UNA NUOVA ERESIA: I BATTERI FANNO BENE

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Era il 2006, quando a Rockville, nel Maryland, all’ Institute for Genomic Research, Steven R. Gill e i suoi colleghi riuscirono per la prima volta a sequenziare il genoma di batteri contenuti nell’intestino di due individui. Inizialmente, forse, non si comprese del tutto la portata storica della scoperta ma, poco per volta, i ricercatori si resero conto di aver trovato l’esistenza di un legame che collegava dieta, stile di vita, età e provenienza geografica con il tipo di batteri che risiedevano nell’intestino degli esseri umani. Con queste scoperte si posero le basi per una diversa visione dell’uomo e per una nuova Medicina.
Infatti, grazie a questa prima intuizione e al lavoro dei 5 anni successivi, questi ricercatori giunsero così alla scoperta che l’uomo non è solo nel suo lungo viaggio  della vita ma, ospita un numero impressionante di batteri, che vivono in simbiosi con lui e il cui numero e varietà si modificano sulla base di una serie di fattori legati allo stile di vita.
Non meno stupefacente, al di là della scoperta o riscoperta della simbiosi intestinale e del mutuo vantaggio della stessa, fu la comprensione della generalizzabilità del modello simbiotico ad altri settori, come la pelle, le vie respiratorie, i genitali ecc. e l’intuizione della massa incredibile di informazioni, le quali ci raggiungono attraverso l’apporto di una gran quantità di geni, che ci sono necessari per sopravvivere ed adattarci a un mondo in continuo cambiamento. Questo enorme patrimonio venne ribattezzato microbioma umano.

Che cos’è esattamente il microbioma umano? Con questo termine viene definito l’insieme dei microrganismi che in maniera fisiologica, o talvolta patologica, vivono in simbiosi con il corpo umano e di tutti i geni che essi sono in grado di esprimere.
Per comprendere la portata rivoluzionaria di questa scoperta bisogna ricordare come la nascita della microbiologia si sia basato soprattutto sullo studio dei batteri patogeni e sullo sviluppo di un quadro coerente con questa impostazione, in cui il microbo ricopre essenzialmente la funzione di nemico. Secondo questa visione, tutti i bacilli sono patogeni, e quindi vanno, anche preventivamente, distrutti, perché prima o poi loro distruggeranno noi. Questa concezione, sbagliata, è ben presto diventata una credenza che ha portato con sé pratiche igieniche aggressive ed ossessive, oltre ad un ricorso indebito e smisurato a disinfettanti tossici a all’uso di antibiotici al primo starnuto, nella convinzione, erronea, che tutto ciò fosse in grado di prevenire il rischio di infezioni. Queste pratiche si sono poi diffuse alla coltivazione agricola industrializzata, nonché agli allevamenti intensivi e, più in generale, alla produzione di cibo sempre su base industriale. La distruzione indiscriminata dei microbi e del loro patrimonio genetico – il microbioma, appunto – associata all’alterazione delle abitudine dietetiche e dello stile di vita, ha portato con sé una serie di effetti collaterali, che la maggior parte delle persone ancora ignora. Già, perché l’evoluzione delle conoscenze scientifiche ci ha portato a guardare al nostro corpo non più come a un semplice organismo, ma piuttosto come a un super-organismo, ovvero ad un ecosistema complesso, in grado di funzionare grazie al perfetto equilibrio di una componente genetica mista, composta cioè, in parte da geni umani e in parte da geni batterici. E, se gli interventi curativi o preventivi alterano questo equilibrio, i danni che si producono sono inimmaginabili.
Può stupire, infatti,  che si senta correlare sempre più spesso all’alterazione del microbioma umano, l’aumentata incidenza di molti disordini autoimmuni, di malattie infiammatorie intestinali, di malattie metaboliche, di diabete e obesità, di malattie cardiovascolari, di disturbi d’ansia, di alcuni tumori dell’apparato gastrointestinale e molto altro ancora.
Eppure, noi oggi sappiamo che il nostro corpo contiene una quantità enorme di microrganismi batterici, da cui prende in prestito molti geni che servono a produrre sostanze, che gli sono necessarie per il funzionamento, e che tutte le volte che una parte di questi batteri viene distrutta – con i loro geni – gli equilibri relativi, che sono presenti all’interno di questo eco-sistema, si alterano e rimangono alterati per mesi e talvolta per anni. Si producono, così, gravi scompensi fisiologici, che a lungo andare possono dare origine alle cosiddette malattie del progresso, malattie che sembrano indissolubilmente legate all’acquisizione del benessere e che sono sconosciute nei Paesi più arretrati e più poveri del mondo.

Se si dovesse raccontare una storia sul microbioma, l’inizio più appropriato potrebbe essere: una volta era il germe. In effetti i microrganismi unicellulari furono le prime forme di vita che fecero la loro comparsa sulla Terra, dove regnarono incontrastati per circa tre miliardi di anni, capaci di resistere alle condizioni più estreme. Inoltre, grazie a batteri azoto-fissatori, i terreni divennero fertili e  grazie ai cianobatteri ossigeno-produttori, l’atmosfera assunse progressivamente l’aspetto che oggi conosciamo.
Oltre a ciò, bisogna ricordare che i cloroplasti e i mitocondri, gli organuli fondamentali  della respirazione delle cellule vegetali e animali, derivano dall’evoluzione di primitive forme batteriche e questo ci dà l’idea di quanto stretta sia la relazione, che si è stabilita nel corso dell’evoluzione, tra le cellule batteriche e le altre forme di vita presenti sul nostro pianeta.

Esito di questa lunga collaborazione, sono i circa 100 trilioni di cellule batteriche, in gran parte localizzate nel tubo digerente, che ogni giorno ci portiamo in giro.
Per capire l’enormità del dato, basta considerare che le cellule dell’organismo sono circa 10 trilioni. La prima conseguenza, di cui non abbiamo ancora valutato la portata è che circa il 99 % della componente genetica è proprio di origine batterica. In effetti, possiamo spingerci ad affermare che l’uomo possiede non uno, ma due genomi; il primo – fisso ed immutabile – ereditato dai genitori attraverso i cromosomi umani, e il secondo – molto più dinamico – acquisito dai batteri che coabitano il suo corpo. Come conseguenza di ciò, possiamo affermare, in prima ipotesi, che le informazioni provenienti dal genoma batterico incrementano e supportano quelle provenienti dal genoma umano e costituiscono un elemento cardine per l’ adattabilità dell’uomo all’ ambiente che lo circonda.

Da questi cenni derivano due conseguenze:
1) una politica votata al tentativo di sterminio acritico di questi microrganismi, nell’errata convinzione che potessero essere nocivi, non solo si è rilevata intrinsicamente sbagliata, ma è votata ad un radicale insuccesso. In realtà, è sempre più evidente che microbi e uomini vivono in un delicato sistema in equilibrio, proteggendo il quale l’uomo riuscirà a sconfiggere le principali malattie del progresso ed accrescere il suo benessere.
2) tenuto conto della grande esposizione del microbioma all’ambiente in cui l’uomo vive, non si può non considerare il grande impatto delle abitudini dietetiche, dello stile di vita, oltre che del continuo utilizzo di sostanze antibatteriche per uso esterno (disinfettanti) e interno (antibiotici) su questo ecosistema microbico e quali effetti ne possano conseguire per la nostra salute in generale.

