ACIDOSI METABOLICA: TERAPIA

Acidosi Metabolica e dieta

Alimentarsi in modo corretto e cosciente significa mostrare attenzione e responsabilità nei confronti della propria salute. Le terapie dietetiche sono fondamentali per il recupero delle difese dell’organismo: non richiedono farmaci, né interventi chirurgici e sono molto economiche.

Nel caso si verifichi una condizione di scompenso dell’equilibrio acido-base, l’adozione di una dieta alcalinizzante è uno dei rimedi più efficaci.

Come prevenire l’Acidosi Metabolica

L’Acidosi Metabolica può essere prevenuta e controllata andando a intervenire sul regime dietetico. Diventa fondamentale incrementare il consumo di alimenti alcalinizzanti:

  • nutrienti ricchi in sali minerali;
  • antiossidanti;
  • fitoestrogeni e fibre (frutta e verdura, semi di lino, soia, cereali integrali, legumi, noci, alghe).

Ridurre l’assunzione di alimenti acidificanti contenenti quantità elevate di:

  • proteine;
  • zuccheri;
  • sostanze acide (carne, formaggi, salumi, caffè, bibite e dolci).

È altrettanto importante optare per un’alimentazione equilibrata e varia considerando anche un corretto apporto di acqua.

Acidosi Metabolica e sport

Per correggere una condizione di Acidosi Metabolica è determinante anche adottare uno stile di vita non sedentario.
Per favorire l’eliminazione dell’anidride carbonica è particolarmente utile effettuare un’ora di camminata a passo lento dopo cena.

Muoversi, quindi, e svolgere sport regolarmente è consigliabile:

  • nei soggetti sedentari sarà logicamente necessario prevedere un inizio graduale;
  • nelle persone attive non dev’essere mai portata all’eccesso per evitare che diventi controproducente.

Un’attività sportiva esasperata può persino risultare dannosa: non bisogna dimenticare che gli atleti agonisti sono i primi a mostrare condizioni di Acidosi Metabolica acuta e di ossidazione anche grave. 

Acidosi Metabolica e integratori alimentari alcalinizzanti

Nel caso questi rimedi naturali contro l’Acidosi Metabolica – gli interventi sull’alimentazione e sullo stile di vita – non fossero sufficienti, potrebbe essere utile assumere integratori alimentari e sali minerali alcalinizzanti in grado di regolare il pH e riportarlo a valori ottimali.

Come correggere l’Acidosi Metabolica

Una corretta cura per l’Acidosi Metabolica e terapia per il riequilibrio del pH prevede, innanzitutto, un intervento sul comportamento alimentare con la prescrizione di una dieta povera di cibi acidogeni e ricca di alimenti alcalogeni, affiancata da un programma di un’attività motoria adeguato per il soggetto e dal recupero dei giusti ritmi circadiani.

Poiché, difficilmente, la sola rieducazione alimentare è sufficiente per curare gli organismi più compromessi, è necessario iniziare una terapia nutrizionale, somministrando un integratore alimentare a base di sali minerali alcalinizzanti.

Ciononostante è bene considerare che la dieta rappresenta, sempre e comunque, il fattore più importante per intervenire nella regolazione dell’equilibro acido/base. Oltre ai bicarbonati e ai citrati non bisogna dimenticare che un organismo sano e non affaticato è normalmente in grado di trasformare gli acidi naturali di molti alimenti crudi (per esempio arance, pompelmi, pomodori, frutti aciduli) in carbonati alcalini, che sono basici e utili all’economia dell’organismo

Mettere ordine nell’alimentazione

Particolare attenzione va prestata anche all’ordine di somministrazione degli alimenti in un pasto completo.

Per poter svolgere la sua azione digestiva, lo stomaco possiede un ambiente fortemente acido: quando si ingeriscono alimenti molto difficili da smaltire, principalmente quelli ricchi di proteine e lipidi, le cellule gastriche secernono maggiori quantità di acido cloridrico.

Il contenuto fortemente acido, a causa dei succhi gastrici, passa poi nel duodeno, dove è necessario, invece, un ambiente alcalino perché gli enzimi epato-pancreatici possano svolgere efficacemente la loro azione.

Per contrastare l’acido cloridrico riversato a livello intestinale, vengono richiamate nel torrente circolatorio ingenti quantità di bicarbonati prelevati a livello tissutale, creando uno stato di alcalosi ematica.

Per permettere che questo processo avvenga in maniera progressiva e controllata è necessario che l’assimilazione dei cibi in un pasto segua un ordine ben preciso, anticipando gli alimenti più digeribili (ricchi di enzimi, vitamine e minerali) e lasciando alla fine del pasto quelli più “pesanti”.

Frutta e verdura, preferibilmente crude, andrebbero consumate in quantità abbondante all’inizio del pasto, seguite nell’ordine da carboidrati, proteine e lipidi, dosando naturalmente la quantità in funzione del soggetto e del potere acidificante del singolo alimento.

da www.acidosimetabolica.it

ACIDOSI METABOLICA: IL SINTOMO

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Acidosi Metabolica: la complessità della diagnosi

Comprendere se si è in una condizione di Acidosi Metabolica latente è molto complesso e per questo diventa fondamentale l’adeguato supporto medico di uno specialista preparato.

Quando i sistemi tampone che l’organismo umano possiede, per preservare l’equilibrio acido-base e i valori corretti del pH del sangue, sono compromessi, può manifestarsi un’ampia gamma di sintomi, molto diversi tra di loro. Questo è dovuto al fatto che le scorie acide possono svilupparsi e accumularsi all’interno di organi, apparati e tessuti differenti.

Acidosi Metabolica: segni e sintomi

Ecco alcuni disturbi che possono rappresentare una spia di una condizione di Acidosi Metabolica latente.

  • Cefalea;
  • Alterazione del ritmo sonno-veglia;
  • Tachicardia;
  • Infezioni e candidosi recidivanti;
  • Gengiviti;
  • Afte e alitosi;
  • Crampi e dolori muscolari;
  • Sudorazione eccessiva particolarmente acida;
  • Eczemi e altre lesioni cutanee;
  • Perdita di capelli.

Normalmente al comparire di questi sintomi, si cerca una soluzione attraverso interventi terapeutici di carattere sintomatico, dimenticando che in realtà questi problemi potrebbero essere le evidenze cliniche di una condizione di Acidosi Metabolica latente.

Possono essere, al tempo stesso, cause e sintomi di Acidosi anche:

  • Stanchezza;
  • Stress.

Negli individui che presentano questo quadro sintomatologico, l’energia nervosa necessaria per una completa digestione e assimilazione dei nutrimenti contenuti nel cibo non è sufficiente. Il corpo non è più in grado di operare le dovute trasformazioni metaboliche e gli acidi degli alimenti entrano nella circolazione, generando una riduzione del pH del sangue.

Come affrontare l’Acidosi Metabolica

Per affrontare in modo adeguato la situazione, è fondamentale che una persona che manifesti, continuativamente, uno dei sintomi descritti si confronti con un medico preparato, che sia in grado di diagnosticare e correggere un’eventuale condizione di Acidosi Metabolica latente, in modo tale da evitare il rischio di sviluppare patologie molto più gravi.

Acidosi Metabolica: cause e sintomi

Effettuare una diagnosi corretta e individuare una condizione di Acidosi Metabolica Latente non è per nulla semplice. Intanto bisogna ricordare che i distretti corporei nei quali inizia a insorgere il fenomeno possono essere diversi. In secondo luogo le cause possono essere differenti e riconducibili a:

  • alterazioni alimentari;
  • variazioni dello stile di vita e stress;
  • alterazione della funzionalità degli organi dei sistemi tampone;
  • contaminazione da agenti inquinanti;
  • intossicazione da farmaci.

