umano e di tutti i geni che essi sono in grado di esprimere.
Per comprendere la portata rivoluzionaria di questa scoperta bisogna ricordare come la nascita della microbiologia si sia basato soprattutto sullo studio dei batteri patogeni e sullo sviluppo di un quadro coerente con questa impostazione, in cui il microbo ricopre essenzialmente la funzione di nemico. Secondo questa visione, tutti i bacilli sono patogeni, e quindi vanno, anche preventivamente, distrutti, perché prima o poi loro distruggeranno noi. Questa concezione, sbagliata, è ben presto diventata una credenza che ha portato con sé pratiche igieniche aggressive ed ossessive, oltre ad un ricorso indebito e smisurato a disinfettanti tossici a all’uso di antibiotici al primo starnuto, nella convinzione, erronea, che tutto ciò fosse in grado di prevenire il rischio di infezioni. Queste pratiche si sono poi diffuse alla coltivazione agricola industrializzata, nonché agli allevamenti intensivi e, più in generale, alla produzione di cibo sempre su base industriale. La distruzione indiscriminata dei microbi e del loro patrimonio genetico – il microbioma, appunto – associata all’alterazione delle abitudine dietetiche e dello stile di vita, ha portato con sé una serie di effetti collaterali, che la maggior parte delle persone ancora ignora. Già, perché l’evoluzione delle conoscenze scientifiche ci ha portato a guardare al nostro corpo non più come a un semplice organismo, ma piuttosto come a un super-organismo, ovvero ad un ecosistema complesso, in grado di funzionare grazie al perfetto equilibrio di una componente genetica mista, composta cioè, in parte da geni umani e in parte da geni batterici. E, se gli interventi curativi o preventivi alterano questo equilibrio, i danni che si producono sono inimmaginabili.
Può stupire, infatti,  che si senta correlare sempre più spesso all’alterazione del microbioma umano, l’aumentata incidenza di molti disordini autoimmuni, di malattie infiammatorie intestinali, di malattie metaboliche, di diabete e obesità, di malattie cardiovascolari, di disturbi d’ansia, di alcuni tumori dell’apparato gastrointestinale e molto altro ancora.
Eppure, noi oggi sappiamo che il nostro corpo contiene una quantità enorme di microrganismi batterici, da cui prende in prestito molti geni che servono a produrre sostanze, che gli sono necessarie per il funzionamento, e che tutte le volte che una parte di questi batteri viene distrutta – con i loro geni – gli equilibri relativi, che sono presenti all’interno di questo eco-sistema, si alterano e rimangono alterati per mesi e talvolta per anni. Si producono, così, gravi scompensi fisiologici, che a lungo andare possono dare origine alle cosiddette malattie del progresso, malattie che sembrano indissolubilmente legate all’acquisizione del benessere e che sono sconosciute nei Paesi più arretrati e più poveri del mondo.

Se si dovesse raccontare una storia sul microbioma, l’inizio più appropriato potrebbe essere: una volta era il germe. In effetti i microrganismi unicellulari furono le prime forme di vita che fecero la loro comparsa sulla Terra, dove regnarono incontrastati per circa tre miliardi di anni, capaci di resistere alle condizioni più estreme. Inoltre, grazie a batteri azoto-fissatori, i terreni divennero fertili e  grazie ai cianobatteri ossigeno-produttori, l’atmosfera assunse progressivamente l’aspetto che oggi conosciamo.
Oltre a ciò, bisogna ricordare che i cloroplasti e i mitocondri, gli organuli fondamentali  della respirazione delle cellule vegetali e animali, derivano dall’evoluzione di primitive forme batteriche e questo ci dà l’idea di quanto stretta sia la relazione, che si è stabilita nel corso dell’evoluzione, tra le cellule batteriche e le altre forme di vita presenti sul nostro pianeta.

Esito di questa lunga collaborazione, sono i circa 100 trilioni di cellule batteriche, in gran parte localizzate nel tubo digerente, che ogni giorno ci portiamo in giro.
Per capire l’enormità del dato, basta considerare che le cellule dell’organismo sono circa 10 trilioni. La prima conseguenza, di cui non abbiamo ancora valutato la portata è che circa il 99 % della componente genetica è proprio di origine batterica. In effetti, possiamo spingerci ad affermare che l’uomo possiede non uno, ma due genomi; il primo – fisso ed immutabile – ereditato dai genitori attraverso i cromosomi umani, e il secondo – molto più dinamico – acquisito dai batteri che coabitano il suo corpo. Come conseguenza di ciò, possiamo affermare, in prima ipotesi, che le informazioni provenienti dal genoma batterico incrementano e supportano quelle provenienti dal genoma umano e costituiscono un elemento cardine per l’ adattabilità dell’uomo all’ ambiente che lo circonda.