Per comprendere appieno l’azione dei batteri sulla salute dell’uomo consideriamo, ora, una serie di malattie, che includono malattie autoimmuni, malattie infiammatorie intestinali, malattie psichiatriche, malattie neurologiche di tipo degenerativo, tumori, diabete, obesità, malattie metaboliche, malattie cardiovascolari ecc. ovvero le principali cause di morbilità e mortalità sviluppatesi negli ultimi 50 anni, tra i ceti più ricchi dei Paesi evoluti. Più di altre esse sembrano correlate alle modificazioni dell’ambiente, della dieta, dell’attività fisica. Non secondario sembra, comunque, essere il cambiamento nei rapporti con i microrganismi che affollano il mondo che ci circonda.

Queste malattie tanto più gravi quanto meno efficaci sono le terapie attualmente a disposizione per il loro trattamento, sono tanto più frequenti e tanto più precoci quanto più alterato risulta lo stile di vita.
Ora bisogna qui ricordare che la flora batterica, originariamente composta quasi esclusivamente da lattobacilli, si differenzia progressivamente e aumenta in quantità  e varietà fino a rassomigliare al microbioma umano dell’adulto. Questo processo è molto delicato e facilmente esposto all’azione di antibiotici, che sono in grado di far regredire il processo.
Tutto ciò permette di capire perché lo stato di salute si possa modificare nel corso della vita, come conseguenza delle modifiche intervenute nel microbioma. Infatti, il processo evolutivo dello stesso è quanto mai delicato e facilmente esposto ai danni di sostanze tossiche e ad alterazioni dello stile di vita.
Le alterazioni dello sviluppo e della differenzazione di tanti batteri determina il venir meno dei geni accessori del nostro patrimonio genetico, con una diminuzione delle capacità adattive della fisiologia dell’uomo.

La scoperta che l’uomo è un organismo complesso, che presenta due diversi genomi, è destinata  a cambiare radicalmente il modo in cui la scienza si è finora approcciata alla Medicina, alla Nutrizione e alla Salute in generale.
Si è così incominciato a capire che, probabilmente la nutrizione e la dietetica sono veramente, come diceva Ippocrate, la prima Medicina. Non a caso la flora batterica intestinale produce una serie di geni, utili a sintetizzare molti enzimi necessari per l’assorbimento dei nutrienti, che determineranno quale alimento, in che quantità e con che velocità verrà estratto e indirizzato al nostro metabolismo intermedio.

Ormai sappiamo come la dieta rientri tra i fattori che influiscono sulla composizione del microbioma e come sia possibile prevedere il microbioma di un individuo sulla base delle sue abitudini dietetiche, permettendo una classificazione degli individui in enterotipi, che si differenziano tra loro sulla base delle diverse tipologie di flora batterica, associabili a specifici comportamenti alimentari.
Il principale fattore, che pare influire sulla selezione batterica, è la presenza/assenza di fibra alimentare e la presenza/assenza di carne o latticini nella dieta. Una dieta ricca di fibre alimentari tende a selezionare una flora Tipo Prevotella, che rappresenta l’enterotipo delle popolazioni africane, mentre una dieta povera di fibre e ricca di carne e latticini, tende a selezionare una flora Tipo Batteroide, che rappresenta invece l’enterotipo dominante negli abitanti dei Paesi industrializzati.
Ormai molti studi dimostrano che la dieta migliore per selezionare i batteri che sembrano essere i più salutari per l’uomo dovrebbe includere molte fibre alimentari e grassi vegetali naturali ed essere sufficientemente variata, in quanto alla varietà della dieta corrisponde una maggiore diversità del microbioma. E si è visto che la diversità nel microbioma è un indicatore di salute. E’ proprio la progressiva scomparsa  della fibra vegetale e dei grassi vegetali naturali dalle tavole degli abitanti dei Paesi maggiormente evoluti ad essere ritenuta una delle cause principali di alterazione del microbioma umano, insieme all’abuso di farmaci antibiotici , da cui originano poi le cosiddette malattie del progresso.

Una medicina, che curi in modo rispettoso la nostra genetica batterica e soprattutto che nutra adeguatamente i nostri compagni di viaggio, parrebbe essere dunque la modalità più efficace per costruire salute e benessere e per agire da preventivo nel lungo periodo. In questo periodo di grandi dibattiti pro o contro gli antibiotici, pro o contro i vaccini, pro o contro l’omeopatia, siamo proprio sicuri che non sia una colpevole sottovalutazione di un sistema di cura efficace ed ecologico, basato su una struttura, il microbioma, cui molto probabilmente l’uomo deve la sua stessa sopravvivenza attraverso i millenni?

Grazie all’approccio della Medicina Funzionale si è in grado di valutare tutti i fattori disturbanti del nostro microbioma ed impostare una terapia di riequilibrio valutando una corretta alimentazione ed integrazione di batteri utili al ripopolamento equilibrato del nostro sistema.

Dott. Mauro Piccini

Abstract: Omeopatia oggi n. 58

PERCHE’ SIAMO GRASSI, I FIGLI HANNO L’ASMA E LE FIGLIE ADOLESCENTI SONO ALTE UN METRO E OTTANTA? UNA NUOVA E PIU’ MODERNA VISIONE SCIENTIFICA DEL MONDO MICROBICO E’ ORMAI NECESSARIA

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Oggi sappiamo che nel corpo umano il numero delle cellule batteriche supera di 1,3 volte (fino a 10 volte) quello delle cellule umane.
Le infezioni sono la conseguenza di un microbo nel posto sbagliato e al momento sbagliato; ma sul terreno biologico in quel momento più adatto a farlo sviluppare come patogeno.
Conta il terreno biologico individuale, quindi, più del batterio.
Per migliaia di anni le nostre cellule e i microbi hanno vissuto in una simbiosi pacifica che ha garantito l’equilibrio e la salute del nostro corpo.
Ma negli ultimi 70 anni abbiamo affrontato le infezioni batteriche con l’equivalente di un armamentario imponente – un attacco di ampio spettro con un arsenale terapeutico non indifferente contro tutti i batteri indistintamente – invece di cercare di comprendere nelle sfumature della biologia individuale il come coesistere con i batteri, creando una reciproca dipendenza con eventuali periodici e transitori dissapori.
Dato che le popolazioni batteriche si stanno sempre più sviluppando in ceppi resistenti agli antibiotici comunemente utilizzati, è arrivato il momento di riconsiderare il nostro rapporto coi microbi all’interno di nuovi paradigmi scientifici.
La nostra esperienza di medici hahnemanniani a continuo contatto clinico con il paziente, da anni ci fa formulare queste considerazioni, anche grazie alle sempre più moderne scoperte della microbiologia più avanzata e aggiornata.
Il concetto della campana di vetro a cui affidare la salute delle genti diviene oggi sempre più fragile e inefficacie, soprattutto alla luce di una antibiotico-resistenza sempre maggiore e diffusa.
Le considerazioni su questo argomento sono aperte ed in continua evoluzione, ma il medico moderno deve porre in continua discussione le conoscenze che riteneva acquisite, facendo proprie le dimensioni più avanzate del sapere scientifico e medico scientifico in particolare, non valutando il futuro attraverso la misura e i contenuti dei lavori scientifici del passato.
Il rischio, infatti, sarebbe quello di rimanere drammaticamente al palo, incarcerati in visioni vecchie e superate, trasformandoci in novelli Cardinal Bellarmino resi stolti dall’essersi rifiutati di guardare attraverso il connocchiale del moderno Galileo Galilei.

Con piacere, quindi, condividiamo qui di seguito l’interessante articolo  di ANDREA ROSSI (Fonte: La Stampa.it) dal Titolo:
Sempre più allergici e malati. Ma a rafforzare i nostri bimbi saranno i microbi africani“.