Oltre a ciò è importante considerare che le alterazioni del pH influenzano tutte le reazioni biochimiche, poiché ogni enzima necessita del corretto e specifico valore di pH per svolgere la propria funzione: le amilasi, ad esempio, lavorano in un ambiente neutro, le pepsine in uno acido e le lipasi in uno alcalino.

Acidosi Metabolica: la spia delle malattie demineralizzanti

L’osteoporosi è senza dubbio una conseguenza diretta di uno stato di Acidosi: nel caso si riscontrassero quindi malattie demineralizzanti, saremo sicuramente di fronte a uno stato di iperacidificazione dell’organismo.

Nei soggetti di sesso maschile, in particolare, l’individuazione di processi di demineralizzazione ossea è sempre da considerarsi un campanello d’allarme che prefigura l’insorgere di patologie importanti o la conseguenza di particolari terapie farmacologiche notevolmente invasive e tossiche.

I sintomi dell’Acidosi Metabolica

Analizzare segni e sintomi clinici molto vari e ricondurli all’Acidosi Metabolica latente è di conseguenza complesso.

Ecco un elenco dei più comuni e significativi sintomi di Acidosi Metabolica, suddivisi per organo e parte anatomica.

Acidosi Metabolica Sintomi: testa e occhi

  • Intenso pallore (dovuto alla contrazione dei capillari);
  • Mal di testa;
  • Occhi lacrimosi e ipersensibili;
  • Congiuntiviti;
  • Blefariti;
  • Cheratite.
    Acidosi Metabolica Sintomi: bocca
  • Gengive infiammate e ipersensibili;
  • Afte;
  • Fessure agli angoli delle labbra
    Acidosi Metabolica Sintomi: denti
  • Ipersensibilità e irritazione dei denti al contatto con alimenti freddi e/o caldi;
  • Carie;
  • Nevralgie dentarie.
    Acidosi Metabolica Sintomi: stomaco
  • Acidità e dolori di stomaco;
  • Rigurgiti;
  • Spasmi;
  • Ulcere;
  • Reflussi gastroesofagei;
  • Alitosi.
    Acidosi Metabolica Sintomi: intestino
  • Disordini intestinali;
  • Bruciori al retto;
  • Predisposizione alle infiammazioni intestinali;
  • Stipsi;
  • Flatulenza;
  • Autointossicazione;
  • Micosi e candida;
  • Emorroidi;
  • Feci dure e secche;
  • Lingua impaniata sulla parte posteriore;
  • Alito cattivo al risveglio;
  • Rigurgiti;
  • Ulcere gastro-duodenali;
  • Coliti;
  • Insonnia connessa con una sensazione di digestione prolungata.
    Acidosi Metabolica Sintomi: reni e vescica
  • Urine acide;
  • Irritazioni e bruciori alla vescica e all’uretra;
  • Poliuria (minzioni frequenti e abbondanti con urine chiare) da irritazione renale;
  • Cistiti recidivanti;
  • Calcoli renali e vescicali.
    Acidosi Metabolica Sintomi: vie respiratorie
  • Raffreddori;
  • Tosse e bronchiti frequenti;
  • Sinusiti;
  • Mal di gola;
  • Tonsille e adenoidi ingrossate;
  • Predisposizione alle allergie.
    Acidosi Metabolica Sintomi: pelle e annessi cutanei
  • Cellulite;
  • Ritenzione idrica;
  • Sudore acido;
  • Pelle secca, arrossata e irritata nelle zone sottoposte a forte sudorazione;
  • Fessure e screpolature tra le dita e intorno alle unghie;
  • Micosi;
  • Orticaria;
  • Foruncoli;
  • Eczemi di varia natura;
  • Unghie fragili, striate, con macchie bianche;
  • Perdita di capelli.da acidosimetabolica.it

NOVITA’ DA SETTEMBRE

A PARTIRE DA SETTEMBRE NUOVI INCONTRI SERALI, PARLEREMO DI MEDICINA FUNZIONALE E DELL’EQUILIBRIO TRA MENTE, CORPO, EMOZIONI

La Medicina Funzionale si differenzia da quella tradizionale per il suo concetto di salute: non solo come stato di benessere fisico e psichico dell’organismo umano derivante dal buon funzionamento di tutti gli organi ed apparati, ma anche salute come stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, dovuto all’assenza di malattie e alla presenza di una vitalità positiva unica per ogni individuo, determinata dall’avverarsi di tutta una serie di circostanze strettamente personali in cui il paziente si sente veramente bene ed in salute.
Lo sviluppo di una malattia o la manifestazione di sintomi clinici sono diversi in ogni individuo e dipendono da diversi fattori: possono esserci caratteristiche personali di predisposizione genetica, ma per condurre ad una patologia è necessario che esse si associno a vari cofattori quali cattive abitudini alimentari e di vita, tossicità ambientale, di stress, traumi fisici, droghe, ricordi di momenti stressanti, rapporti sociali negativi.

Diventiamo coscienti della nostra fisicità, dei nostri movimenti, della nostra respirazione e della nostra carica emotiva o corpo di dolore.
Solo nell’armonia tra corpo, mente ed emozioni possiamo raggiungere un senso di integrità, pace e completezza.
Nessuno ci insegna a farlo. Abbiamo riposto tutta la nostra fiducia nella capacità della mente e del pensiero, perdendo la capacità di sentire il proprio corpo. Il nostro corpo sa fare cose meravigliose, a partire dal respiro. Abbiamo permesso al pensiero/mente di sviluppare e dominare la nostra vita in modo sproporzionato rispetto al sapere istintivo e a quell’intelligenza innata presente in ciascuno di noi. Siamo in conflitto con noi stessi, la mente vuole cose che il corpo non desidera e il corpo desidera cose che la mente non permette, la mente impone istruzioni che il corpo non vorrebbe seguire e il corpo invia segnali che la mente non vuol sentire.
Ecco perché “sentire il corpo e ciò che è giusto per noi nell’ ADESSO, non a livello mentale” è difficile e faticoso.
VIVERE è vivere nel presente ed essere nel corpo.

Per informazioni ed adesioni contattare il  340/2870987

ACIDOSI METABOLICA: IL PROBLEMA

L’importanza dell’equilibrio acido-base

L’equilibrio del pH del sangue e dei tessuti è uno dei meccanismi biochimici più delicati e rilevanti per l’organismo umano. L’importanza del valore del pH è legata alla sua capacità di controllare la velocità delle reazioni biochimiche nel corpo. Una diminuzione del pH  del sangue e/o della matrice extracellulare può causare sofferenza o perfino malattia, nella misura in cui i processi fisiologici messi in atto dall’organismo non riescono a compensare lo squilibrio in atto.

Il corpo si mantiene in salute fino a quando l’intero sistema di regolazione del pH possiede minerali alcalinizzanti, vitamine, antiossidanti per tamponare lo scompenso ed eliminare gli acidiprodotti dal normale metabolismo cellulare. L’organismo umano sano è in grado di preservare questo stato di allostasi, attraverso una serie di interventi biochimici di riadattamento continuo.

Acidosi Metabolica: effetti

Quando questo complesso sistema si altera, possono manifestarsi i primi danni da Acidosi Metabolica: inizialmente a livello cellulare, per poi estendersi a macchia d’olio, coinvolgendo altri tessuti e organi, vasi sanguigni, fibre nervose e il sistema immunitario.

Se il processo degenera e non si attivano opportuni  interventi terapeutici, si giunge quindi a uno stato pre-patologico di Acidosi Tissutale cronica.

Una condizione di Acidosi Metabolica favorisce, inoltre, l’insorgenza di numerose malattie.