Da questi cenni derivano due conseguenze:
1) una politica votata al tentativo di sterminio acritico di questi microrganismi, nell’errata convinzione che potessero essere nocivi, non solo si è rilevata intrinsicamente sbagliata, ma è votata ad un radicale insuccesso. In realtà, è sempre più evidente che microbi e uomini vivono in un delicato sistema in equilibrio, proteggendo il quale l’uomo riuscirà a sconfiggere le principali malattie del progresso ed accrescere il suo benessere.
2) tenuto conto della grande esposizione del microbioma all’ambiente in cui l’uomo vive, non si può non considerare il grande impatto delle abitudini dietetiche, dello stile di vita, oltre che del continuo utilizzo di sostanze antibatteriche per uso esterno (disinfettanti) e interno (antibiotici) su questo ecosistema microbico e quali effetti ne possano conseguire per la nostra salute in generale.

Per comprendere appieno l’azione dei batteri sulla salute dell’uomo consideriamo, ora, una serie di malattie, che includono malattie autoimmuni, malattie infiammatorie intestinali, malattie psichiatriche, malattie neurologiche di tipo degenerativo, tumori, diabete, obesità, malattie metaboliche, malattie cardiovascolari ecc. ovvero le principali cause di morbilità e mortalità sviluppatesi negli ultimi 50 anni, tra i ceti più ricchi dei Paesi evoluti. Più di altre esse sembrano correlate alle modificazioni dell’ambiente, della dieta, dell’attività fisica. Non secondario sembra, comunque, essere il cambiamento nei rapporti con i microrganismi che affollano il mondo che ci circonda.

Queste malattie tanto più gravi quanto meno efficaci sono le terapie attualmente a disposizione per il loro trattamento, sono tanto più frequenti e tanto più precoci quanto più alterato risulta lo stile di vita.
Ora bisogna qui ricordare che la flora batterica, originariamente composta quasi esclusivamente da lattobacilli, si differenzia progressivamente e aumenta in quantità  e varietà fino a rassomigliare al microbioma umano dell’adulto. Questo processo è molto delicato e facilmente esposto all’azione di antibiotici, che sono in grado di far regredire il processo.
Tutto ciò permette di capire perché lo stato di salute si possa modificare nel corso della vita, come conseguenza delle modifiche intervenute nel microbioma. Infatti, il processo evolutivo dello stesso è quanto mai delicato e facilmente esposto ai danni di sostanze tossiche e ad alterazioni dello stile di vita.
Le alterazioni dello sviluppo e della differenzazione di tanti batteri determina il venir meno dei geni accessori del nostro patrimonio genetico, con una diminuzione delle capacità adattive della fisiologia dell’uomo.

La scoperta che l’uomo è un organismo complesso, che presenta due diversi genomi, è destinata  a cambiare radicalmente il modo in cui la scienza si è finora approcciata alla Medicina, alla Nutrizione e alla Salute in generale.
Si è così incominciato a capire che, probabilmente la nutrizione e la dietetica sono veramente, come diceva Ippocrate, la prima Medicina. Non a caso la flora batterica intestinale produce una serie di geni, utili a sintetizzare molti enzimi necessari per l’assorbimento dei nutrienti, che determineranno quale alimento, in che quantità e con che velocità verrà estratto e indirizzato al nostro metabolismo intermedio.

Ormai sappiamo come la dieta rientri tra i fattori che influiscono sulla composizione del microbioma e come sia possibile prevedere il microbioma di un individuo sulla base delle sue abitudini dietetiche, permettendo una classificazione degli individui in enterotipi, che si differenziano tra loro sulla base delle diverse tipologie di flora batterica, associabili a specifici comportamenti alimentari.
Il principale fattore, che pare influire sulla selezione batterica, è la presenza/assenza di fibra alimentare e la presenza/assenza di carne o latticini nella dieta. Una dieta ricca di fibre alimentari tende a selezionare una flora Tipo Prevotella, che rappresenta l’enterotipo delle popolazioni africane, mentre una dieta povera di fibre e ricca di carne e latticini, tende a selezionare una flora Tipo Batteroide, che rappresenta invece l’enterotipo dominante negli abitanti dei Paesi industrializzati.
Ormai molti studi dimostrano che la dieta migliore per selezionare i batteri che sembrano essere i più salutari per l’uomo dovrebbe includere molte fibre alimentari e grassi vegetali naturali ed essere sufficientemente variata, in quanto alla varietà della dieta corrisponde una maggiore diversità del microbioma. E si è visto che la diversità nel microbioma è un indicatore di salute. E’ proprio la progressiva scomparsa  della fibra vegetale e dei grassi vegetali naturali dalle tavole degli abitanti dei Paesi maggiormente evoluti ad essere ritenuta una delle cause principali di alterazione del microbioma umano, insieme all’abuso di farmaci antibiotici , da cui originano poi le cosiddette malattie del progresso.