Un articolo divulgativo molto utile, soprattutto per i non addetti ai lavori, per comprendere come in campo medico-scientifico stia sempre più emergendo una consapevolezza scientifica e clinica nuova, dalle prospettive di particolare interesse e portata.
Buona lettura!!
F.to Equipe medica Istituto SIMOH
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Fonte Articolo: La Stampa.it del 10.05.2017

“È in atto una migrazione sotterranea, impercettibile, ma tumultuosa e inarrestabile. Valica le frontiere, si muove a cavallo delle persone o degli eventi atmosferici.
Sta scaricando sull’Europa – e sull’Italia che ne è l’avamposto – milioni di microbi, funghi, batteri provenienti dall’Africa.
Non sembrano destinati a distruggerci. Anzi, rischiano di aiutarci a combattere uno dei nostri peggiori – e trascurati – mali: la perdita di biodiversità, nell’ambiente ma soprattutto nel nostro organismo.

Ci stiamo impoverendo. Sempre meno batteri, sempre meno vari. A Firenze, un team di ricercatori studia da anni i microrganismi del nostro corpo basandosi sui big data ricavati da sequenze di Dna.

«L’industria alimentare e i suoi processi, la sanificazione, l’utilizzo massiccio di antibiotici negli allevamenti hanno contribuito a debellare molti agenti nocivi, ma hanno finito per estirparne anche di essenziali», rivela Duccio Cavalieri, professore al dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze.

«Un esempio sono i probiotici, che acquistiamo per reintrodurre nel nostro corpo elementi un tempo naturalmente presenti».

Aver eliminato funghi, batteri, microbi sta contribuendo all’esplosione di malattie auto immuni, infiammazioni, allergie.

«Il sistema immunitario fin dalla nascita si abitua a riconoscere i microrganismi buoni da quelli che non lo sono», spiega Carlotta De Filippo, microbiologa all’Istituto di Biologia e biotecnologie agrarie del Cnr di Pisa. «Tuttavia, poiché la varietà microbica con cui entra in contatto è sempre minore, reagisce a ogni novità come se fosse patogena. E sviluppa infiammazioni».

Si spiega così il boom dei malanni del nuovo millennio. E perché molti – che fino a vent’anni fa insorgevano in persone adulte – attacchino sempre prima.
Il numero di bambini soggetti ad allergie alimentari è schizzato del 20% in dieci anni: in Italia uno su venti – secondo l’Organizzazione mondiale dell’allergia – ne soffre.

Tra 6 e 12 anni, il 7% ha dermatite atopica, il 15% di rinite allergica e il 9% di asma. Stesso discorso per le malattie auto immuni, come il morbo di Chron: il 25% dei nuovi casi ha meno di vent’anni.

La diffusione delle infiammazioni croniche intestinali è raddoppiata nell’ultimo decennio, con 8 bimbi su 100 mila colpiti e un’età di insorgenza scesa a 10 anni.
E ancora: artriti reumatoidi, coliti ulcerose, sclerosi multipla, diabete di tipo 1. «La correlazione tra la diffusione e precocità di questi mali e la riduzione della varietà microbica è assodata», assicura De Filippo.

Siamo diventati fragili. Meno ricchi. Una ricchezza di cui l’Africa, da cui moltitudini cercano di fuggire, abbonda. La grande migrazione, tra i tanti effetti, potrebbe celarne uno finora poco indagato: milioni di batteri stanno invadendo l’Italia.

Nelle popolazioni africane si annida una grande quantità (e varietà) di microrganismi che il nostro mondo ha perso. I ricercatori fiorentini l’hanno scoperto mettendo a confronto alcuni bambini toscani con coetanei del villaggio Boulpon, nel Burkina Faso. «Hanno il triplo di acidi grassi a catena corta, antinfiammatori naturali», racconta Cavalieri. E soprattutto hanno concentrazioni di patogeni inferiori: l’Escherichia (responsabile di cistiti, infiammazioni alle vie urinarie) è presente in misura quattro volte superiore nei bambini italiani, la Salmonella otto volte tanto, la Shigella (dannosa per l’intestino) sette volte, la Klebsiella (agente delle infiammazioni alla vie aeree, come la polmonite) quasi quindici.

La differenza sta nei nutrimenti: fibre, amido non raffinato e altre fonti vegetali, pochi grassi animali, ma soprattutto niente industria alimentare. «I bambini africani vivono  in un ambiente fortemente contaminato», ragiona il professor Cavalieri. «Eppure i principali patogeni umani si ritrovano in quantità decisamente minori, perché hanno una ricchezza microbica che li difende. Noi non ce l’abbiamo più».

Le popolazioni africane potrebbero aiutarci a recuperarne una parte. Nell’ecosistema sta già accadendo qualcosa di simile. Nel 2014 una nevicata ha riversato sulle Dolomiti grandi quantità di sabbia del Sahara. Non era la prima volta ma quell’anno il gelo ha cristallizzato per mesi l’ambiente. La sabbia conteneva milioni di funghi e batteri: intere famiglie si sono trasferite, oltrepassando il deserto e il Mediterraneo, per colonizzare le Alpi. Il disgelo le ha riversate nell’arco di poche ore. Poteva essere una catastrofe. Invece no. Un gruppo di ricercatori (Cnr, Fondazione Edmund Mach, atenei di Firenze, Innsbruck e Venezia) ha prelevato campioni dal suolo dolomitico e li ha analizzati per tre anni. Per scoprirne l’origine, hanno ricostruito le traiettorie atmosferiche e il Dna dei microrganismi ritrovati, confrontandoli con dati campionati in tutto il mondo. Il risultato è sorprendente: i microrganismi sub-sahariani si sono adattati all’ambiente alpino e, anziché stravolgerlo, lo stanno arricchendo. «Questi eventi sono la diretta conseguenza dei cambiamenti climatici, saranno sempre più frequenti», spiegano i coordinatori del team, Cavalieri, Tobias Weil e Franco Miglietta. «Andranno monitorati nel tempo ma per ora possiamo dire che gli effetti positivi sono prevalenti rispetto a quelli problematici».

Lo stesso – fatte le dovute proporzioni – potrebbe accadere agli esseri umani. In fondo anche noi siamo un ecosistema: in una persona di 70 chili, i microrganismi ne valgono almeno 2. I nostri sono sempre più standard.

SINTOMI CARDIACI ED ALIMENTI

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Il cuore che batte al parossismo o che salta nel petto nei momenti più impensati ha sempre messo in allerta pazienti e medici. Si tratta di fenomeni che possono dipendere da anomalie elettriche o anatomiche del cuore, ma spesso non vengono comprese fino in fondo nelle loro cause e solo trattate sintomaticamente.

Ultimissime ricerche hanno permesso di comprendere che molte aritmie cardiache sono strettamente correlate a citochine infiammatorie come TNF-alfa, BAFF, IL6 e altre ancora.

Che si tratti di palpitazioni, di fibrillazione atriale, di tachiaritmie o di extrasistoli, la possibilità che il fenomeno si facilitato o addirittura scatenato dall’incremento di alcune specifiche citochine è sempre più dimostrato.