Acidosi Metabolica nelle donne

Sotto il profilo fisiologico le donne sono apparentemente svantaggiate rispetto agli uomini, in quanto con il ciclo vanno incontro a un’acidificazione periodica che raggiunge un picco nei giorni precedenti le mestruazioni.
L’alto livello di acidi nell’organismo è responsabile dell’insieme di disturbi noto come Sindrome Premestruale (irritabilità, depressione, edema, etc.). Con le mestruazioni si ha l’eliminazione degli acidi e la scomparsa graduale dei sintomi premestruali. Fintanto che la donna è in età fertile, pertanto, si assiste a una acidificazione/deacidificazione periodica. Con l’arrivo della menopausa e la scomparsa delle mestruazioni viene a mancare il meccanismo di deacidificazione e si instaura uno stato di acidosi costante, di cui le vampate di calore rappresentano la tipica espressione.

L’acidificazione periodica femminile spiega la loro maggiore predisposizione tanto alle patologie infettive e infiammatorie (soprattutto dell’apparato genito-urinario, ma non solo), quanto alle malattie autoimmuni. In compenso, però, il loro organismo sviluppa maggiori difese immunitarie di cui invece gli uomini risultano sprovvisti, pagando un tributo maggiorein caso di Acidosi persistente.

Acidosi Metabolica: due forme

La condizione di Acidosi Metabolica si manifesta, quindi, quando i meccanismi di compenso  dell’organismo umano perdono di efficacia. È possibile distinguere due tipologie:

  • Acidosi Metabolica grave che si accompagna a una riduzione del pH del sangue e di conseguenza a quadri clinici di rischio vita;
  • Acidosi Metabolica latente-persistente, forma più lieve e subdola, se il pH del sangue registra soltanto un lieve calo e che nel tempo può portare allo sviluppo di malattie degenerative, autoimmuni o neoplastiche.

Acidosi Metabolica: i valori del pH

Il pH è espresso da un numero in una scala da 0 a 14, dove 7 è il neutro e i valori inferiori e superiori indicano un ambiente rispettivamente acido e alcalino (o basico). Il pH del sangue viene costantemente mantenuto intorno a un valore neutro-basico di 7,4 con oscillazioni comprese tra 7,36 e 7,46. Se scende sotto un valore di 7,10 subentra il coma fino ad arrivare, nei casi più gravi, alla morte.

Cause di alterazione del pH

La cellula è assimilabile a una pila, il cui polo positivo, più ricco in ioni idrogeno e quindi acido, è rappresentato dal nucleoe quello negativo, circostante e basico, è delimitato dalla membrana cellulare (il citoplasma), in cui avvengono i processi chimici grazie ai quali la cellula si mantiene in vita, svolge le funzioni a cui è preposta e interagisce con le sue simili. La cellula a sua volta è circondata dalla matrice extracellulare, tramite la quale può ricevere e scambiare sostanze con l’ambiente esterno, con il sangue e con le cellule vicine.

Come le pile, anche le cellule hanno una differenza di potenziale, che si genera sia tra il nucleo e il citoplasma, sia tra il versante interno e quello esterno della membrana cellulare. Inoltre, tutto l’insieme delle reazioni chimiche endocellulari, a cui ci riferiamo genericamente quando parliamo di metabolismo, richiedono consumo di energia, producono rifiuti di vario tipo e comportano, inevitabilmente, un cambiamento temporaneo delle cariche elettriche e quindi del pH.

Estendendo questo concetto all’intero organismo, senza considerare momentaneamente le prerogative di alcuni specifici tessuti – il pH della pelle e dell’ambiente vaginale, per esempio, è notoriamente acido al fine di svolgere una funzione di barriera difensiva – si comprende come il pH ematico sia, in ogni istante, il risultato di un bilanciamento continuo tra tutto ciò che avviene in ogni distretto corporeo.

processi biochimici fisiologici che permettono la vitalità della cellula, inoltre, determinano la formazione di composti acidi; a questi si aggiungono quelli introdotti attraverso l’alimentazione e quelli prodotti da eventuali reazioni infiammatorie in atto.

I sistemi tampone dell’organismo

Il principale tampone è rappresentato dai bicarbonati, presenti in tutti i liquidi organici e in grado di attivarsi in frazioni di secondo. Quando però occorre una regolazione del pH più incisiva entrano in gioco due sistemi:

  • il sistema polmonare, rapido, in grado di agire nell’arco di un paio d’ore e consentire di smaltire il 70% degli ioni idrogeno, eliminandoli sotto forma di anidride carbonica;
    • il sistema renale, capace di operare in modo molto più efficace, soprattutto durante il riposo notturno, ma anche molto più lento. Quando i bicarbonati si esauriscono, il rene li recupera dai muscoli, il che spiega l’insorgenza dei crampi. Una volta consumata anche questa fonte, per evitare di danneggiare il miocardio, il rene “preleva” i bicarbonati dal tessuto osseo, che viene esposto così a un processo di demineralizzazione e quindi indebolimento osteoporosi. Una riduzione del pH del sangue di solo 0,1 è sufficiente a far raddoppiare la velocità del riassorbimento osseo.

Attraverso il sistema polmonare e l’espulsione di CO2 si eliminano gli acidi derivanti dal metabolismo di carboidrati e grassi (acidi “volatili”), mentre il sistema renale è deputato allo smaltimento degli acidi provenienti dal metabolismo proteico (acidi “fissi”).

Acidosi Metabolica: i rischi

Le conseguenze patologiche della Acidosi Metabolica latente, non sono solo l’osteoporosi e le altre malattie demineralizzanti.  Quando l’organismo umano si trova costantemente in una condizione di iperacidificazione e scompenso si manifestano, soprattutto, una serie di affezioni croniche dovute a una degenerazione a livello tissutale: alterazioni immunitarie, processi flogistici degenerativi e neoplasie.

I processi di acidificazione cronica determinano il passaggio della matrice extracellulare – nella quale si trovano Capillari, Fibre Nervose, Cellule Immunocompetenti, Fibroblasti, Mastociti, i GAGs, i PGs, Collagene, Elastina, Laminina, Fibronectina, etc. – da “SOL” a “GEL”. Con la trasformazione progressiva in GEL della matrice le reazioni enzimatiche vengono ostacolate, i prodotti di scarto rimangono intrappolati e si instaura quindi uno stato di infiammazione cronica. Inoltre, l’alterazione delle vie biochimiche e della comunicazione tra i vari ceppi cellulari che ne deriva mette in  una condizione di sforzo compensatorio le pompe protoniche di membrana, con conseguente vasocostrizione capillare ed ipossia

L’Acidosi Metabolica latente determina anche l’alterazione della permeabilità intestinale (Leaky Gut Syndrome) con conseguente diminuzione della sua capacità di permeabilità selettiva e, quindi, sovraccarico del sistema immunitario delle Placche di Peyer e perdita della sua efficienza. Questa maggiore penetrabilità permette a tossine, batteri, funghi e parassitidi superare la barriera protettiva ed entrare nel flusso circolatorio. Se la quantità di queste sostanze supera la normale capacità detossificante del fegato, si creano i presupposti per il manifestarsi di varie sintomatologie e malattie più gravi.

da www.acidosimeteabolica.it

“GLUTEN SENSIVITY NON CELIACA”: UNA DELLE CAUSE PIU’ FREQUENTI DELL’IBS

Fino a pochi anni fa la sindrome del colon irritabile (IBS) era spesso considerata una malattia a sfondo funzionale, dovuta a particolari caratteristiche emotive. Poi i lavori del 2008 di Shulman (1) hanno evidenziato nella sindrome la partecipazione di fatti infiammatori del colon in modo più evidente e documentato di quanto lo fossero gli aspetti di disagio emotivo.