Una medicina, che curi in modo rispettoso la nostra genetica batterica e soprattutto che nutra adeguatamente i nostri compagni di viaggio, parrebbe essere dunque la modalità più efficace per costruire salute e benessere e per agire da preventivo nel lungo periodo. In questo periodo di grandi dibattiti pro o contro gli antibiotici, pro o contro i vaccini, pro o contro l’omeopatia, siamo proprio sicuri che non sia una colpevole sottovalutazione di un sistema di cura efficace ed ecologico, basato su una struttura, il microbioma, cui molto probabilmente l’uomo deve la sua stessa sopravvivenza attraverso i millenni?

Grazie all’approccio della Medicina Funzionale si è in grado di valutare tutti i fattori disturbanti del nostro microbioma ed impostare una terapia di riequilibrio valutando una corretta alimentazione ed integrazione di batteri utili al ripopolamento equilibrato del nostro sistema.

Dott. Mauro Piccini

Abstract: Omeopatia oggi n. 58

LA CHIAVE DELLA TRASFORMAZIONE

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Nel processo di trasformazione da bruco a farfalla, la natura ci offre un importante spunto di riflessione. Nello stato di crisalide avviene una vera e propria trasmutazione:  il bruco nel suo bozzolo racchiude il potenziale della sua nuova identità; non possiamo impedire questo processo perché è naturale e automatico, il bruco non si deve impegnare per questo ma semplicemente lasciarlo accadere. Questo movimento in sé  (naturale e automatico) è l’effetto della reale forza vitale  del bruco che attualizza il suo potenziale nel divenire farfalla. Se la crisalide si attaccasse alla propria forma non riuscirebbe mai a diventare farfalla, tale movimento include una disposizione al “sacrificio” della vecchia forma per  permettere la nascita della nuova.

Spesso l’uomo si identifica con l’immagine che ha o hanno creato di lui, non  consapevole della trasformazione che lo attende. Immergendosi nel  sonno profondo dell’incoscienza viene  dominato dalla paura che la mente genera e viene spinto alla conservazione ossessiva della vecchia forma, precludendosi alla trasformazione.
Oggi ciascuno di noi è chiamato ad abbandonare la crisalide di ciò che ha sempre creduto di essere e permettere a ciò che realmente è di nascere; se non siamo disposti al “sacrificio” della vecchia parte  non potremo mai realmente spiccare il volo.

È solo nel qui ed ora che possiamo metterci in contatto con il potenziale dentro di noi e dentro ogni cosa, solo allontanando l’attenzione dal passato, da ciò che la mente già conosce o dalla paura del futuro siamo nella presenza, quell’insieme di attimi in cui non permettiamo all’energia della mente di ostacolare o dirigere il nostro cammino.

Lo spazio in cui viviamo durante le sessioni di T.M. è uno spazio privo di manipolazione, direzione o controllo, uno spazio dove entriamo in comunicazione e comunione con la parte profonda di noi, la parte non manifesta ma meravigliosamente viva.

Quando ci lasciamo travolgere dalle difficoltà, dai pensieri e dai problemi, l’energia degli stessi ci priva di quello  spazio vitale nel quale il nuovo può emergere imprigionandoci nella crisalide della mente, delle memorie e delle credenze, soffochiamo la vita dentro di noi e spegniamo la sua luce.    Il passato e il futuro non possono sopravvivere nella nostra presenza ma possono farlo solo nella nostra assenza.

Questo spazio-presenza è la chiave per la libertà. La vita è adesso.