Questo risulta dalla pubblicazione nel febbraio 2017 su Trend in Cardiovascular Medicine della documentata azione del TNF-alfa nelle aritmie della malattia cardiaca di Chagas (Cruz JS et al, Trends Cardiovasc Med. 2017 Feb;27(2):81-91. doi: 10.1016/j.tcm.2016.08.003. Epub 2016 Aug 11) oppure dalla pubblicazione su PLoS One nel 2016 da parte di un gruppo di ricerca cardiologico statunitense della evidenza che nella fibrillazione atriale la presenza di IL6 (interleuchina 6) sia un fattore predittivo indipendente da altre comorbidità (Amdur RL et al, PLoS One. 2016 Feb 3;11(2):e0148189. doi: 10.1371/journal.pone.0148189. eCollection 2016).

Significa che l’infiammazione, comunque indotta (e per noi quella alimentare è di fondamentale importanza), è in grado di facilitare o indurre in modo autonomo le alterazioni del ritmo cardiaco.

Si tratta di effetti che vanno oltre agli stimoli “farmacologici” diretti esercitati da alcuni cibi o da alcune bevande, come la caffeina, l’alcol, i formaggi e certi cibi molto fermentati (ad esempio le banane molto mature). Parliamo di effetti dovuti allo stimolo infiammatorio e alla azione delle citochine provocate dal contatto con il cibo.

Una  ricerca statunitense del 2016 ha dimostrato in modo preciso che anche le pericolose aritmie postinfartuali, quelle che insorgono dopo un fatto ischemico o un infarto cardiaco, possono dipendere dalla presenza di citochine specifiche e non solo da un fenomeno elettrico, come si era continuato a pensare fino a poco tempo fa.

Le ricerche condotte in ambito allergologico negli anni 80 e 90 dell’ultimo secolo, quando ancora si usava il termine ormai in disuso di “intolleranza alimentare”, avevano già messo in evidenza che la presenza di una ipersensibilità alimentare potesse determinare fenomeni anche molto evidenti di alterazione del ritmo cardiaco.

De Luca nel 1990 aveva pubblicato i risultati di una ricerca con la quale aveva studiato con metodica “Holter” (rilevando in continuo per 24 ore il ritmo cardiaco) bambini con ipersensibilità già nota, effettuando prove di carico a livello intestinale. Il suo studio evidenziò un innalzamento della frequenza cardiaca esattamente contemporaneo alle reazioni di tipo intestinale e polmonare dovute alla reattività alimentare, molto evidenti durante la fase di challenge o di carico (De Luca L et al, Pediatr Med Chir, 1990; 12; 2: 139-145).

Questo fatto confermava, già allora, che alcuni fenomeni di disturbo del ritmo cardiaco che non fossero causati da anomalie specifiche del cuore potessero dipendere da uno stimolo infiammatorio indotto, a livello intestinale, dall’incontro col cibo. Significa che misurare il livello di infiammazione e comprendere il profilo alimentare di una persona può viceversa contribuire (con la dieta corretta) alla guarigione o al miglioramento di queste forme.

Un altro  fenomeno cardiologico drammatico che ora vede coinvolte le citochine infiammatorie è la cosiddetta “Sindrome del Q-T lungo” che è causa di molte aritmie gravi e sembra essere correlata ai casi di cosiddetta “morte in culla”.

Già nel 1989 Petrus, in uno studio francese pubblicato su Allergie et Immunologie, aveva descritto un caso di morte in culla ascrivibile specificamente a un fenomeno elettrico indotto dalle reazioni infiammatorie dovute ad una allergia al latte vaccino (Petrus M et al, Allerg Immunol (Paris). 1989 Feb;21(2):77-8).

In medicina le conoscenze sul cibo hanno però bisogno di molti anni per arrivare a una maggiore definizione e infatti nel novembre 2015 è stata pubblicata una review su In Vivo che descrive gli effetti delle differenti citochine infiammatorie (tra cui anche quelle correlate all’alimentazione) in grado di interferire sul ritmo cardiaco determinando un allungamento del tempo Q-T (Sordillo PP et al, In Vivo. 2015 Nov-Dec;29(6):619-36).

Questi studi aprono moltissime possibilità di diagnosi e di terapia. Basti pensare alla possibilità di impostare il giusto e personalizzato schema di alimentazione in ogni persona che abbia avuto un infarto, fin dai primi momenti post ischemici, oppure pensare ad una dieta preventiva che possano seguire le mamme che allattano nei primi mesi in cui il rischio di “torsione di punta” è maggiore.

Sappiamo con certezza che le diete “giuste” non sono più diete “standard”, ma diete che considerino i profili alimentari personali e i livelli individuali di infiammazione: ad ogni persona la sua dieta.

Quindi  dobbiamo aggiungere alcuni disturbi cardiaci alle patologie autoimmuni come a Morbo di Crohn, colite ulcerativa, rosacea, psoriasi, tiroidite di Hashimoto, artrite reumatoide e altre ancora) dove si è vista una strettissima connessione con il tipo di alimentazione, che come sappiamo è in grado di fare crescere i livelli di BAFF e di indurre numerose malattie con questo correlate.

Va sempre considerata anche la importante componente emotiva che guida spesso forme aritmiche non infiammatorie o che complica quelle infiammatorie, ma si tratta di una indicazione che trova applicazione in tutti i campi della medicina.

La buona notizia è che i livelli di citochine infiammatorie si possono oggi misurare con molta più facilità di un tempo e una semplice analisi può aiutare a definire il piano alimentare individuale che aiuti a ridurre l’infiammazione e contribuire al controllo di questi fenomeni.

Di fronte ad una aritmia cardiaca non motivata da cause anatomiche o elettriche ben definite, con una sintomatologia non univoca e priva di possibili basi organiche, la ricerca della infiammazione da cibo e di una modalità alimentare personalizzata è non solo plausibile, ma ora, su base scientifica, sta diventando necessaria.

Utilizzando l’approccio della medicina funzionale è possibile determinare molti dei fattori di sovraccarico che portano ad esprimere un aumento delle citochine infiammatorie. Eliminare i fattori disturbanti ed effettuare una terapia di controregolazione di queste citochine permette di affrontare non farmacologicamente molti sintomi e disturbi che vengono avvertiti a livello cardiaco.

COME SI INVENTANO LE MALATTIE

FARMACI

Dalla sfera sessuale a quella emotiva, passando per le modificazioni fisiologiche legate all’età, siamo tutti ottimi potenziali clienti delle case farmaceutiche.
Recita, infatti, il loro slogan: ” Ogni persona sana è un potenziale malato” a cui vendere sempre più farmaci.

Per identificare la deriva aggressiva di Big Pharma è stato coniato il termine ” disease mongering,” cioè” vendere malattie”. Un nome, ormai riconosciuto da tutta la comunità scientifica, per indicare le strategie poco etiche con cui le case farmaceutiche, con l’alleanza di professionisti sanitari e di organizzazioni interessate, cercano di convincere le persone sane che sono malate e quelle malate che lo sono gravemente.

Le case farmaceutiche stanno così sempre di più influenzando la nostra percezione di salute, cercando di imporre la loro visione di normalità, sempre più dipendente dall’assunzione di farmaci.

Un ambito dove questo avviene in modo marcato, per esempio, è quello della psiche: tratti caratteriali o alcuni comportamenti particolari vengono sempre più spesso classificati come malattie, da curare con psicofarmaci  o, ancora, si cerca di farci dipendere sempre di più dalle cosiddette ” lifestyle drugs”, medicine che puntano non a farci guarire, ma a portare le nostre prestazioni agli standard sempre più elevati richiesti da uno stravolto concetto di normalità.

