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PERCHE’ CI INFIAMMIAMO

infiammazione

Oltre che l’ambiente in senso lato, con i ben noti fattori di infiammazione indotti, per esempio, dall’esposizione ad un eccesso di radicali liberi o l’accumulo di tossine (inquinanti, tossine alimentari, radiazioni, interferenti endocrini presenti nella alimentazione quotidiana o negli strumenti di cottura o di conservazione degli alimenti) etc, anche altre modalità più “subdole” della nostra vita quotidiana possono concorrere a infiammarci.

Modalità e fattori di vita “infiammanti”

Le modalità e i fattori di vita “infiammanti” corrispondono a:

  • carenze di sonno prolungate;
  • stati di stress psicoemotivi prolungati e non compensati (con accumulo di Tossine Emotive, per motivi affettivi, lavorativi, sociali etc);
  • abitudini voluttuarie dannose (il fumo sopra a tutti);
  • ambienti di lavoro non salubri e poco ossigenati;
  • modalità di lavoro associate a sedentarietà e scarsa attività fisica o contestuale persistenza di abitudini mentali o alimentari;
  • diete iperproteiche prolungate;
  • scarsa introduzione nella dieta quotidiana di minerali, e vitamine (sia derivanti da frutta e verdura, che da cereali non raffinati) e grassi polinsaturi di oli e semi oleosi in particolare ricchi di acidi grassi omega 3, e altre sostanze che contrastano l’iperossidazione (come i polifenoli, le antocianine di frutta e verdure di colore dal blu al rosso, etc) con grande potere antiossidante ed antinfiammante;
  • turni di lavoro notturni (per sovvertimento nella produzione fisiologica di melatonina);
  • prolungata esposizione al sole.

    Biotipologia dell’infiammazione

Accanto alle moderne e stimolanti conoscenze di epigenetica, gli studi costituzionali della Biotipologia in Materia Medica Omeopatica, ci insegnavano, già molto tempo fa, che ogni soggetto presenta modalità reattive e diatesiche individuali, che lo predispongono a un tipo di equilibrio salutegenico o di malattia.

I moderni e affascinanti studi scientifici però arricchiscono queste conoscenze, creandone un fantastico connubio (nella Medicina Integrata o Funzionale) e descrivendo, per esempio per ogni soggetto, la probabilità che questo metabolizzi in senso prioritariamente acidosico o alcalino, o anabolico o catabolico, ossidativo, o ormonale in senso infiammatorio o meno.

Ogni soggetto cioè presenta un determinato assetto ormonale preponderante geneticamente determinato, cui corrisponderà un determinato temperamento psico-emotivo (che ne condiziona non solo gli atteggiamenti mentali ad affrontare i problemi, a vivere la vita e ad “emozionare”, ma anche quelli che condizionano un determinato approccio alimentare e, in ultima analisi, una individuale modalità di risposta dell’asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene allo stress quotidiano), oltre che un fenotipo specifico, costituito non solo da una diversa forma fisica (nel rapporto degli arti con il tronco per lunghezza, struttura muscolare, o dei diversi piani masticatorio, respiratori e cerebrali del viso), ma anche all’espressione di proteine, di fatto responsabili di un invecchiamento fisiologico o meno (proteine della fase infiammatoria cerebro- e cardio-vascolare nelle costituzioni di stimolo prevalentemente cortisolico surrenale; o di ormoni a carattere infiammatorio nelle costituzioni di stimolo prevalentemente tiroideo, o di molecole del dismetabolismo lipidico, glucidico o ormonale Leptinico, nelle costituzioni a maggior prevalenza anabolica). E così via.

 Quali le strategie di prevenzione o di riequilibrio

Alimentazione, stile di vita, aiuti terapeutici non per forza farmacologici e nutraceutici, di riequilibro dei diversi sistemi (compresi quelli deputati a “smaltimento, disintossicazione, detossificazione e drenaggio” dei tessuti), e pratiche di riequilibrio e coaching psicologico sono alla base delle strategie per un buon invecchiamento.

Al pari degli effetti disastrosi che l’abitudine provoca nel sistema nervoso centrale e in quello digerente (ovvero inedia per il primo, con perdita della plasticità delle cellule nervose ed insorgenza di forme di deterioramento cognitivo fino alle demenze per il primo, e anche stagnazione per stipsi prolungate per esempio, con “semplice” insorgenza di alterazioni della tolleranza orale e di alterato riconoscimento degli alimenti come benefici o nocivi per noi, o con insorgenza di tumori intestinali per un prolungato tempo di permanenza di un possibile fattore di stimolo cancerogeno proveniente dalla dieta, per il secondo), l’ipocinesia protratta (ossia la riduzione del movimento) comporta alterazioni specifiche del nostro organismo. Non solo, come è inevitabile immaginare, a carico del sistema osteoarticolare, dal punto di vista meccanico e di stimolo all’osteoporosi, e di ipodinia (mancanza di forza e abilità muscolare), ma anche:

  • sull’accentuazione dello stimolo infiammatorio di malattie anche articolari (come l’artrite autoimmune);
  • sullo stato dell’umore; sui livelli di concentrazione e sulle capacità cognitive e comportamentali;
  • sul sistema metabolico e ormonale.

Studi progressivi e attuali di conoscenza degli sport e dell’impatto dei diversi tipi di attività fisica sul nostro organismo, hanno permesso di considerare l’attività sportiva come un vero e proprio strumento antinfiammatorio naturale, anabolizzante, antidepressivo, ansiolitico, immunomodulante.

Se è ormai ben noto che il reclutamento di grandi masse muscolari come avviene nel nuoto, nella corsa, nell’equitazione per esempio, porta alla liberazione in circolo delle endorfine, con funzione di oppiacei a livello del nostro sistema nervoso centrale (tanto da riconoscere il ben noto stato di euforia del corridore), di molecole quali la anandamide (termine che deriva dal sanscrito e che significa felicità), di neurotrasmettitori quali la adrenalina, la serotonina e la dopamina, responsabili di una miglior capacità di concentrazione, di progettazione e di funzioni creative e di intraprendenza, oltre che di serenità, è dell’ultimo decennio l’informazione che il tessuto muscolare (al pari del tessuto adiposo) si comporta da vero e proprio organo Neuro Endocrino.