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PER L’AUTISMO SPERANZE DA CHETOSI O DIETE SENZA GLUTINE E CASEINE

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Negli ultimi anni diversi modelli dietetici sono stati studiati in relazione a disturbi dello spettro autistico (ASD) e in particolare alcuni hanno riscosso interesse per un possibile uso terapeutico. La dieta chetogenica (KGD) ha già dato prova di essere efficace per chi ha un deficit di trasportatore di glucosio tipo 1 e di piruvato deidrogenasi, e più di recente, questo approccio è stato usato con successo in una serie di disturbi neurologici come l’epilessia intrattabile. Una variante meno restrittiva è la cosiddetta dieta Atkins modificata (MAD) in cui non vi sono limiti sulle calorie e proteine e i carboidrati sono inizialmente limitati a 10 g al giorno per cui il rapporto chetogenico non deve essere mantenuto in tutti i pasti. La dieta priva di glutine e senza caseina (GFCF) è già stata utilizzata per migliorare i sintomi principali e le manifestazioni gastrointestinali come gonfiori, diarrea e disagio che possono influenzare il comportamento nei bambini autistici; questa dieta inoltre ha parzialmente migliorato alcuni dei sintomi autistici e l’outcome di sviluppo. In questo studio sono stati iscritti 45 bambini di 3-8 anni diagnosticati con ASD basati su criteri DSM-5. I pazienti sono stati ugualmente suddivisi in 3 gruppi, il primo gruppo ha ricevuto la dieta chetogenica come dieta Atkins modificata (MAD), il secondo gruppo ha ricevuto la dieta priva di caseina e glutine e il terzo gruppo ha ricevuto una dieta equilibrata, fungendo da controllo. Tutti i pazienti sono stati valutati prima e 6 mesi dopo l’inizio della dieta con un esame neurologico, misure antropometriche, nonché usando la scala di valutazione dell’autismo (CARS) dell’infanzia (ATEC). Entrambi i gruppi trattati hanno mostrato un miglioramento significativo nei punteggi ATEC e CARS rispetto al gruppo di controllo, ma la varietà di opzioni alimentari offerte nel MAD rende più facile per i pazienti aderire, dando quindi migliori risultati, e lasciando ben sperare in future raccomandazioni alimentari per i bambini con ASD.

El-Rashidy O, El-Baz F, El-Gendy Y, Khalaf R, Reda D, Saad K. Ketogenic diet versus gluten free casein free diet in autistic children: a case-control study. Metab Brain Dis. 2017 Aug 14

Silvia Ambrogio
da Nutrizione 33

 

CORSO DI TECNICA METAMORFICA 11/12 NOVEMBRE 2017

 

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In questo preciso momento storico ci troviamo immersi in un profondo, a volte, doloroso processo di trasformazione, stiamo liberando e sciogliendo tutto ciò che fino ad oggi ci ha imprigionato e soffocato, abbiamo vissuto ciò che credavamo o che ci hanno fatto credere di essere, disgregando la nostra integrità ed allontanandoci sempre più dalla nostra essenza.
Mai come ora la tecnica metamorfica può essere un valido strumento per vivere questo movimento di trasformazione con profondità e magari … equilibrio/squilibrio.

La tecnica Metamorfica è un grandissimo strumento di auto-guarigione che tutti possono imparare, per sè stessi,  per i propri figli, per la famiglia. Si tratta di un leggero sfioramento su piedi, mani e testa per entrare in contatto con la propria essenza e liberare il proprio potenziale attingendo alla forza vitale insita in ciascuno di noi, un approccio semplice, delicato e rispettoso.

La Tecnica Metamorfica esprime un modo rivoluzionario di guardare la vita e contemporaneamente un catalizzatore per trasformarci, è una possibilità per scoprire chi siamo veramente oltre le convinzioni e i pensieri limitanti che impediscono di realizzarci nel rispetto di noi stessi.

Se siamo vivi possiamo sempre rinascere in una nuova forma; nella pace, nel silenzio e nella presenza possiamo abbracciare il nostro vero sé e quando la forza vitale della persona si manifesta tutto è possibile.

Lasciamo la crisalide di ciò che abbiamo sempre creduto di essere e permettiamo a ciò che realmente siamo di nascere.

In questi due giorni si imparerà la Tecnica Metamorfica e la necessaria attitudine interiore per utilizzarla in famiglia o con gli amici. Insieme affronteremo alcuni dei Principi Universali che sono il fondamento di questo eccezionale  lavoro.
Coloro che parteciperanno al corso potranno usufruire di incontri  gratuiti per lo scambio reciproco di sessioni a cadenza mensile.