Le strategie utilizzate sono molte. Un caso tipico è quello di un fenomeno naturale, spesso legato all’età, trasformato in un problema di salute per il quale bisogna ricorrere a dei farmaci: per esempio la menopausa o la calvizie. Un’altra strada è far diventare disturbi lievi o esperienze comuni malattie più serie che è necessario curare: un esempio è la colite, spesso risolvibile con semplici accorgimenti e modificazioni della dieta, che diventa ” sindrome del colon irritabile”, naturalmente con farmaco apposito.
Succede così che si inventino nuove malattie, anche con l’appoggio dei medici: per esempio i normalissimi disagi premestruali diventano una malattia psichiatrica.
Un’altra via è presentare un semplice fattore di rischio, dal livello di colesterolo nel sangue alla diminuzione della densità ossea, come una malattia da curare.

Per rafforzare queste tattiche, ci si assicura l’appoggio di nomi noti della medicina, per influenzare i medici di base sulla necessità di diagnosticare e trattare con i farmaci il disturbo.
Anche finanziare le associazioni di pazienti aiuta a crearsi una sponda.
Secondo uno studio indipendente ( pubblicato su Plos medicine) le case farmaceutiche investirebbero più nel marketing che nella ricerca: 57 miliardi di dollari contro 30 miliardi.
Paradossalmente, i primi a subire gli effetti negativi del vendere malattie sono gli stessi pazienti, che si vedono prescrivere farmaci inutili, se non addirittura pericolosi.
Non solo: la via del farmaco ha ormai soppiantato molti altri modi per mantenersi in salute, incentrate su corrette abitudini di vita, in particolare su una sana alimentazione; magari questi metodi richiedono più tempo e pazienza, ma sono sicuramente meno aggressivi e danno risultati più duraturi.

Queste strategie mirano a creare allarmismo, per convincere le persone della necessità di curarsi, con conseguente sviluppo di disagio e ansia sulla propria salute.

In conclusione, si dimentica che gli interventi medici hanno sempre una certa dose di rischi e possono avere effetti indesiderati: il beneficio che un individuo può trarne deve sempre essere maggiore.
Grazie al porta a porta negli ambulatori, al finanziamento di convegni e ricerca, alle sponsorizzazioni, per fare solo alcuni esempi, si creano alleanze informali tra aziende e medici, le società di pubbliche relazioni, le autorità sanitarie e le associazioni dei pazienti. Tutti contribuiscono a forzare la nostra visione della malattia, orientandola verso una sempre maggiore dipenzenza dai farmaci.

Una ricetta valida per contrastare la deriva farmacocentrica è quella di dare un’informazione il più possibile indipendente. E per fortuna ci sono persone che lavorano per farlo, svincolate dagli interessi di Big Pharma. Le associazioni di consumatori europee, per esempio sono molto attive nel contrastare il fenomeno. Anche tra i medici e i ricercatori c’è chi lotta contro i condizionamenti. C’è chi lo fa mettendo a disposizione archivi di informazione mediche indipendenti e chi si è dato regole rigorose nella pratica medica ( es. l’associazione ” No grazie pago io”.

CASI ESEMPLARI

Intestino irritabile : il farmaco è stato peggio.
Per il trattamento della comune colite, ora denominata sindrome dell’intestino irritabile sono stati introdotti due farmaci ad hoc. Due medicine, LotronexGsk e Zelnorm Novartis, sono state approvate in fretta e furia dall’ente americano per la sicurezza dei farmaci e vendute a milioni di americani senza adeguate garanzie di sicurezza. Risultato: centinaia di pazienti finiti in ospedale per gravi effetti indesiderati e persino alcuni decessi. I farmaci sono stati in seguito ritirati, ma solo dopo avere causato diversi danni. Per fortuna non sono mai arrivati in Italia.

Viagra per tutti, anche a chi non serve.
L’ambito della sessualità è un terreno fertile per le case farmaceutiche che vogliono incrementatre i loro profitti. Per esempio da quando è stato inventato il Viagra, la casa farmaceutica Pfizer e le altre aziende che producono farmaci simili hanno investito enormi risorse per far passare all’intera popolazione maschile il messaggio che la ” normalità” è avere una sessualità sempre prestante e senza la minima defaillance. Se all’inizio il farmaco era stato pensato per curare l’impotenza, oggi viene proposto per la ” disfunzione erettile”, un termine in cui far rientrare una sempre più larga fetta di popolazione, tra cui anche chi ha solo problemi occasionali, del tutto fisiologici, ma in perfetta salute.

Psiche sotto tiro, curare anche la timidezza.
Da molti anni, in psichiatria, ai assiste all’allargamento della sfera dei disturbi mentali. L’influenza delle case farmaceutiche è evidente: se c’è una nuova pillola da approvare, bisogna introdurre nei manuali diagnostici la malattia per cui è stata creata. Ecco quindi disturbi come l’ansia sociale, una malattia poco diffusa, allargata fino ad includere la timidezza grazie ad una campagna pubblicitaria, o come il ” disturbo disforico premestruale”, la vecchia, normalissima sindrome premestruale, rivestita in chiave catastrofica. Risultato: uso sempre più frequente di antidepressivi.

La casa farmaceutica Glaxo, ha rispolverato un vecchio antidepressivo che non faceva più cassa, il Paxil, inculcando in milioni di americani la convinzione che grazie al suo rimedio avrebbero sconfitto la timidezza. Oggi è noto che il Paxil dà problemi di dipendenza e che negli adolescenti, come gli altri antidepressivi, aumento il rischio di suicidi.
La Lilly invece ha riverniciato il famoso Prozac ( antidepressivo in scadenza di brevetto), cambiandogli nome, Sarafem, e confezione, per proporlo alle donne che mal sopportano i giorni che precedono il ciclo. L’Europa per ora ha frenato questa deriva, togliendo il disturbo premestruale dalle indicazioni terapeutiche. Secondo le autorità UE , donne con una fisiologica irritabilità o ansia dovuta allo sbalzo ormonale potrebbero ricevere erroneamente una diagnosi di malattia, essendo portate così a un uso improprio di antidepressivi.
Meditate gente meditate.

Da” Test salute” dell’ associazione consumatori Altroconsumo.

I GRASSI ALIMENTARI IN RIVOLUZIONE: DIBATTITO APERTO

Various animal & plant fats & oils

Gli ultimi due anni hanno sicuramente scosso le certezze relative alla divisione dei grassi in “buoni e cattivi”. Molte delle convinzioni che hanno guidato le scelte terapeutiche e preventive negli ultimi anni si rivelano quanto meno imprecise se non del tutto errate. Inoltre, il fatto che i risultati di alcuni importanti lavori effettuati su decine di migliaia di persone siano stati tenuti nascosti al mondo scientifico per lungo tempo, qualche perplessità tra i ricercatori l’ha sicuramente generata.

I grassi saturi sono risultati molto meno dannosi del previsto, grazie a studi come quello pubblicato da De Souza sul BMJ  che, una volta effettuata una correzione dei valori del colesterolo di partenza, ha evidenziato che il rischio del loro uso è molto scarso. È un articolo basato sulla revisione di lavori relativi a quasi mezzo milione di persone, che non rileva alcuna correlazione tra malattie cardiovascolari e assunzione di grassi saturi. Motivo per cui è nato il motto “Butter is back” (Il ritorno del burro).