Tale annoveramento si deve alla scoperta di molecole, cosiddette miochine, liberate dalla contrazione del muscolo nel corso di determinati esercizi fisici (aerobici ad alta intensità, esercizi di forza e gli allenamenti di tipo a intensità elevata intervallati), che hanno funzione:

  • anti infiammatoria: in particolare l’IL6, molecola conosciuta per essere pro-infiammatoria, induce, quando liberata dalla contrazione muscolare, un calo relativo di molecole PROINFIAMMATORIE (TNF Alfa, IL1) e l’incremento di altre antinfiammatorie (recettore solubile del TNF Alfa, recettore antagonista dell’IL1, e l’IL10). Tale fatto si è visto essere di enorme importanza nel contrastare la sintomatologia infiammatoria e dolorosa in patologie anche reumatologiche (come l’Artrite Reumatoide).
  • ormonale: la riduzione delle molecole proinfiammatorie (TNF Alfa e IL1) si è visto essere associata alla ipoespressione di un enzima (l’11-beta-idrossisteroido deidrogenasi tipo I), responsabile della conversione periferica del cortisone nella sua forma attiva (il cortisolo). Evento contrario a ciò che si assiste nella obesità viscerale e nella sindrome metabolica, dove vi è una iperespressione dello stesso, con secondario aumento del cortisolo e dell’insulina, uno tra i più potenti ormoni dell’infiammazione sistemica, come visto in precedenza.
  • metabolica: Miochine come la baiba (beta-aminoisobutyric acid) con una funzione termogenetica e, in particolare, l’IRISINA. Si è visto che quest’ultima è responsabile di una conversione del tessuto grasso bianco (WAT) in tessuto grasso bruno (BAT), tramite l’espressione negli adipociti, di una proteina (la termogenina UCP1), in grado di disaccoppiare a livello mitocondriale la produzione di calore da quella di energia (ATP). Come avviene negli animali in letargo o nei neonati, viene cioè indirizzata una azione di fosforilazione ossidativa in senso termogenetico (termogenesi senza brivido).
  • neurotrofica: La stessa irisina è in grado di stimolare l’espressione genetica del BDNF (Brain derived neurotrophic factor), neurotropina a funzione plastica della cellula nervosa, che si libera fisiologicamente, secondariamente a eventi di ischemia cerebrale, per un recupero del tessuto.

In altre parole, non è necessario cercare una fonte di “sballamento”, di euforia e di benessere, chimica o farmacologia o alimentare (sbagliata) dagli effetti deleteri: al pari di queste, una attività fisica adeguata per intensità e tipologia, sarà in grado di fornirci gli stessi ormoni, e neurotrasmettitori del piacere e della dipendenza (a ricercare quanto prima quello stimolo di appagamento e godimento), come la serotonina, la dopamina e le endorfine, e allo stesso tempo ci aiuterà a combattere stati di infiammazione cronica.

www.acidosimetabolica.it

Bibliografia

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LA MEDICINA CHE SUSSURRA ALLE CELLULE

low

Negli ultimi dieci anni, i risultati della ricerca bio-tecnologica italiana nel campo della Farmacologia dei bassi dosaggi hanno delineato nuove possibilità di cura per molte malattie ed hanno attirato l’attenzione della comunità scientifica su nuovi farmaci, all’avanguardiaefficaci e privi di effetti collaterali, e su un nuovo paradigma medico: la Low Dose Medicine.
La Low Dose Medicine è nata dal sogno di una Medicina centrata sulla Persona ed in armonia con la Natura; è originata dall’incontro tra Biologia Molecolare e Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia (P.N.E.I.); si è sviluppata grazie ai risultati della Ricerca nel campo della Farmacologia dei bassi dosaggi.
La Low Dose Medicine si fonda su tre principi guida:
  • curare l’Uomo e non solo la malattia
  • agire sulle cause e non solo sui sintomi
  • considerare l’Uomo nella sua globalità mente-corpo e nella sua individualità.
Si tratta di un’impostazione antica e saggia, che deriva dalla tradizione omeopatica, ma allo stesso tempo modernissima. Dalla seconda metà degli anni Ottanta, infatti, lo sviluppo dei concetti espressi dalla Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia ha determinato un cambiamento di prospettiva nell’interpretazione delle funzioni biologiche dell’organismo umano e delle sue malattie, traslando da una visione di tipo organicistico (ogni malattia interessa un singolo organo o tessuto) a quella di network cellulare, per arrivare al riconoscimento dell’importanza del continuo dialogo – cross talk – tra cellule, organi e sistemi sia in condizioni fisiologiche sia patologiche (ogni malattia è l’espressione di un difetto di comunicazione tra le cellule di diversi Sistemi).
È partendo da queste premesse che la ricerca farmacologica si è concentrata  sul ruolo giocato da particolari molecole biologiche, aprendo così la strada a quella che sarebbe potuta essere una nuova soluzione in ambito terapeutico: l’uso delle medesime molecole organiche come farmaci per riportare l’organismo ammalato alle sue originarie condizioni fisiologiche.
È qui il futuro: queste particolari molecole biologiche sono molto conosciute e studiate dalla Biologia Molecolare, che le definisce, non a caso, molecole messaggere, cioè sostanze in grado di portare alla diverse cellule dell’organismo le “giuste istruzioni” per il loro corretto funzionamento. Sono i neuropeptidi,  gli ormoni, le citochine. A queste si affiancano i fattori di crescita, fondamentali molecole di regolazione e stimolo tissutale. Sono le parole con cui dialogano tra loro le cellule.
Per anni, l’utilizzo come farmaci di queste sostanze è stato il sogno dei ricercatori e dei medici: quale Medicina può essere più efficace di quella che utilizza le stesse sostanze che fanno funzionare fisiologicamente l’organismo? Quale Medicina può essere più “biologica” e sicura di quella che segue le regole della Natura? Ma la Natura ha delle norme molto rigide: le molecole messaggere, attraverso le quali le cellule si scambiano le informazioni affinché ogni meccanismo biologico sia perfettamente efficiente, funzionano solo se la loro concentrazione è quella fisiologica, e questa è una concentrazione molto bassa.
Grazie alla tecnica farmaceutica sviluppata e standardizzata nei Laboratori GUNA, chiamata SKA (Sequential Kinetic Activation) si è reso possibile “riprodurre” questa precisa concentrazione e quindi rendere disponibili come farmaci le molecole che guidano le funzioni vitali del nostro organismo, che sono in grado di ripristinare le sue condizioni fisiologiche e possono “riparare” un danno.
In una parola: possono curare.
da https://guna.com/it/low-dose-medicine/

TECNICA METAMORFICA: CATALIZZATORE PER RISVEGLIARE IL POTERE DELLA VITA

potere

Nasciamo con un’energia irradiante, ogni parte di noi, il nostro corpo, la nostra psiche, vibra ed emana una vivace energia, siamo un movimento vivo di pura energia.