L’infiammazione colica dovuta al glutine è oggi confermata come una delle più frequenti cause di questa condizione che, almeno in Europa, è riferita come problema dominante nel 12% delle visite con il medico di base e nel 28% dei consulti con lo specialista gastroenterologo. L’IBS trova quindi spiegazioni di tipo immunologico e infiammatorio sempre più consistenti, legate all’infiammazione dovuta al cibo. Per anni, di sensibilità al glutine non celiaca si è semplicemente evitato di parlare, nonostante i continui richiami provenienti da chi si occupava di nutrizione applicata. I primi lavori di Sapone(2) e di Biesiekiersky (3), che nel 2011 hanno definito l’esistenza di questo disturbo, hanno ipotizzato che la prevalenza della reattività glutinica potesse aggirarsi intorno al 6-10% delle persone sane, ma le successive acquisizioni hanno proposto percentuali più elevate, tanto che il British Medical Journal (BMJ), nel novembre 2012 (4) indicava una prevalenza anche del 25% tra la popolazione apparentemente sana. Di certo, le ricerche di Carroccio (5) hanno evidenziato una crescita dei valori di anticorpi antigliadina sia di tipo IgA sia di tipo IgG in chi si lamenta di “colon irritabile” e soprattutto ha identificato una risposta alla introduzione del glutine (test in doppio cieco randomizzato, crossover) in circa un terzo dei casi valutati (29,5%).  Secondo il BMJ, le persone che hanno disturbi intestinali ed extraintestinali legati all’assunzione di glutine e che non sono né celiaci (biopsia) né allergici al frumento (IgE), dovrebbero essere messi a dieta sui derivati glutinici, con una diagnosi di “Gluten sensitivity non celiaca” e devono essere avvisati che si tratta di una entità clinica di recente scoperta di cui va ancora perfezionata la completa comprensione. A fronte di chi cerca di difendere il glutine addossando la responsabilità ai fruttani rintracciabili comunque nei prodotti con glutine (6), c’è chi come noi, sulla base delle teorie evoluzionistiche, propone una dieta di rotazione che consente di guarire la condizione clinica favorendo il recupero della tolleranza.

1) Shulman RJ et al, J Pediatr. 2008 Nov;153(5):646-50. Epub 2008 Jun 9
2) Sapone A et al, BMC Med. 2011; 9: 23. Published online 2011 March 9. doi: 10.1186/1741-7015-9-23
3) Biesiekierski JR et al, Am J Gastroenterol. 2011 Mar;106(3):508-14; quiz 515. Epub 2011 Jan 11
4) Aziz I et al, BMJ. 2012 Nov 30;345:e7907. doi: 10.1136/bmj.e7907
5) Carroccio A et al, Am J Gastroenterol. 2012 Dec;107(12):1898-906. doi: 10.1038/ajg.2012.236. Epub 2012 Jul 24
6) Sanders DS et al, Am J Gastroenterol. 2012 Dec;107(12):1908-12. doi: 10.1038/ajg.2012.344

Da Nutrizione 33

FITOTERAPIA IN ONCOLOGIA

 

In Italia, si calcola che circa il 15-25 % dei pazienti oncologici fa ricorso a terapie non convenzionali e tra queste principalmente alla fitoterapia; negli USA tale percentuale supera il 50%.
Il paziente oncologico, colto da ansia e disperazione, alla ricerca di speranze insieme ai suoi famigliari, è tentato di affidarsi a qualsiasi cosa gli venga presentata come utile a risolvere il suo problema, anche se non di comprovata efficacia e priva di fondamento.
Su questa scia si può giungere all’uso delle erbe officinali sotto forma di automedicazione, seguendo consigli di persone non qualificate che attingono a preparati della medicina popolare spesso privi di qualsiasi presupposto scientifico, di verifiche sulla qualità e la sicurezza e soprattutto, della valutazione di compatibilità con altre terapie in atto.
D’altro canto la ricerca scientifica in campo oncologico ha compiuto notevoli passi in avanti e molti dei principi farmacologici oggi usati sono derivati da piante. Si calcola che oltre il 60% dei farmaci in commercio non sia altro che la riproduzione sintetica di molecole già esistenti in natura nelle piante. Sempre più spesso dei preparati fitoterapici vengono usati in protocolli ufficiali affiancando altri mezzi terapeutici, allo scopo di potenziare questi ultimi o di ridurne gli effetti collaterali e tossici.
In un’ottica di integrazione, molti Istituti Oncologici affiancano ormai terapie naturali, soprattutto la fitoterapia, ai mezzi tradizionali di cura: famoso il Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, ma anche in Italia c’è grosso fermento in tal senso tanto che si è giunti da poco ad costituire l’ARTOI, associazione di medicina oncologia integrata.
Tale indirizzo non segue mode preconcette, non è il tentativo di dare risposta a desideri di pazienti che spesso non sanno più a che santo votarsi, bensì rappresenta la naturale evoluzione di una ricerca in campo epidemiologico, preclinico e clinico, va nella stessa direzione.

UTILIZZO DELLE PIANTE OFFICINALI IN ONCOLOGIA

Possiamo distinguere i seguenti scopo terapeutici:

Piante ad azione immunostimolante
Sono tante oramai le piante individuate, scientificamente studiate e convalidate per questa azione, In campo oncologico si tratta di scegliere quelle giuste in rapporto ai casi clinici specifici, individuandone modi e tempi ottimali per la loro somministrazione.

Piante ad azione chemiopreventiva
Molte piante sono risultate utili nell’inibire i fattori di crescita tumorale, altre nell’ostacolare la degenerazione di cellule sane sottoposte all’azione di sostanze cancerogene soprattutto alimentari, altre ancora nello stimolare l’apoptosi di cellule già rese maligne.

Piante ad azione di sostegno
 Il paziente oncologico presenta di solito un quadro clinico caratterizzato non solo dai sintomi propri della neoplasia che lo affligge, ma anche da altre patologie che direttamente o indirettamente ad essa possono correlarsi. Molti sono i principi fitoterapici che in tali situazioni possono risultare utili da non aggravare, per gli effetti collaterali, protocolli terapeutici di per sé già molto pesanti.

Piante ad azione potenziante o protettiva di altri mezzi terapeutici
 Sono molte le piante che sono state studiate e, risultano utilissime, non solo per alleviare gli effetti collaterali e tossici della chemioterapia e della radioterapia, ma anche per potenziarne l’effetto in forma mirata tanto da poter ridurre dosi e tempi terapeutici.

Piante ad azione citotossica diretta
Molte piante sono state studiate e altre ancora, a tutt’oggi, sottoposte ad interessanti studi per validarne un effetto citotossico diretto nei confronti delle cellule tumorali. Alcune di esse vengono usate come tali, altre forniscono la base per l’estrazione di principi semisintetici, spesso se ne concretizza un uso sinergico.

Si calcola che esistono circa 600.000 specie vegetali sulla Terra e, di queste, solo il 5% è stato studiato dal punto di vista chimico e farmacologico; molto c’è da fare dunque, ma ciò non toglie che quel poco che si è fatto ha già portato ad interessanti e validi risultati. La strada è lunga ma basta percorrerla per raggiungere l’obiettivo.

Abstract da Officine Naturali

Grazie all’approccio della Medicina Funzionale di Regolazione il paziente oncologico può essere seguito attraverso un percorso personalizzato che permette di valutare quale sia il miglior approccio di cura , non solo sotto l’aspetto fisico, ma anche psico-emozionale.

 

 

 

DEACIDIFICAZIONE DELL’ORGANISMO E ALIMENTAZIONE

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Tratto da un articolo del Dottor Michael Worlitschek[1]

Nella prima parte dell’articolo è stato analizzato il potenziale terapeutico della deacidificazione.

Per preservare un buono stato di salute è essenziale che acidi e basi siano in equilibrio e pertanto la deacidificazione dell’organismo deve essere considerata alla stregua di una terapia fondamentale per stare bene. Secondo il metodo di Joergensen di misurazione dei composti acidi nel sangue – a cui abbiamo accennato nella parte conclusiva dell’articolo “Equilibrio acido-base e deacidificazione dell’organismo” – gli esami ematici dimostrano come un’alimentazione eccessivamente sbilanciata verso le abitudini “moderne” tipiche della dieta libera all’occidentale possa, nella maggior parte dei casi, condurre a una forte iperacidificazione dell’organismo.