I veri “colpevoli” sono gli acidi grassi trans (tra cui ricordiamo gli oli cotti, anche se provengono da grassi polinsaturi molto sani “da crudi”) che portano in modo inequivocabile a un aumento del rischio cardiovascolare (+20%) e del rischio globale di morte da tutte le cause (+40%).
Intorno a questi risultati si è scatenata una battaglia tra scienziati, lobby farmaceutiche e alimentari e giornali, ma nonostante le numerose sollecitazioni, il BMJ ha mantenuto, su solide basi scientifiche, il sostegno alla validità del lavoro dei suoi referenti scientifici.

Aiuta a riflettere il dibattito pubblico intervenuto nei mesi successivi, attraverso un articolo di Neal Barnard  e un articolo di Nina Teicholz  pubblicato sullo stesso BMJ.
Il tema più rilevante è stato però sollevato nel 2016, con la pubblicazione da parte di Ravanskov  di una analisi retrospettiva di lavori importanti e tenuti fino ad allora parzialmente nascosti, per mezzo della pubblicazione di soli dati parziali, pratica che ostacola la conoscenza della verità metodologica e scientifica. Si tratta di un lavoro fatto da universitari e ricercatori internazionali che pone addirittura seri dubbi sulla “ipotesi colesterolo” fino a oggi ritenuta valida. La loro revisione, applicata a circa 70.000 persone, ha confermato che dopo i 60 anni, la mortalità per tutte le cause, compresa quella per malattie cardiovascolari, non appare significativamente correlata con i livelli di colesterolo. Una vera rivoluzione concettuale. A questo si aggiunge la pubblicazione dei lavori di Ramsden  che ha segnalato come la riduzione dei livelli di colesterolo ottenuta durante il Minnesota Coronary Experiment (studio degli anni ’70 che coinvolse longitudinalmente circa 10.000 persone) non ha minimamente modificato il rischio di mortalità da eventi cardiovascolari. Il dibattito è ancora fortemente aperto.

da Nutrizione 33

 

MALATTIA COME SIMBOLO 3° PARTE

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Il dolore che si manifesta sul piano fisico è sempre il riflesso di un dolore morale che non ha trovato altro modo per esprimersi. Ed è spesso per evitare si essere sommersa che la nostra coscienza si mette al riparo da questo dolore morale, deviandolo almeno in parte nel corpo. L’emozione, a volte, è tale da poter affondare l’immagine che abbiamo di noi, per la quale proviamo a volte un tale attaccamento, che come se non esistesse altro nella vita.

L’immagine del capitano della nave che non l’abbandona nel naufragio evoca la necessità di “mollare” secondo la quale basterebbe coltivare il distacco, lasciare andare la collera, le emozioni e perdonare, e così via.

L’idea non è sbagliata, ma cos’è che bisogna mollare? Non serve a nulla al malato che soffre di sciatica sentirsi dire che dovrebbe lasciare andare la sua collera.

Le cose non sono così semplici, perché il tutto avviene a nostra insaputa, e la nostra difficoltà non sta tanto nel mollare la presa, quanto nel riconoscere. Mollare la presa deriva dalla presa di coscienza e questo in modo del tutto naturale ed indolore. La difficoltà non sta tanto nel prendere le distanze, quanto nel riconoscere ciò che sta succedendo.

Ecco perché ho parlato di punto cieco a proposito dello stress. Ci salva il fatto di avere due occhi e dunque la capacità di vedere la situazione che ci ha presi in trappola da una prospettiva diversa.

 L’essere umano è causa di sofferenza e di danni intorno a sé, in quanto essere imperfetto. Ci è facile ritenerci vittime, senza essere sempre consapevoli dei guai che noi stessi causiamo; accettare l’imperfezione umana è l’inizio del perdono autentico, che si presenta come una comprensione profonda e uno slancio del cuore.

Altra forma di perdono, che desidero menzionare, non è tanto un perdono ma quanto piuttosto un riconoscimento, che avviene quando prendiamo coscienza della nostra parte di responsabilità in quanto ci accade. In situazioni conflittuali, accade raramente che il torto stia tutto da una parte sola, e se da un lato siamo innocenti, dall’altro abbiamo le nostre responsabilità. La questione vera, quando tutto questo ci fa ammalare, è capire cosa quel conflitto sottolinea dentro di noi e perché questo ci fa star male. Guardare la situazione con onestà richiede un grande distacco da se stessi, il che è anche l’inizio della guarigione.

Uno dei principali ostacoli alla nostra libertà, come anche alla nostra comprensione, è il diniego. Attraverso  la malattia cerchiamo di preservarci e talvolta questa proiezione è talmente efficace che non filtra assolutamente nulla sul piano conscio.

La libertà non consiste nel liberarsi delle persone che ci stanno intorno o dei nostri obblighi, perché non vuol dire necessariamente “ cambiare vita”; si tratta invece di liberarci di certe illusioni che hanno intrappolato per troppo tempo la nostra coscienza. Non possiamo cambiare il mondo esterno solo perché così decretiamo, ma l’esterno muta quando, dentro, siamo liberi.

Proprio come lo stress, la malattia che combattiamo è una medaglia a due facce.: da un lato è nemica, ma dall’altro tenta di guarirci.

La malattia cerca di guarirci dall’emozione che l’ha generata.

Gestiamo le emozioni complesse attraverso il corpo e non ce nulla di male nel farlo. La malattia è un evento naturale, di cui non bisogna colpevolizzarsi, proprio come non dobbiamo colpevolizzarci per non riuscire a guarire dopo aver letto molti libri sull’argomento.

La malattia fa parte della condizione umana e deve essere una fase da accettare come tale.

Allora l’incontro con ciò che può guarirci avviene solo per caso ( e come diceva Einstein, “il caso è la maschera che  Dio assume quando non vuole farsi riconoscere”) quando siamo pronti e si prepara attraverso una serie di tappe silenziose, per mezzo delle quali la malattia cerca di liberarci dalla nostra sofferenza.

Dott. Mauro Piccini

MALATTIA COME SIMBOLO 2° PARTE

MALATTIA-COME-SIMBOLO-02

 

Come è possibile immaginare che attraverso la malattia e la sofferenza stiamo preservando qualcosa?

Quello che diciamo attraverso la malattia è che abbiamo ragione di aver male.

Con la malattia, in qualche modo noi ci giustifichiamo, giustifichiamo la fondatezza dei sentimenti che proviamo, mostrando che non sono una visione mentale bensì una realtà oggettiva.

Con la malattia abbiamo le prove della nostra sofferenza, ma di tutto questo non siamo coscienti e il prezzo da pagare è alto.

Prendiamo a testimone il corpo, attraverso il quale anche le persone che ci stanno accanto diventano testimoni. Se dite ad una persona che soffre, che il suo è un disturbo psicologico, probabilmente vi ribatterà che a lei fa male e che quel male è reale. E anche aggiungerà anche che voi, che avete la fortuna di star bene, non potete capire che cosa sta passando.

Siamo malati e bisogna che i nostri cari vi si adattino; facendo della nostra sofferenza morale una realtà fisica, togliamo loro la possibilità di ignorarla o di prendere le distanze rispetto a questa realtà. Ma , in realtà, siamo noi i primi a soffrirne e l’impotenza delle persone care nel darci sollievo ci lascia da soli.

Solitamente si incrimina lo stress come causa iniziale della malattia.

Tuttavia la nostra vita è piena di preoccupazioni, delusioni, rabbie. Gli stress con cui ci confrontiamo sono molti e permanenti.

Ma allora ogni volta ci ammaliamo? Certo che no. Ci vuole un altro fattore perché lo stress ci faccia ammalare. E questo non dipende dall’intensità dello stress, ma da altre due cose: il luogo in cui lo stress si manifesta e la complessità dell’emozione che proviamo.