Crescendo cominciamo ad accorgerci che alcune parti di questa vivacità non riscontrano l’approvazione delle persone che ci circondano e cominciamo a plasmarci in funzione di quello che gli altri si aspettano da noi, in funzione di quell’immagine che è stata da loro creata alla quale abbiamo affidato tutto il nostro potere, in funzione di quello che il contesto sociale pretende da noi e al quale ci sottomettiamo per paura di essere rifiutati, non essere accettati, di essere abbandonati, di sentirci soli.

Quante pene provocano queste paure? Quante difficoltà incontriamo negando ciò che siamo? Non ci sono perché, non ci sono colpevoli come non ci sono vittime, ma ci siamo noi.

In ogni istante, se sentiamo le vibrazioni del nostro cuore possiamo essere i veri creatori della nostra vita, della nostra realtà e della nostra vera natura.

Abbiamo a disposizione un’opportunità: LA VITA.

La vita è il potere che guarisce, ma nel corso dei tempi abbiamo perduto la capacità di utilizzarlo. Se permettiamo a noi stessi di entrare in contatto con il potere dentro ciascuno di noi, ci risveglieremo da questo intorpidimento offuscante, da questa fitta nebbia.

Coloriamo la nostra vita dei colori dell’arcobaleno, liberiamo la nostra forza, viviamo ogni singolo colore dal più luminoso al più buio, sapendo che la loro fusione è il bianco…LA LUCE.

Liberiamo il sacco che ha raccolto nel tempo tutte quelle parti che non piacevano agli altri, la rabbia che abbiamo accuratamente depositato, le insicurezze che ci hanno frenato e ciò che abbiamo dovuto imparare ad essere.

Liberiamo ciò che realmente siamo,
liberiamo la nostra parte selvaggia e istintuale,
liberiamo la nostra LIBERTA’.

Congediamoci dai condizionamenti, dalle convinzioni, dalle memorie nostre e del mondo, non interferiamo con quel che muore.
Solo accettando “la loro-nostra” morte potremo trasformare la nostra energia e rafforzare la vita.

“Lasciamo morire… lasciamo vivere” e permettiamo a questo ritmo naturale e fondamentale di manifestarsi. È il ciclo della vita.

Il compito della nostra vita è quello di fare esperienza di questa unità-unicità presente in noi.

Cristiana Naldi

DIAGNOSI PRECOCE DI CANCRO, NUOVE POSSIBILITA’?

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L’intervista alla Professoressa Paterlini – Bréchot: «Il metodo ISET permette di riscontrare la presenza di cellule tumorali in chi ha avuto un tumore e chi è a rischio molto prima rispetto ai metodi tradizionali». Ma la comunità scientifica rimane scettica…di Cesare Buquicchio

Prevedere l’insorgenza del tumore anni prima rispetto ai metodi tradizionali, quindi pet, tac e risonanza magnetica. È questo l’obiettivo finale che la ricerca della Professoressa Patrizia Paterlini-Bréchot, docente di Biologia cellulare e molecolare presso l’Università di Parigi Descartes, intende raggiungere. In che modo? Con il metodo ISET, «una finestra sul futuro», come lei stessa lo ha definito più volte, su cui tuttavia bisogna ancora lavorare tantissimo. Abbiamo chiesto alla Professoressa Paterlini-Bréchot, nata e cresciuta nel Reggiano ma trasferitasi in Francia da giovanissima, come funziona questo metodo e in che modo potrà cambiare il modo in cui combattiamo contro il cancro.

Professoressa lei ha brevettato il metodo ISET, può spiegarci di che cosa si tratta?

«Si tratta di un metodo che permette di estrarre dal sangue delle cellule che derivano dagli organi, tra le quali possono esserci cellule tumorali. Attualmente sono due i fini che intendiamo raggiungere con questo metodo: l’identificazione delle cellule tumorali nei pazienti con tumore, che consente quindi di sapere se il tumore diventa invasivo, se c’è una recidiva che si sta preparando; e l’identificazione delle cellule tumorali in pazienti in cui il tumore non è ancora stato diagnosticato. Le conseguenze positive della prima applicazioni sono, penso, evidenti, perché ci permette di bloccare rapidamente le metastasi, la prima causa di morte dei pazienti con tumore solido. La seconda applicazione invece è una scoperta molto recente e utilizzabile, per adesso, nei pazienti a rischio di sviluppare diversi tipi di tumore. La particolarità del metodo è che non usa antigeni, ma è interamente basato sulla dimensione delle cellule: visto che le cellule degli organi sono più grandi delle cellule del sangue, è possibile ‘filtrarle’ in un modo molto sofisticato, consentendoci di trattenere le cellule e di analizzarle».

Qual è la validazione scientifica di questo metodo? Può dirci qualcosa sulle sperimentazioni che sono state fatte?