Questo vale in particolare quando si considerano soltanto i valori nutrizionali degli alimenti, senza tenere conto della capacità di digestione. Si tratta di abitudini che portano a un processo cronico di fermentazione intestinale e, quindi, a un eccesso di acidità.

Un indebolimento della capacità digestiva può essere attribuito a errori madornali nell’alimentazione (secondo F.X. Mayr), infatti si mangia:

  • velocemente;
  • in quantità eccessive;
  • troppo spesso;
  • esageratamente pesante;
  • tardi.

Un importante fattore fisiologico è la produzione da parte delle cellule della parete dello stomaco non solo di acido cloridrico, che è decisamente importante per la digestione nello stomaco, ma anche contemporaneamente di bicarbonato di sodio. Questo viene immediatamente inviato in quantità massicce agli organi che favoriscono le basi, come:

  • ghiandole salivari;
  • fegato;
  • cistifellea;
  • pancreas;
  • ghiandole intestinali.

L’acidità di stomaco esprime in genere il fabbisogno dell’organismo di un apporto di basi.

Cosa mangiare per la deacidificazione del corpo

Gli alimenti ricchi di proteine contengono zolfo e in genere anche fosforo.

Dopo la digestione delle proteine, questi elementi sono trasformati in acido solforico e fosforico e devono essere neutralizzati da calcio, sodio e potassio prima che i reni possano eliminarli.

cibi altamente proteici sono annoverati fra gli alimenti acidificanti, in quanto allontanano gli elementi basici dall’organismo.

Non è molto noto che la maggior parte dei cereali contiene zolfo e fosforo, quindi producono acidi, soprattutto se cotti al forno.

Al contrario, nella frutta e verdura, gli acidi organici contengono molte sostanze come

  • potassio;
  • sodio;
  • calcio;
  • magnesio.

Questi acidi organici, come il succo di limone, si trasformano in anidride carbonica (acido carbonico) e acqua attraverso il processo di combustione nell’organismo, consentendo la permanenza degli elementi basici.

Un fattore importante da sottolineare è che gli acidi organici dovrebbero sempre essere assunti in una diluizione sufficiente, poiché si è osservato che l’organismo non riesce sempre a gestire un afflusso concentrato anche di questi acidi “positivi”.

Gli stili alimentari più diffusi prevedono il consumo frequente di piatti a base di carne, che peraltro non possono essere criticati, al di là dell’eccessivo consumo di proteine, se serviti con quantità sufficienti di insalata, verdure e in particolare patate, che, se consumate con la buccia, presentano un contenuto elevato di basi. Pertanto, questo genere di piatti contiene elementi che producono sia acidi sia basi e consentono il mantenimento di un adeguato equilibrio acido-base.

Una dieta equilibrata deve prevedere un adeguato bilanciamento fra cereali integrali, insalate e piatti leggeri di verdure biologiche. In caso contrario, anche con un’alimentazione in apparenza più completa può verificarsi un eccesso di acidi.

Come contrastare l’acidità in eccesso

È necessario un apporto supplementare di minerali e oligoelementi in coloro che:

  • praticano attività sportive e lavoro fisico impegnativo;
  • sono in fase di crescita;
  • si trovano in convalescenza dopo una malattia grave;
  • attraversano un periodo di stress.

Anche la meteoropatia può essere causata da una condizione di Acidosi Metabolica.

Le sindromi emicraniche possono essere curate in buona parte con la pazienza e seguendo un trattamento di deacidificazione.

Vi è anche un fabbisogno considerevolmente più elevato di basi durante la gravidanza. In prospettiva olistica, i malesseri e la stanchezza tipici di questo periodo sono spesso sintomo di un’iperacidificazione dell’organismo. Un apporto tempestivo e sufficiente di minerali può contribuire a evitare le nausee molto sgradevoli e fastidiose della gravidanza e anche l’acidità gastrica.

L’uomo moderno è sottoposto allo “stress da acidi” sin dall’infanzia (a causa dell’eccesivo consumo di dolci, fast food etc.), pertanto in qualsiasi terapia occorre puntare il più possibile su un adeguato bilanciamento della dieta. È quindi essenziale somministrare le basi con tempestività.

Il Prof. Mehnert, ricercatore molto noto nel campo del diabete, raccomanda un’alimentazione iperbasica ai diabeticiin quanto consente una migliore metabolizzazione dell’insulina. Prima dell’avvento dell’insulina, ai pazienti diabetici si somministravano 30 grammi di bicarbonato di sodio al giorno

Vi sono vari integratori alimentari alcalinizzanti già pronti che presentano notevole efficacia …

È possibile anche ricorrere a una tipologia di terapia esterna che prevede bagni alcalini con l’aggiunta di bicarbonato di sodio. Gli ottimi effetti curativi delle acque termali contenenti carbonato di idrogeno e sodio nella malattie reumatiche sono attribuibili alla deacidificazione dell’organismo attraverso la cute.

Ciascuno può verificare la propria condizione, misurando il valore del pH nella seconda urina del mattino utilizzando strisce tornasole ed eseguire varie rilevazioni durante la giornata.

L’urina del mattino avrà un pH compreso fra 5 e 6, mentre durante la giornata il valore dovrebbe salire verso il 7. Nelle terapie a lungo termine, il pH dell’urina al mattino dovrebbe essere pari a 7,5, che corrisponde al valore di equilibrio nel sangue: in questo modo i reni non devono eliminare alcun eccesso né di acidi né di basi. I reni hanno una capacità massimadi eliminazione in presenza di un pH di 5,4. La funzionalità renale può essere alterata da condizioni pre-patologiche non note, ma è un problema che si può evitare somministrando le basi alla sera.

Infine, va ricordato che tramite un processo di deacidificazione aumenta il livello di energia dell’organismo e di conseguenza possono risultare più efficaci anche altri trattamenti adottati in contemporanea.

[1] “Deacidificazione – una terapia fondamentale. Gli acidi e le basi devono essere in equilibrio nell’organismo”, pubblicato su Omeopatia Oggi, anno 23, num. 50, settembre 2013

da https://www.acidosimetabolica.it/equilibrio-acido-base-e-deacidificazione/

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LA MEDICINA CHE SUSSURRA ALLE CELLULE