Per informazioni ed iscrizioni:
cristiana@dottorpiccini.it
Cristiana Naldi 340 2870987

 

 

FIBROMIALGIA, QUESTA SCONOSCIUTA

fibromalgia

La sindrome fibromialgica è un disturbo che si presenta con sintomi molto diversi accumunati da dolori muscolari diffusi ed erratici, stanchezza, scarsa resistenza fisica, disturbi del sonno, nervosismo e depressione.
Anche l’approccio terapeutico è in corso di definizione e molto spesso si procede per tentativi.
La fibromialgia è una sindrome che si manifesta nelle strutture fibrose del connettivo come tendini e legamenti e con dolori muscolari. Non provoca alterazioni deformanti nelle aree articolari e non porta segni che possono essere utili per il medico. Per questo è spesso difficile azzardare una diagnosi. La letteratura scientifica si basa sulla raccolta dei sintomi che il paziente descrive: dolori muscolari diffusi a volte migranti, oppure zone doloranti alla digitopressione,senza evidenti segni di trauma, simili a forme reumatiche molto dolorose.

SINTOMI DELLA FIBROMIALGIA

Il paziente descrive stanchezza cronica già in prima mattina, bassa resistenza alla fatica, difficoltà al riposo malgrado il sonno, dato che risulta essere leggero e molto disturbato.
La stanchezza, il cattivo sonno, il dolore diffuso agiscono sul sistema nervoso centrale modificando il pensiero ed il tono dell’umore innescando così un circolo vizione di difficile gestione. Possono anche manifestarsi ulteriori sintomi che sono la somatizzazione di questo disturbo come dolori alla testa di tipo muscolo-tensivo, emicrania, tensione muscolare, disturbi digestivi, ansia, depressione, difficolta di memoria e concentrazione.

CAUSE DELLA FIBROMIALGIA

Le cause della fibromialgia sono praticamente sconosciute. Vengono portate diverse ipotesi che coinvolgono la sfera psicosomatica, ormonale o chimica.
Traumi particolarmente dolorosi come lutti, forte stress sottovalutato e mai affrontato, alterazioni neuronali dei neurotrasmettitori, modificazioni delle concentrazioni ormonali, riduzione della soglia del dolore che modifica le proprietà nocicettive: sono tutte ipotesi e nessuna esclude l’altra.

RIMEDI FARMACOLOGICI ALLA FIBROMIALGIA

E’ facilmente capibile che se le cause sono sconosciute la terapia è altrettando dubbia. La priorità è contrastare il dolore diffuso dei tessuti molli ed i farmaci che vengono prescritti  sono degli analgesici, ma non tutti risultano efficaci. Molti antinfiammatori non producono risposte remissive alla fibromialgia, anche i cortisonici non hanno mostrato particolari risultati e comunque sconsigliati per gli effetti collaterali dati da un uso continuo. Sono più spesso proposti farmaci antidepressivi dagli effetti miorilassanti ed ipnoinducenti, per consentire un alleggerimento della sintomatologia dolorosa e garantire un miglior sonno. Gli effetti negativi si presentano però nella fase diurna con sonnolenza, aumento della fame e stipsi.

RIMEDI NATURALI ALLA FIBROMIALGIA

L’approccio non farmacologico alla fibromialgia offre un’ ampia gamma di tecniche che, se usate in un’azione sinergica, possono portare ad un netto miglioramento del quadro clinico del paziente.
Mediante applicazione di agopuntura, mesoterapia, neuralterapia e medicina funzionale si mette in campo una serie di approcci che non solo lavorano sull’aspetto sintomatologico del dolore ma, riequilibrando e indagando le varie cause scatenanti del disturbo, cercano di evidenziare, portare in luce tutto ciò che a livello psico-emozionale il paziente non vuole o non riesce a riconoscere e a manifestare.

 Dott. Mauro Piccini

LA VITA NELL’ ADESSO

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Finchè respiriamo, la vita scorre dentro e fuori di noi.
Ogni respiro è vita, ogni battito del cuore è vita, la vita è sempre Adesso, tutta la nostra vita si svolge in questo costante Adesso.

L’Adesso, qui e ora è l’attimo che accoglie tutte le nostre potenzialità, dove non c’è separazione, dove c’è unità, pace, silenzio, gioia, amore e apertura…è vita. Solo la vita può generare la vita, nella presenza siamo dove c’è Vita e Intelligenza, dove incontriamo l’ignoto, dove liberiamo il nostro potenziale, dove sciogliamo i nostri schemi.

Il qui ed ora, non è altro che uno stato naturale dell’essere.