«Per quanto riguarda la prima applicazione di cui parlavamo prima, quindi quella nei pazienti con tumore, ci sono state tantissime pubblicazioni indipendenti che hanno dimostrato un importante valore prognostico dell’identificazione delle cellule tumorali in tantissimi tipi di tumore: al polmone, al colon, al fegato, nella zona otorino laringoiatrica, melanomi e sarcomi, solo per citarne alcuni. L’applicazione del test nei soggetti a rischio di sviluppare un tumore è invece molto nuova. Con il primo studio a livello internazionale sono stati studiati 168 pazienti con broncopatia ostruttiva, a rischio quindi di sviluppare tumore del polmone, che sono stati seguiti per 6 anni. Tramite il test sono state riscontrate delle cellule tumorali che invece lo scanner non aveva trovato: il tumore quindi era ancora piccolissimo, ma le cellule risultavano già reperibili da uno a quattro anni prima rispetto ai metodi tradizionali. Sono stati quindi immediatamente operati e adesso sembrano guariti. Nel 2017 poi è stato pubblicato lo studio di un gruppo australiano che ha studiato 254 pazienti a rischio di vari tipi di tumore (donne con la mutazione BRCA 1, BRCA2, a rischio quindi di cancro al seno, pazienti con poliposi del colon a rischio quindi di tumore del colon, o ancora pazienti a rischio di tumore ai polmoni): il 50% di questi pazienti è risultato avere cellule tumorali. Il follow up di questo studio è stato molto più corto rispetto al precedente, di 10 mesi, ed essendo i pazienti seguiti con l’imaging, a 10 mesi il tumore è stato riscontrato nel 20% dei pazienti. Scoprire molto più precocemente il tumore, quando è ancora piccolissimo, è indubbiamente molto importante».

Quali sono gli obiettivi finali che si potrebbero raggiungere andando avanti con la ricerca?

«L’analisi del sangue che facciamo oggi è la stessa da quasi 100 anni. Visto che siamo a conoscenza dell’esistenza di queste cellule rare da più di 15 anni, vorremmo arrivare ad un’analisi del sangue che, praticamente allo stesso costo di quella attuale, cerchi anche queste cellule rare, in modo tale da poter agire subito nel caso in cui si riscontri la presenza di segnali di allerta».

Oggi invece cosa può fare un paziente che volesse sottoporsi al test? Si diceva che si potesse acquistare online, è vero?

«No, assolutamente, non si può comprare online. Online c’è solo un sito con tutte le informazioni sul test: che cos’è, cosa dice, cosa non dice, quali limiti ha, le risposte che può dare, in che casi si può fare, eccetera. Adesso il test è rivolto soprattutto ai pazienti con tumore ma per legge non si può rifiutare ai pazienti che vogliono fare il test anche in assenza di tumore. Ma in ogni caso per adesso è ancora molto artigianale. Viene prodotto in tre centri al mondo: ce n’è uno in Francia, uno in Italia e uno a Los Angeles. D’altro canto sono necessari moltissimi controlli, moltissime precauzioni, molti marcaggi nelle cellule, un team di citopatologi veramente in gamba. Il fine è, ovviamente, di poterlo proporre su larga scala, cosa che ci consentirebbe di abbassare il prezzo, ma mantenendo sempre la stessa qualità».

Tuttavia, nonostante la natura rivoluzionaria di queste scoperte, dopo la sua partecipazione a Porta a Porta qualche mese fa, è stata duramente attaccata, in particolare dagli oncologi italiani. Secondo lei come mai?

«Guardi le dico la verità, io sono un medico convertito a ricercatore, quindi la mia missione è parlare alla gente. È per questo motivo che in Francia ho accettato di scrivere un libro e di partecipare a questa trasmissione televisiva. Sinceramente non mi aspettavo una reazione di questo tipo, però bisogna dire che è normale. Forse questi oncologi hanno pensato che mi credessi chissà chi, che volessi salvare il mondo… Forse l’hanno presa come una manifestazione di arroganza, ma io non sono così, l’arroganza non fa parte del mio carattere, anche perché io penso sinceramente che ancora non abbiamo fatto niente. Noi vogliamo che la mortalità per tumore diminuisca, e non so se riuscirò a vedere con i miei occhi questo risultato. Sono state dette molte cose nei miei confronti, però nessuno ha mai detto che prima d’ora nessuno studio era arrivato a fare diagnosi prima dell’imaging. Hanno detto che lo studio non fosse validato, ma io ho sempre detto che c’erano studi in tal senso, completamente indipendenti e non sovvenzionati dall’industria. Quindi, sinceramente, non ho ben capito di cosa mi accusassero… però la gelosia è umana, quindi questa reazione in qualche modo è umana».

Quali sono, da un punto di vista burocratico, le azioni che state intraprendendo, anche per arrivare all’introduzione del test nei servizi sanitari?

«In Francia abbiamo preso i contatti con chi di dovere per il rimborso del test. Ci hanno risposto che lo conoscono molto bene e che dobbiamo riempire un dossier, ma per raccogliere tutti i dati che ci chiedono serve più di un anno. Stiamo lavorando in questo senso e poi, se avremo fortuna, potremmo dare un rimborso temporaneo solo ai pazienti a rischio di tumore al polmone. Per adesso, ovviamente per motivi economici, è impossibile ottenerlo per tutti i tipi di tumore. Sa, per la ricerca servono moltissimi finanziamenti, la ricerca è carissima. Poi, per carità, la stessa cosa si può fare con molta meno qualità e con molti meno controlli, ma ovviamente in quel caso si assicura molto meno ai pazienti. Noi lavoriamo in un campo molto nuovo, in cui è quindi necessario un rigore assoluto a tutti i livelli: dello strumento, di come è usato, di come si opera sulle cellule, del modo in cui le cellule sono analizzate, eccetera. Ovviamente questo costa tanto, e se arrivano i soldi da privati, col fine ultimo di fare molti soldi e magari rapidamente, non si possono assicurare tutti questi controlli… E noi non vogliamo essere forzati nel nostro modo di fare le cose, altrimenti tanto vale fare un altro mestiere…».     

 da www.sanitainformazione.it

VITA, MOVIMENTO, DISTACCO E TECNICA METAMORFICA

bruco-farfalla

 Come abbiamo più volte scritto perchè avvenga la trasformazione occorrono due condizioni fondamentali:

la prima è che ci sia vita
la seconda che nulla di esterno interferisca durante il processo

come praticanti siamo solo catalizzatori, non stimoliamo nulla e tanto meno la tecnica metamorfica produce, stimola o scioglie ma è solo ed esclusivamente la FORZA VITALE  liberata del ricevente che attualizzerà il suo potenziale.

Come praticanti mettiamo semplicemente a disposizione uno spazio libero da interferenze, manipolazione e volontà all’interno del quale la persona può meravigliosamente essere, senza dare consigli o direzione alcuna.