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Negli ultimi dieci anni, i risultati della ricerca bio-tecnologica italiana nel campo della Farmacologia dei bassi dosaggi hanno delineato nuove possibilità di cura per molte malattie ed hanno attirato l’attenzione della comunità scientifica su nuovi farmaci, all’avanguardiaefficaci e privi di effetti collaterali, e su un nuovo paradigma medico: la Low Dose Medicine.
La Low Dose Medicine è nata dal sogno di una Medicina centrata sulla Persona ed in armonia con la Natura; è originata dall’incontro tra Biologia Molecolare e Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia (P.N.E.I.); si è sviluppata grazie ai risultati della Ricerca nel campo della Farmacologia dei bassi dosaggi.
La Low Dose Medicine si fonda su tre principi guida:
  • curare l’Uomo e non solo la malattia
  • agire sulle cause e non solo sui sintomi
  • considerare l’Uomo nella sua globalità mente-corpo e nella sua individualità.
Si tratta di un’impostazione antica e saggia, che deriva dalla tradizione omeopatica, ma allo stesso tempo modernissima. Dalla seconda metà degli anni Ottanta, infatti, lo sviluppo dei concetti espressi dalla Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia ha determinato un cambiamento di prospettiva nell’interpretazione delle funzioni biologiche dell’organismo umano e delle sue malattie, traslando da una visione di tipo organicistico (ogni malattia interessa un singolo organo o tessuto) a quella di network cellulare, per arrivare al riconoscimento dell’importanza del continuo dialogo – cross talk – tra cellule, organi e sistemi sia in condizioni fisiologiche sia patologiche (ogni malattia è l’espressione di un difetto di comunicazione tra le cellule di diversi Sistemi).
È partendo da queste premesse che la ricerca farmacologica si è concentrata  sul ruolo giocato da particolari molecole biologiche, aprendo così la strada a quella che sarebbe potuta essere una nuova soluzione in ambito terapeutico: l’uso delle medesime molecole organiche come farmaci per riportare l’organismo ammalato alle sue originarie condizioni fisiologiche.
È qui il futuro: queste particolari molecole biologiche sono molto conosciute e studiate dalla Biologia Molecolare, che le definisce, non a caso, molecole messaggere, cioè sostanze in grado di portare alla diverse cellule dell’organismo le “giuste istruzioni” per il loro corretto funzionamento. Sono i neuropeptidi,  gli ormoni, le citochine. A queste si affiancano i fattori di crescita, fondamentali molecole di regolazione e stimolo tissutale. Sono le parole con cui dialogano tra loro le cellule.
Per anni, l’utilizzo come farmaci di queste sostanze è stato il sogno dei ricercatori e dei medici: quale Medicina può essere più efficace di quella che utilizza le stesse sostanze che fanno funzionare fisiologicamente l’organismo? Quale Medicina può essere più “biologica” e sicura di quella che segue le regole della Natura? Ma la Natura ha delle norme molto rigide: le molecole messaggere, attraverso le quali le cellule si scambiano le informazioni affinché ogni meccanismo biologico sia perfettamente efficiente, funzionano solo se la loro concentrazione è quella fisiologica, e questa è una concentrazione molto bassa.
Grazie alla tecnica farmaceutica sviluppata e standardizzata nei Laboratori GUNA, chiamata SKA (Sequential Kinetic Activation) si è reso possibile “riprodurre” questa precisa concentrazione e quindi rendere disponibili come farmaci le molecole che guidano le funzioni vitali del nostro organismo, che sono in grado di ripristinare le sue condizioni fisiologiche e possono “riparare” un danno.
In una parola: possono curare.
da https://guna.com/it/low-dose-medicine/

UNA NUOVA ERESIA: I BATTERI FANNO BENE

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Era il 2006, quando a Rockville, nel Maryland, all’ Institute for Genomic Research, Steven R. Gill e i suoi colleghi riuscirono per la prima volta a sequenziare il genoma di batteri contenuti nell’intestino di due individui. Inizialmente, forse, non si comprese del tutto la portata storica della scoperta ma, poco per volta, i ricercatori si resero conto di aver trovato l’esistenza di un legame che collegava dieta, stile di vita, età e provenienza geografica con il tipo di batteri che risiedevano nell’intestino degli esseri umani. Con queste scoperte si posero le basi per una diversa visione dell’uomo e per una nuova Medicina.
Infatti, grazie a questa prima intuizione e al lavoro dei 5 anni successivi, questi ricercatori giunsero così alla scoperta che l’uomo non è solo nel suo lungo viaggio  della vita ma, ospita un numero impressionante di batteri, che vivono in simbiosi con lui e il cui numero e varietà si modificano sulla base di una serie di fattori legati allo stile di vita.
Non meno stupefacente, al di là della scoperta o riscoperta della simbiosi intestinale e del mutuo vantaggio della stessa, fu la comprensione della generalizzabilità del modello simbiotico ad altri settori, come la pelle, le vie respiratorie, i genitali ecc. e l’intuizione della massa incredibile di informazioni, le quali ci raggiungono attraverso l’apporto di una gran quantità di geni, che ci sono necessari per sopravvivere ed adattarci a un mondo in continuo cambiamento. Questo enorme patrimonio venne ribattezzato microbioma umano.

Che cos’è esattamente il microbioma umano? Con questo termine viene definito l’insieme dei microrganismi che in maniera fisiologica, o talvolta patologica, vivono in simbiosi con il corpo umano e di tutti i geni che essi sono in grado di esprimere.
Per comprendere la portata rivoluzionaria di questa scoperta bisogna ricordare come la nascita della microbiologia si sia basato soprattutto sullo studio dei batteri patogeni e sullo sviluppo di un quadro coerente con questa impostazione, in cui il microbo ricopre essenzialmente la funzione di nemico. Secondo questa visione, tutti i bacilli sono patogeni, e quindi vanno, anche preventivamente, distrutti, perché prima o poi loro distruggeranno noi. Questa concezione, sbagliata, è ben presto diventata una credenza che ha portato con sé pratiche igieniche aggressive ed ossessive, oltre ad un ricorso indebito e smisurato a disinfettanti tossici a all’uso di antibiotici al primo starnuto, nella convinzione, erronea, che tutto ciò fosse in grado di prevenire il rischio di infezioni. Queste pratiche si sono poi diffuse alla coltivazione agricola industrializzata, nonché agli allevamenti intensivi e, più in generale, alla produzione di cibo sempre su base industriale. La distruzione indiscriminata dei microbi e del loro patrimonio genetico – il microbioma, appunto – associata all’alterazione delle abitudine dietetiche e dello stile di vita, ha portato con sé una serie di effetti collaterali, che la maggior parte delle persone ancora ignora. Già, perché l’evoluzione delle conoscenze scientifiche ci ha portato a guardare al nostro corpo non più come a un semplice organismo, ma piuttosto come a un super-organismo, ovvero ad un ecosistema complesso, in grado di funzionare grazie al perfetto equilibrio di una componente genetica mista, composta cioè, in parte da geni umani e in parte da geni batterici. E, se gli interventi curativi o preventivi alterano questo equilibrio, i danni che si producono sono inimmaginabili.
Può stupire, infatti,  che si senta correlare sempre più spesso all’alterazione del microbioma umano, l’aumentata incidenza di molti disordini autoimmuni, di malattie infiammatorie intestinali, di malattie metaboliche, di diabete e obesità, di malattie cardiovascolari, di disturbi d’ansia, di alcuni tumori dell’apparato gastrointestinale e molto altro ancora.
Eppure, noi oggi sappiamo che il nostro corpo contiene una quantità enorme di microrganismi batterici, da cui prende in prestito molti geni che servono a produrre sostanze, che gli sono necessarie per il funzionamento, e che tutte le volte che una parte di questi batteri viene distrutta – con i loro geni – gli equilibri relativi, che sono presenti all’interno di questo eco-sistema, si alterano e rimangono alterati per mesi e talvolta per anni. Si producono, così, gravi scompensi fisiologici, che a lungo andare possono dare origine alle cosiddette malattie del progresso, malattie che sembrano indissolubilmente legate all’acquisizione del benessere e che sono sconosciute nei Paesi più arretrati e più poveri del mondo.

Se si dovesse raccontare una storia sul microbioma, l’inizio più appropriato potrebbe essere: una volta era il germe. In effetti i microrganismi unicellulari furono le prime forme di vita che fecero la loro comparsa sulla Terra, dove regnarono incontrastati per circa tre miliardi di anni, capaci di resistere alle condizioni più estreme. Inoltre, grazie a batteri azoto-fissatori, i terreni divennero fertili e  grazie ai cianobatteri ossigeno-produttori, l’atmosfera assunse progressivamente l’aspetto che oggi conosciamo.
Oltre a ciò, bisogna ricordare che i cloroplasti e i mitocondri, gli organuli fondamentali  della respirazione delle cellule vegetali e animali, derivano dall’evoluzione di primitive forme batteriche e questo ci dà l’idea di quanto stretta sia la relazione, che si è stabilita nel corso dell’evoluzione, tra le cellule batteriche e le altre forme di vita presenti sul nostro pianeta.