Quella che per uno è una situazione drammatica, per una altro è solo un’esperienza senza rilevanza.

Stress è un termine inglese che significa “ sottolineare” , “ mettere l’accento su qualcosa”.

Immaginate l’esempio della quercia e del giunco.

Si scatena una tempesta, il giunco si piega e si adatta, mentre la quercia è troppo rigida e finisce per spezzarsi. Ciò che il vento “ sottolinea” è la rigidità della quercia; ma il vento di per sé è neutro, e infatti per il giunco è solo un gioco. Immaginate, ora, un uccello posato sul ramo della quercia e poi sul giunco. La quercia è rigida, ma è solida e capace di sostenere chi in essa trova rifugio, si fa carico di questo peso, mentre il giunco non ne è affatto capace. Tanto per la quercia come per il giunco, lo stress ha delle conseguenze soltanto quando “ sottolinea” un difetto della struttura; difetto che come vedete è come una buona qualità che è presente in quantità eccessiva.

Per noi , dunque,  non è tanto lo stress, in sé e per sé, ad essere dannoso, ma ciò che lo stress sottolinea.

Non è l’intensità dello stress a spiegare la malattia. Vi sono persone che vivono situazioni difficilissime senza per questo ammalarsi, ma poi si ammalano in seguito ad uno stress la cui intensità ci sembra decisamente inferiore. Questo ha a che fare con la nostra struttura. Il corpo del bambino piccolo è morbido ed elastico ma, si addensa con l’età tanto per tenerci in piedi quanto per affrontare la vita. Accade qualcosa di simile anche sul piano psicologico. Ci “addensiamo” ogni tanto prendiamo dei colpi che ci induriscono e piano piano ci cristallizzeremo. Non sono le nostre zone flessibili ad essere problematiche, ma le zone cristallizzate che presumibilmente reagiranno malamente agli urti.

La vita ci induce a lavorare proprio sui punti della cristallizzazione, per ammorbidirli.

E’ raro che uno stress grave si presenti senza essere stato preceduto da qualche messaggio che abbiamo ignorato.

Ciascuno di noi ha un suo “punto cieco”, una zona di sé, del proprio atteggiamento, nel quale inciampa ogni volta, come se fosse incapace di vederla.

La nozione di “punto cieco” si riferisce al punto cieco della nostra retina, e il paragone non è trascurabile. Infatti, quando guardiamo il mondo con un occhio solo, quella piccola parte di esso che viene proiettata sulla retina non viene percepita; per fortuna abbiamo due occhi e la vista dell’uno compensa il punto cieco dell’altro. In questa idea si nasconde una chiave per la nostra guarigione, perché ciò che l’altro occhio ci dà, è la possibilità di guardare da un punto di vista diverso la realtà in cui incespichiamo.

L’emozione che proviamo è come un groviglio di sentimenti contraddittori. Se siamo in collera con una persona che ci è indifferente, si tratta di un sentimento sgradevole ma abbastanza semplice da gestire; questa seccatura ci irriterà ma non ci toccherà nel profondo. Se però la situazione ci tocca su di un punto involontariamente ambiguo o contradditorio allora le cose cambiano.

Questa contraddizione, di solito, è nascosta.

Ecco perché attraverso la malattia cerchiamo di dirci le cose, ma senza dircele chiaro e tondo. Resta una parte di equivoco, una zona nascosta.

Scoprire che il nostro mal di gola è il risultato della collera non è tanto difficile, ma quel che è difficile è svelare quale sentimento si nasconde dietro a quella collera.

Dott. Mauro Piccini                                                                            Seguirà 3° parte

MALATTIA COME SIMBOLO 1° PARTE

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Attraverso la malattia parliamo a noi stessi e prendiamo  il nostro corpo come un testimone: la manifestazione, la lesione e il dolore sono il riflesso preciso delle emozioni che stiamo vivendo.
I sentimenti si trasformano in sensazioni e questo ci irrita, ci da fastidio; ma che cosa ci irrita e ci rode e a che cosa quel dolore è sordo?
Il medico ci ascolta e scrive “gastrite”; su nostra richiesta “classifica” ciò che proviamo e questo ci rassicura, diventa qualcosa di noto e misurabile.
Ma così facendo, quello che cercavamo di comunicarci attraverso questo sintomo ha buone possibilità di essere accantonato in cantina.
La diagnosi è un atto necessario ma è un arma a doppio taglio. Confidare la malattia al nostro medico è logico perché ha il compito di aiutarci e di curarci, ma se gli deleghiamo la responsabilità di ciò che proviamo, se la malattia diventa una faccenda solo del medico che ne sarà dell’interrogativo, che attraverso di essa rivolgiamo a noi stessi?
Quindi perdiamo il senso di quello che cerchiamo di comunicare a noi stessi. Dato che ci parliamo usando il corpo come metafora, ecco che ciò che tentiamo di comunicare diventa incomprensibile. Soffriamo senza sapere il perché, come se ci mancasse la chiave di comprendere il messaggio, ascoltare la propria malattia come un linguaggio interiore è un primo passo verso la guarigione.
La malattia è una maniera di comunicare sia con se stessi e con gli altri perchè,  consapevolmente o meno,  in tal modo esprimiamo ed esterniamo il nostro mal-essere.
La metafora è un “ procedimento del linguaggio che consiste nel modificare il senso attraverso una sostituzione analogica”.
La metafora è il modo più semplice e diretto per esprimere qualcosa che è difficile da definire. E molto spesso ci serviamo di uno dei nostri organi come metafora per comunicare con noi stessi e dirci qualcosa di figurato.

Le impressioni fisiche che proviamo sono un modo di descrivere ciò che sentiamo. Anche il punto del corpo in cui si manifesta il nostro malessere non è casuale. In qualche modo, inconsciamente, scegliamo l’organo che la malattia colpisce. La scelta è tutt’altro che casuale, perché corrisponde alla nostra percezione inconscia di quell’organo o della sua funzione. Ciò a cui serve l’organo, viene usato come metafora per esprimere il disagio.

La malattia è un modo curioso di dirci le cose, perché è come se ci parlassimo a mezzi termini. Qundo parliamo del “ capo” di un azienda è una metafora perché l’azienda non ha un “capo” più di quanto abbia “i piedi” ; ma ognuno di noi sa che la testa, “IL CAPO” è la parte che dirige, quindi tutti capiscono cosa vuol dire.

Tutt’altro può essere che un mal di capo rifletta il nostro dolore nel non potere dirigere a nostro piacimento certe situazioni. In questo modo, attraverso la malattia, ci capiamo. Contemporaneamente, però non capiamo che cosa ci sta succedendo, perché mai ci siamo ammalati, né a cosa serva questa sofferenza dalla quale aspiriamo solo a liberarci velocemente.

Sul fatto che certe malattie siano psicosomatiche tutti sono d’accordo.

Ma le altre malattie che siano infettive o di origine meccanica (ernia del disco ) o tumorali sono anch’esse un modo di parlare a noi stessi?La causa della malattia ha due facce. Non ha senso dire quale sia quella giusta, perché lo sono entrambe: nessuno nega la responsabilità di un microrganismo o di un’ernia.

E’ difficile vedere in contemporanea il lato testa e croce della stessa medaglia; i nostri occhi ce lo impediscono e la mente,  come gli occhi,  ha bisogno di prendere in considerazione i due aspetti separatamente.
Non scordate l’immagine delle due facce della medaglia. Queste due facce sono giuste entrambe e quando si parlerà della dimensione psicologica di una sciatica, non sarà per negare l’esistenza di un’ernia discale e viceversa.