Ricordiamoci che solo noi possiamo sapere cosa è bene e perfetto per noi, come solo noi possiamo respirare , amare o dormire “per noi”. Cristiana Naldi

LA CRISALIDE E LA FARFALLA

“Divenendo crisalide, il bruco ha praticamente completato la sua trasformazione in Lepidottero. Tuttavia, ha ancora una prova da superare per diventare una vera farfalla: deve riuscire a rompere il bozzolo nel quale è avvenuta la trasformazione per potersene liberare e prendere il volo.
Al contrario del bruco, che ha tessuto il suo bozzolo a poco a poco, in maniera graduale, la futura farfalla non può liberarsene allo stesso modo, lasciandolo gradualmente.
Dovrà raccogliere abbastanza forza nelle ali da riuscire a rompere questa costrizione fatta di seta in un unico tentativo.
È grazie a questa prova e alla potenza che richiede di accumulare nelle giovani ali che la farfalla sviluppa la muscolatura in grado di farla volare in seguito.
Un giorno, apparve un piccolo buco in un bozzolo; un uomo che passava per caso, si mise a guardare la farfalla che per varie ore, si sforzava per uscire da quel piccolo buco.
Dopo molto tempo, sembrava che essa si fosse arresa ed il buco fosse sempre della stessa dimensione.
Sembrava che la farfalla ormai avesse fatto tutto quello che poteva, e che non avesse più la possibilità di fare niente altro.
Allora l’uomo decise di aiutare la farfalla: prese un temperino ed aprì il bozzolo. La farfalla uscì immediatamente.
Però il suo corpo era piccolo e rattrappito e le sue ali erano poco sviluppate e si muovevano a stento.
L’uomo continuò ad osservare perché sperava che, da un momento all’altro, le ali della farfalla si aprissero e fossero capaci di sostenere il corpo, e che essa cominciasse a volare.
Non successe nulla! In quanto, la farfalla passò il resto della sua esistenza trascinandosi per terra con un corpo rattrappito e con le ali poco sviluppate.
Non fu mai capace di volare.
Ciò che quell’uomo, con il suo gesto di gentilezza e con l’intenzione di aiutare non capiva, era che passare per lo stretto buco del bozzolo era lo sforzo necessario affinché la farfalla potesse trasmettere la forza del suo corpo alle sue ali, così che essa potesse volare.
Era la forma con cui la Vita la faceva crescere e sviluppare”.
Da Giorgio Bisirri

TECNICA METAMORFICA, AMORE E TRASFORMAZIONE

blog

 

“…Da tempo immemorabile le generazioni sono venute e andate, hanno vissuto, generato figli e sono scomparse. Noi siamo gli effetti delle loro azioni e ciò che facciamo oggi influenzerà le generazioni future. Ogni pensiero che noi elaboriamo, ogni azione che compiamo ha risultati diretti e indiretti: gli anelli nella grande catena di causa ed effetto.
Possiamo dire che un fatto è avvenuto per caso, ma nel dire così stiamo semplicemente esprimendo la nostra ignoranza della causa da cui il fatto è sorto, e che noi non siamo in grado di percepire o di comprendere. Tutto accade in conseguenza della legge di causa ed effetto e ciò che chiamiamo ‘caso’ è semplicemente un esempio del mancato riconoscimento della legge.

Questo è il Principio che afferma: ogni cosa influenza tutto il resto. Per lungo tempo fino al presente, il nostro modo di comprendere l’Universo ci ha tenuto prigionieri di questa catena causale degli eventi. Ora tuttavia abbiamo a nostra disposizione l’energia per liberarci di quel determinismo attraverso il Principio della Corrispondenza. Stiamo rendendoci conto che ogni cosa può in effetti influenzare tutto il resto allo stesso modo in cui il riflesso di un’immagine nello specchio si altera con il cambiare dell’immagine.

C’ è un fattore che è a disposizione dell’umanità da tempo immemorabile e che ci consente di liberarci dalle catene di causa ed effetto. E’ l’amore, il quale permette di raggiungere il livello su cui funziona la frequenza della nostra vibrazione fondamentale; questa consapevolezza ci aiuterà a portare alla coscienza le esperienze che in passato non abbiamo affrontato appieno, esperienze che consumavano una quantità di energie per sostenere la loro presenza. E ciò può anche aiutarci ad affrontare le esperienze dalle quali stiamo fuggendo nel presente.. L’amore ci consente di portare a termine situazioni lasciate in sospeso, e così di liberare quell’energia che potremo usare per approfondire la nostra percezione della realtà, per metterci in sintonia e affinare il nostro essere.” Gaston Saint Pierre

Negli ultimi quarant’anni anni circa, Gaston Saint-Pierre sviluppò la Tecnica Metamorfica, un semplice approccio all’autoguarigione e allo sviluppo personale che attinge ampiamente all’Induismo, al Buddhismo, all’Islam, al Cristianesimo e alla letteratura esoterica occidentale. Tale approccio agisce come catalizzatore degli schemi di energia (cioè la forza vitale), consentendoci di trasformare senza sforzo la nostra vita e di passare da chi siamo a chi possiamo essere in accordo con i Principi Universali…I Principi Universali e la Tecnica Metamorfica -Gaston Saint Pierre

TECNICA METAMORFICA, CONDIZIONAMENTI E MEMORIE

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Credenze e convinzioni NON nostre condizionano la nostra vita inconsciamente

«Ciò che generalmente agisce più fortemente sulla psiche del bambino è quella parte della vita dei genitori (e degli avi) che essi non hanno vissuta.» (C.G.Jung – Introduzione a F.G.Wickes “Il mondo psichico dell’infanzia” )
Introduzione
(a cura di Emanuele Casale)
Se questa frase di Jung risuona dentro di noi come una verità è perché nel profondo sappiamo bene quanto della nostra vita è inconsciamente influenzato da non vissuti, credenze, idee, convinzioni, credi di altri (famiglia, società, gruppo di appartenenza, ecc.).
Molto forti sono proprio i cosiddetti condizionamenti familiari. Ma a volte siamo noi stessi ad auto-crearci delle convinzioni atte a distoglierci dalla nostra felicità, dal nostro prendere seriamente il proprio processo di individuazione con tutte le responsabilità che esso può portare.
Qualcuno diceva che la felicità nessuno la vuole perché… richiede responsabilità e libertà.
Ora lasciamo la parola ai grandi…
BUONA LETTURA!