Perché è così difficile ritrovarci in questo stato di grazia?
Perchè la mente, strumento meraviglioso quando si tratta di ricercare, diventa uno dei maggiori ostacoli nella nostra vita, perchè si rifiuta di ammettere di essere una manifestazione limitata della vita.
Come diceva Gaston: “poichè nella mente non c’è vita, essa non può generare vita, ma trova la sua definizione nella separazione. La funzione della mente è quella di separare. Può l’occhio vedere sé stesso, l’orecchio udire sé stesso? La loro funzione consiste nella separazione tra l’oggetto illuminato e l’occhio e tra il rumore sentito e l’orecchio. Sebbene la mente possa concettualmente interpretare la propria attività, non può concepire sé stessa come un mero prodotto della vita e dell’intelligenza. Nessuna vita può essere generata come il risultato dell’attività della mente. La vita è sempre presente, la vita non può essere prodotta…non c’è creazione separata dalla vita, c’è solo vita. La vita è intelligenza, è creazione…”.

Spesso la mente diventa un limite e ostacola l’espressione delle nostre potenzialità, diventa la prigione della nostra essenza. Tutto ha origine nella separazione che la mente genera, e nell’identificarci con essa viviamo nel dolore e nella sofferenza…ma in realtà siamo esseri completi e ogni respiro e battito ci ricordano che siamo vivi e se c’è vita, c’è perfezione.

Noi non siamo la nostra mente, la mente è limitata, è esperienza e memoria ma la vera realtà, la verità può essere rivelata solo dall’interno, il nuovo, la creatività non possono rivelarsi attraverso la memoria perchè la memoria non è nuova.

Quando entriamo in contatto con i piedi della persona entriamo in contatto con la Vita con l’Intelligenza e la Creazione che si presentano sempre nel Qui ed Ora, attraverso il distacco mettiamo a disposizione lo spazio e l’ambiente privo di direzione all’interno dei quali la forza vitale della persona si manifesta, dove tutto è possibile dove c’è pace e silenzio, dove possiamo abbracciare il nostro vero sé.

Cristiana Naldi

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IL POTERE DELLA VITA E LA TECNICA METAMORFICA

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La forza vitale presente nella ghianda provvede alla trasformazione della stessa in una rigogliosa quercia, la direzione verso la quercia è contenuta nella ghianda stessa. La vita all’interno del seme libera il suo potenziale di crescita.

Cosa serve alla ghianda per diventare una quercia?
Occorre un ambiente speciale.
L’ambiente speciale è la terra. La terra non fa nulla per far crescere la pianta ma sarà la vita nella ghianda a far sciogliere la sua dura scorza e a consentirgli di nutrirsi attraverso le proprie radici delle sostanze di cui ha bisogno per germogliare, mentre i germogli attingeranno dall’aria e dalla luce. Più la terra è ricca di minerali più le radici possono attingere ad essa.

Noi praticanti per la persona siamo terra, non siamo qui per dare nulla ma semplicemente per essere un catalizzatore, sapendo che è la forza vitale della persona ad agire nella maniera giusta. Come la terra è indifferente, noi siamo “distaccati”, essere distaccati non significa non essere interessati, ma che ci interessa così tanto che permettiamo all’altra persona di “essere” e mettiamo da parte i nostri limitati mezzi, la nostra limitata comprensione e la nostra folle immaginazione per lasciare che l’intelligenza e la vita della persona facciano ciò che è giusto per quella persona, ciò che è assolutamente necessario per lei.

La vita è il potere che guarisce, l’uomo di oggi ha perso la capacità di entrare in contatto con sé stesso e la Tecnica Metamorfica offre semplicemente lo spazio vitale e l’ambiente speciale privo di qualsiasi interferenza, giudizio o direzione, all’interno del quale la nostra energia vitale ha la possibilità di fluire liberamente e operare la trasformazione necessaria in quel preciso momento.

Non possiamo incoraggiare la forza vitale, la forza vitale c’è; ma possiamo metterci da parte. Se lascio una ghianda sul tavolo non succederà nulla. Se la metto in terra si scatenerà il potenziale di trasformazione. C’è bisogno di un contatto tra seme e terra. Il contatto per noi sono le dita che toccano i piedi, le mani e la testa della persona che viene a ricevere una sessione.