Esito di questa lunga collaborazione, sono i circa 100 trilioni di cellule batteriche, in gran parte localizzate nel tubo digerente, che ogni giorno ci portiamo in giro.
Per capire l’enormità del dato, basta considerare che le cellule dell’organismo sono circa 10 trilioni. La prima conseguenza, di cui non abbiamo ancora valutato la portata è che circa il 99 % della componente genetica è proprio di origine batterica. In effetti, possiamo spingerci ad affermare che l’uomo possiede non uno, ma due genomi; il primo – fisso ed immutabile – ereditato dai genitori attraverso i cromosomi umani, e il secondo – molto più dinamico – acquisito dai batteri che coabitano il suo corpo. Come conseguenza di ciò, possiamo affermare, in prima ipotesi, che le informazioni provenienti dal genoma batterico incrementano e supportano quelle provenienti dal genoma umano e costituiscono un elemento cardine per l’ adattabilità dell’uomo all’ ambiente che lo circonda.

Da questi cenni derivano due conseguenze:
1) una politica votata al tentativo di sterminio acritico di questi microrganismi, nell’errata convinzione che potessero essere nocivi, non solo si è rilevata intrinsicamente sbagliata, ma è votata ad un radicale insuccesso. In realtà, è sempre più evidente che microbi e uomini vivono in un delicato sistema in equilibrio, proteggendo il quale l’uomo riuscirà a sconfiggere le principali malattie del progresso ed accrescere il suo benessere.
2) tenuto conto della grande esposizione del microbioma all’ambiente in cui l’uomo vive, non si può non considerare il grande impatto delle abitudini dietetiche, dello stile di vita, oltre che del continuo utilizzo di sostanze antibatteriche per uso esterno (disinfettanti) e interno (antibiotici) su questo ecosistema microbico e quali effetti ne possano conseguire per la nostra salute in generale.

Per comprendere appieno l’azione dei batteri sulla salute dell’uomo consideriamo, ora, una serie di malattie, che includono malattie autoimmuni, malattie infiammatorie intestinali, malattie psichiatriche, malattie neurologiche di tipo degenerativo, tumori, diabete, obesità, malattie metaboliche, malattie cardiovascolari ecc. ovvero le principali cause di morbilità e mortalità sviluppatesi negli ultimi 50 anni, tra i ceti più ricchi dei Paesi evoluti. Più di altre esse sembrano correlate alle modificazioni dell’ambiente, della dieta, dell’attività fisica. Non secondario sembra, comunque, essere il cambiamento nei rapporti con i microrganismi che affollano il mondo che ci circonda.

Queste malattie tanto più gravi quanto meno efficaci sono le terapie attualmente a disposizione per il loro trattamento, sono tanto più frequenti e tanto più precoci quanto più alterato risulta lo stile di vita.
Ora bisogna qui ricordare che la flora batterica, originariamente composta quasi esclusivamente da lattobacilli, si differenzia progressivamente e aumenta in quantità  e varietà fino a rassomigliare al microbioma umano dell’adulto. Questo processo è molto delicato e facilmente esposto all’azione di antibiotici, che sono in grado di far regredire il processo.
Tutto ciò permette di capire perché lo stato di salute si possa modificare nel corso della vita, come conseguenza delle modifiche intervenute nel microbioma. Infatti, il processo evolutivo dello stesso è quanto mai delicato e facilmente esposto ai danni di sostanze tossiche e ad alterazioni dello stile di vita.
Le alterazioni dello sviluppo e della differenzazione di tanti batteri determina il venir meno dei geni accessori del nostro patrimonio genetico, con una diminuzione delle capacità adattive della fisiologia dell’uomo.

La scoperta che l’uomo è un organismo complesso, che presenta due diversi genomi, è destinata  a cambiare radicalmente il modo in cui la scienza si è finora approcciata alla Medicina, alla Nutrizione e alla Salute in generale.
Si è così incominciato a capire che, probabilmente la nutrizione e la dietetica sono veramente, come diceva Ippocrate, la prima Medicina. Non a caso la flora batterica intestinale produce una serie di geni, utili a sintetizzare molti enzimi necessari per l’assorbimento dei nutrienti, che determineranno quale alimento, in che quantità e con che velocità verrà estratto e indirizzato al nostro metabolismo intermedio.

Ormai sappiamo come la dieta rientri tra i fattori che influiscono sulla composizione del microbioma e come sia possibile prevedere il microbioma di un individuo sulla base delle sue abitudini dietetiche, permettendo una classificazione degli individui in enterotipi, che si differenziano tra loro sulla base delle diverse tipologie di flora batterica, associabili a specifici comportamenti alimentari.
Il principale fattore, che pare influire sulla selezione batterica, è la presenza/assenza di fibra alimentare e la presenza/assenza di carne o latticini nella dieta. Una dieta ricca di fibre alimentari tende a selezionare una flora Tipo Prevotella, che rappresenta l’enterotipo delle popolazioni africane, mentre una dieta povera di fibre e ricca di carne e latticini, tende a selezionare una flora Tipo Batteroide, che rappresenta invece l’enterotipo dominante negli abitanti dei Paesi industrializzati.
Ormai molti studi dimostrano che la dieta migliore per selezionare i batteri che sembrano essere i più salutari per l’uomo dovrebbe includere molte fibre alimentari e grassi vegetali naturali ed essere sufficientemente variata, in quanto alla varietà della dieta corrisponde una maggiore diversità del microbioma. E si è visto che la diversità nel microbioma è un indicatore di salute. E’ proprio la progressiva scomparsa  della fibra vegetale e dei grassi vegetali naturali dalle tavole degli abitanti dei Paesi maggiormente evoluti ad essere ritenuta una delle cause principali di alterazione del microbioma umano, insieme all’abuso di farmaci antibiotici , da cui originano poi le cosiddette malattie del progresso.

Una medicina, che curi in modo rispettoso la nostra genetica batterica e soprattutto che nutra adeguatamente i nostri compagni di viaggio, parrebbe essere dunque la modalità più efficace per costruire salute e benessere e per agire da preventivo nel lungo periodo. In questo periodo di grandi dibattiti pro o contro gli antibiotici, pro o contro i vaccini, pro o contro l’omeopatia, siamo proprio sicuri che non sia una colpevole sottovalutazione di un sistema di cura efficace ed ecologico, basato su una struttura, il microbioma, cui molto probabilmente l’uomo deve la sua stessa sopravvivenza attraverso i millenni?

Grazie all’approccio della Medicina Funzionale si è in grado di valutare tutti i fattori disturbanti del nostro microbioma ed impostare una terapia di riequilibrio valutando una corretta alimentazione ed integrazione di batteri utili al ripopolamento equilibrato del nostro sistema.

Dott. Mauro Piccini

Abstract: Omeopatia oggi n. 58

PERCHE’ SIAMO GRASSI, I FIGLI HANNO L’ASMA E LE FIGLIE ADOLESCENTI SONO ALTE UN METRO E OTTANTA? UNA NUOVA E PIU’ MODERNA VISIONE SCIENTIFICA DEL MONDO MICROBICO E’ ORMAI NECESSARIA