Consapevoli delle catene dei condizionamenti
«Tutti gli ostacoli di John erano giudizi: suoi personali, di un amico o di un familiare. E quei giudizi stavano determinando la sua vita.
Purtroppo la maggior parte di noi è nella stessa situazione: permettiamo alle nostre convinzioni interiori di controllare la nostra vita.
È interessante scoprire che i nostri amici e familiari di solito ripetono le stesse convinzioni che abbiamo adottato: ci convincono, o noi li convinciamo, che quei giudizi sono veri.
Recentemente ero a una festa con diversi amici di John: quando ho intavolato l’argomento della sua musica, tre persone diverse mi hanno ripetuto quasi parola per parola i motivi per cui John non poteva sfondare nel mondo della musica.
Aveva ricavato quei giudizi limitativi dai suoi amici, o li aveva convinti a credere alle sue stesse convinzioni? Comunque fossero andate le cose, John non stava impegnandosi a realizzare i suoi veri desideri.
La decisione di cambiare la propria vita è una cosa seria. Dopo anni di lavoro con la gente ho scoperto che molti amano parlare di cambiamenti, ma sono riluttanti ad abbandonare comportamenti che li tengono bloccati all’interno di schemi negativi.
Hanno fiducia nelle loro ragioni ma non nei loro sogni.»
(Illumina il tuo lato Oscuro – Debbie Ford. Macro Edizioni 2012, p.182)
«Dalle nostre famiglie adottiamo inconsciamente molte convinzioni e il resto delle scelte esistenziali che compiamo è improntato da queste convinzioni senza nemmeno che ci poniamo la domanda:
“Ciò di cui sono convinto mi dà potere?”
Spesso ci limitiamo semplicemente a seguire le orme dei nostri familiari. (…) Il pregiudizio, la sofferenza, la colpa e la vergogna si trasmettono: i tuoi problemi sono davvero tuoi o li hai ereditati dalle generazioni precedenti?»
(Illumina il tuo lato Oscuro – Debbie Ford, p.131)
«Qualcuno di noi non solo si trascina dietro il passato, ma anche quello dei suoi genitori. La sofferenza viene tramandata di generazione in generazione, e se tutto questo non viene messo in dubbio, non riusciremo mai a spezzare il ciclo.»
(Illumina il tuo lato Oscuro – Debbie Ford, p.128)
« (…) era inconsciamente più impegnato a credere agli ostacoli che non a scoprire la validità della sua visione.
Dobbiamo svelare tutte le convinzioni che ci impediscono di raggiungerei nostri obiettivi: le chiamo “impegni inespressi” perché sono patti che facciamo con noi stessi per non raggiungere i nostri veri obiettivi.»
(Illumina il tuo lato Oscuro – Debbie Ford, p.180)
«Di regola, quel tipo di vita che i genitori avrebbero potuto vivere, se ragioni artificiali non l’avessero loro impedita, si trasmette ai figli in forma contraria, e cioè, la vita dei figli si trova inconsciamente orientata in modo tale, che essa compensa quanto i genitori non hanno potuto realizzare nella loro.»
(C.G.Jung)

fonte: http://www.jungitalia.it/…/condizionamenti-e-convinzioni-n…/

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IL RITORNO AL SENTIRE, IL RITORNO ALLA VITA

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Abbiamo tutti attraversato un periodo a tratti scorrevole a tratti tortuosissimo, le nostre forze sembravano vacillare; ci siamo dimenticati chi eravamo e forse non ci siamo mai riconosciuti travestiti da maschere che non ci appartenevano ma che per paura abbiamo indossato.

Siamo rimasti per anni imprigionati e soffocati da condizionamenti che ci portiamo da vite infinite.
Ci siamo allontanati, ci siamo persi, ma ora con presenza, silenzio e perseveranza ci stiamo ritrovando.
Questa lunga e dolorosa notte buia ci ha permesso di rilasciare vecchie e stagnanti energie e di armonizzarci con la luce della vita.
Stiamo rinascendo, ci guardiamo allo specchio e finalmente cominciamo a sorridere, a riconoscerci.
Abbiamo lottato per scoprire la nostra identità, per conquistare il nostro spazio, per essere indipendenti da legami forzati.

I nostri cuori palpitano e scalpitano, hanno sete di verità, di un amore timido e delicato, di una vita semplice e libera da catene.
Sorridiamo, continuiamo a sorridere con fiducia alla vita, la luce del nostro cuore abbraccerà il nostro passato, la nostra vita.
Il nostro presente accoglierà con amore i nostri misteriosi e invisibili progetti per condurci ad essi a braccia aperte, per dargli forma e vita.

Il controllo delle emozioni e il controllo della vita ci ha impedito, per anni, di vivere la nostra autenticità.
La paura ci ha congelato e bloccato edificando palazzi all’interno dei quali ci siamo isolati da noi stessi e dal mondo.

E’ giunto il momento di smantellare le nostre prigioni, spalancare i cancelli della tanto temuta libertà, sperimentare le nostre profondità e di affidarci al nostro sentire, non importa che sia approvato o giudicato ma resta il NOSTRO SENTIRE che urla la sua presenza, chiede di essere ascoltato; siamo da esso fuggiti per paura e insicurezza ma ora tutto è cambiato, esso non ci ha mai tradito ma sempre sostenuto, diamogli fiducia.
Con esso costruiamo la nostra vera casa, voliamo nello spazio infinito dell’eternità, respiriamo, amiamo, accogliamo e doniamo.

Abbracciamo la libertà, abbracciamo la nostra anima forte e delicata ed insieme percorriamo la via dell’amore che tutto dissolve e tutto crea.

Siamo qui,
per ritrovarci,
per scoprirci,
per amarci,
prendiamoci per mano.

Siamo VITA in continuo movimento,
danziamo immersi nella soave melodia del nostro cuore.