Cristiana Naldi

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PERCHE’ SIAMO GRASSI, I FIGLI HANNO L’ASMA E LE FIGLIE ADOLESCENTI SONO ALTE UN METRO E OTTANTA? UNA NUOVA E PIU’ MODERNA VISIONE SCIENTIFICA DEL MONDO MICROBICO E’ ORMAI NECESSARIA

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Oggi sappiamo che nel corpo umano il numero delle cellule batteriche supera di 1,3 volte (fino a 10 volte) quello delle cellule umane.
Le infezioni sono la conseguenza di un microbo nel posto sbagliato e al momento sbagliato; ma sul terreno biologico in quel momento più adatto a farlo sviluppare come patogeno.
Conta il terreno biologico individuale, quindi, più del batterio.
Per migliaia di anni le nostre cellule e i microbi hanno vissuto in una simbiosi pacifica che ha garantito l’equilibrio e la salute del nostro corpo.
Ma negli ultimi 70 anni abbiamo affrontato le infezioni batteriche con l’equivalente di un armamentario imponente – un attacco di ampio spettro con un arsenale terapeutico non indifferente contro tutti i batteri indistintamente – invece di cercare di comprendere nelle sfumature della biologia individuale il come coesistere con i batteri, creando una reciproca dipendenza con eventuali periodici e transitori dissapori.
Dato che le popolazioni batteriche si stanno sempre più sviluppando in ceppi resistenti agli antibiotici comunemente utilizzati, è arrivato il momento di riconsiderare il nostro rapporto coi microbi all’interno di nuovi paradigmi scientifici.
La nostra esperienza di medici hahnemanniani a continuo contatto clinico con il paziente, da anni ci fa formulare queste considerazioni, anche grazie alle sempre più moderne scoperte della microbiologia più avanzata e aggiornata.
Il concetto della campana di vetro a cui affidare la salute delle genti diviene oggi sempre più fragile e inefficacie, soprattutto alla luce di una antibiotico-resistenza sempre maggiore e diffusa.
Le considerazioni su questo argomento sono aperte ed in continua evoluzione, ma il medico moderno deve porre in continua discussione le conoscenze che riteneva acquisite, facendo proprie le dimensioni più avanzate del sapere scientifico e medico scientifico in particolare, non valutando il futuro attraverso la misura e i contenuti dei lavori scientifici del passato.
Il rischio, infatti, sarebbe quello di rimanere drammaticamente al palo, incarcerati in visioni vecchie e superate, trasformandoci in novelli Cardinal Bellarmino resi stolti dall’essersi rifiutati di guardare attraverso il connocchiale del moderno Galileo Galilei.

Con piacere, quindi, condividiamo qui di seguito l’interessante articolo  di ANDREA ROSSI (Fonte: La Stampa.it) dal Titolo:
Sempre più allergici e malati. Ma a rafforzare i nostri bimbi saranno i microbi africani“.

Un articolo divulgativo molto utile, soprattutto per i non addetti ai lavori, per comprendere come in campo medico-scientifico stia sempre più emergendo una consapevolezza scientifica e clinica nuova, dalle prospettive di particolare interesse e portata.
Buona lettura!!
F.to Equipe medica Istituto SIMOH
mc

Fonte Articolo: La Stampa.it del 10.05.2017

“È in atto una migrazione sotterranea, impercettibile, ma tumultuosa e inarrestabile. Valica le frontiere, si muove a cavallo delle persone o degli eventi atmosferici.
Sta scaricando sull’Europa – e sull’Italia che ne è l’avamposto – milioni di microbi, funghi, batteri provenienti dall’Africa.
Non sembrano destinati a distruggerci. Anzi, rischiano di aiutarci a combattere uno dei nostri peggiori – e trascurati – mali: la perdita di biodiversità, nell’ambiente ma soprattutto nel nostro organismo.

Ci stiamo impoverendo. Sempre meno batteri, sempre meno vari. A Firenze, un team di ricercatori studia da anni i microrganismi del nostro corpo basandosi sui big data ricavati da sequenze di Dna.

«L’industria alimentare e i suoi processi, la sanificazione, l’utilizzo massiccio di antibiotici negli allevamenti hanno contribuito a debellare molti agenti nocivi, ma hanno finito per estirparne anche di essenziali», rivela Duccio Cavalieri, professore al dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze.

«Un esempio sono i probiotici, che acquistiamo per reintrodurre nel nostro corpo elementi un tempo naturalmente presenti».

Aver eliminato funghi, batteri, microbi sta contribuendo all’esplosione di malattie auto immuni, infiammazioni, allergie.