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Oggi sappiamo che nel corpo umano il numero delle cellule batteriche supera di 1,3 volte (fino a 10 volte) quello delle cellule umane.
Le infezioni sono la conseguenza di un microbo nel posto sbagliato e al momento sbagliato; ma sul terreno biologico in quel momento più adatto a farlo sviluppare come patogeno.
Conta il terreno biologico individuale, quindi, più del batterio.
Per migliaia di anni le nostre cellule e i microbi hanno vissuto in una simbiosi pacifica che ha garantito l’equilibrio e la salute del nostro corpo.
Ma negli ultimi 70 anni abbiamo affrontato le infezioni batteriche con l’equivalente di un armamentario imponente – un attacco di ampio spettro con un arsenale terapeutico non indifferente contro tutti i batteri indistintamente – invece di cercare di comprendere nelle sfumature della biologia individuale il come coesistere con i batteri, creando una reciproca dipendenza con eventuali periodici e transitori dissapori.
Dato che le popolazioni batteriche si stanno sempre più sviluppando in ceppi resistenti agli antibiotici comunemente utilizzati, è arrivato il momento di riconsiderare il nostro rapporto coi microbi all’interno di nuovi paradigmi scientifici.
La nostra esperienza di medici hahnemanniani a continuo contatto clinico con il paziente, da anni ci fa formulare queste considerazioni, anche grazie alle sempre più moderne scoperte della microbiologia più avanzata e aggiornata.
Il concetto della campana di vetro a cui affidare la salute delle genti diviene oggi sempre più fragile e inefficacie, soprattutto alla luce di una antibiotico-resistenza sempre maggiore e diffusa.
Le considerazioni su questo argomento sono aperte ed in continua evoluzione, ma il medico moderno deve porre in continua discussione le conoscenze che riteneva acquisite, facendo proprie le dimensioni più avanzate del sapere scientifico e medico scientifico in particolare, non valutando il futuro attraverso la misura e i contenuti dei lavori scientifici del passato.
Il rischio, infatti, sarebbe quello di rimanere drammaticamente al palo, incarcerati in visioni vecchie e superate, trasformandoci in novelli Cardinal Bellarmino resi stolti dall’essersi rifiutati di guardare attraverso il connocchiale del moderno Galileo Galilei.

Con piacere, quindi, condividiamo qui di seguito l’interessante articolo  di ANDREA ROSSI (Fonte: La Stampa.it) dal Titolo:
Sempre più allergici e malati. Ma a rafforzare i nostri bimbi saranno i microbi africani“.

Un articolo divulgativo molto utile, soprattutto per i non addetti ai lavori, per comprendere come in campo medico-scientifico stia sempre più emergendo una consapevolezza scientifica e clinica nuova, dalle prospettive di particolare interesse e portata.
Buona lettura!!
F.to Equipe medica Istituto SIMOH
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Fonte Articolo: La Stampa.it del 10.05.2017

“È in atto una migrazione sotterranea, impercettibile, ma tumultuosa e inarrestabile. Valica le frontiere, si muove a cavallo delle persone o degli eventi atmosferici.
Sta scaricando sull’Europa – e sull’Italia che ne è l’avamposto – milioni di microbi, funghi, batteri provenienti dall’Africa.
Non sembrano destinati a distruggerci. Anzi, rischiano di aiutarci a combattere uno dei nostri peggiori – e trascurati – mali: la perdita di biodiversità, nell’ambiente ma soprattutto nel nostro organismo.

Ci stiamo impoverendo. Sempre meno batteri, sempre meno vari. A Firenze, un team di ricercatori studia da anni i microrganismi del nostro corpo basandosi sui big data ricavati da sequenze di Dna.

«L’industria alimentare e i suoi processi, la sanificazione, l’utilizzo massiccio di antibiotici negli allevamenti hanno contribuito a debellare molti agenti nocivi, ma hanno finito per estirparne anche di essenziali», rivela Duccio Cavalieri, professore al dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze.

«Un esempio sono i probiotici, che acquistiamo per reintrodurre nel nostro corpo elementi un tempo naturalmente presenti».

Aver eliminato funghi, batteri, microbi sta contribuendo all’esplosione di malattie auto immuni, infiammazioni, allergie.

«Il sistema immunitario fin dalla nascita si abitua a riconoscere i microrganismi buoni da quelli che non lo sono», spiega Carlotta De Filippo, microbiologa all’Istituto di Biologia e biotecnologie agrarie del Cnr di Pisa. «Tuttavia, poiché la varietà microbica con cui entra in contatto è sempre minore, reagisce a ogni novità come se fosse patogena. E sviluppa infiammazioni».

Si spiega così il boom dei malanni del nuovo millennio. E perché molti – che fino a vent’anni fa insorgevano in persone adulte – attacchino sempre prima.
Il numero di bambini soggetti ad allergie alimentari è schizzato del 20% in dieci anni: in Italia uno su venti – secondo l’Organizzazione mondiale dell’allergia – ne soffre.

Tra 6 e 12 anni, il 7% ha dermatite atopica, il 15% di rinite allergica e il 9% di asma. Stesso discorso per le malattie auto immuni, come il morbo di Chron: il 25% dei nuovi casi ha meno di vent’anni.

La diffusione delle infiammazioni croniche intestinali è raddoppiata nell’ultimo decennio, con 8 bimbi su 100 mila colpiti e un’età di insorgenza scesa a 10 anni.
E ancora: artriti reumatoidi, coliti ulcerose, sclerosi multipla, diabete di tipo 1. «La correlazione tra la diffusione e precocità di questi mali e la riduzione della varietà microbica è assodata», assicura De Filippo.

Siamo diventati fragili. Meno ricchi. Una ricchezza di cui l’Africa, da cui moltitudini cercano di fuggire, abbonda. La grande migrazione, tra i tanti effetti, potrebbe celarne uno finora poco indagato: milioni di batteri stanno invadendo l’Italia.

Nelle popolazioni africane si annida una grande quantità (e varietà) di microrganismi che il nostro mondo ha perso. I ricercatori fiorentini l’hanno scoperto mettendo a confronto alcuni bambini toscani con coetanei del villaggio Boulpon, nel Burkina Faso. «Hanno il triplo di acidi grassi a catena corta, antinfiammatori naturali», racconta Cavalieri. E soprattutto hanno concentrazioni di patogeni inferiori: l’Escherichia (responsabile di cistiti, infiammazioni alle vie urinarie) è presente in misura quattro volte superiore nei bambini italiani, la Salmonella otto volte tanto, la Shigella (dannosa per l’intestino) sette volte, la Klebsiella (agente delle infiammazioni alla vie aeree, come la polmonite) quasi quindici.

La differenza sta nei nutrimenti: fibre, amido non raffinato e altre fonti vegetali, pochi grassi animali, ma soprattutto niente industria alimentare. «I bambini africani vivono  in un ambiente fortemente contaminato», ragiona il professor Cavalieri. «Eppure i principali patogeni umani si ritrovano in quantità decisamente minori, perché hanno una ricchezza microbica che li difende. Noi non ce l’abbiamo più».

Le popolazioni africane potrebbero aiutarci a recuperarne una parte. Nell’ecosistema sta già accadendo qualcosa di simile. Nel 2014 una nevicata ha riversato sulle Dolomiti grandi quantità di sabbia del Sahara. Non era la prima volta ma quell’anno il gelo ha cristallizzato per mesi l’ambiente. La sabbia conteneva milioni di funghi e batteri: intere famiglie si sono trasferite, oltrepassando il deserto e il Mediterraneo, per colonizzare le Alpi. Il disgelo le ha riversate nell’arco di poche ore. Poteva essere una catastrofe. Invece no. Un gruppo di ricercatori (Cnr, Fondazione Edmund Mach, atenei di Firenze, Innsbruck e Venezia) ha prelevato campioni dal suolo dolomitico e li ha analizzati per tre anni. Per scoprirne l’origine, hanno ricostruito le traiettorie atmosferiche e il Dna dei microrganismi ritrovati, confrontandoli con dati campionati in tutto il mondo. Il risultato è sorprendente: i microrganismi sub-sahariani si sono adattati all’ambiente alpino e, anziché stravolgerlo, lo stanno arricchendo. «Questi eventi sono la diretta conseguenza dei cambiamenti climatici, saranno sempre più frequenti», spiegano i coordinatori del team, Cavalieri, Tobias Weil e Franco Miglietta. «Andranno monitorati nel tempo ma per ora possiamo dire che gli effetti positivi sono prevalenti rispetto a quelli problematici».

Lo stesso – fatte le dovute proporzioni – potrebbe accadere agli esseri umani. In fondo anche noi siamo un ecosistema: in una persona di 70 chili, i microrganismi ne valgono almeno 2. I nostri sono sempre più standard.