Cristiana Naldi

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L’INVASIONE DEGLI PSICOFARMACI: SI MUORE PIU’ DI ANTIDEPRESSIVI & Co CHE DI EROINA

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Psicofarmaci a tutto spiano e a tutte le età sono prescritti ogni giorno per affrontare dal più lieve disagio fino a quadri clinici importanti. Vediamo come il trend è riuscito a mettere radici e crescere negli ultimi anni, non solo oltreoceano e non senza conseguenze. A fare il punto della situazione ci hanno pensato Alberto Caputo, psichiatra e psicoterapeuta e Roberta Milanese, psicologa e psicoterapeuta con il libro “Psicopillole – Per un uso etico e strategico dei farmaci“, edito da Ponte alle Grazie (256 pp, 18 euro).

Psicofarmaci: boom di prescrizioni e incassi

Tra il 1999 e 2013 le prescrizioni di psicofarmaci sono duplicate negli Usa, la tendenza europea è analoga: si muore di più per overdose da farmaci psichiatrici che non per eroina.

L’Italia è la quarta in Europa seconda l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, per la spesa relativa all’acquisto di psicofarmaci e sempre secondo Aifa sono 12 milioni gli italiani che assumono psicofarmaci”  dichiara Roberta Milanese, ricercatore associato del Centro di Terapia Strategica di Arezzo e docente della Scuola di specializzazione in Psicologia Breve Strategica.

“La spesa complessiva è di 3 miliardi e 300 milioni di euro l’anno. Gli psicofarmaci sono la maggior fonte di entrata per case farmaceutiche.  Nel mondo, per gli psicofarmaci si spendono 900 miliardi di dollari l’anno: metà negli Usa, un quarto in Europa e un quarto nel resto del mondo”.

Altro dato che fa riflettere: mezzo milione di persone sopra i 65 anni, muore ogni anno negli Stati Uniti a causa degli psicofarmaci.

La corsa a chiedere e prescrivere psicofarmaci 

“Diciamo che possiamo individuare una tendenza a prescrivere e una tendenza a usare troppo i farmaci di questo tipo” spiega Albero Caputo. “Spesso e volentieri il farmaco rappresenta una soluzione,  una via breve che però non risolve il problema“.

Esempio: da una parte non dormi e il medico ti dà subito qualcosa per dormire oppure sei triste e chiedi un farmaco e il medico te lo prescrive. Insomma, c’è sia facilità alla richiesta dello psicofarmaco sia alla prescrizione da parte del medico. Come uscirne? Usare il farmaco in modo etico dal punto del prescrittore, e da un punto di vista strategico da parte del paziente. Un buon approccio psicoterapico aiuta a cambiare la propria vita ed affrontare i problemi. E nelle forme più lievi di depressione una buona psicoterapia  funziona meglio addirittura di un farmaco.

Nelle depressioni lieve e moderate la psicoterapia è altrettanto efficace e può facilitare la cura. E molti studi dimostrano che in questi casi funziona molto bene l’esercizio fisico. Nella reazione acuta da stress (es dopo incidente stradale che non ti fa dormire), invece, il farmaco può aiutare, ma per brevissimi periodi. In generale gli psicofarmaci è meglio prenderli per il minor tempo possibile.

Pillola della felicità e criteri di diagnosi sempre più estremi

La ricerca della pillola per la felicità, invece, è a tutti gli effetti un fenomeno sociale. Una richiesta in qualche modo supportata dalla bibbia della psichiatria, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) sempre più rapido e frettoloso, per esempio, nel favorire l’equazione sono triste = depresso = malato.

Vediamo meglio nel dettaglio. “Se l’umore è depresso, c’è mancanza di sonno, di appetito e altri sintomi, nel DSM5 (2013), l’ultima versione di questo manuale, dopo 15 giorni si è dichiarati malati” spiega Milanese. Infatti bastano due settimane per essere classificati clinicamente depressi, mentre nella versione 1980 del Manuale (DSMIII) questi sintomi dovevano esserepresenti per un anno prima di poter essere appunto dichiarati clinicamente depressi. Nel DSM IV (1994) erano sufficienti due mesi”.

Risultato:  nel 2015 oltre 350 milioni di persone nel mondo sono state diagnosticate depresse di cui 4,5 milioni in Italia. Secondo l’Oms nel 2020 la depressione sarà la malattia mentale più diffusa. Ovviamente se i criteri vengono cambiati, così come è successo, per esempio, in caso di lutto: 15 giorni sono pochi per superare l’evento ed è facile ritrovarsi tutti depressi.

“Se teniamo conto che il mondo assicurativo e medico devono basarsi su criteri condivisi e si basa su queste categorie che sono state ampliate, è facile immaginare la ricaduta di questa classificazione.” aggiunge Milanese.

Bambini e adolescenti: in aumento del 40% l’uso di psicofarmaci 

L’Aifa nel 2017 ha ripetuto che farmaci per bambini adolescenti sono pericolosi e il 26 aprile 2017 il Parlamento Europeo ha aperto un’interrogazione parlamentare su questo tema. “In Europa tra 2005 e 2012 l’uso di antidepressivi per bambini e adolescenti è aumento del 40 per cento nonostante siano stati ritenuti inefficaci e pericolosi.” dichiara Milanese.

L’indagine dell’Istituto di ricerca farmacologica Mario Negri di Milano ha rilevato che sono circa 400 mila i bambini e adolescenti assistiti ogni anno per disturbi mentali  in Italia dal servizio sanitario nazionale e tra i 20 e 30mila quelli che ricevono psicofarmaci. Lo studio è del 2016 e questi dati escludono chi si rivolge a medici privati quindi c’è un sommerso notevole. E non è tutto. Gli antidrepressivi sono risultati non efficaci su bambini e adolescenti secondo una ricerca pubblica su Lancet nel 2016 e condotta dall’Università di Oxford. E ancora, nel 2016 un’analisi pubblicata sul British Medical Journal ha dimostrato che il rischio suicidio raddoppia nei bambini e adolescenti che assumono antidepressivi.

La stessa cautela è necessario per gli anziani, che possono avere carenze di tipo metaboliche, sono “politrattati”, cioè prendono tanti altri farmaci, quindi si può creare interazione. Nell’anziano e nel giovane le regole sono start low, go slow, parti basso e fai delle variazioni molto lentamente.

Ma cos’è uno psicofarmaco? 