Ciò che vale per la malattia può valere anche per gli incidenti, i traumi, le fratture. La cosa può sembrare sorprendente, ma spesso tutto accade come se il mondo esterno e i nostri pensieri entrassero in risonanza.
Gli incidenti segnano momenti di rottura nella nostra vita e talvolta sono dei veri e propri punti di non ritorno; ma sono anche occasioni di apertura ad una vita diversa o ad un’altra dimensione dell’esistenza.
Prendiamo a testimone  anche il mondo esterno e accade che siamo noi a suscitare questi eventi come se attraverso di essi cercassimo di dirci qualcosa. Attraverso i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti risvegliamo certe reazioni intorno a noi, prepariamo situazioni destinate a maturare e a trovare compimento in eventi che si produrranno anche più tardi. Un evento, che si tratti di un incidente o di una stress di altra natura, può essere il messaggero segreto di un nostro desiderio segreto: ciò che pare l’esito del caso spesso è suscitato dal desiderio di cambiare qualcosa nella nostra vita.

Recenti studi americani hanno dimostrato che il profilo psicologico delle persone che hanno incidenti gravi è simile a quello dei suicidi.

Dott. Mauro Piccini

 

PREVENIRE L’OSTEOPOROSI

prevenzione-osteoporosiDa alcuni anni la carenza di vitamina D sta diventando un problema di massa colpendo non solo gli anziani o i giovani adulti ma anche e sempre di più i bambini.
Le variazioni ormonali, così come un’eventuale origine genetica sono fattori favorevoli ma non esclusivi nell’innescare il processo osteoporotico.
Anche la quantità di Calcio assunto con il cibo è sempre più che bastante per assicurare il corretto apporto quotidiano.
Sulla base di tutto ciò è inevitabile arrivare alla conclusione che le cause dell’osteoporosi siano individuate tra gli atteggiamenti alterati dello stile di vita e principalmente in un’alimentazione acidificante e in uno scarso uso del corpo dato da una ridotta attività fisica in tutte le età della vita.
Come azione di prevenzione o come mezzo correttivo vengono elencati alcuni punti utili .

1 ) SOLLECITARE L’ESPOSIZIONE SOLARE. Anche se una lunga esposizione estiva può agire da accumulo di vitamina D, esporre almeno il 30 % del corpo durante l’inverno si rivela importante per l’attivazione di questa vitamina.
2 ) CONTROLLO DEL PESO CORPOREO. Il sovrappeso è uno stimolo meccanico negativo per l’osso e l’eccesso di grasso porta ad un costante stato infiammatorio che è una delle basi di sottrazione di Calcio dalle ossa.
3 ) DIMINUIRE L’USO DI PROTEINE ANIMALI. Le proteine animali, anche quelle del latte,  hanno bisogno di un ambiente acido per essere digerite e questo porta ad attivare i Sistema Tampone per mantenere costante il ph del sangue , che è alcalino , e dei tessuti. Dopo i bicarbonati il Calcio è il tampone più efficace, a scapito della resistenza dell’osso.
4 ) SVOLGERE ATTIVITA’ FISICA. Il movimento fisico, non solo quello sportivo, è molto importante per mantenere il Calcio nelle ossa.
5 ) LIMITARE L’ASSUNZIONE DI CORTISONE E DI FANS. L’azione di questi farmaci è certamente deleteria per le ossa. Sono farmaci indispensabili in certe situazione e necessità ma molto spesso possono essere sostituiti con rimedi privi di questo forte effetto collaterale.
6 ) CORRETTO UTILIZZO DELL’INTESTINO. L’infiammazione cronica della mucosa intestinale riduce l’assorbimento del Calcio presente nei cibi.
7 ) LIMITARE CAFFE’ E CAFFEINA. La caffeina e l’acido fosforico contenuto in molte bevande gassate  e zuccherate ( Coca Cola e simili ) sottraggono Calcio alle ossa. Fondamentale eliminare questi prodotti dall’alimentazione dei giovani e bambini se si vuole  attuare una prevenzione primaria.
8 ) ELIMINARE IL FUMO. All’azione indiretta del consumo di antiossidanti si associa quella diretta di elemento acidificante, nocivo per l’osso.
9 ) RIDURRE IL CONSUMO DI SALE. Un eccesso di Sodio favorisce il distacco del Calcio dalle ossa. Non si dovrebbero superare i 5-6 grammi di sale al giorno.
10 ) RIDURRE L’ASSUNZIONE DI ALCOOL. Tutti gli alcolici interferiscono con l’assunzione del Calcio.
L’approccio della Medicina Funzionale permette di intervenire sulla maggior parte dei fattori scatenanti aiutando il paziente a ritrovare un peso forma, ristabilendo la funzione dell’intestino, diminuendo l’uso di farmaci ed impostando un’alimentazione ed una terapia deacidificante l’organismo.

 

ALLERGIA SISTEMICA AL NICHEL

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La maggior parte delle persone conosce le possibili reattività al nichel come una manifestazione data solo dal contatto con oggetti o monili contenenti tale metallo. Il fatto che esista la Sindrome da reazione sistemica all’assunzione  di alimenti contenenti nichel (SNAS) può lasciare stupiti.
Esistono da tempo numerose manifestazioni come colite, dermatite, emicrania ecc, nelle quali la causa può essere vista in un’infiammazione da cibo dovuta agli alimenti che contengono nichel o a prodotti correlati.
Una delle cause che ha condotto ad un maggiore sovraccarico da nichel è legato all’uso da parte dell’industria alimentare di grassi vegetali idrogenati e non idrogenati nei quali vi è un’alta presenza di residui di solfato di nichel. L’organismo però ha imparato a reagire anche a sostanze simili ai grassi idrogenati per cui i grassi vegetali cotti e i fritti, hanno una struttura simile a quella dei grassi idrogenati contenenti nichel, e spesso il corpo attiva risposte infiammatorie anche nei loro confronti.
In quasi tutti gli alimenti si trova un contenuto minimo di nichel. Sono considerati però da controllare principalmente i cereali contenenti alte quantità di nichel come il mais e l’avena, mentre sono considerati liberi il miglio, il grano saraceno, il frumento e il riso che lo contengono in misura molto minore.
Negli ultimi anni, allergie, infiammazioni e intolleranze dovute al nichel stanno aumentando di frequenza. La buona notizia è che un buon numero di queste patologie guarisce o si attenua seguendo un’alimentazione a rotazione sui cibi ad elevato contenuto di  nichel utilizzando una iposensibilizzazione specifica per il nichel e lavorando con sostanze e microelementi per diminuire il quadro infiammatorio dovuto a questa sostanza.
L’approccio con la Medicina  Funzionale valuta la scelta terapeutica  prima di tutto attraverso la diagnosi dell’infiammazione da cibo e di altre eventuali e contemporanee reattività impostando una terapia specifica di recupero di funzione, drenaggio emuntoriale al fine di rendere il sistema il meno reattivo nei confronti del nichel.
Nell’elenco vengono indicati gli alimenti più importanti che hanno un discreto contenuto di nichel o di sostanze che inducono una reazione simile.
Asparagi – cipolla – funghi – pomodoro – lenticchie – mais – avena – pera  -prugna – kiwi – spinaci – biscotti – cracker – brioches – cacao – cibi in scatola – dadi – fette biscottate – focaccia – pan carrè – pasticcini – ostriche – aringhe – grassi cotti – grassi idrogenati – margarine – patate fritte.