«Il sistema immunitario fin dalla nascita si abitua a riconoscere i microrganismi buoni da quelli che non lo sono», spiega Carlotta De Filippo, microbiologa all’Istituto di Biologia e biotecnologie agrarie del Cnr di Pisa. «Tuttavia, poiché la varietà microbica con cui entra in contatto è sempre minore, reagisce a ogni novità come se fosse patogena. E sviluppa infiammazioni».

Si spiega così il boom dei malanni del nuovo millennio. E perché molti – che fino a vent’anni fa insorgevano in persone adulte – attacchino sempre prima.
Il numero di bambini soggetti ad allergie alimentari è schizzato del 20% in dieci anni: in Italia uno su venti – secondo l’Organizzazione mondiale dell’allergia – ne soffre.

Tra 6 e 12 anni, il 7% ha dermatite atopica, il 15% di rinite allergica e il 9% di asma. Stesso discorso per le malattie auto immuni, come il morbo di Chron: il 25% dei nuovi casi ha meno di vent’anni.

La diffusione delle infiammazioni croniche intestinali è raddoppiata nell’ultimo decennio, con 8 bimbi su 100 mila colpiti e un’età di insorgenza scesa a 10 anni.
E ancora: artriti reumatoidi, coliti ulcerose, sclerosi multipla, diabete di tipo 1. «La correlazione tra la diffusione e precocità di questi mali e la riduzione della varietà microbica è assodata», assicura De Filippo.

Siamo diventati fragili. Meno ricchi. Una ricchezza di cui l’Africa, da cui moltitudini cercano di fuggire, abbonda. La grande migrazione, tra i tanti effetti, potrebbe celarne uno finora poco indagato: milioni di batteri stanno invadendo l’Italia.

Nelle popolazioni africane si annida una grande quantità (e varietà) di microrganismi che il nostro mondo ha perso. I ricercatori fiorentini l’hanno scoperto mettendo a confronto alcuni bambini toscani con coetanei del villaggio Boulpon, nel Burkina Faso. «Hanno il triplo di acidi grassi a catena corta, antinfiammatori naturali», racconta Cavalieri. E soprattutto hanno concentrazioni di patogeni inferiori: l’Escherichia (responsabile di cistiti, infiammazioni alle vie urinarie) è presente in misura quattro volte superiore nei bambini italiani, la Salmonella otto volte tanto, la Shigella (dannosa per l’intestino) sette volte, la Klebsiella (agente delle infiammazioni alla vie aeree, come la polmonite) quasi quindici.

La differenza sta nei nutrimenti: fibre, amido non raffinato e altre fonti vegetali, pochi grassi animali, ma soprattutto niente industria alimentare. «I bambini africani vivono  in un ambiente fortemente contaminato», ragiona il professor Cavalieri. «Eppure i principali patogeni umani si ritrovano in quantità decisamente minori, perché hanno una ricchezza microbica che li difende. Noi non ce l’abbiamo più».

Le popolazioni africane potrebbero aiutarci a recuperarne una parte. Nell’ecosistema sta già accadendo qualcosa di simile. Nel 2014 una nevicata ha riversato sulle Dolomiti grandi quantità di sabbia del Sahara. Non era la prima volta ma quell’anno il gelo ha cristallizzato per mesi l’ambiente. La sabbia conteneva milioni di funghi e batteri: intere famiglie si sono trasferite, oltrepassando il deserto e il Mediterraneo, per colonizzare le Alpi. Il disgelo le ha riversate nell’arco di poche ore. Poteva essere una catastrofe. Invece no. Un gruppo di ricercatori (Cnr, Fondazione Edmund Mach, atenei di Firenze, Innsbruck e Venezia) ha prelevato campioni dal suolo dolomitico e li ha analizzati per tre anni. Per scoprirne l’origine, hanno ricostruito le traiettorie atmosferiche e il Dna dei microrganismi ritrovati, confrontandoli con dati campionati in tutto il mondo. Il risultato è sorprendente: i microrganismi sub-sahariani si sono adattati all’ambiente alpino e, anziché stravolgerlo, lo stanno arricchendo. «Questi eventi sono la diretta conseguenza dei cambiamenti climatici, saranno sempre più frequenti», spiegano i coordinatori del team, Cavalieri, Tobias Weil e Franco Miglietta. «Andranno monitorati nel tempo ma per ora possiamo dire che gli effetti positivi sono prevalenti rispetto a quelli problematici».

Lo stesso – fatte le dovute proporzioni – potrebbe accadere agli esseri umani. In fondo anche noi siamo un ecosistema: in una persona di 70 chili, i microrganismi ne valgono almeno 2. I nostri sono sempre più standard.