“E’ un farmaco che ha un utilità specifica sul sistema nervoso centrale – spiega  Caputo – Di solito esiste un recettore specifico nel cervello su cui il farmaco fa effetto, molto mirato”. In pratica questi farmaci hanno il compito di influenzare l’attività psichica sia normale sia patologica. “Il problema è che oltre ad andare sui recettori interessati, sono farmaci “sporchi” che agiscono su molti altri ricettori, è per questo motivo che si hanno effetti collaterali.” continua Caputo. Inoltre il problema è che il sistema centrale è molto complesso quindi i neuroni possono avere recettori di diversi tipi e possono essere anche diffusi anche in tutto il sistema.

Per dirla con una metafora questi farmaci sono come una pioggia che bagna fiori diversi e così si possono avere tanti effetti collaterali sia centrali sia periferici. “Ad esempio, gli antidepressivi tricicli usati in passato potevano portare alla morte se presi ad alte dosi, perché ad alte dosi agiscono sul cuore: potevano dare un blocco cardiaco – spiega Caputo – Una volta erano gli unici che avevamo, oggi sono superati.”

Gli effetti collaterali 

Da una parte i farmaci devono essere prescritti con una competenza altissima, dall’altra, di solito, le persone sottovalutano gli effetti collaterali o di accumulo ( es. nel caso dello benzodiazepine, se vengo prese per troppo tempo e in modo eccessivo non si smaltiscono  facilmente). “Oppure esiste l’effetto additivo: quando gli psicofarmaci vengono mescolati, ad esempio, con alcol o droghe o senza saperlo con altri farmaci. Per esempio l’antistaminico più le benzodiazepine creano un effetto additivo, che ovviamente non fa bene né a breve né a lungo termine.” spiega Caputo.

Nuovi farmaci hanno preso il posto di altri, e nel tempo gli effetti collaterali sono cambiati, ma non scomparsi. “In passato, per esempio,  venivano usati farmaci antipsicotici che magari davano certi effetti collaterali, come i  movimenti involontari – aggiunge Caputo –  I nuovi farmaci,  invece, danno problemi metabolici e i pazienti ingrassano o si ammalano di diabete.”

Uno psicofarmaco si può prendere solo con la ricetta medica? Chi lo può prescrivere?

Gli psicofarmaci richiedono tutti la ricetta medica, qualunque medico la può prescrivere mentre lo psicologo non può prescrivere farmaci. “Un’indicazione più specifica arriva dallo specialista psichiatra e neurologo, ma anche il medico di base può intervenire in merito e dal suo punto di vista dovrebbe valutare l’entità del disturbo e decidere se trattarlo in modo autonomo o inviare allo specialista pubblico o privato.” chiarisce Caputo.

Il peso dell’informazione non corretta

Va considerato anche la presenza radicata di un’informazione sui disturbi psicologici che non è sempre corrispondente al vero. Tutti i disturbi sono impropriamente assimilati a malattie del cervello e ancora resistono teorie obsolete, come l’ipotesi di una carenza di serotonina come causa nella depressione, che sono state ormai smentite dalla ricerca medica.  “E’ chiaro che se al grande pubblico passa l’idea che ogni disturbo sia legato a uno squilibrio neourochimico dei neutrasmettitori la soluzione non potrà che essere uno psicofarmaco, ma se consideriamo che moltissimi disturbi sono di natura psichica, emotiva, relazionale la soluzione andrà cercata in interventi di tipo psicoterapeutico come nel caso dei disturbi d’ansia, alimentari o di difficoltà relazione.” spiega Milanese.

Quando gli psicofarmaci sono necessari?

“Tendenzialmente andrebbero prescritti nelle malattie psichiche in cui si presume che ci sia una base biologica, per esempio, le psicosi, i disturbi come schizofrenia, disturbo delirante, il disturbo bipolare e la depressione grave con sintomi psicotici – spiega Caputo –  In questi casi c’è un’indicazione, i farmaci offrono non cura ma sollievo dai sintomi, un possibile riequilibrio ed eventualmente una protezione da eventuali ricadute, per esempio nel disturbo bipolare.”

Si tratta infatti di disturbi che richiedono frequenti interventi e ricoveri ricorrenti e la prognosi nel lungo periodo può non essere buona. In questo caso lo psicofarmaco è la parte centrale della cura, è ciò che permette altri importanti interventi di tipo psicoterapeutica, psicosociale e riabilitativo. In certi casi l’uso può essere cronico altri volte prevede la sospensione, dopo un tempo congruo di somministrazione.

E quando è meglio ricorrere alla psicoterapia

Nei disturbi da ansia, attacco panico, ossessivo compulsivo, ipocondria, fobie, disturbi alimentari, anoressia, bulimia in cui la terapia elettiva è la psicoterapia  i farmaci possono ostacolare il processo di guarigione.

“Ad esempio, nel caso  dell’ansia il paziente impara ad appoggiarsi come a una stampella allo psicofarmaco, ma non attiva le risorse per superare la paura che è alla base del disturbo, quindi abbassa ansia ma non supera paura.” spiega Milanese. Solo la psicoterapia può guarire, perché il farmaco può gestire ma non risolve e anzi più delle volte complica, e questo è comprovato da dati di ricerche scientifiche, raccolti nel libro “Psicopillole”.

E’ stato dimostrato anche dalle neuroscienze, e in particolare da Joseph Ledoux, neuroscienziato autore del libro  “Ansia”, che il farmaco può aiutare a gestire i sintomi di un disturbo ma la guarigione, cioè la totale risoluzione del disturbo, può essere ottenuta solo tramite la psicoterapia.

Questo perché i veri cambiamenti del cervello avvengono grazie a esperienze e apprendimento che nessun farmaco ci può dare. Ciò dimostra che se vogliamo veri cambiamenti, questi devono essere di natura neuroplastica e vengono favoriti dagli interventi di psicoterapia. “Per esempio, se io ho paura di andare in autostrada, se prendo un farmaco mi si abbassa la paura ma il problema non si risolve. – spiega Milanese – Se voglio guarire mi serve una psicoterapia che lavori sulla paura,  così da modificare la mia percezione della paura. E favorire i cambiamenti neuroplastici di cui parla Ledoux”.

Angela Pucchetti da Business Insider Italia

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